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Giorgio Agamben - “Che cos’è la filosofia?”*
di Enrico Cerasi
Giorgio Agamben, Che cos’è la filosofia?, Quodlibet, Macerata, 2016
Non so se nelle domande che si pone sia possibile scorgere il profilo di un’epoca. Eppure saltano agli occhi alcune insistenze, alcune fissazioni - dal περί Φύσεως che assillava i primi sapienti greci alle indagini concerning human understanding dei filosofi del Seicento. Comunque sia, l’epoca attuale sembra porsi con una certa frequenza la domanda intorno all’essenza, o quanto meno al compito della filosofia. Penso naturalmente a Martin Heidegger, e al suo Was ist das – die Philosophie? del 1956 (preceduto da Was ist Metaphysik? del ’29); a Deleuze e Guattari, che nel 1991 conclusero il loro sodalizio filosofico rispondendo alla domanda: Qu’est-ce que la philosophie?, o a Pierre Hadot che nel 1995 diede alle stampe il suo libro forse più noto: Qu’est-ce que la philosophie antique? (che per lo storico francese equivaleva a chiedersi che cosa sia la filosofia tout-court). Non è l’ultimo dei meriti di Giorgio Agamben, quasi a voler suturare questo secolo col precedente, l’aver riproposto la domanda, alla quale – come del resto gli altri autori citati – ha dato la sua risposta, che ben s’inquadra nel contesto di una produzione filosofica ormai imponente e articolata. Ripercorrerne i tratti essenziali sarebbe impresa poco adatta a una recensione. Basti ricordare che quest’ultimo libro si pone al termine della notevolissima ricerca intorno alla figura dell’Homo sacer, ovvero del rapporto tra potere sovrano e nuda vita, come s’è andato definendo nel corso della storia occidentale.
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“La schiavitù del capitale” di Luciano Canfora
di Cosimo Francesco Fiori
Recensione a: Luciano Canfora, La schiavitù del capitale, il Mulino, Bologna 2017, pp. 112, 12 euro (scheda libro).
L’esito del Novecento appare come il trionfo finale del capitalismo su ogni esperimento rivoluzionario che abbia provato a modificare il corso della storia. L’impressione di «fine della storia» susseguente alla caduta dell’Unione sovietica è stata esplicitata da Fukuyama fin dal titolo della sua opera più famosa. Al di là del suo impianto filosofico, ampiamente criticato, significativo è il valore ideologico-polemico di un simile concetto. Che dire, inoltre, del processo di apparente assorbimento delle alternative nell’uguale che si ripete, come nel caso delle sinistre che hanno adottato scelte politiche liberiste, quasi fosse impossibile fare altrimenti? Il capitalismo ha trionfato, e siamo in un presente senza storia?
A questa prospettiva si oppone Canfora: La schiavitù del capitale è una riflessione critica, sia pure in un’agile veste editoriale, sull’idea della definitività di tale vittoria. Che il capitalismo abbia vinto la guerra del Novecento è evidente; ma ciò ha potuto farlo modificando se stesso e i suoi avversari, e in definitiva tutto il contesto globale, aprendo la via a nuovi scenari e nuove lotte, ancorché oggi difficilmente delineabili.
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Humboldt: natura, giustizia e libertà
di Telmo Pievani
La biografia del viaggiatore scienziato Alexander von Humboldt svela un personaggio molto influente nell’Ottocento ma poi totalmente dimenticato, dalla vita avventurosa e piena di incontri sorprendenti. Mise insieme Goethe e Simón Bolívar, illuminismo e romanticismo, ambientalismo e anticolonialismo. Darwin lo lesse con ammirazione per tutta la vita, prendendolo a modello
Da una parte, un giovanotto prussiano che preferiva stare nella Parigi di Napoleone piuttosto che nella provinciale e austera Berlino, che di prussiano aveva solo l’educazione rigorosa e il reddito di famiglia, già famoso in tutta Europa per il suo avventuroso viaggio di quattro anni in Sudamerica, tra fiumi, cataratte, foreste pluviali e vulcani. Nel cuore, le idee del 1789. A suo modo figlio della rivoluzione francese, Alexander von Humboldt dopo aver ammirato la scenografia sublime della natura voleva adesso “godersi lo spettacolo di un popolo libero”.
Dall’altra, il terzo presidente degli Stati Uniti d’America, un uomo di 61 anni, vedovo da venti, dimesso e rustico nei modi e nel vestiario, che aveva scritto la Dichiarazione di Indipendenza nel 1776 ed era circondato ora da sette nipotini nella sua tenuta di Monticello in Virginia. Thomas Jefferson aveva molto in comune con Humboldt: la capacità di fare sempre tre cose contemporaneamente, le poche ore bastanti di sonno, un’ansia irrequieta di conoscenza, la smania di misurare tutto, l’amore per la botanica, per il giardinaggio e per le scienze naturali.
L’economia commerciale statunitense girava forte, il Presidente aveva appena comprato dalla Francia la Louisiana e ambiva a espandersi verso occidente, in quel selvaggio west che avrebbe voluto trasformare in una terra di piccole fattorie autosufficienti a gestione familiare.
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Innovazione tecnologica vs progresso sociale
Il dilemma dell’Egemonia digitale nella ricerca di Renato Curcio
di Eros Barone
Dopo L’impero virtuale, pubblicato nel 2015, l’Egemonia digitale a cura di Renato Curcio (Sensibili alle foglie, Roma 2016) è il secondo elemento di un dittico saggistico attraverso il quale l’autore ha descritto ed analizzato le trasformazioni che le TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) hanno prodotto all’interno della società e, segnatamente, nel mondo del lavoro. Va subito osservato che il pregio della ricognizione condotta da Curcio non consiste soltanto nel quadro teorico del ‘capitalismo digitale’, che essa contribuisce a delineare, ma anche e soprattutto nell’inchiesta, che sostanzia tale quadro, sulle esperienze vissute dai lavoratori che hanno partecipato agli incontri di ricerca/azione organizzati intorno al tema cruciale che è al centro dell’indagine: l’uso capitalistico delle tecnologie informatiche in funzione dell’egemonia. Ed è, per l’appunto, quest’ultima categoria, di chiara derivazione gramsciana, che permette all’autore di elaborare un modello analitico di quell’intreccio fra dominio e subordinazione che fa della Rete «l’espressione estrema dell’espansione capitalistica, la più pervasiva»1 , laddove l’obiettivo strategico, quindi politico-culturale, cui tende l’egemonia digitale messa in opera dalle classi dirigenti capitalistiche attraverso la Rete e le altre tecnologie che le fanno corona è giustamente individuato nella “colonizzazione dell’immaginario”.
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Globalisti contro sovranisti
Un conflitto tutto interno alle classi dominanti
Paolo di Lella intervista Stefano G. Azzarà
Ancora sul fenomeno cosiddetto "populista". Dopo le interviste, pubblicate sui numeri di dicembre e gennaio, a Fulvio Scaglione, Carlo Formenti, Marcello Foa e Giulietto Chiesa, questo mese, in esclusiva per i nostri lettori, affrontiamo lo stesso tema con Stefano Azzarà, docente di Filosofia moderna presso l’Università di Urbino e autore del volume "Democrazia cercasi"
Visto che lei è un marxista, inizierei dalla critica. Uno dei paradigmi interpretativi che si sta affermando nettamente, non solo tra i rappresentanti dell'establishment (lo ha dichiarato qualche settimana fa in un'intervista sul Corriere della Sera, il direttore del Wall Street Journal, Gerard Baker) ma anche tra molti compagni, riguardo alla reazione che sta montando in occidente contro chi ha governato la globalizzazione negli ultimi 20 anni, è quello secondo cui lo scontro fondamentale non è più fra destra e sinistra ma tra populisti e globalisti. Ecco, rispetto a questo, qual è la sua analisi?
Ritengo profondamente sbagliata, per non dire foriera di grandi pericoli, questa impostazione, che appare nuova ma che in realtà si è presentata più volte sulla scena politica e culturale non solo nel XX ma già nel XIX secolo. La vera differenza rispetto al passato è semmai che mentre prima queste tesi erano smentite nella pratica, oltre che nella teoria, oggi l'impotenza pressoché totale acquisita dalla sinistra lascia un campo totalmente aperto alle destre per un'operazione egemonica in grande stile. Un’operazione che sta già cambiando il modo di pensare delle generazioni più giovani e ha aperto una breccia anche a sinistra.
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Il nulla e la nascita filosofica dell’Europa
Franca D’Agostini*
Introduzione
Quel che segue è il testo, rivisto e in parte integrato, di una conferenza tenuta a Santander, presso l’Universidad de Cantabria, a un convegno sul tema ‘La filosofìa medieval: exposiciòn de las grandes sìntesis medievales. Entre lo razonable y lo credible’ (3-8 ottobre 2011). Una versione un po’ diversa (senza riferimento all’Europa) è stata pubblicata in «Divus Thomas», con il titolo Il nulla e altri esistenti impensabili: una rilettura del De nihilo et tenebris.
Ciò che in queste pagine è interamente nuovo, rispetto a entrambi i testi, è la breve riflessione finale sulle attuali difficoltà politiche dell’UE (§ 4), lette nella prospettiva dell’insegnamento che possiamo trarre dallo sguardo sugli albori della filosofia in Europa. L’esplorazione dei rapporti tra filosofia e Unione Europea è un tema ricorrente di molti interventi europeisti (anche anteriori alla costituzione stessa dell’Unione). Ma è interessante notare che oggi la percezione di questa connessione diventa sempre più evidente, anche per osservatori che non sono filosofi, dunque non hanno ottiche preordinate in una simile direzione.
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La logica securitaria
di Renato Caputo
Le origini storiche, economiche e filosofiche della logica securitaria, ormai imperante anche nel nostro paese
Marx ed Engels sin dalla Sacra famiglia, la prima opera scritta a quattro mani, mettono in evidenza come il fondamento nascosto delle dichiarazioni dei diritti umani, grande portato della Rivoluzione francese, sia proprio la sicurezza, intesa essenzialmente come sicurezza nel libero godimento della proprietà privata. Quindi la triade che domina questo manifesto della borghesia – al culmine della sua fase rivoluzionaria – non è, come solitamente si sente ripetere: libertà, eguaglianza e fraternità, ma, piuttosto: libertà, proprietà ed eguaglianza. Dove la proprietà è il termine medio che illumina gli altri due, facendo sì che la libertà sia intesa come libero usufrutto della propria proprietà al fine di ampliarla, di modo che a essere effettivamente liberi sono solo i proprietari, mentre agli altri non resta altro che la libertà di far sfruttare dai primi l’unica merce di cui sono ancora in possesso, ovvero la forza lavoro. Tanto che la stessa eguaglianza è funzionale essenzialmente a tale libera compra-vendita della forza lavoro, al fine di sfruttarne il valore d’uso per produrre quel plusvalore – rispetto al valore di scambio della forza-lavoro corrisposto al salariato – da cui deriva il profitto dell’imprenditore, vero scopo finale dell’intero processo produttivo nella società capitalistica.
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La battaglia di Caracas: il potere popolare e la guerra non convenzionale
di Militant
Da qualche mese l’esercito degli Stati Uniti sta preparando un’inedita esercitazione militare in Brasile, con il pieno appoggio del presidente Michel Temer, subentrato a Dilma Rousseff dopo un golpe istituzionale lo scorso agosto. Con il significativo slogan di “America Unida”, il prossimo novembre le forze armate statunitensi mostreranno i muscoli, e coordineranno unità speciali dell’esercito peruviano e colombiano in territorio brasiliano. L’esercitazione si svolgerà nella città di Tabatinga, non lontano dal confine con la Bolivia (dove lo scorso 17 agosto Evo Morales ha inaugurato la prima scuola militare antimperialista latinoamericana) e a poca distanza dal Venezuela[1]. Dopo la smilitarizzazione delle Farc-Ep in Colombia (la più grande organizzazione guerrigliera nel paese e un possibile alleato della resistenza popolare venezuelana in caso di conflitto militare), gli Stati Uniti approfittano del momento di crisi del blocco progressista latinoamericano per riprendere il controllo militare dell’area. In quest’ottica, il ritorno di governi neoliberisti in paesi come il Brasile e l’Argentina ha infatti riaperto la strada all’utilizzo delle forze armate ufficiali in territorio latinoamericano, che così potranno supportare il lavoro sporco realizzato da attori “non convenzionali” già attivi nello smembramento della resistenza popolare del “continente rebelde” (come le organizzazioni paramilitari e il narcotraffico).
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Un phastidioso antecedente: la Società Gestione Attivi
di Luca Fantuzzi
L'altro giorno mi sono imbattuto in un post assai phastidioso, il quale - ricapitolando la situazione di Montepaschi - innalza sin dal titolo ("Dicono sia colpa della UE. Ma è colpa della realtà") un peana alla nuova dea dei liberisti de' noartri, cioè la signora TINA (i cui sacerdoti, detto per inciso, sarebbero i frodatori di Uber o i monopolisti di Google o gli sfruttatori di lavoro minorile cinese di Apple, ma lasciamo perdere).
A dire il vero, in mezzo a tante fanfaluche, un pregio l'articolo ce l'ha: spazza via dal campo della discussione il terrorismo mediatico (e, a dire il vero, interessato) sugli esuberi più o meno inventati, i soldi del contribuente più o meno sprecati, e si concentra - ripercorrendo il folle piano messo su dal tandem Renzi-JP Morgan, poi miseramente affondato - sulla questione reale dell'affaire Monte dei Paschi, cioè il deconsolidamento dei crediti problematici.
Per chi vive in una comunità che ha sentito nella propria carne viva questa vicenda, si tratta della sensazionale riscoperta della ruota, o dell'acqua calda...
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«Con dolore e vergogna...». Simone Weil e il problema del colonialismo
di Federica Negri
«La collettività è più potente dell’individuo
in tutti gli àmbiti, salvo uno solo: il pensare»
(Quaderni, I, circa 1933)
1. Premessa
La consapevolezza di Simone Weil rispetto al problema del colonialismo è immediatamente evidente sin dai primi articoli negli anni Trenta, dai quali cogliamo chiaramente i motivi del suo dissenso e, soprattutto, la grande acutezza con la quale affronta una questione spinosa e difficile.
Il tono dominante di questi scritti è amaramente ironico, un riso sardonico che taglia l’argomento con una lucidità che non lascia spazio ad alcun fraintendimento sul piano logico.
Questi testi, nei quali Simone Weil affronta esplicitamente la questione del colonialismo sono importanti, non assolutamente marginali, perché – come tenterò di dimostrare – sono fortemente connessi a tematiche e discussioni fondamentali nella sua filosofia, come quella sulla natura del diritto o a quella sullo sradicamento1. Vedremo che anche la questione della forza e dell’impossibilità di sottrarsi al meccanismo violento, complicano la questione e rendono le sue argomentazioni drammaticamente problematiche e, quindi, ancora più attuali.
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“L’inganno e le bugie”
di Elisabetta Teghil
L’esperienza neoliberista oggi può dirsi compiuta. Sono alcuni decenni almeno che si sta realizzando ed attuando e dal colpo di Stato in Cile in cui è stata sperimentata sono passati più di quarant’anni. Ha rivelato di essere il risultato di un voluto e devastante inganno imperniato su delle bugie grossolane che parlavano di crescita economica della società e di esaltazione delle capacità dell’individuo che si sarebbero realizzate con il riconoscimento del primato del mercato, inganno a cui ha chiesto di sacrificare tutto, da un minimo di giustizia sociale alla tutela dell’ambiente, ai contratti nazionali, ad una equa retribuzione, alla sanità e all’istruzione pubblica e gratuita….
Ma, malgrado tutto ciò, l’ideologia neoliberista sulle virtù del libero scambio continua ad imporsi grazie ad un apparato economico e politico che viene presentato come un dogma.
Il centro della nuova religione sono gli Usa e il Regno Unito che impongono alle istituzioni multilaterali il bello e il cattivo tempo, che manipolano i dati e le informazioni scomode in particolare riguardo all’occupazione e al potere d’acquisto delle popolazioni. E fanno questo non solo e non soltanto nei riguardi dei paesi che una volta si chiamavano in via di sviluppo, ma anche dei paesi occidentali utilizzando il grimaldello dei partiti così detti di sinistra.
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Macchinismo, programma minimo di classe e riduzione dell'orario di lavoro
di Marco Beccari
Per opporsi con efficacia alle conseguenze del macchinismo (riduzione del salario e disoccupazione) i comunisti devono realizzare l'obiettivo della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario
Il presente articolo trae spunto dal materiale didattico (lucidi) preparato da Domenico Laise, docente dell’Università La Sapienza di Roma, e presentato ad una serie di seminari “Sull’attualità del pensiero economico di Marx”, tenuti presso l’Università Popolare A. Gramsci, nell’anno accademico 2016-2017.
* * * *
I capitalisti introducono le macchine nella produzione con lo scopo di ridurre il numero di lavoratori necessari per fabbricare lo stesso numero di merci, oppure per produrre più merci con lo stesso numero di ore di lavoro e di lavoratori [1]. Ciò avviene al fine di diminuire il costo del lavoro e, quindi, aumentare il plusvalore relativo per singolo addetto [2]. La missione storica del capitalismo, che determina lo sviluppo delle forze produttive, è proprio la produzione massima di plusvalore dal lavoro umano. A tal proposito la macchina agisce come alleato del capitale nella lotta di classe che si sviluppa tra capitale e lavoro. La macchina “diventa l'arma più potente per reprimere le insurrezioni...degli operai...contro l'autocrazia del capitale” [3]. I capitalisti, infatti, possono sfruttare meglio i salariati con l’aumento del numero di disoccupati.
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La Francia di Macron
Un primo tentativo di approcciare in modo non ideologico il fenomeno-Macron
di Sebastiano Isaia
Non mi convince affatto la chiave di lettura che ci presenta il nuovo Presidente francese nei panni dell’ennesima creatura tecnocratica creata a tavolino dai soliti “poteri forti mondialisti” generati dal Finanzcapitalismo. Burattino e burattinai, insomma. Per Massimo Franco «Macron è il prodotto di un esperimento tecnocratico della banca d’affari Rotschild, [è] figlio dell’élite tecnocratica [che] incarna una strategia europeista e centrista che ha fatto tabula rasa sia del gollismo, sia della sinistra» (Il Corriere della Sera): troppo semplice per i miei gusti. Questo senza nulla togliere alla forte connotazione tecnocratica e “finanzcapitalistica” del nuovo inquilino dell’Eliseo, matrice che sono ben lungi dal negare. Anche l’interpretazione di Macron (cioè delle politiche “neoliberiste” che egli incarnerebbe alla perfezione) come la vera causa del successo che comunque il Front National ottiene nell’elettorato di estrazione operaia e proletaria (per cui chi ha votato per il candidato della «cupola finanziaria mondialista» di fatto avrebbe portato acqua al mulino della “destra populista”) mi appare troppo riduttiva e semplicistica, e in ogni caso essa non coglie tutta la complessità della crisi sistemica che ormai da anni travaglia in profondità la società francese.
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La terza guerra mondiale e il fondamentalismo islamico di Domenico Moro
Recensione di Barbara G.V. Lattanzi
La maggioranza delle posizioni riguardo al fenomeno del jihadismo si può grosso modo dividere in due filoni, che corrispondono pressappoco alle visioni orientalista e occidentalista dei rapporti con il mondo islamico. Alla prima, connotata da un etnocentrismo occidentale, possiamo ascrivere i contributi viziati da una visione vetero-positivista che relega i fenomeni religiosi a elementi residuali incompatibili con un progresso tecnico e sociale in senso democratico. Alla seconda critica appartengono soprattutto le categorie occidentali derivate e influenzate da esigenze economiche e politiche legate all’imperialismo. La maggior parte dei contributi in questo senso è ascrivibile quindi a una di queste due correnti opposte tra loro, entrambe inefficaci sia dal punto di vista epistemologico che da quello della prassi politica. Tali opposte concezioni si collocano infatti entrambe allo stesso livello trivializzante come apologia del sistema globale lacerato dal cosiddetto scontro di civiltà.
Per uscire dall’impasse che impedisce una corretta analisi del fenomeno e del significato dei fatti storici degli ultimi anni è necessario un salto di qualità che permetta una visione ampia del sistema mondiale cogliendone contraddizioni e limiti per definire la funzione delle guerre comprese quelle che chiamiamo “di religione”.
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Una polifonia ‘negativa’
Editoriale del n. 2 di Consecutio Rerum
di Miriam Aiello*
“Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:
per tutto io sono grato, per un osso
di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto
ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.
Non importa se è nero. E non importa
se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.
La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo
che sulla terra è esistita una volta,
e quindi tanto più essa è dovunque”
(I. Brodskij «Elegie romane»)
‘Non essere’ e ‘nulla’ sono i due nomi più noti di un antico e indocile cruccio del pensiero, la cui storia è lastricata in egual misura di orrore e di fascinazione, di condanna e di salvezza.Quest’idea liminale ha, con le sue numerose sembianze (non-essere, nessuna cosa, nullità, vuoto, zero) dato filo da torcere all’antico non meno che al contemporaneo, innervandosi in procedimenti logici (astrazione, negazione, negazione determinata) o addirittura ponendosi a fondamento di veri e propri indirizzi teorici (nichilismo, me-ontologia).
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I “crimini dell’economia”. Una lettura criminogena del capitalismo
Intervista a Vincenzo Ruggiero*
Vincenzo Ruggiero, I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico, Feltrinelli, 2013
Professor Ruggiero, Lei è autore del libro I crimini dell’economia. Una lettura criminologica del pensiero economico pubblicato per i tipi di Feltrinelli: in che modo la prospettiva criminologica può esser utile nell’analisi del pensiero economico?
L’idea di scrivere ‘I crimini dell’economia’ mi è venuta dopo aver letto molte analisi economiche della criminalità. Gli economisti, infatti, hanno visitato spesso il terreno della criminologia, esaminando la logica razionale dei reati. In difesa del suo lavoro sul crimine come scelta, il Premio Nobel per l’economia Gary Becker ha fatto notare che anche chi commette reati può essere trattato da homo oeconomicus, e ha ricordato ai lettori che due grandi fondatori della disciplina criminologica, Beccaria e Bentham, applicavano esplicitamente un approccio economico nella loro analisi dei delitti e delle pene. Il mio libro intende restituire la visita, proponendo una lettura criminologica del pensiero economico. Del resto, il sapere economico si occupa di creazione e acquisizione di ricchezza, di mercati, di legittimità e devianza dalle regole che guidano l’arricchimento. È questo un campo che appartiene anche all’indagine criminologica.
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CRASHKURS – Il mondo è troppo ricco per il capitalismo
di Massimo Maggini
Riproponiamo qui un testo scritto dal gruppo Krisis nel novembre 2008, poco tempo dopo l’emergere della crisi economica mondiale, deflagrata a causa dello scoppio della bolla immobiliare statunitense provocato dalla diffusa insolvenza legata ai famosi mutui subprime (ma l’innesco avrebbe potuto darlo un qualsiasi altro fattore economico pericolante, fra i molti presenti già allora – e più ancora adesso -, nel fragile panorama economico mondiale).
Crediamo che il messaggio di questo articolo, breve e sintetico ma quanto mai denso ed efficace, meriti di essere ancora una volta fatto circolare.1
In maniera concisa e tagliente, il gruppo Krisis mette qui in evidenza alcuni punti critici della crisi economica ma, soprattutto, delle risposte che ad essa vengono date. La ricerca spasmodica di un responsabile, epurato il quale si aprirebbero nuovi orizzonti per far tornare le cose al loro posto e riprendere il glorioso cammino tracciato dalla filosofia dei lumi, ha sempre caratterizzato le reazioni alle crisi capitalistiche.
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La rivoluzione contro il Capitale (di Marx)
Gramsci e il 1917
di Alvaro Bianchi e Daniela Mussi
Ottanta anni fa – il 27 aprile 1937 – Antonio Gramsci muore dopo aver trascorso la sua ultima decade in un carcere fascista. Riconosciuto a livello internazionale molto più tardi per il lavoro teorico svolto in quelli che saranno pubblicati come Quaderni del Carcere, Gramsci iniziò a fornire un contributo di riflessione di taglio politico durante la Grande Guerra, quando era un giovane studente di linguistica presso l’Università di Torino. Già allora, i suoi articoli pubblicati sulla stampa socialista costituivano un atto di sfida non soltanto alla guerra in corso, ma anche alla cultura liberale, nazionalista e cattolica imperante in Italia.
All’inizio del 1917 Gramsci lavora come giornalista in un quotidiano socialista di Torino, Il Grido del Popolo, e collabora con l’edizione piemontese dell’Avanti!. Nei primi mesi che seguono alla Rivoluzione di Febbraio in Russia, le notizie a riguardo erano ancora scarse, in Italia. In massima parte ci si limitava alla riproduzione di articoli provenienti dalle agenzie giornalistiche di Londra e Parigi. Sull’Avanti! si seguivano gli eventi russi attraverso gli articoli firmati da “Junior”, pseudonimo di Vasilij Vasilevich Suchomlin, un Socialista Rivoluzionario in esilio.
Per fornire ai socialisti italiani informazioni affidabili, la direzione del Partito Socialista Italiano (PSI) inviò un telegramma al deputato Oddino Morgari, che si trovava a L’Aia, chiedendogli di recarsi a Pietrogrado ed entrare in contatto con i rivoluzionari. Ma la missione fallì e Morgari fece ritorno in Italia nel mese di luglio.
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Facebook ai tempi della governance globale
di Giovanna Cracco
Il 16 febbraio Mark Zuckerberg pubblica su Facebook - dove altro? - quello che subito i media definiscono un "manifesto politico": si intitola "Building Global Community", Costruire la comunità globale (1). Il documento segue una fase critica: nei mesi immediatamente precedenti, per due volte il social network è finito sotto l'attenzione dell'opinione pubblica durante la campagna presidenziale statunitense, prima con l'accusa di aver penalizzato i post a favore di Trump e promosso la visibilità di quelli pro Clinton, poi catapultato nella discussione mediatica sulla post verità, in quanto ritenuto responsabile di avere contribuito alla diffusione di fake news che avrebbero favorito sia la vittoria della Brexit che quella di Trump (2). Ne è seguita a dicembre la dichiarazione dello stesso Zuckerberg che Facebook debba oggi essere considerata una media company, ossia una società con responsabilità editoriale, e non una semplice piattaforma veicolo di contenuti caricati dagli utenti, con la conseguente dichiarazione d'intenti di voler adottare un sistema di controllo sui post pubblicati.
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Debito: tra squilibri di potere e opposti usi politici
di Biagio Quattrocchi
Un dialogo con il nuovo libro di Marco Bersani sulla questione del debito , sulla sua trasversalità alle diverse dinamiche economiche e sulle molteplici modalità di utilizzo concretizzatesi storicamente. Con lo sguardo dentro l'attualità dei conflitti contro l'austerity e il dominio della finanza
È da poco uscito l’ultimo libro di Marco Bersani dal titolo Dacci oggi il nostro debito quotidiano , edito da DeriveApprodi (pp. 172, 12 €). Prima di ogni cosa, si tratta di un riuscito lavoro di ricerca militante. Il libro presenta una critica dell’economia politica del debito (pubblico e privato), ma vuole essere principalmente, come sostiene lo stesso autore, uno strumento per organizzare la lotta sugli effetti del debito sulle nostre vite. È un libro che nasce dall’interno dei conflitti sociali sviluppati sui temi della finanza negli ultimi 16-17 anni almeno. Non poteva essere altrimenti. Marco in tutto questo periodo ha organizzato lotte, promosso campagne, realizzato centinaia di iniziative su terreni collegati alla finanziarizzazione dell’economia. Ricorderete l’inizio dei duemila, quando attraversavamo le strade di Genova, la campagna di Attac sulla Tobin tax, oppure il lavoro più recente svolto intorno alla privatizzazione di Cassa Depositi e Prestiti, o ancora, la straordinaria campagna referendaria sull’acqua bene comune. Ecco, dietro tutte queste lotte c’è sempre stato il suo prezioso lavoro organizzativo.
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“La sinistra deve ritrovare se stessa”
Francesco Postorino intervista Carlo Galli
Nel suo ultimo libro, “Democrazia senza popolo” (Feltrinelli, 2017), Carlo Galli ha ripercorso la sua esperienza parlamentare alla luce dei risultati cui è giunto in veste di studioso della politica. Nell'intervista qui presentata, si richiamano i tratti principali di questa riflessione
Carlo Galli, storico delle dottrine politiche, da qualche anno si cimenta nella dimensione pratica della politica. Parlamentare critico del Pd, ne prende formalmente le distanze quando il renzismo scopre le sue carte neoliberiste. Decide, infatti, di non votare riforme importanti quali il “jobs act”, la “buona scuola” e la riforma costituzionale. Legato al modello francofortese, Galli ha a cuore un progetto politico-culturale intenzionato a rivisitare in un’ottica socialdemocratica il rapporto tra capitale e lavoro. Ed è per questo che l’intellettuale progressista denuncia la “terza via” contemporanea, quel pensiero ibrido che insegue la vittoriosa narrazione del capitale e che, per certi versi, adotta gli strumenti ermeneutici del disordine nichilistico. Per risolvere la crisi strutturale in cui versa la società dei diseguali, la sinistra a suo parere dovrebbe riscoprire se stessa riabilitando la trama dell’equità sociale.
* * * *
Il titolo del suo ultimo libro recita: Democrazia senza popolo (Feltrinelli 2017). Com’è risaputo, anche la sinistra è senza popolo. Crede vi siano le condizioni per ricucirne il legame?
Si tratta in realtà di due questioni diverse. Fine della efficacia della rappresentanza politica (un tema vecchio di almeno centocinquanta anni) e fine dell’efficacia di una proposta politica (la sinistra come partito di massa che propone un profondo riequilibrio economico sociale e politico nelle società occidentali).
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Il segreto di Macron e della revanche €uropea? La mosca cocchiera reinventa la ruota
di Quarantotto
1. Questo post cercherà di scavare oltre la mera constatazione di sconquassi sociali, arbitrii plateali dell'oligarchia economica, eversione strisciante (ma anche no) dei principi fondamentali della Costituzione, e, soprattutto, della incessante propaganda antidemocratica profusa dalla grancassa mediatica, impegnata a fare il sicario prezzolato della democrazia del lavoro (come in sostanza ci rivelava Gramsci, invitando a boicottare i media, già negli anni '20).
Vorrei introdurre l'argomento muovendo da una sintesi che ci ha proposto Bazaar, relativamente al "come" l'assetto istituzionale del neo-liberismo, incarnato oggi da L€uropa, avrebbe superato lo stato di crisi, dicono addirittura rafforzandosi, almeno oggi nei giorni dell'esaltazione trionfale dell'elezione di Macron:
"La Terza forza - ovvero il gregge moderato - è la stessa forza che doveva rincorrere la Terza via. Qualla che non è il prodotto di alcun Aufhebung.
Più ordoliberismo per tutti.
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Per la rinascita del marxismo in Occidente
L’analisi di Domenico Losurdo
di Aldo Trotta
Manca ormai da tempo un dibattito teorico-politico sullo stato di salute e sulle prospettive del marxismo in Italia e non solo. Un dibattito tanto più necessario e urgente a fronte di una sinistra residuale che, dopo più di un quarto di secolo di abiure e di congedi dalla propria storia, continua ad annaspare nelle sabbie mobili di un “nuovismo” esasperato ed esasperante, alla ricerca affannosa e inconcludente di “nuovi” orizzonti teorici, di “nuovi” linguaggi, di “nuove” forme e pratiche politiche, di “nuove” identità, e via declinando. L’ultimo volume di Domenico Losurdo, Il marxismo occidentale. Come nacque, come morì e come può rinascere, può senza dubbio fornire un contributo prezioso per provare a rianimare una discussione che vada oltre le pur importanti contingenze politiche. Pubblicato da poco per i tipi della Laterza, il testo si presenta nel panorama editoriale nel centenario della Rivoluzione d’Ottobre, in una fase storica in cui sullo scenario internazionale piovono bombe come fossero coriandoli, i focolai di crisi aumentano e i rischi di una conflagrazione bellica su ampia scala si addensano sempre più pericolosamente all’orizzonte, nella preoccupante assenza di un movimento pacifista in grado di far sentire preventivamente la sua voce prima che l’incendio divampi.
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Il buon uso dell'indignazione
di Augusto Illuminati
Con questo primo articolo apriamo uno spazio di dibattito sul tema populismo, verso il seminario di Euronomade, che si terrà dal 16 al 18 giugno a Roma, a ESC. Ospiteremo volentieri i contributi che ci perverranno
Ognuno si porta dietro gli anni e i pregiudizi che ha, siate clementi.
Per esempio, qual è la contraddizione principale oggi in ballo sul materialissimo piano ideologico? Il populismo dilagante o il neoliberalismo ancora saldo in sella? Interessante, non tanto per aderire all’uno o all’altro, ma per decidere se associarci o meno alle campagne in corso. Campagne orchestrate e finanziate in pari misura da forze geopolitiche e finanziarie ben note e da cui ci sentiamo egualmente distanti.
Populismo: «epíteto peyorativo como crítica política conservadora sin validez epistémica», scriveva Enrique Dussel nella seconda delle Cinque tesi sul populismo del 2007. Pensava naturalmente al neopopulismo latino-americano e ai regimi progressisti che si erano affermati al volgere del millennio in Venezuela, Argentina, Bolivia, Ecuador e Brasile, non alle “comunità del rancore” dei sovranisti di sinistra e alle formazioni xenofobe e neofasciste. Per dirla con Rancière, «la nozione di populismo serve ad amalgamare tutte le forme di politica che si oppongono al potere delle competenze autoproclamate e per ricondurle a un’unica immagine: il popolo arretrato e ignorante se non astioso e brutale. Il potere del popolo è assimilato allo scatenamento di un branco razzista e xenofobo», quando oggi il razzismo è gestito dallo Stato, come dimostra la legislazione sulle migrazioni e sulle classi pericolose – pensiamo ai malfamati decreti Minniti subito tradotti in leggi e retate.
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Operaismo, post-operaismo? Meglio neo-operaismo
di Andrea Fumagalli
Una riflessione sull’utilizzo dei termini “operaismo”, “post-operaismo” e “neo-operaismo”. Non una semplice questione terminologica, bensì una questione di metodo e di sostanza utile alla comprensione dell’attuale dinamica delle soggettività del lavoro e del conflitto sociale. Nel testo si confutano anche alcune fantasiose e strumentali ricostruzioni di chi vorrebbe interpretare ciò che non capisce (o, meglio, non vuole capire)
La ricerca teorica di parte dei contributi apparsi sui siti di Commonware, Effimera, EuroNomade si muove sulla falsariga della metodologia operaista. Una metodologia che prende piede nella conricerca e nell’inchiesta sulla condizione operaia ai tempi dello sviluppo delle prime lotte dell’operaio massa.
Credo che su ciò possiamo in linea di massima concordare, pur essendo pienamente coscienti che ci muoviamo oggi in tempi strutturalmente differenti e affrontiamo problematiche teoriche e analisi empiriche assai diverse da quel tempo. C’è tuttavia un insegnamento di metodo che lega quei tempi all’oggi con un sottile filo rosso. Si tratta dell’intuizione, fornita dai Quaderni Rossi, che il rapporto capitale – lavoro è un rapporto tra soggettività in conflitto: soggettività diverse che si muovono su piani diversi e asimmetrici. Possiamo tradurre questa intuizione, come fa il primo Tronti di Operai e Capitale, nella constatazione tanto semplice quanto illuminante che il lavoro esprime una propria soggettività ontologica (composita e, per questo, degna di essere analizzata) che può comunque fare a meno del capitale; altrettanto non si può dire del capitale, la cui esistenza dipenda dal rapporto con il lavoro e per questo necessita di subordinarlo.
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