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Per una seria cultura generale comune
Una proposta di Lucio Russo
di Fernanda Mazzoli
Con il suo ultimo libro, Perché la cultura classica. La risposta di un non classicista, Lucio Russo, fisico, docente di Calcolo delle probabilità e storico della scienza, affronta con rigore argomentativo e nitida scrittura una serie di temi che dovrebbero figurare al centro del dibattito pubblico, troppo attento, invece, a seguire le chimere imposte dalle mode del momento e dagli imperativi del sistema mediatico di produzione e diffusione delle idee.
Sono temi di grande rilevanza sia per una migliore comprensione della cultura europea, esaminata sotto il rapporto del suo inestinguibile debito con la civiltà classica, sia per una quanto mai opportuna riflessione sugli attuali percorsi formativi ed una loro possibile ridefinizione, capace di rovesciare il paradigma dominante del gretto utilitarismo della “scuola delle competenze”.
L’autore, avvalendosi di una solida documentazione capace di coinvolgere e collegare ambiti disciplinari diversi, dimostra che le civiltà greca e romana hanno contribuito in modo determinante a dare forma e linfa vitale a tutte le declinazioni della cultura – scienze naturali , matematica, filosofia, pensiero politico, diritto, storiografia, linguistica, arte, letteratura – e hanno giocato un ruolo chiave nell’elaborarazione di concetti fondamentali (come quello di “democrazia”) per la storia e il pensiero dell’Occidente, almeno fino a tutto il XIX secolo.
Questo sguardo complessivo ed unitario ha il grande merito di fare giustizia di alcuni luoghi comuni, primo fra tutti quello che istituisce un’artificiosa separazione tra studi scientifici ed umanistici che – proprio nel loro rapportarsi alle fonti classiche – rivelano più punti di contatto di quanto la vulgata, anche pedagogica, riconosca.
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L’imperialismo Usa, l’Ue, il governo Conte e i compiti dei comunisti e della sinistra di classe
di Fosco Giannini
Chi ha vissuto il PCI, quello originario, sa bene che al suo interno, la vita dibattimentale era segnata da qualcosa che era ben più di una ritualità, essendo invece un vero e proprio stile di lavoro: ogni riunione, dalla più piccola Sezione di montagna alla Segreteria Nazionale, era aperta, a prescindere dall’ordine del giorno ( fosse esso relativo alla chiusura di una farmacia comunale di un paesino o alle questioni del governo nazionale) dalla delineazione del contesto internazionale, da cui il resto, poi discendeva. Ciò perché, giustamente, vigeva in quel grande Partito la legge filosofica hegeliana e marxista della “totalità delle cose”, che proprio Hegel – ripreso da Marx- così, in estrema e brillante sintesi, definiva: “il Vero è il Tutto”.
Anche ora, per tentare di districarsi in questo apparente ginepraio politico e sociale che oggi segna l’Italia, ( ginepraio solo apparente, poiché ogni cosa, in Natura e nella Storia, ha un’origine, una base materiale, che occorre mettere in luce, ed è qui la difficoltà), per tentare di decodificare in termini materialisti e profondi il governo Conte e l’alleanza politica tra M5S e Lega e per cercare di definire, conseguentemente, i compiti dei comunisti e della sinistra di classe in questo Paese, occorre riassumere lo stile di lavoro tradizionalmente comunista, di ogni comunista e marxista serio e iniziare a mettere dunque a fuoco il contesto internazionale in cui il governo giallo-verde italiano si è costituito.
Un’impostazione analitica di questo tipo ( che fa derivare, come tuttavia è inevitabile che sia, la fase italiana dalla totalità delle dinamiche internazionali) richiederebbe uno spazio che in questa sede non possiamo permetterci: dunque, procederemo con sintesi estreme ed alcune brutalizzazioni.
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Il partito (italiano) che vuole l'Italia in crisi
Federico Ferraù intervista Alessandro Mangia
Perché con il deficit Macron può fare quello che gli pare e noi no? Perché il partito del pareggio di bilancio in Italia è così agguerrito? L'analisi e lo scenario
Un antipopulista a vocazione continentale che fa il populista alla bisogna, approfittando del fatto che il suo paese è ancora troppo importante per essere commissariato. Un economista che rilascia interviste da premier in pectore, facendo della riduzione del deficit e del debito il comandamento di una religione secolare. In attesa che il patto M5s-Lega si rompa, magari con l'aiuto del Colle, per andare a Palazzo Chigi. C'entrano le due cose? Eccome, secondo Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale nell'Università Cattolica di Milano.
* * * *
Dopo che Macron ha comunicato di voler aumentare il deficit fino al 2,8% per tagliare 25 miliardi di tasse, Di Maio ha detto: facciamo anche noi il 2,8% come loro. Alla luce di quanto accaduto fino ad oggi, però, noi non abbiamo potuto fare quello ha fatto la Francia: perché?
Perché la Francia, nell'assetto attuale d'Europa, è un elemento essenziale per la tenuta del sistema di potere che si è instaurato dopo la crisi del 2010-2011. E quindi le va lasciato margine di manovra. Senza la foglia di fico francese dell'asse franco-tedesco sarebbe evidente a tutti chi domina e chi è dominato in Europa: e l'Europa si ridurrebbe alla sola Germania e ai suoi sottoposti.
Vuol dire che in cambio di una parte in commedia, alla Francia viene lasciata maggiore libertà di bilancio?
Proprio così. Una libertà di bilancio e di spesa che, però, stanti le caratteristiche strutturali della moneta unica, si traduce in maggior debito e maggior deficit sull'estero.
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Per una vera cultura industriale, rompere con l'infantilismo tecnologico
di Amar Bellal
Testo di Amar Bellal in preparazione del prossimo Congresso del PCF - da lepcf.fr
Un tema centrale
L'industria è il cuore della produzione di ricchezza di un paese: possiamo tirare qualsiasi filo dell'attività umana, l'istruzione, il settore sanitario, i trasporti, alla fine ci sarà inevitabilmente un processo di produzione, una fabbrica, per dirla in parole semplici. Il settore dei servizi è spesso solo al servizio di un processo industriale o è strettamente dipendente da esso: senza un settore industriale forte, che si aggira intorno al 10-15%, un paese è condannato, a più o meno lungo termine, perché costretto ad importare massicciamente i prodotti che consuma, con conseguente squilibrio nella bilancia commerciale e impoverimento. Un paese che vivesse solo con un settore primario e un settore terziario non potrebbe sopravvivere a lungo. Questa deve essere una parte importante della nostra riflessione.
Una grave mancanza di cultura industriale nel partito
Tuttavia, vi è una difficoltà. La sociologia del partito è molto cambiata, soprattutto tra coloro che animano i collettivi di idee e coloro che hanno il compito di raccogliere la nostra riflessione su questo tema: molti insegnanti, compagni di scienze umane, che non sempre hanno molta esperienza in questi settori. Non si tratta qui di incolparli, naturalmente, l'autore di queste righe ne fa parte. Ma siamo d'accordo: questo spesso si traduce in una mancanza di interesse e di competenza su questi temi nel partito. Questa perdita di competenze è drammatica perché apre la strada a utopie di ogni tipo, facilmente accessibili, che danno l'impressione di fornire una cultura in questo campo a costi contenuti.
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Contro le sinistre "codiste"
di Emiliano Brancaccio
Stralci dell’intervento di Emiliano Brancaccio alla conferenza GUE/NGL tenuta a Napoli il 25 settembre 2018
Pochi mesi fa alcuni giornalisti molto noti in Italia, che potremmo definire “liberali”, parteciparono a una serie di dibattiti con il leader di CasaPound, tenuti proprio nelle sedi dell’organizzazione neofascista. Enrico Mentana è la più nota delle illustri firme del giornalismo italiano che hanno preso parte a quelle iniziative.
Le motivazioni di Mentana e degli altri giornalisti liberali si possono riassumere nella celebre massima attribuita a Voltaire, peraltro apocrifa: “non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire purché tu possa dirlo”.
Ebbene, non saprei esattamente spiegare il perché, ma da qualche giorno la mia mente viene continuamente catturata da un’immagine: quella del militante fascista tipo che ascolta con attenzione e deferenza questa massima, mentre lucida la sua spranga in attesa di qualche nuova testa da spaccare.
***
Naturalmente Mentana non è l’unico responsabile di una sottovalutazione del potenziale di sviluppo della violenza fascista.
La minimizzazione della minaccia nera, talvolta persino le connivenze con essa, sono aspetti tipici del rapporto controverso che molti liberali hanno storicamente intrattenuto con i fascisti.
Persino Benedetto Croce, il più celebre filosofo liberale italiano, commise in fin dei conti un errore di sottovalutazione: egli concepì il fascismo come una banale “ubriacatura”, un accidente pressoché casuale, una fugace “parentesi” causata dalla guerra. Altri studiosi, di orientamento analogo, hanno aggiunto che il fascismo è stato una mera reazione alla minaccia comunista e che in assenza di questa non potrà mai riaffiorare.
Gli odierni liberali la pensano più o meno in questi modi, direi tutti piuttosto rassicuranti. A loro avviso, ieri il fascismo fu una parentesi accidentale e oggi non costituisce una reale minaccia.
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“Marx e la follia del capitale”
Un confronto fra Harvey e Critica del valore
di Giordano Sivini
In Marx e la follia del capitale Harvey si imbatte nella Critica del valore ma evita il confronto
Harvey si auto colloca nell’alveo marxista “radicato nella relazione di classe tra capitale e lavoro”.1 Entro questa tradizione opera una distinzione tra il capitalismo, inteso come sistema intriso del valore che ci imprigiona, e il suo motore che produce valore riconfigurando attraverso grandi crisi i rapporti sociali capitalistici, i quali retroagiscono riproducendo il rapporto tra capitale e lavoro costitutivo del capitale. Secondo Harvey “la posizione di Marx (…) è che il capitale probabilmente può continuare a funzionare indefinitamente, ma in modo tale da provocare un degrado progressivo della terra e un impoverimento di massa, aumentando drasticamente la disuguaglianza fra le classi sociali, e, insieme, producendo la disumanizzazione della maggior parte dell’umanità, che verrà tenuta sottomessa da una negazione sempre più repressiva e tirannica del potenziale di sviluppo umano individuale”.2
Harvey è considerato “probabilmente il più eminente studioso marxista vivente”,3 un “classico della scrittura marxista”.4 Nel suo lavoro teorico e nella sua prolifica attività divulgativa non aveva mai fatto menzione della Critica del valore. Lo fa in Marx e la follia del capitale, l’ultimo libro in cui riprende e ripete in modo discorsivo le sue convinzioni teoriche, e introduce anche un nuovo concetto – l’anti-valore – con l’obiettivo di spiegare il nesso tra finanziarizzazione e valorizzazione in maniera compatibile con la sua teoria della sopravvivenza del capitalismo alle sue crisi.
La citazione della Critica del valore evidenzia le difficoltà in cui Harvey si trova nello sviluppare questo obiettivo, e, più in generale, nel continuare a sostenere la tesi della riproducibilità senza fine del capitalismo, i cui fondamenti teorici risalgono agli anni ’70 del ‘900. Con l’introduzione del concetto di anti-valore gli sembra di poter dimostrare che il capitalismo si sta riproducendo sulla base di un intreccio inedito tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di valore. Senonché dall’interno della Critica del valore, proprio intorno al rapporto tra capitale produttivo di interesse e capitale produttivo di valore, Ernst Lohoff fa emergere l’ineluttabilità della fine del capitalismo, sulla base di elementi che Harvey non ha preso in considerazione.
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«Liberista sfrenato, a volte persino selvaggio»
La democrazia costituzionale ed i suoi nemici
di Bazaar
In un interessante articolo, Luciano Capone, giornalista de “Il Foglio”, ci porta nei meandri del pensiero elitista di matrice liberale, regalandoci minuti di autentica estasi intellettuale.
Chiaramente non perché si condivida alcunché dell’elaborazione del giornalista, ma, se si desidera usare una metafora, si può affermare che ci si addentra nell’analizzare l’articolo con lo stesso entusiastico interesse con cui un oncologo esamina una biopsia particolarmente rivelatrice di una forma di cancro; o con l’appassionata curiosità di uno psichiatra che valuta gli effetti particolarmente vistosi di un paziente affetto da grave psicosi.
L’articolo si apre indicativamente così, non con una fenomenologia di fatti, ma con una serie di (pre)giudizi sulle orme della tradizione “elitistico-liberale”:
«Stiamo vivendo in un’epoca storica particolare. Le persone si trovano di fronte a problemi epocali – come la stagnazione economica o l’immigrazione – sono molto arrabbiate perché non vedono una via d’uscita all’orizzonte e in questa situazione vengono preferite le spiegazioni semplicistiche e le soluzioni facili a quelle più articolate».
1 – Teorema della memoria corta (detto anche l’Alzheimer del liberista, oppure morbo di Al)
Secondo Luciano Capone – senza alcun riferimento al capitalista liberale statunitense, «sfrenato, e a volte persino selvaggio» – quest’epoca storica sarebbe «particolare»; ovvero i fatti sociali che la caratterizzano non sarebbero già conosciuti e studiati da un’abbondante letteratura (Bagnai 2011).
Siamo alla terza (alla terza!) globalizzazione, e gli effetti del «capitalismo sfrenato» – come diceva l’amico di Al, Karl Popper – del liberoscambismo «selvaggio», della deregulation finanziaria, sono dibattuti e discussi almeno dai tempi di Adam Smith.
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Mutamenti nel quadro mondiale
La politica internazionale di Donald Trump, la Ue, l’Italia
di Andrea Catone
Abstract
Prima e dopo l’elezione di Trump assistiamo ad un duro scontro interno alla classe dominante Usa. È fallito, a quasi 30 anni dalla fine dell’Urss, il “progetto americano per il nuovo secolo” di essere la superpotenza incontrastata nel mondo (unipolarismo). La straordinaria ascesa della Cina, la riorganizzazione della Russia sotto la direzione di Putin, l’emergere di nuovi soggetti sulla scena mondiale ne determinano il fallimento. Trump cambia linea, non per accettare però un mondo veramente multipolare, ma nel tentativo di affermare su una base più solida il primato americano. Non smantella, ma rafforza il complesso militar-industriale (aumenta la spesa per il 2019), né il sistema di basi e di alleanze militari sotto stretto controllo USA, in primis la NATO. E, insieme, punta al rilancio della base industriale, indebolitasi negli ultimi decenni, con una politica protezionistica e la dura guerra commerciale non solo contro la Cina, ma anche contro i paesi capitalistici – dalla Ue al Canada al Giappone – che hanno costituito dopo il 1945 il “blocco occidentale”. Trump vuole rompere ogni organismo di cooperazione internazionale, in modo da trattare da maggiori posizioni di forza con ogni singolo paese. La Ue vive oggi una crisi profonda politica, morale, di progetto. In questa crisi si inserisce ora l’azione di Trump apertamente contro la Ue. L’implosione della Ue avrebbe oggi un forte segno di destra – come mostra in Italia la forte ascesa della Lega – e porrebbe ogni singolo paese europeo ancor più sotto il controllo USA.
* * * *
L’irrompere sulla scena politica interna e internazionale di Donald Trump, insediatosi (nonostante abbia ricevuto 2.800.000 voti in meno della candidata del partito democratico Hillary Clinton[1]), il 20 gennaio 2017 alla Casa Bianca quale 45° presidente della potenza con il più alto Pil, il più forte arsenale e la più grande presenza militare del mondo, con basi istallate in oltre 150 paesi, muta il quadro dei rapporti internazionali a livello mondiale. Nessuna analisi del quadro mondiale e dei rapporti internazionali può prescindere dal ruolo degli Usa.
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L’Argentina nel cuore!
Quando la violenza del potere produce organizzazione e lotta
di Angelo Zaccaria
Con sincero e grande piacere, torno a proporvi un articolo di Angelo Zaccaria, di rientro da un lungo viaggio in Argentina, di cui ci propone una cronaca appassionata, approfondita e come sempre mai banale. Grazie Angelo e buona lettura! A.G.
Mi azzardo per la prima volta a scrivere sull’Argentina, dove mi recai per la prima volta 15 anni fa, e dove sia quest’anno che l’anno scorso ho soggiornato per due periodi abbastanza lunghetti. Per questo azzardo devo ringraziare amici ed amiche, argentine e non, che vivono da quelle parti, per le loro preziose parole, racconti, consigli. Un ringraziamento particolare va a Marcela, Fabiana, Norma, Blanca, Nico, Carlos, Guillermo e Dario Clemente.
Partirei con alcuni dati sul paese, utili a inquadrarlo meglio. Estensione di quasi 2.800.000 chilometri quadrati, oltre nove volte l’Italia. Abitanti circa 43 milioni. Età media di circa 31 anni, mentre in Italia è di 44 anni e mezzo. La capitale Buenos Aires si trova al centro di una area metropolitana di 14 milioni e mezzo di abitanti, dei quali circa 3 vivono in Capital Federal ed oltre 11 milioni nella Grande Buenos Aires, chiamata anche Conurbano, quello che a Milano si chiamerebbe Hinterland.
Procederò per punti, focalizzandomi su alcuni aspetti della realtà sociale e politica argentina, che mi sono sembrati più importanti. Preciso che la maggior parte delle mie permanenze, sia quelle più lontane che le più recenti sono state a Buenos Aires, Capital Federal, e quindi il mio sguardo sul paese è molto filtrato e in qualche modo limitato da questo. Aggiungo anche però che per la storia argentina e per le stesse dimensioni della Grande Buenos Aires, questa ha sempre svolto un ruolo rilevante nella vicenda politica argentina.
L’attuale fase politica
Nel 2004, anno della mia prima permanenza significativamente lunga in Argentina ed a Buenos Aires, ricordo un clima di grande mobilitazione politica e sociale. I blocchi dei Piqueteros, paragonabili al nostro movimento dei disoccupati organizzati, erano praticamente quotidiani ed in vari casi ad oltranza.
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“I paesi della periferia europea hanno bisogno di una moneta diversa dall’euro”
di Luciano Vasapollo e Rita Martufi
Per tanti anni i pagamenti internazionali si sono effettuati maggiormente mediante il trasferimento di dollari tra le banche private. Nonostante il dollaro non fosse già più ufficialmente oro, e contro l’opinione di molti esperti, continuò ad essere la moneta internazionale di riferimento nonostante avesse perso molto del suo valore, nei suoi peggiori momenti della crisi. Ci sono autori che danno conto di questo deprezzamento verificatosi durante gli anni Settanta, nel contesto della così detta prima crisi del petrolio, poi dell’energia e industriale, e infine economica, con la volontà dei governi Nixon-Ford e Carter di migliorare il saldo commerciale estero statunitense, ripetutamente in rosso dal 1970.
Possiamo vedere come il dollaro abbia lentamente perso il proprio dominio a favore principalmente dell’euro, che dopo un periodo iniziale di espansione ha registrato come tutte le valute una contrazione, dovuta all’inserimento e alla rapida affermazione come moneta di riserva del Renminbi cinese. Con la finanziarizzazione dell’economia, e quindi con la messa a rendita dei profitti e con la compressione del monte salari complessivo, il modello, della cosiddetta golden age, viene a cadere e anzi si inverte il ruolo degli operatori economici. La riduzione del monte salari complessivo nella redistribuzione del PIL ne diminuisce ovviamente la capacità di acquisto e la propensione al risparmio, tramutando l’operatore famiglia, quindi i lavoratori, da risparmiatori creditori a consumatori poveri indebitati, con l’aumento delle mille forme di ricorso al debito per sostenere i consumi anche di prima necessità. Allo stesso tempo, la sempre più evidente redistribuzione del valore aggiunto ai redditi da capitale, e la trasformazione dei profitti in rendite, disincentiva di fatto la propensione all’investimento produttivo.
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Il futuro in gioco: compendio di metafisica finanziaria
di Giovanni De Matteo
Alta finanza e guerre tra algoritmi: 6|5 di Alexandre Laumonier, esperto di high frequency trading e AI
“Un investimento è come comprare un futuro. Non è un’opzione a comprare, è un vero futuro, comprato in anticipo rispetto all’evento”, scrive Kim Stanley Robinson in New York 2140, monumentale atto d’accusa contro il mercato e la sua ristrettezza di orizzonti, capace di calarsi tra gli altri nel punto di vista di uno speculatore attivo in quella che definisce “geofinanza ad alta frequenza”: il futuro mercato delle proprietà litoranee sommerse o minacciate dallo scioglimento dei ghiacci in seguito all’avverarsi delle temute conseguenze del riscaldamento globale.
A cominciare da questo, molti sono i passaggi di New York 2140 che affiorano dalla memoria nel corso della lettura di 6|5, superbo saggio di Alexandre Laumonier che ripercorre la transizione della finanza nel dominio della matematica computazionale. L’autore si è dedicato a lungo all’analisi della microstruttura dei mercati, e da qualche tempo ha iniziato ad analizzarla anche dal punto di vista dell’antropologia storica, dando piena espressione a una sensibilità che già vediamo in embrione in queste pagine. Il volume è frutto di un’intensa attività sul campo che ha avuto il suo avamposto operativo in Sniper in Mahwah, un blog dedicato alle tecnologie di trading ad alta frequenza (HFT) e alle reti di comunicazione sviluppate per ridurre la latenza negli scambi tra mercati geograficamente distanti.
Composto di due sezioni pubblicate a cavallo tra il 2013 e il 2014 e accolto come il primo libro in lingua francese sull’ascesa delle “piattaforme di negoziazione elettronica ultrarapide”, 6|5 è una storia della finanza raccontata con la verve di un thriller, dai primi passi compiuti nell’ambito della Scolastica medievale alla frontiera dei nuovi campi da gioco matematico-finanziari, passando per la progressiva informatizzazione del settore che ne suggella il distacco dalla sfera umana.
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Marchionne? Ha sacrificato la Fiat per salvarne i padroni
Gabriele Polo intervista Gianni Rinaldini
“Marchionne non ha salvato la Fiat, l'ha sacrificata per salvarne i proprietari. Del resto era stato assunto per questo, quindi ha fatto un ottimo lavoro, dal punto di vista degli eredi Agnelli”. Gianni Rinaldini fa uno sforzo di laicità: dopo il lutto per l'uomo, l'ex segretario generale della Fiom prova a superare la generalizzata santificazione del manager, fornendo il proprio punto di vista su chi è stato sua controparte e trarre un bilancio sugli esiti industriali, sindacali e sociali della fu maggiore impresa privata italiana targata Torino; ora gruppo americano con la testa a Detroit, quotata a Wall Street, sede legale ad Amsterdam e fiscale a Londra: “Assunto per gestire l'uscita della Fiat dall'auto, evitare il fallimento del gruppo che avrebbe travolto gli Agnelli – più di cento eredi, divisi in numerose famiglie e importanti cognomi – e arrivare al pareggio di bilancio, Sergio Marchionne ha svolto fino in fondo il compito che gli era stato assegnato. Salvando Exor, i suoi azionisti. E la Chrysler, grazie a Obama. Per poterlo fare ha sacrificato la Fiat, penalizzato gli stabilimenti italiani e soprattutto i suoi operai”.
* * * *
Marchionne arriva in Fiat nel 2003 e diventa amministratore delegato nel giugno 2004, dopo la morte di Umberto Agnelli e lo scontro della famiglia con Morchio che voleva diventare presidente oltre che a.d. del gruppo. Da allora è stato anche la tua controparte. Che impressione ne hai tratto?
Stabiliva rapporto diretti, senza alcuna formalità, andava al sodo – anche brutalmente – con un'idea molto precisa ed esplicita di “comando aziendale”; con i suoi collaboratori come con le sue controparti. Per questo ci fu chiaro fin da subito quale fosse il suo mandato: salvare la proprietà – chi l'aveva ingaggiato – dal disastro del gruppo Fiat riducendo il peso dell'auto fino a liberarsene, arrivando al pareggio di bilancio e permettere alla famiglia di muoversi più liberamente sul terreno della finanza, dell'immobiliare, delle assicurazioni.
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La questione dell'immigrazione
di Alessandro Pascale
“Una delle particolarità dell'imperialismo, collegata all'accennata cerchia di fenomeni, è la diminuzione dell'emigrazione dai paesi imperialisti e l'aumento dell'immigrazione in essi di individui provenienti da paesi più arretrati, con salari inferiori.” (Vladimir Lenin, da “L'Imperialismo, fase suprema del Capitalismo”)
La necessità di un approfondimento storico-politico
Quello che segue è un tentativo di ragionare sulla questione migratoria. Non si pretende di essere esaustivi ma di affrontare nel merito un tema su cui le sinistre hanno finora mostrato un'incapacità diffusa nella propria elaborazione e proposta politica.
Per un maggiore, necessario, approfondimento si rimanda all'opera “In Difesa del Socialismo Reale” (disponibile su www.intellettualecollettivo.it), ed in particolar modo alla parte storica riguardante “Le cause profonde del sottosviluppo africano” (vol. II, pp. 335-423), all'analisi della contemporaneità in “Le tecniche imperialiste per l'egemonia culturale (vol. II, pp. 1214-1345) e alle conclusioni (vol. II, pp. 1352-1362). Soprattutto in queste ultime pagine si trova un collegamento tra il dramma della fame del mondo, l'evoluzione delle diseguaglianze mondiali, la questione ambientale e un primo approccio sulla questione migratoria inquadrata nella sua globalità.
In quell'occasione ho mancato di articolare ulteriormente la questione, ritenendola risolta dall'evidenza dal quadro delineato fino a quel momento. Il carattere politico preminente che ha assunto la questione in Italia (e non solo) necessita però ulteriori riflessioni e articolazioni, che non pretendono di essere esaustive ma che intendono entrare nel vivo di un tema che è purtroppo diventato, grazie alla forza dei media e alla scaltrezza politica del reazionario Ministro dell'Interno Salvini, prioritario per la gran parte dell'opinione pubblica. Articolerò quindi la questione in cinque punti.
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La cura del linguaggio 3. Sovranità, sovranismo e sciocchezze
di Dante Barontini
Un fantasma si aggira per l’Europa. Il fantasma del sovranismo.
Ci perdonerete la parafrasi dell’immortale incipit di Marx, ma poche parole recenti hanno avuto successo quanto questa, anche se praticamente nessuno sa darne una definizione univoca, linguisticamente fondata. Eppure se chiedete a chiunque chi siano i “sovranisti” tutti ve ne indicheranno uno. Probabilmente molto diverso da altri che condividono l’identico stigma. “Quelli lì, insomma, no?”.
Proviamo a fare quel che ogni “bravo giornalista” fa quando si trova davanti a un termine ambiguo: consulta il dizionario. Siccome cerchiamo l’eccellenza – o l’incerta certezza di non scrivere fesserie – siamo andati a vedere sul dizionario più prestigioso, quello Treccani, per trovare una definizione scientifica..
Ma anche la mitica enciclopedia italiana, su questa parola, alza bandiera bianca. Citiamo:
sovranismo s. m. Posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione.
«Dove il necessario affievolimento di sovranità degli Stati a favore di un ordinamento sovrastatuale non tocca minimamente l’unità politica degli Stati-nazione. Solo da noi si riesce a sposare un “sovranismo” anti-europeo con una devolution anti-nazionale». (Andrea Manzella, Repubblica, 13 novembre 2002, p. 1, Prima Pagina)
«Brexit è la vittoria non del popolo, ma del populismo. […] È la rivincita, in tutto il Regno Unito, di coloro che non hanno mai sopportato che gli Obama, Hollande, Merkel e altri esprimessero la propria opinione su quello che essi si accingevano a decidere. È la vittoria, in altri termini, del “sovranismo” più stantio e del nazionalismo più stupido. È la vittoria dell’Inghilterra ammuffita sull’Inghilterra aperta al mondo e all’ascolto del suo glorioso passato». (Bernard Henry Levy, Corriere della sera.it, 27 giugno 2016, Politica, traduzione di Daniela Maggioni)
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Sulla sortita dell’Onu di inviare propri ispettori in Italia contro il razzismo
di Michele Castaldo
In tempi caotici – come quelli che stiamo attraversando in questi anni - succede di tutto, addirittura che l’Onu che ha garantito il bombardamento contro mezzo mondo da parte dell’Occidente, vuole inviare ispettori in Italia per verificare il livello di razzismo e di discriminazione nei confronti degli immigrati. Una vera e propria perla di difesa dei diritti umani. Com'è possibile, si sta capovolgendo il mondo? Ma come, un vero e proprio covo di briganti (come Lenin chiamava La società delle Nazioni che precedette l’Onu) che diventa all'improvviso un club di misericordiosi votati alla provvidenza umana? Bah, vacci a capire qualcosa.
In realtà la ragione di una simile iniziativa ha motivi ben più reconditi dell’accertamento di razzismo da parte delle istituzioni e del popolo italiani, perché le iniziative del governo giallo verde, attraverso il suo ministro degli interni, il ruspante Matteo Salvini, rischiano di fare più danni delle intenzioni da cui muovono.
La questione degli immigrati si pone in questo modo: per le potenze economiche occidentali è indispensabile che: a) affluiscano milioni di proletari per metterli in concorrenza con quelli indigeni, ridurre così drasticamente il costo della manodopera e tenere il passo con la concorrenza che avanza in modo spregiudicato particolarmente dall’Asia; b) fornire ai milioni di proletari impoveriti d’Africa una valvola di sfogo – il deflusso, appunto, verso l’Europa – per ridurre le tensioni nei propri paesi ed evitare in questo modo la possibilità di rivolte generalizzate che sconvolgerebbero i già precari equilibri dell’intero sistema su cui si regge il modo di produzione capitalistico. L’Onu è chiamato in causa per garantire che ciò avvenga in modo equilibrato.
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Scontri in France Insoumise sull’immigrazione: Kuzmanovic vs Autain
di Alessandro Visalli
Ci si avvicina alle elezioni europee, in Francia c’è una soglia di sbarramento al 5% che in questo momento sono sicuri di superare solo Macron (oltre 20%), Le Pen (altro 20%), France Insoumise (da 12 a 14%) e i gollisti (al 14%). Le altre forze socialiste e comuniste, ed i verdi, sono vicino o sotto la soglia, quindi rischiano. In questo quadro France Insoumisse sta cercando di aprire le sue liste[1], lasciando disponibili quindici posti per la sinistra socialista di Emanuel Maurel ed al movimento di Chenènement. Come valuta qualche osservatore, si tratta di un tentativo di allargare anche alle classi medie (‘riflessive’) che erano state lasciante sullo sfondo nel precedente posizionamento su periferie e classi popolari.
Una spia di questo movimento è l’aspro scontro che ha visto coinvolto il Responsabile esteri all’inizio di settembre a partire da due articoli su Obs. Djordje Kuzmanovic ha scritto un articolo di appoggio alla svolta della Wagenknecht e la deputata Clémentine Autain lo ha duramente attaccato. Il risultato è che Mélenchon ha preso le distanze.
Leggiamo questi articoli.
Il primo articolo sostiene che “Il discorso di Sahra Wagenknecht è di salute pubblica”; il rappresentante di Insoumisse, che a luglio era presente ad un incontro a Roma, insieme ad un deputato tedesco molto vicino alla Wagenknecht, con il gruppo di Fassina e con Senso Comune[2], inizia con una narrativa molto familiare, attaccando con tutta evidenza Mitterrand[3], sostiene che trenta anni fa la socialdemocrazia ha deliberatamente scelto di costruire un’Unione Europea liberale, rinunciando a difendere le classi lavoratrici. Quindi si è schiacciata sulle posizioni della destra liberale, dalla quale però doveva differenziarsi elettoralmente. Allora si è concentrata su questioni che non sono specificamente ‘di sinistra’, ma liberali-radicali: femminismo, diritti LGBT, migranti.
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Gli statuti di Potere al popolo
di Alessandro Bartoloni
Comparazione dei principi ispiratori, del funzionamento delle assemblee territoriali e di quello delle degli organi nazionali di Potere al popolo secondo i due statuti redatti dal Coordinamento nazionale provvisorio
Il 9 settembre sono state pubblicate le due bozze definitive degli statuti di Potere al popolo elaborate in seno al Coordinamento Nazionale Provvisorio (CNP). Salvo auspicabili ripensamenti, i due documenti saranno sottoposti a votazione elettronica, insieme agli eventuali emendamenti il 6 e 7 ottobre. A votare potranno essere tutti coloro che hanno compiuto 14 anni ed hanno aderito al manifesto politico, versato la quota di 10 euro e compilato il relativo modulo tramite la piattaforma informatica.
Gli statuti elaborati sono due e questo è il primo e principale segno di debolezza e di inadeguatezza dell’attuale gruppo dirigente che, portandoci alla conta su testi contrapposti invece che su alcune questioni tramite emendamenti, rischia di sfasciare quanto di buono costruito fin qui. Due documenti contrapposti che non sono accompagnati da nessun documento politico - quando logica vorrebbe che la discussione sull’organizzazione segua quella sulla politica e non viceversa - e a cui non si sa quanti emendamenti è possibile presentare e come. Senza considerare che a Roma e forse altrove, stanno emergendo statuti alternativi.
Per quanto riguarda il contenuto dei documenti, entrambi presentano un’introduzione politica cui segue la struttura organizzativa [1]. Questo primo capitolo compara i principi politici; in altri due capitoli comparerò la struttura organizzativa sui territori e quella nazionale, consapevole che, parafrasando Marx, ogni passo di movimento reale è più importante di una dozzina di statuti.
I principi
La prima parte del primo documento è intitolata “natura e finalità”. In essa apprendiamo che Potere al popolo è sia un “movimento” sia una “libera associazione” ma non è un partito. L’esclusione formale del riferimento al partito si rende necessaria per permettere il doppio tesseramento, vale a dire ai militanti di altri partiti di aderirvi (non potendosi normalmente aderire a due partiti, come invece succede per i sindacati).
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Il mondo sottosopra. Appunti geopolitici
di Sandro Mezzadra
Intervento introduttivo alla prima sessione della scuola estiva 2018 Resistenze molteplici, Passignano sul Trasimeno, 13 settembre 2018
a. Il tema e l’obiettivo di questa prima sessione della scuola estiva
Ci ritroviamo a Passignano in un contesto politico profondamente mutato rispetto alle scorse edizioni della scuola estiva di Euronomade, in Italia così come a livello globale. E scontiamo un sostanziale disorientamento, in particolare nel nostro Paese, di fronte a una destra ogni giorno più aggressiva, capace di consolidare il proprio consenso attorno ai naufragi nel Mediterraneo, alla diffusione capillare del razzismo, alla caduta di un ponte. Non abbiamo soluzioni da offrire, ma siamo convinti che il tempo del disorientamento debba cedere il passo al tempo di una ricerca e di una sperimentazione condivisa tanto sul terreno della teoria quanto sul terreno delle pratiche politiche. E riteniamo che un contributo essenziale a questa ricerca e a questa sperimentazione debba venire da un tentativo di analizzare il mutamento radicale che si sta determinando negli equilibri (e negli squilibri) globali: solo collocandola all’interno di questo “mondo sottosopra”, la stessa congiuntura italiana risulta comprensibile nei suoi tratti di fondo – e, questa è la nostra scommessa – nella sostanziale fragilità dei suoi assetti.
Questa sera vorremmo da una parte cominciare ad avanzare e a verificare alcune ipotesi sugli scenari globali emergenti, proponendo dall’altra alcuni criteri di metodo per l’analisi della dimensione “geopolitica”: l’assunzione della tensione tra “geopolitica” e “geoeconomia” (tra confini territoriali e frontiere del capitale) come asse centrale della nostra discussione e la convinzione che oggi più che mai le forme assunte dall’ordine e dal disordine globale – la riorganizzazione degli spazi politici ed economici nonché le tensioni tra essi nella globalizzazione – sono una variabile cruciale per qualsiasi progetto di trasformazione radicale dell’esistente, indipendentemente dalla scala su cui questo progetto si esercita in prima battuta.
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"Ong, il cavallo di Troia del capitalismo globale"
di Sonia Savioli
Presentiamo con molto piacere un editoriale di Sonia Savioli, autrice di "Ong, il cavallo di troia del capitalismo globale", edito da Zambon. Libro che consigliamo caldamente di leggere, rileggere e approfondire nel dettaglio. Il libro che mancava, finalmente c'è: all'interno troverete molte delle risposte che cercavate
Pare che un certo numero di paesi africani non voglia più i nostri abiti usati. Che ingrati! Perché voi pensavate forse che glieli regalassimo. No, non proprio. Glieli vendiamo. Ma, naturalmente, glieli vendiamo per aiutarli, come testimoniano le molto e molte benevolenti ONG che se ne occupano. e infatti rientrano in qualche modo nei nostri "aiuti allo sviluppo".
In che modo, se glieli vendiamo? In uno si quei modi ingegnosi e pieni di fantasia che il capitalismo globale e le sue organizzazioni sovranazionali hanno inventato perché noi comuni mortali si prendano fischi per fiaschi e si viva nella confusione perenne.
Ma cominciamo dall'inizio e cioè proprio dagli "aiuti allo sviluppo". Che hanno il nome giusto e appropriato. Aiutano veramente uno sviluppo, quello delle multinazionali di ogni tipo, alcune delle quali si sviluppano proprio grazie a questi aiuti. Facciamo un esempio, non troppo ipotetico, di un "aiuto allo sviluppo". La Banca Mondiale o/e l'Unione Europea offrono a un paese africano (con una pistola in una mano e una mazzetta di banconote nell'altra, come offerte alternative al governo del non molto ipotetico paese africano) il prestito per costruire delle dighe. L'ipotetico ma non troppo governo africano sceglie la mazzetta e lo sviluppo. Una multinazionale "de noantri", mettiamo l'Impregilo, costruisce le dighe
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Fuga in Europa
Consigli (o sconsigli) per gli acquisti
di Militant
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale la “questione demografica”, e in particolare la relazione tra lo sviluppo economico, la disponibilità delle risorse ambientali ed energetiche e la rapida crescita della popolazione mondiale, rappresentò uno dei nodi più controversi del dibattito internazionale. Il tema suscitava preoccupazioni condivise tanto nel mondo accademico quanto in quello politico e, parallelamente, alimentava i sospetti sulle ingerenze imperialistiche da parte dei paesi ricchi nei confronti di quei paesi poveri a cui veniva chiesto di controllare i propri tassi di natalità.
D’altronde fino al 1800 il ritmo di crescita della popolazione mondiale era stato pressoché impercettibile, per raggiungere il primo miliardo di persone sul pianeta c’erano voluti più di 10.000 anni di storia. Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento però, con la rivoluzione agricola prima e con quella industriale poi, le cose erano rapidamente cambiate. Tra il 1800 e il 1927 la popolazione mondiale passa da 1 a 2 miliardi, fu sufficiente solo un altro trentennio per aggiungere un altro miliardo e appena altri 20 anni per arrivare, nel 1974, a 4 miliardi. Attualmente un ulteriore raddoppio è previsto per il 2023, quando le persone sul pianeta raggiungeranno la cifra di 8 miliardi. In buona sostanza, l’85% della crescita demografica registrata sul nostro pianeta è avvenuta in un arco di tempo che rappresenta a malapena lo 0,02% della storia dell’umanità.
Nonostante questa impressionante progressione il declino demografico mondiale, però, è già cominciato. In molte aree del mondo si è ormai completata la transizione demografica e il tasso d’incremento medio globale si è dimezzato ed è passato dal 2% degli anni Settanta all’attuale 1,1%.
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Debito e globalizzazione. Una lunga storia con un finale da scrivere
di Tommaso Nencioni
Il capolavoro delle classi dominanti occidentali degli ultimi 10 anni è consistito nel trasformare – spesso nell’arco di poche notti – una crisi finanziaria provocata dalla rapacità dell’oligarchia in una crisi del debito sovrano degli Stati. Questo ha permesso di scaricare il conto dell’avventatezza e della rapacità delle suddette oligarchie sulle fasce più deboli delle popolazioni. Ma non solo. Ha permesso anche di gettare le basi per nuove espropriazioni ai danni dei popoli. Lo schema è sempre lo stesso. I grandi gruppi industriali e finanziari degli Stati più potenti (le metropoli) traggono enormi profitti grazie al credito concesso agli Stati più deboli (le periferie). Quando l’esposizione creditizia diviene insostenibile, i suoi costi vengono riversati sui bilanci degli Stati periferici. Intervengono a questo punto istituzioni presunte neutrali (il Fondo Monetario Internazionale, La Banca Mondiale, l’Unione europea) a dettare le loro ricette per rientrare dal debito, che immancabilmente prevedono: privatizzazioni nei settori strategici, tagli alle assicurazioni sociali, tagli ai salari e agli stipendi. Così da favorire i grandi gruppi metropolitani interessati a mettere le mani sugli asset strategici; i grandi gruppi assicurativi privati; le elites locali e internazionali che possono contare su una manodopera disoccupata o sottopagata e quindi disposta a vendersi a un prezzo più basso. Oltre a questo, alla fine del processo si produce un inevitabile aumentato divario tra le metropoli e le periferie.
Quanto sopra descritto può essere facilmente riscontrato nella vicenda greca (e dell’Europa mediterranea in generale) degli ultimi 20 anni. Ma attenzione. Si tratta in realtà di una modalità fissa di valorizzazione del capitale, di gerarchizzazione della divisione internazionale del lavoro e di esproprio ai danni delle popolazioni che si ripete da più di un secolo.
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Democraticismo radicale e apologia dei pestaggi democratici di sinistra
di Clément Homs
A proposito dell'affare Alexandre Benella e dell'interpretazione kurziana del rapporto capitalistico in quanto stato di eccezione coagulato
Nei giorni scorsi, le sinistre di tutte le scuole, insieme alla sinistra keynesiana ed alter-capitalista, si sono schierate contro quello che a loro appare come una distorsione manifesta rispetto al capitalismo democratico in salsa Macron, e domandano di essere picchiati, secondo le regole dell'arte democratica, da dei veri professionisti dell'ordine capitalista, e non dai semplici incaricati di una tale missione, nemmeno se vengono incaricati da un presidente. Sembra che la cosa sia seria.
1 - Ora, quest'idea della fine del capitalismo democratico sfiora l'opinione pubblica, le lotte e la stampa. Si ha come la sensazione che sembrava che il capitalismo e la democrazia, ancora per qualche anno, sarebbero andati di pari passo, mano nella mano. Ci si ricorda che dopo la caduta del muro, Francis Fukuyama profetizzava che questo capitalismo democratico avrebbe rappresentato niente meno che la «fine della storia». Al giorno d'oggi, perfino la stampa borghese sembra essere rinsavita ed aver archiviato, vergognandosene, questa ideologia apologetica-affermativa, riponendola nell'armadio delle illusioni rottamate. Nella fase della decomposizione del capitalismo, allorché la sovranità si è disintegrata (si veda: Robert Kurz, "La fine della politica"), il rapporto giuridico e contrattuale fra gli Stati non può non sgretolarsi, e la forma moderna del diritto anche all'interno di questi Stati viene rimessa in discussione. Ciò significa che il vero nucleo di violenza e di arbitrio del capitalismo e della sua forma giuridica appare a viso scoperto: lo stato di eccezione diventa permanente. Il potere in carica, nel voler mantenere con tutti i mezzi la validità universale del suo principio di realtà, quindi, non difende più la sua propria forma di diritto, ma viola sistematicamente il suo stesso diritto, che non rappresenta nient'altro che il rapporto formale fra i soggetti moderni nella relazione capitalista.
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I 100 giorni del governo giallo-verde
di Leonardo Mazzei
Leonardo Mazzei compie una circostanziata analisi di quanto fatto dal governo Conte, anche considerando quanto detto e/o promesso di fare dai suoi esponenti di punta. Lo scritto si compone di cinque capitoliNe vien fuori un quadro di grande interesse per capire la natura, le aporie ed i limiti del governo. Un'analisi che mentre smonta la campagna di satanizzazione del governo da parte dei poteri forti italiani ed europei—governo tacciato come d' estrema destra se non addirittura fascista — sottolinea come esso provi davvero ad operare una positiva inversione di marcia rispetto alla politiche seguite negli ultimi decenni
Cento giorni sono un nulla, un soffio nella vita di una nazione. Per i governi, invece, i primi cento giorni sono importanti, il momento in cui mettere in vetrina i simboli della propria politica. Così è nella società dello spettacolo, dove l'apparenza conta più della sostanza. Lo è un po' meno per lo strano "tripartito" nato il 1° giugno scorso.
L'importanza dell'apparenza è infatti inversamente proporzionale al peso della sostanza. Se un governo è pura continuità rispetto al precedente, si può star certi che metterà subito in bella mostra la propria inutile ma rilucente mercanzia. Pensate a Renzi e capirete di cosa sto parlando.
Se invece un governo porta con sé un vero, per quanto contraddittorio, programma di cambiamento, il discorso cambia. Il peso dell'apparenza si riduce di molto, mentre i riflettori saranno tutti puntati sulla sostanza. E' giusto e naturale che sia così. In questi casi al tipico gioco delle parti tra maggioranza ed opposizione parlamentare si sostituisce bruscamente lo scontro immediato.
Mai si era vista nell'intera storia d'Italia, cioè dall'ormai lontano 1861, un governo accolto dalla totale opposizione dell'establishment. I grandi poteri economici, la Confindustria, la grande stampa all'unisono, spalleggiati ovviamente dall'intera oligarchia eurista, hanno subito dichiarato guerra alla maggioranza gialloverde, i cui ministri (tranne quelli di stretta nomina mattarelliana) sono stati qualificati come incapaci ed irresponsabili, portatori di visioni irricevibili, antiliberiste (vedi la discussione sulle nazionalizzazioni) piuttosto che nazionaliste.
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Immigrazione e questione sociale
di Alessandro Visalli
L’immigrazione è il problema davanti al quale il pluridecennale progetto di unificazione del mercato e, in misura selettiva e minore delle istituzioni europee, rischia di fermarsi e di fare passi indietro che potrebbero, se non razionalmente gestiti e politicamente digeriti, essere rovinosi.
Si tratta di un tema sul quale siamo tornati più volte, ma la cui grande complessità mette in gioco costantemente, come se si allargassero dei cerchi nell’acqua, sfondi sempre più larghi e comprensivi. Si confrontano due posizioni principali: quella di chi, per ragioni morali o di interesse, sostiene la necessità di consentire che le frontiere restino o diventino permeabili e siano attraversate da tutti coloro che sono attratti dalla capacità di inserimento (vera o presunta) nel nostro mercato del lavoro; quella che, per ragioni diverse, percepisce l’urgenza di offrire immediata protezione a chi subisce di fatto la concorrenza delle nuove forze che si immettono sul mercato del lavoro e si candidano ad essere fruitori del welfare. La prima posizione chiede più apertura, la seconda la totale o parziale chiusura delle frontiere.
La posizione che qui si prova ad articolare fornisce le ragioni e spiega il meccanismo attraverso il quale una crescente immigrazione, governata dal mercato, aggrava una condizione sottostante e preesistente di deprivazione e di esclusione che colpisce i cittadini e lavoratori tutti. Di fronte a questa lettura propone di spostare lo sguardo, dalla immigrazione e dal problema dell’integrazione dei nuovi venuti al problema, più ampio, di creare le condizioni perché non sia il mercato a socializzare gli individui ma che questa funzione sia assunta, apertamente e coscientemente, dalla funzione pubblica come recita in più punti la nostra Costituzione.
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Ferrajoli, La democrazia costituzionale
di Luigi Somma
Nel breve volume introduttivo La democrazia costituzionale Luigi Ferrajoli traccia un quadro sintetico e esaustivo dei principi e degli elementi che sono alla base dell’introduzione delle cosiddette “costituzioni rigide” del secondo dopoguerra, quali limiti e vincoli imposti ai poteri di maggioranza. L’introduzione di tali costituzioni ha mutato profondamente la democrazia e il diritto, a seguito della stipula di principi di giustizia affermati tramite norme costituzionali sovraordinate ad ogni altre (principio di eguaglianza, diritti di libertà e diritti sociali), ma soprattutto esse hanno imposto alla legislazione ordinaria limiti e vincoli di contenuto quali condizioni di validità delle leggi (p. 7). Siffatti mutamenti strutturali della democrazia hanno rivelato l’inconsistenza di alcuni fondamenti teorici propri della democrazia stessa, ossia quella teoria secondo la quale essa non sarebbe altro che una forma di governo nel quale il potere è esercitato direttamente, o mediante rappresentanza, dal popolo. Secondo tali prospettive, la democrazia consisterebbe principalmente in un metodo di formazione delle decisioni, in cui il potere sarebbe saldamente nelle mani della maggioranza dei governati. Tale definizione rimanda direttamente a quella di “autonomia” che, secondo un celebre principio rousseuiano, sarebbe data dal potere di dar norme a se stessi e di non obbedire ad altre norme che a quelle date a se stessi. Ferraioli chiarisce come tale nozione sia identificabile come democrazia formale o procedurale, cioè in quelle forme e procedure che garantiscono che le decisioni siano espressioni, direttamente o indirettamente, della volontà popolare. Per quanto tale dimensione formale costituisca un connotato assolutamente necessario della democrazia, del suo potere legittimato, è necessario altresì riconoscere e considerare anche una “dimensione sostanziale”.
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