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Come gli USA chiudono l’era Bush
di Michele Prospero
La nuova strategia di sicurezza nazionale archivia la filosofia neocon, che voleva gli Stati Uniti profeti in armi dell’impero e dell'egemonia liberale. Riconosce legittimità ad alcune pretese russe anche in relazione alla guerra in Ucraina, da terminare il prima possibile nonostante l’opposizione degli europei. La sinistra non lasci alla destra autoritaria la bandiera del negoziato
Ma quale nuovo patto Molotov-Ribbentrop! Non è esagerato rimarcare, su due punti specifici almeno, il carattere assai innovativo delle pagine della National Security Strategy (NSS)firmata da Trump. In primo luogo, il rapporto annuale declassa l’avvelenata inimicizia con Pechino: da sfida sistemica condotta senza esclusione di colpi, quella con il Dragone diviene una competizione certo cruciale per prolungare l’egemonia americana ma gestibile attraverso le vie ordinarie. Inoltre la NSS cancella, ed è la cesura più urticante, il fondamento del pensiero neoconservatore, cioè lo scontro tra culture e modelli inconciliabili come verniciatura ideologica dell’unipolarismo a stelle e strisce.
Dopo George W. Bush gli stessi leader democratici hanno raccolto il nocciolo delle riflessioni di Irving Kristol, imperniate sul mito di un “internazionalismo tipicamente americano” da esibire in alternativa al postulato minimalista di un ordinamento pluralistico retto da organismi per la cooperazione e da norme comuni tra pari. Alla cosiddetta ottica tradizionale di New York, trionfante nel dopoguerra con la mappa della deterrenza, venne contrapposta la prospettiva di Washington, che rielaborava l’intera teoria politica delle relazioni internazionali secondo i paradigmi dell’etica dell’interventismo in nome dei diritti violati.
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Il patrone del mondo
di Manlio Dinucci
La Strategia per la Sicurezza Nazionale 2025 del Presidente Trump prevede una spesa di 1.000 miliardi di dollari. Non c’è nulla di nuovo in spese così astronomiche, ma questa volta la Casa Bianca aggiunge il costo della lotta all’immigrazione e deduce i benefici della Trump Gold Card.
Questo pacchetto mira a trasformare gli Stati Uniti (con un debito superiore a 33.000 miliardi di dollari) in una fortezza in grado di eludere i creditori, ponendo fine all’era della globalizzazione economica che ha caratterizzato gli anni di Clinton-Bush-Obama-Biden.
* * * *
La Casa Bianca ha pubblicato, a firma del Presidente Trump, la “Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti d’America”, il documento annuale che traccia le linee fondamentali della politica statunitense. Un documento di tale importanza è stato essenzialmente ignorato dal nostro mainstream politico-mediatico, lo stesso che tutti i giorni riporta le esternazioni mediatiche di Trump. Bisogna per questo conoscerne i concetti fondamentali.
Anzitutto - sottolinea il documento - per “garantire che l’America rimanga il Paese più forte, ricco, potente e di successo al mondo per i decenni avvenire, occorre una strategia coerente e mirata su come interagire con il mondo.” Tale strategia poggia su due pilastri l’uno collegato all’altro:
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Ci stanno preparando alla guerra. E lo fanno contro di noi
di Italo Di Sabato, da Osservatorio Repressione
Se militarizzano la società e ci chiamano nemici, la risposta è una sola: disertare la loro guerra, sottrarsi alla paura, spezzare il linguaggio che la legittima, difendere lo spazio vivo del dissenso. L’Europa nell’era della guerra diffusa: governo, disciplina e vite sacrificabili
Ci stanno preparando alla guerra. Non è un artificio retorico né un eccesso polemico: è la forma che sta assumendo la politica nel nostro presente. Mentre l’opinione pubblica viene saturata dal linguaggio dell’emergenza, mentre i governi si rifugiano dietro il mantra del “non c’è alternativa”, la società europea viene progressivamente inglobata in un regime che trasforma l’eccezione in normalità. Questa normalizzazione dell’eccezione costituisce la nuova razionalità del potere: una razionalità bellica che permea la vita civile anche in assenza di un conflitto dichiarato.
Lo stato di eccezione come infrastruttura del presente
La teoria politica ha da tempo chiarito la natura dello stato di eccezione. Per Carl Schmitt esso rappresenta il luogo in cui la sovranità si manifesta pienamente sospendendo l’ordinamento giuridico [1]. Walter Benjamin ha osservato come la modernità, lungi dall’essere un’epoca regolata dalla legge, sia invece attraversata da un “stato di eccezione permanente” [2]. Giorgio Agamben ha ulteriormente mostrato come tale eccezione, da misura straordinaria, si sia trasformata in dispositivo stabile di governo [3].
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Verso l’ucrainizzazione dell’Unione Europea, la “democrazia di guerra”
di Alex Marsaglia
Mentre in Italia sembra non si possa più parlare non solo di russofobia, russofilia e verità, ma nemmeno di democrazia, com’è stato dimostrato dal secondo pesante episodio di censura subito in meno di un mese da parte di Angelo d’Orsi e stavolta con lui un parterre de roi che includeva altri 17 professori, studiosi, ambasciatori e giornalisti di fama internazionale; curiosamente si torna a parlare di “democrazia” proprio in Ucraina.
Uso le virgolette perché parlare di democrazia in Ucraina è evidentemente un ossimoro. A farlo è stato Donald Trump che sta disperatamente cercando di spingere un accordo di pace includendo, come impone la diplomazia nonché il buonsenso, anche le ragioni dei russi in quanto parte in causa dello scontro. Per fare questo accordo ha ovviamente bisogno di un rappresentante del popolo ucraino legittimo, cosa che attualmente Zelensky non è più. I termini del suo mandato sono infatti scaduti il 20 maggio 2024 e prorogati da lui stesso ad libitum.
Questa sospensione delle elezioni, che sono solo una parte di ciò che richiede una democrazia minimamente compiuta, è consentita dalla Costituzione dell’Ucraina che prevede l’istituzione della legge marziale e una sospensione di ogni tipo di consultazione politica in caso venga dichiarato lo Stato di Guerra. Zelensky ha per l’appunto approfittato di questa base dell’ordinamento ucraino per estendere il più possibile il suo mandato, nonostante il suo disconoscimento da parte della stessa Rada sia arrivato già la scorso Febbraio (vedi qui: https://www.farodiroma.it/il-parlamento-ucraino-ha-bocciato-qualunque-proroga-della-presidenza-zelensky-ma-lue-non-se-ne-e-accorta-vladimir-volcic/).
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Škola kommunizma: i sindacati nel Paese dei Soviet
di Paolo Selmi
Ventunesima parte. “Ammettere i propri difetti è privilegio dei forti”: l’intervento di Tomskij al XIV Congresso del Partito Comunista di tutta l’Unione (bolscevico) PARTE XI
n. «andare alle masse» e democrazia operaia
Questi militanti e quadri capivano, soprattutto, che dalla loro azione sindacale, che comprendeva sia la lotta, sia l’educazione in quella “scuola di comunismo” vera e propria, dipendeva il successo dell’intera rivoluzione fra le masse, fra i non iscritti, fra i non simpatizzanti, fra i dubbiosi, fra i renitenti, fra i disfattisti, fra tutto quel campionario di umanità che ogni giorno timbrava entrata e uscita al lavoro. Una responsabilità enorme, operativamente ben più complessa di chi dava la linea. E questo lo stesso Lenin lo aveva ben chiaro, eccome se lo aveva! Non mancava di rimarcarlo, soprattutto ai suoi, che magari di quel mondo avevano scarsa, o poca conoscenza. Tomskij aveva fatto sicuramente tesoro di tutto questo. Questa relazione, e man mano che aggiungiamo tessere al mosaico ce ne accorgiamo sempre di più, attinge a piene mani, è intrisa della lezione leninista, e non come semplice, meccanica ripetizione di slogan, bensì come traduzione ed elaborazione di una linea ben più profonda. Ecco perché continua a ribadire certi concetti, che riprende subito dopo questa doverosa, necessaria, interruzione:
Le decisioni sono giuste o sbagliate, buone o cattive. Ma non si può sempre lasciarne la responsabilità al partito. Ecco perché è necessario redistribuirla, attraverso una democrazia operaia (рабочая демократия) ben più ampia rispetto a quanto finora successo. E se oggi, in verità meno di ieri, si sentono voci perplesse che obiettano – “Ma non è terribile gettarsi nel mare delle libere elezioni senza liste predefinite?” – basti pensare a quanto recentemente accaduto nelle elezioni dei comitati di fabbrica di Mosca: lì il successo elettorale, pur in assenza di liste predefinite, è stato schiacciante. Possiamo anche guardare ad altri centinaia di esempi, dove proprio i non iscritti hanno modificato sì le liste comuniste, ma per aumentare i candidati comunisti da votare! E che dire dei casi dove, chiesta e ottenuta l’abolizione delle liste e proceduto alla presentazione individuale dei candidati, i lavoratori hanno eletto gli stessi candidati comunisti presenti nelle liste? In una situazione dove ciascun lavoratore sapeva perfettamente chi stava scegliendo in quel momento?
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In Honduras le urne sono piene di brogli
di Marco Consolo
Dopo 10 giorni dalle elezioni generali in Honduras (presidenziali, legislative e municipali) nel Paese regna l’incertezza e cresce la tensione. A oggi, ancora non si conosce il risultato finale di un voto pesantemente marcato da denunce di irregolarità e brogli, e da strane e molteplici interruzioni del sistema di trasmissione dei dati da parte del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE).
Mentre scrivo, il sito web del CNE ha ripreso a funzionare, dopo diversi giorni di oscuramento. Secondo gli ultimi dati “ufficiali” del CNE, in base all’97% dei verbali esaminati, al primo posto ci sarebbe Nasry Asfura, candidato del conservatore Partito Nazionale (e di Trump), con il 40,53% dei voti, seguito a ruota da Salvador Nasralla (presentatosi con il Partito Liberale), con il 39,16%, con poco più di 40.000 voti di differenza tra i due candidati conservatori.
Secondo i dati del CNE, Rixi Moncada, candidata del partito progressista LIBRE (Libertad y Refundaciòn), oggi al governo del Paese, sarebbe al terzo posto, con il 19,32%.
Il testa a testa “ufficiale” di queste ore è quindi tra i due candidati delle destre esponenti del bipartitismo tradizionale (Partido Nacional e Partido Liberal), che ha governato il Paese sin dalla sua nascita, con una alternanza tra i due partiti. Ma oltre a LIBRE, lo stesso Nasralla, ha denunciato “brogli”, affermando che il sistema era stato ‘manipolato’ e che “c’è ancora molta strada da fare prima che possiamo accettare i risultati”.
Il CNE ha tempo fino a 30 giorni dalla votazione per pubblicare i risultati ufficiali e c’è da scommettere che, come ha già fatto nel passato, allungherà il brodo il più possibile per prendere per stanchezza (e sotto Natale) i contendenti.
LIBRE non accetta i risultati, ma ammette la sconfitta
La scorsa domenica (una settimana dopo le elezioni), Rixi Moncada ha dichiarato che LIBRE non avrebbe accettato il risultato elettorale, sia per le innumerevoli irregolarità riscontrate, sia per la sfacciata “ingerenza e coercizione” del Presidente statunitense Trump.
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Marx ha vinto Heidegger ha perso
di Leo Essen
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Nell’Austro-marxismo, con autori come Adler e Hilferding, si sviluppa una forma di idealismo in cui lo Stato acquisisce una propria autonomia: la politica determina l’economia e la violenza diventa il motore della storia. Da questa prospettiva nasce la convinzione che, poiché la violenza è cieca e i suoi esiti imprevedibili, uno sviluppo regolato da leggi sia inconcepibile. Ne consegue una rivalutazione del momento soggettivo e individuale, considerato una dimensione irriducibile alla generalizzazione e, quindi, refrattaria sia alla legge sia alla conoscenza scientifica.
Questo orientamento richiama Weber, che cercò l’essenza del capitalismo non nella sua anatomia e fisiologia economica, ma nella pluralità di atteggiamenti mentali e comportamenti umani sintetizzati nella nozione di spirito del capitalismo, ovvero nella calcolabilità che caratterizza l’impresa capitalistica. Così il capitalismo venne identificato con la razionalità e la scienza. Secondo Colletti, si tratta di un modo per catturare alcuni temi del marxismo: la realtà sociale viene ridotta ai significati che i membri della società attribuiscono al mondo.
L’Austro-marxismo, reagendo al positivismo della Seconda Internazionale, sviluppò quindi la teoria dell’autonomia della politica: la politica determina l’economia, e la violenza determina la storia.
Weber, nel tentativo di conciliare criticismo e marginalismo, elaborò il concetto di tipo ideale, cercando allo stesso tempo di confutare e assimilare alcuni nuclei fondamentali del pensiero di Marx. Questa operazione contribuì alla fortuna di giovani marxisti come Lukács, ma ne evidenziò anche i limiti: Weber cercò il capitalismo non nei luoghi indicati da Marx – storia, società, economia, classi – ma negli atteggiamenti mentali e comportamenti che sintetizzò nello spirito del capitalismo, ossia in una generica nozione di calcolabilità tipica della gestione d’impresa. Così il capitalismo finì per identificarsi con la razionalità tecnica della scienza.
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L'impero della hybris e della brutalità di Trump
di Jeffrey Sachs - Common Dreams
La recente Strategia per la Sicurezza Nazionale (SSN) del 2025 rilasciata dal Presidente Donald Trump si presenta come un progetto per un rinnovato vigore statunitense. È pericolosamente sbagliata in quattro modi.
In primo luogo, la SSN è ancorata alla grandiosità: la convinzione che gli Stati Uniti godano di una supremazia ineguagliata in ogni dimensione chiave del potere. Secondo, si basa su una visione del mondo spiccatamente machiavellica, trattando le altre nazioni come strumenti da manipolare a vantaggio USA. Terzo, poggia su un nazionalismo ingenuo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come vincoli alla sovranità statunitense, anziché riconoscerli come quadri che rafforzano la sicurezza sia degli USA che globale.
In quarto luogo, segnala una brutalità nell'uso che Trump fa della CIA e delle forze militari. A pochi giorni dalla pubblicazione della SSN, gli Stati Uniti hanno sfacciatamente sequestrato in alto mare una petroliera carica di petrolio venezuelano, con la debole giustificazione che la nave aveva precedentemente violato le sanzioni statunitensi contro l'Iran.
Il sequestro non è stata una misura difensiva per scongiurare una minaccia imminente. Né è minimamente legale sequestrare navi in alto mare a causa di sanzioni unilaterali statunitensi. Solo il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha tale autorità. Invece, il sequestro è un atto illegale progettato per forzare un cambio di regime in Venezuela. Segue la dichiarazione di Trump di aver ordinato alla CIA di condurre operazioni coperte all'interno del Venezuela per destabilizzare il paese.
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Venezuela-Usa, geopolitica dell’ultimatum
di Geraldina Colotti
Negli uffici adiacenti il Parlamento, in Venezuela, un gruppo di giornalisti comunitari produce contenuti per la multipiattaforma internazionale Rompiendo fronteras, comunicando alternativas (This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.), che intende la comunicazione in termini di informazione, formazione e mobilitazione globale: dai territori al mondo. Al contempo, riceve i report dei colleghi che stanno accompagnando il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, nella sua visita al quartiere popolare di Petare, il più grande dell’America latina. Le televisioni venezuelane trasmettono l’evento in diretta.
“Ehi, guardate qui!” esclama Franklin, che segue in particolare i social. Tutti si voltano verso lo schermo del computer, dove un cronista di opposizione sta trasmettendo “en vivo y en directo” un programma in YouTube. Con tanto di immagini e video di appoggio, sostiene che, in quello stesso momento, Maduro sta scappando in Iran. Nei giorni precedenti, lo davano in fuga verso il Brasile, il Qatar, la Russia… e dipingevano una Forza armata nazionale bolivariana (FANB) sull’orlo di disintegrarsi per le contraddizioni interne. Davano anche per certa la fuga del generale Jesús Rafael Suárez Chourio, figura storica del chavismo, oggi deputato. Per l’estrema destra, in Venezuela, è già iniziata la “transizione post-socialista”.
Tra il serio e il faceto, i giornalisti sbugiardano l’operazione e girano un piccolo video esplicativo.
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"CORE 5": Gli USA scelgono un mondo multipolare e declassano l'Europa
di Giuseppe Masala
La testata USA specializzata in sicurezza globale sostiene di aver visto una versione "non censurata" del Documento di Sicurezza Strategica USA nella quale vi sarebbe riportato che Washington sostiene la nascita di un nuovo organismo, il Core5, per gestire gli affari globali e che l'Europa ne sarebbe esclusa relegandola a area del mondo marginale
La prestigiosa testata americana defenceone.com, specializzata in sicurezza globale e difesa nazionale, dichiara di aver preso visione di una versione segreta e più estesa del Documento di Sicurezza Strategica Nazionale USA (SSN) divulgato in questi giorni, e che già nella versione pubblica ha avuto enorme eco soprattutto in Europa.
Defence One sostiene che nella versione “allargata” (e originaria) che ha potuto leggere sono presenti due ulteriori capitoli di estrema rilevanza. Il primo si intitola eloquentemente “Make Europe Great Again”, mentre il secondo si intitola “Core 5”. Il primo, come è facile intuire delinea le strategie per far rinascere una Europa, ritenuta a Washington, in piena decadenza, mentre il secondo delinea la nascita di un nuovo organismo informale – che di fatto sostituirebbe il G7 – e che avrebbe il compito di gestire gli affari globali. “Core 5”, appunto perché sarebbe composto da cinque paesi.
Make Europe Great Again
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Haaretz: Israele, il genocidio e la santificazione della morte
di Davide Malacaria
“Nello spinoso dibattito se il termine ‘genocidio’ si possa applicare alle politiche e alle azioni di Israele nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania, i fatti chiave non sono in discussione. Certo, c’è una discussione statistica su quanti abitanti di Gaza siano stati uccisi e quanti abbiano perso casa, ma questo dibattito tecnico chiarisce in realtà la posizione di Israele. Stiamo discutendo se 70.000 persone uccise siano sufficienti a dimostrare un genocidio o se sia necessario un numero più alto”. Inizia così un articolo di Zvi Bar’el su Haaretz che collega quanto sta accadendo nella Striscia e in Cisgiordania alla repressione degli arabi-israeliani e di quanti difendono le loro ragioni, e la loro esistenza, all’interno di Israele.
“Ma questo conteggio – indipendentemente dal fatto che sia grande, piccolo o equivalente a un genocidio – nasconde una verità ancora più orribile”, continua Bar’el. “Una parte considerevole dell’opinione pubblica israeliana ritiene che l’uccisione e l’espulsione degli abitanti di Gaza siano giustificate e che, anche se ciò rientrasse nella definizione di genocidio, sia stato giusto perpetrarlo”.
“Fortunatamente, desiderare non attira nessuna punizione. Così gli israeliani possono continuare a sognare, felici, la scomparsa dei palestinesi non solo da Gaza, ma anche dalla Cisgiordania, da Gerusalemme Est e da Israele. Il pericolo che ciò comporta è che nel momento in cui il desiderio di annientare un’etnia e una nazione diventa legittimo, esso trova i canali attraverso i quali trasformarsi in realtà anche senza l’annientamento fisico”.
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Alla ricerca della Bastiglia --- Occidente da carcerare
di Fulvio Grimaldi
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-fulvio_grimaldi__alla_ricerca_della_bastiglia_occidente_da_carcerare/58662_64105/#google_vignette
Cosa ha detto dell’Europa lo squinternato capo dell’Impero. Sembrava Gino Bartali, che non dava scampo a correzioni: “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Finita la nostra civiltà (anche per merito suo), finita la libertà, tutti censurati, una specie di Titanic alla vista dell’iceberg. E ha ragione, tutte le ragioni. La cosa grottesca, drammatica è che una condanna così, senza attenuanti, ci venga, mica da Putin, ma da uno come lui: Il diavolo che da del cornuto a Mefistofele.
Osvald Spengler, “Il tramonto dell’Occidente”. Libro epocale del 1923, opera in due volumi di filosofia della storia che mia madre mi diede da leggere quando avevo 10 anni. Era l’aprile del 1945, la guerra era persa e Churchill stava radendo al suolo una città d’arte dopo l’altra, senza più ombra di soldati. Colonia, Francoforte, Dresda, Lipsia, Monaco…Il Medioevo, il Rinascimento, il Barocco, il Guglielmino. Gli eventi davano senso al libro. Per il filosofo tedesco le civiltà, analogamente all'organismo umano, possiedono le quattro fasi di età: infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia. Per lui, analista più che visionario, l’ultima era quella che stavamo attraversando noi. Et pour cause, come stiamo percependo con la chiarezza di un cristallo lucidato.
Intendendo per Occidente quello che intendiamo, cioè Stati Uniti al piano di sopra, Israele, nell’appartamento sullo stesso pianerottolo (occupato abusivamente), Europa nella dependance, con l’incarico di tener fuori dai cancelli i propri popoli. Il tutto dotato di un tasso di criminalità senza pari nella storia della specie. L’unica a esserne provvista.
Ammiragli neologisti
L’idiotismo militarista ha assunto una frenesia psicotica che non conosce né limiti, né raziocinio. L’Ammiraglio ne ha dato prova. Ci ha dato l’impressione di assistere a una telenovela sudamericana, ornato da baffoni alla Umberto, appesantito sul lato sinistro, destro di chi guarda, da mezzo chilo di medaglie conquistate nelle eroiche e defatiganti battaglie in difesa della patria aggredita, invasa, occupata.
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L’Europa in preda al panico per la strategia statunitense di stabilità con la Russia
di Alastair Crooke, conflictsforum.substack.com
Alastair Crooke parla della più recente strategia per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Trump che critica il tentativo degli Stati Uniti di ottenere il primato mondiale definendolo un fallimento
Le amministrazioni statunitensi elaborano periodicamente una Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) (il presidente Donald Trump ne ha redatta una durante il suo primo mandato). Per lo più, questi documenti delineano una versione idealizzata della politica estera e della sicurezza di un’amministrazione e non hanno grande importanza pratica, a causa di ciò che viene tralasciato: gli interessi politici ed economici consolidati degli Stati Uniti; il profondo consenso in politica estera supervisionato dalla classe dirigente dello Stato di sicurezza profonda; e le politiche sostenute dal collettivo dei grandi donatori.
Tuttavia, questo NSS pubblicato di recente si legge in modo piuttosto diverso, attribuendo un distintivo tono “America First” alla politica estera degli Stati Uniti, evitando l’egemonia globale, il “dominio” e le crociate ideologiche, a favore di un realismo pragmatico e transazionale incentrato sulla protezione degli interessi nazionali fondamentali: sicurezza nazionale, prosperità economica e predominio regionale nell’emisfero occidentale.
Gli Stati Uniti, quindi, “non sosterranno più l’intero ordine mondiale come ‘Atlante’ e si aspettano che l’Europa si faccia carico di una parte maggiore dei propri oneri di difesa”, afferma l’NSS.
Critica la precedente ricerca del primato globale da parte degli Stati Uniti definendola “un fallimento” che ha finito per indebolire l’America, e definisce la politica di Trump come una “correzione necessaria” alla posizione precedente. Accetta quindi l’orientamento verso un mondo multipolare.
Due obiettivi chiave della politica estera sono stati sfumati anziché radicalmente riformulati.
In primo luogo, la Cina viene declassata da “minaccia primaria” e “minaccia progressiva” a concorrente economico (Taiwan è considerata uno strumento di deterrenza).
Riguardo alla Russia, si legge:
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Asset russi: congelati o rubati?
di Francesco Cappello
L’Unione Europea medita di rubare i soldi russi in un prestito di riparazione miliardario per finanziare la guerra e salvare dal default l’Ucraina oltre che per sabotare il piano di pace di Trump. La BCE sembra pporsi. Medvedev minaccia ritorsioni anche belliche
Nel 2024, l’Unione Europea ha sequestrato e congelato gli asset russi quale misura di pressione nei confronti della Federazione Russa, arrivando a bloccare circa 300 miliardi di euro di riserve della Banca Centrale Russa. Il grosso è custodito da Euroclear, la camera di compensazione con sede a Bruxelles, che detiene la quota più ampia degli asset russi. Il Regno Unito trattiene circa 8 miliardi di sterline (10,6 miliardi di dollari) congelati nel sistema finanziario britannico, il resto negli USA e in altri paesi G7. Oltre alle riserve sovrane, esistono anche asset privati russi congelati (conti, titoli, proprietà). Il loro valore è molto inferiore rispetto ai 300 miliardi sovrani, ma comunque significativo: si tratta dei risparmi di migliaia di cittadini russi colpiti dalle sanzioni Carnegie. l’UE utilizza già i profitti generati da questi asset; discutono ora allegramente se impiegare anche il capitale. Gli Asset sequestrati possono generare più di 3 miliardi di extra profitti annui.
La confisca del capitale è però assai problematica perché significherebbe espropriare direttamente beni di uno Stato sovrano, operazione vietata dal diritto internazionale. Gli asset di una banca centrale all’estero godono infatti di immunità sovrana. Viceversa, i profitti non sono protetti allo stesso modo essendo considerati ricavi prodotti nel territorio europeo e quindi soggetti alle leggi europee.
Oltre alla Russia, anche la Libia di Gheddafi, il Venezuela, l’Iran e la Corea del Nord hanno subito, in passato, il congelamento dei loro asset nelle banche occidentali. Anche il Myanmar, in alcuni periodi, ha visto misure simili e durante il regime di Saddam Hussein, molti beni esteri furono congelati, soprattutto dopo l’invasione del Kuwait e le sanzioni internazionali. Si tratta di azioni legate a sanzioni internazionali per motivi politici o altre questioni geopolitiche.
Il congelamento di asset internazionali è legale se basato su risoluzioni delle Nazioni Unite. Queste misure sono quindi considerate legittime quando sono adottate in conformità con il diritto internazionale e le risoluzioni ONU. Possono perciò sorgere delle controversie legali, soprattutto se un paese ritiene che il congelamento sia ingiustificato o violi i suoi diritti sovrani
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Rutte ha chiarito chi vuole la guerra (e chi si adopra per mettervi fine)
di Fabrizio Poggi
«Anche se l’Ucraina ricevesse garanzie di sicurezza, senza concessioni da Mosca avremmo altre guerre»: precetti della fede, quelli snocciolati dall'estone Kaja Kallas per il rosario del Corriere della Sera, secondo cui «l’ostacolo alla pace è solo la Russia». Dunque, starnazza la “ministra” degli esteri UE, se «non ci fossero concessioni da parte russa, avremmo altre guerre, magari non in Ucraina ma altrove» e lacrima poi sulla corona di spine del catechismo liberale, secondo cui «C’è un aggressore e c’è una vittima» e dimentichiamoci pure dei trent'anni di politiche USA-NATO-UE che hanno portato al 2022. È questa la catechesi del liberalismo: “c'è un aggredito e c'è un aggressore”; tutto il resto non esiste. Clausewitz, ricordava Lenin, si batteva contro il pregiudizio per cui sia possibile «separare la guerra dalla politica dei relativi governi, classi, come se sia possibile guardare alla guerra semplicemente come a un attacco che viola la pace, dopo di che si ripristina quella pace interrotta dalla guerra. Si sono azzuffati e poi hanno fatto pace... Ogni guerra è indissolubilmente legata a quell'ordine politico da cui è scaturita». E, nel caso specifico, in occidente se ne sono individuati gli strumenti ben consapevoli nei nazi-nazionalisti ucraini, la cui centuria di comando, come ha dichiarato il Ministro degli esteri russo Serghej Lavròv, da gruppo combattente «ideologicamente carico e alimentato dall'ideologia nazista, si è oggi trasformato in un'organizzazione criminale, impantanata nella corruzione, che sta trascinando con sé i propri sponsor» euro-atlantisti; e anche, guarda un po', i loro megafoni acquartierati nei media e nei vari cosiddetti Istituti di politica.
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L’elefante nella stanza. La Repubblica in vendita, la Stampa a rischio chiusura
di Sergio Cararo
John Elkann, il boss del gruppo finanziario Exxor, ha deciso entro gennaio 2026 di chiudere il quotidiano La Stampa e di vendere Repubblica e gli altri media del gruppo Gedi (Huffington Post, le radio Deejay, Capital, La Sentinella del Canavese). I vertici di Gedi lo hanno comunicato ai giornalisti de La Repubblica e confermato anche al comitato di redazione de La Stampa.
Da quanto trapela, l’operazione coinvolge principalmente La Repubblica, le radio e le attività digitali, con un’offerta intorno ai 140 milioni di euro avanzata dal gruppo greco-saudita Antenna.
La società Antenna è dell’armatore greco Kyriakou ma è partecipato al 30% dal fondo Pif del principe saudita Mohammad bin Salman, ed ha fatto sapere di non essere interessato all’acquisizione de La Stampa.
Il futuro dello storico quotidiano di Torino (da sempre proprietà della Fiat prima e della Exxor poi), definito dagli operai torinesi con il soprannome emblematico e di certo non lusinghiero di La Busiarda, resta dunque incerto e il rischio di chiusura sembra materializzarsi concretamente.
Per l’acquisizione del gruppo editoriale Gedi si era fatto avanti anche Leonardo Del Vecchio, attuale padrone e figlio del fondatore di Luxottica, il quale aveva presentato un’offerta da circa 140 milioni di euro tramite la sua società Lmdv per contendere all’imprenditore greco le attività editoriali e le radio del gruppo editoriale.
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L’euro-cleptocrazia non crede davvero alla guerra con la Russia
di comidad
Cos’è peggio per il sionismo in termini di comunicazione? Che si possa criticare liberamente Israele, oppure associare la propria immagine a quella di Maurizio Gasparri? La risposta dovrebbe essere ovvia, eppure il sionismo ufficiale ha dato il suo pieno appoggio al DDL Gasparri, che da un lato identifica l’antisionismo con l’antisemitismo, ma dall’altro lato identifica la difesa del sionismo con la faccia di esponenti della fintocrazia, cioè personaggi privi di una propria consistenza, e che si accreditano solo in quanto cheerleader del potente di turno. Il fatto che la politica non abbia più iniziativa propria ma si muova solo per sollecitazioni lobbistiche, comporta l’impossibilità di produrre una propaganda narrativamente coerente, e quindi il ripiego su spot pubblicitari ad hoc. In questi spot si verifica però uno strano rovesciamento della logica pubblicitaria: non è più il testimonial dello spot a trasmettere la propria credibilità al prodotto, ma è il prodotto a dover accreditare il testimonial, con l’effetto scontato di deteriorare ulteriormente l’immagine di entrambi. Una sorta di suicidio iconografico.
Anche il contenuto dello spot è un controsenso pubblicitario; visto che è diventato impossibile parlare bene del prodotto, allora si vorrebbe impedire di parlarne male. Gasparri ha trovato emuli e imitatori anche all’interno del PD. D’altra parte c’è nella cosiddetta “sinistra” una tradizione di politicamente corretto che ha aggirato e raggirato la mitica certezza del diritto, inventando i reati d’odio.
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Non ingenua, non impreparata. Perché la nostra classe politica è proprio stupida?
di Oscar Monaco
Riprendo il dibattito lanciato da Clara Statello sul canale YT Polivox e provo a dire la mia.
La classe politica italiana è stupida. Non ingenua, non impreparata: proprio stupida. Non è un giudizio morale e la stupidità non è un incidente, è una funzione. Alcune società hanno bisogno di dirigenti intelligenti; altre, non avendone più alcun bisogno, finiscono per selezionare dirigenti stupidi in modo del tutto naturale.
Capisco benissimo, e condivido, la tesi secondo cui una parte cruciale della mediocrità della nostra classe dirigente deriva dalla perdita di sovranità nazionale e dall’inserimento dell’Italia come periferia obbediente dell’impero americano. È vero: un Paese che non decide nulla non ha bisogno di decisori. Ma questo, da solo, non spiega tutto. Se fosse solo un problema di subordinazione, allora tutti i Paesi che vivono nella stessa condizione, o peggiore, avrebbero classi dirigenti altrettanto grottesche. E invece no.
Il caso della Germania è illuminante: in politica estera Berlino è probabilmente vincolata almeno quanto Roma, se non di più. Eppure negli ultimi decenni ha espresso dirigenti tutt’altro che stupidi, da Merkel in giù, indipendentemente dal colore politico. Questo perché ha mantenuto una struttura produttiva complessa, che costringe la politica a pensare, capire, negoziare, pianificare. Quando hai intere filiere industriali da difendere, la politica non può essere un dopolavoro per influencer. Naturalmente, anche la Germania è ormai ben avviata sulla strada dell’italianizzazione, con la deindustrializzazione accelerata, l’erosione delle sue certezze economiche, la crescente dipendenza energetica e militare.
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Potenza e impotenza contemporanee
Lotte senza rivoluzione
di Maurizio Lazzarato
Come mai tutte le mobilitazioni di massa degli ultimi trent’anni non sono riuscite a produrre e stabilizzare nuovi rapporti di forza, né a inventare forme di organizzazione capaci di passare alla controffensiva?
È questa la grande domanda a cui prova a rispondere Maurizio Lazzarato. Secondo l’autore, la causa va ricercata nella scomparsa dall’orizzonte politico dell’idea stessa di rivoluzione. Per questo, sostiene, «siamo incapaci di definire la natura della macchina di potere Capitale-Stato che ci domina e di cogliere le diverse forme di conflitto che occorrerebbe organizzare per distruggerla».
Oggi pubblichiamo la prima parte della sua analisi.
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È molto più facile condurre analisi geopolitiche, descrivere l’equilibrio di potere tra gli Stati e i loro grandi spazi, che comprendere le ragioni dell’impotenza politica dei movimenti che si è manifestata dagli anni Settanta in poi. Non che non ci siano state formidabili mobilitazioni di massa contro il capitalismo e lo Stato. Anche recentemente, le rivolte della Generazione Z nel Sud del mondo o contro il genocidio dei palestinesi sono certamente espressione di potenza.Vincent Bevins, un giornalista statunitense, nel libro If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution, afferma che tra gennaio 2011 e la fine del 2019 ci sarebbe stato un ciclo di lotte senza precedenti nella storia del capitalismo, superiore persino a quello dei movimenti del ’68. L’opera analizza i movimenti che hanno scosso, e talvolta sconvolto, le strutture politiche e istituzionali di dieci paesi (Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Corea del Sud e Cile) a partire dal 2008.
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Le Big Tech sono i nuovi Sovietici. Ora viviamo in un’economia pianificata
di Yanis Varoufakis
Gli entusiasti del libero mercato non hanno nulla da festeggiare e molto da rimpiangere. Ma ci vorrà un’anima coraggiosa tra loro per guardare in faccia la realtà. Proprio come i marxisti filosovietici continuarono a negare il fallimento dell’esperimento sovietico per molti anni dopo il 1991, così gli ideologi del libero mercato si rifiutano di ammettere che il capitalismo ha generato una forma di capitale – il capitale cloud – che ha sostituito i mercati con qualcosa che risale al passato sovietico. Nel processo, ha ucciso il capitalismo.
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I cosiddetti Magnifici Sette delle Big Tech sono sulla bocca di tutti. Le esorbitanti valutazioni azionarie di Google, Meta, Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon e Tesla suscitano un misto di stupore e paura. I loro investimenti da mille miliardi di dollari nell’intelligenza artificiale spingono alcuni a prevedere un futuro roseo e altri a temere l’impoverimento dell’umanità, la disoccupazione e persino i licenziamenti. In questo frastuono travolgente, è facile perdere di vista il quadro generale: un nuovo tipo di capitale sta uccidendo i mercati, l’habitat del capitalismo.
All’inizio, il capitalismo era sostenuto dalla fede nei mercati competitivi. Nella fantasia liberale, guidata da Adam Smith, fornai, birrai e macellai lavoravano in mercati così spietati che nessuno riusciva a guadagnare più del minimo indispensabile per mandare avanti le proprie piccole attività a conduzione familiare. Questo, a sua volta, ci forniva il pane quotidiano, la birra e la carne.
Poi arrivò la seconda rivoluzione industriale e i conglomerati il cui potere di mercato avrebbe fatto piangere di gioia Smith. Questa era l’era delle grandi imprese e dei “baroni ladri”. E così fu creata un’altra fantasia – neoliberista – per giustificare le nuove grandi bestie che ora monopolizzavano quasi tutti i mercati rilevanti. Joseph Schumpeter, ex ministro delle finanze austriaco che aveva fatto dell’America la sua casa, fu il più efficace sostenitore del nuovo credo. Il progresso, sosteneva, è impossibile nei mercati competitivi.
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La responsabilità globale della Cina del XV Piano Quinquennale in un mondo in subbuglio
di Zhou Shucheng*
Il testo, traduzione rimaneggiata di un articolo della rivista Zhongguo Jingji Baogao ‘Rapporto sull’economia cinese’ (2025 n. 16), è significativo tanto per quello che dice quanto per quello che tace.
A essere sottaciuta (sotto la dizione anodina: ‘ostacoli lungo il percorso’) è evidentemente tutta l’esperienza maoista, gli strappi e le accelerazioni del Grande Balzo in Avanti e della Rivoluzione Culturale (scatenati dal sospetto che in uno sviluppo pianificato dalle alte sfere della tecnocrazia alle masse popolari non rimanesse che un ruolo da formiche operaie), a essere esaltata è un’economia mista pubblica e privata ma interamente sottoposta alla direzione centralizzata statale e con un accesso al benessere ‘graduato’, prima i ceti urbani poi quelli contadini, in un rovesciamento del primo decennio delle riforme; il modello è quello dell’imborghesimento graduato di tutto il popolo anziché la sua proletarizzazione in senso maoista, il mito è quello del consumismo, a fondamento dello sconfinato mercato interno, confortato da redditi sufficienti a sorreggerlo.
A essere esaltata è insomma la concezione olistica della società ben diretta dall’alto, preoccupata di assicurare in parallelo con lo sviluppo economico una crescita sociale che lo sostenga e se ne compiaccia. Difficile non sentire riecheggiare in sottofondo l’antica formula di Giovenale: ‘panem et circensens’.
Impressionante l’ammissione di essere un ‘paese ritardatario’, qualifica data dal grande capitalismo internazionale, solo per la certezza di potersene liberare presto, quando la Cina si sentiva all’avanguardia proprio perché non faceva parte né si commisurava ai due blocchi del capitalismo statunitense ed europeo e del revisionismo sovietico. Ora si ambisce a sconfiggere il nemico sul suo stesso terreno invece che a imporre un terreno diverso.
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Nuova strategia Usa e chi non vuol capire
di Giorgio Ferrari
A proposito della nuova strategia degli Stati Uniti e le reazioni che ha suscitato
L’accoglienza riservata da quasi tutti gli organi di stampa italiani, sopratutto quelli di area esplicitamente democratica, al documento della Casa Bianca (National security strategy 2025) è stata – a mio modo di vedere – ipocrita e anche miope.
Di tutto il suo contenuto, quello che viene posto in risalto è l’attacco all’Europa, omettendo di citarne o banalizzandoli, molti altri aspetti niente affatto irrilevanti.
Ho già espresso il mio punto di vista su Trump (https://www.labottegadelbarbieri.org/la-retorica-del-male-assoluto-e-il-tracollo-della-democrazia/) ma ritengo utile riportare un brano del mio intervento perché mi sembra assolutamente pertinente all’argomento di cui si discute oggi.
Trump ha fatto capire agli alleati europei che l’Atlantismo da Truman in poi (non quello di Roosevelt che era ancora un “patto” anti nazista esteso all’Urss), iniziato con il bombardamento atomico del Giappone e proseguito con la guerra fredda e con la Nato, non gli interessa più di tanto perché è superato dagli eventi storici occorsi negli ultimi 35 anni (caduta dell’Urss) e se l’Europa vuole continuare a mantenerlo in piedi che se lo paghi e, soprattutto, se ne assuma le responsabilità politiche. Queste cose Trump le sosteneva già durante la sua prima presidenza o ci si è dimenticato che il ritiro dall’Afghanistan fu deciso da lui (accordo di Doha del febbraio 2020) e poi effettuato con ritardo da Biden nel 2021? Trump non vuole continuare a finanziare guerre, non perché sia un pacifista, ma perché gli costano molto di più di quanto gli rendano e se ne promuoverà una sarà con la Cina, vero antagonista globale ma soprattutto commerciale, come s’è visto con la guerra dei dazi.
Questa rimodulazione dell’Atlantismo, dopo la pubblicazione del documento della Casa Bianca, è interpretata, a seconda dei casi, come un tradimento; un regalo alla Russia o un tentativo di destabilizzare l’Europa (il più gettonato) e non c’è verso che chi azzarda queste considerazioni le inquadri, con un minimo di realismo, nel contesto internazionale. Ma andiamo con ordine.
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L’export cinese (anche con i dazi) fa boom: 3,4 trilioni
di Piero Orteca*
E Pechino batte tutti i record
Certo, il primo a essere quasi stupefatto della performance manifestata dal colosso asiatico è stato lo stesso Wall Street Journal, che ha sparato la notizia “di testa” in prima pagina, accompagnandola con grafici più che eloquenti.
E il motivo è semplice: gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto una vera e propria guerra commerciale contro la Cina per tutto il 2025. È il risultato è stato quello (quasi simmetrico) che si può riscontrare anche nella sfera geopolitica: Pechino si è rifatta con gli interessi, puntando su rinnovate alleanze con i Paesi del Sud del mondo e con i cosiddetti “non allineati”.
Anche se poi, a leggere con attenzione i dati, si scoprono verità insospettabili. Come quella di un’Europa che a parole sproloquia di sacri principi e poi nei fatti, vigliaccamente, corre in Cina a trattare dietro le quinte i sordidi interessi di bottega nazionali. Questo tanto per ricordare di chi stiamo parlando.
Dunque il WSJ titola eloquentemente: “Il surplus commerciale della Cina supera i mille miliardi di dollari, sottolineando il suo predominio nelle esportazioni”. Per poi aggiungere nell’incipit che quest’anno ha superato per la prima volta “un traguardo che sottolinea il predominio raggiunto dal Paese in ogni settore, dai veicoli elettrici di fascia alta alle magliette di fascia bassa. Nei primi 11 mesi dell’anno – prosegue il Journal – le esportazioni cinesi sono aumentate del 5,4% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 3,4 trilioni di dollari, mentre le importazioni sono diminuite dello 0,6% nello stesso periodo, attestandosi a 2,3 trilioni di dollari.
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Gli Stati Uniti dichiarano guerra all'Europa
di Scott Ritter, forumgeopolitica.com
L’amministrazione Trump ha pubblicato il suo tanto atteso documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale. È una buona notizia per coloro che auspicano migliori relazioni con la Russia basate sul rispetto reciproco e sulla co-prosperità. È una cattiva notizia per i guerrafondai globalisti che hanno trasformato una partnership transatlantica in una piattaforma di conflitto perpetuo.
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Nessuna espansione della NATO. Il riconoscimento che la politica di espansione incontrollata della NATO ha danneggiato gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. E una dichiarazione schietta che l’Europa, nella sua attuale traiettoria di scontro con la Russia, rappresenta una minaccia per gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Questi sono alcuni dei principali insegnamenti tratti dalla Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti, recentemente pubblicata. La NSS è un documento fondamentale prodotto dal potere esecutivo degli Stati Uniti che delinea le priorità e le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e definisce una strategia ampiamente definita per affrontarle. La pubblicazione della NSS è un requisito legale stabilito dal Goldwater-Nichols Act del 1986 e funge da documento politico fondamentale su cui si basano altre linee guida per l’attuazione, come la Strategia Militare Nazionale degli Stati Uniti, pubblicata dal Dipartimento della Difesa/Guerra.
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Svelati i piani di guerra diretta contro la Russia dei Paesi NATO
di Clara Statello
I piani dei “volenterosi” per la guerra in Ucraina
Karl Marx scriveva che la cultura (della classe) dominante interpreta la realtà capovolgendola come in una camera oscura. Tale metafora potrebbe applicarsi alle narrazioni della propaganda dell’EUristocrazia, l’attuale élite europea al potere.
Ad esempio, nei giorni scorsi il capo della diplomazia europea, l’estone Kaja Kallas, ha catturato l’attenzione pubblica con alcune affermazioni che oltre a sfidare la storia, sfidano la realtà.
“Negli ultimi 100 anni, nessun paese ha attaccato la Russia, ma la Russia ha attaccato 19 paesi”.
Si tratta di un capovolgimento palese della storia. Inoltre:
"Se vogliamo prevenire la continuazione di questa guerra, dobbiamo limitare l'esercito della Russia, così come il suo bilancio militare".
Questa affermazione, invece, è fuori dal campo del reale, dal momento che capovolge i rapporti di potenza esistenti. La NATO ha dimostrato sul campo di battaglia di non avere nessuna leva per imporre alcunché alla Russia.
Qualcuno potrebbe ingiustamente pensare che la Kallas abbia perso il contatto con la ragione, ma si sbaglia. La storia non si spiega con la pazzia dei leader politici o dei capi militari. La realtà è ben più complessa (e drammatica).
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