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Perché tanto odio nei confronti di Francesca Albanese?
di Lavinia Marchetti
Ci sono figure che entrano nel dibattito pubblico e diventano un bersaglio immediato, come se concentrassero su di sé tensioni rimaste a lungo senza nome. Francesca Albanese, relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati, rientra in questa categoria. Prima donna in quel mandato, confermata per un secondo periodo dopo il 2025, si muove in uno spazio già infiammato e infettato. Svolge un ruolo in cui si parla di colonialismo, di genocidio e di diritto internazionale. Cosa significa? Significa mettere il becco nelle colpe dell’Europa. Nel suo caso, però, la quantità di odio, dileggio, aggressione simbolica supera di molto il conflitto politico usuale. Viene sanzionata dagli Stati Uniti per i suoi rapporti sul ruolo delle imprese nell’economia dell’occupazione; viene dichiarata indesiderata in Israele; riceve attacchi continui da governi, partiti, gruppi di pressione filoisraeliani, mentre una parte consistente della società “civile” globale firma appelli a sua difesa. Analizziamo un po’ più in dettaglio i meccanismi dell’odio.
– UNA DONNA CHE PARLA CON AUTORITÀ IN UN CAMPO MASCHILE
Prima stratificazione: il genere. Francesca Albanese occupa una posizione di autorità in un territorio tradizionalmente maschile, quello della sicurezza, della guerra. Entra in aula a Ginevra con un ruolo formale, produce rapporti che svelano e attaccano il marcio che si annida dietro le relazioni internazionali e si permette di usare il linguaggio e le categorie che nessun governo (o stampa di regime) vuole sentire: occupazione coloniale, apartheid, genocidio, e, come se non bastasse si permette, dalla sua posizione, di chiedere sanzioni ed embargo sulle armi. La sua presenza rompe l’immagine rassicurante della giurista “tecnica”, incaricata di smussare gli spigoli, niente linguaggio diplomatico. La sua lingua resta sobria, però sceglie parole che nessuno con un ruolo istituzionale dovrebbe dire.
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Trump negozia le condizioni di resa dell'Ucraina, UE fuori dalla realtà e dalle trattative
di Clara Statello
Le trattative per la pace in Ucraina sono le trattative per la resa dell’Ucraina. Non è la Federazione Russa a dover accettare le condizioni degli Stati Uniti – o men che mai dell’UE – ma sono gli Stati Uniti a dover negoziare con la Russia le condizioni per una sconfitta dignitosa e meno dolorosa possibile per l’Ucraina.
Washington non ha le carte per imporre dure condizioni od ottenere importanti concessioni da Mosca.
Questa situazione non è più eludibile e l’Occidente, a poco a poco, ne sta prendendo atto.
Irrealismo occidentale
“Irrealistico” è l’aggettivo che ha caratterizzato la giornata di ieri. Dopo la lunga riunione al Cremlino tra il presidente russo Vladimir Putin e gli inviati di Trump, i lamentosi cori delle prefiche occidentali non si sono fatti attendere.
Owen Matthews ha pubblicato sul Telegraph un articolo che più che un’analisi politica è una presa di coscienza già dall’intitolazione: Putin è ora al posto di guida. Sottotitolo: L'Europa non ha un piano alternativo realistico, né può permettersi di sostenere la continua guerra dell'Ucraina.
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La guerra ibrida permanente
di Andrea Zhok
Oggi è stata ufficializzata la notizia della presa di Pokrovsk da parte dell'esercito russo e simultaneamente la conquista di Volchansk.
Nell'ultimo mese l'esercito russo ha conquistato 505 kmq di territorio, che per un paese grande come l'Ucraina è ancora poco, ma che segnala una chiara progressione rispetto al periodo precedente.
L'onnipresenza dei droni rende le rapide avanzate con carri armati e autoblindati impossibili, ma questo rende anche le conquiste fatte più resistenti a eventuali contrattacchi.
I segnali di un declino delle capacità operative ucraine al fronte sono evidenti, e tuttavia i segni di una fine rapida del conflitto sono controversi.
Dal fronte alcuni comandanti ucraini hanno inviato a Zelenski la comunicazione che, in caso di sua firma di un accordo che comporti il ritiro dal Donbass, essi non obbediranno.
Naturalmente in una guerra moderna questo è più un gesto che un'effettiva prospettiva di resistenza a oltranza: se dovessero venir meno, per decisione centrale, i rifornimenti, il fronte collasserebbe in poche settimane.
Così come collasserebbe se gli USA ritirassero, come hanno minacciato di fare a più riprese, la fornitura di informazioni satellitari e di intelligence.
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Attacchi preventivi? “Altro che ‘proattivi’: siamo già in guerra anche senza pretesti”
di Fabio Mini
Attenendomi alle dichiarazioni pubbliche del Comandante supremo della Nato, generale Cristopher Cavoli e sulla base della conoscenza della sintassi operativa, ho desunto che la Nato non solo in campo cyber, ma in tutti i sensi e domini, è già in guerra contro la Russia e attaccherà per prima. Sta già mobilitando le forze di tutti i Paesi per quella “difesa” che si dovrebbe realizzare con un attacco preventivo sulla Russia talmente devastante da impedirle perfino di rispondere. “Perché – dice Cavoli – se non ci riusciamo al primo colpo, ci aspetteranno 15 anni di guerra di logoramento”.
In quest’ottica è inutile farsi delle illusioni. Qualcuno per conto nostro ha deciso che siamo in guerra e anche contro chi. Perdono così di valore tutti i distinguo di casa nostra e tutte le dichiarazioni ufficiali dei russi che non si sognano nemmeno di attaccare la Nato. A meno che… una decisione già presa nel 2022 e da allora in piena fase di strutturazione delle forze, anche nucleari, perseguita in barba alla fondamentale correzione di rotta imposta dal presidente Trump all’Aja. Al termine del vertice Nato è stato ufficialmente dichiarato che non si considera la Russia una minaccia a breve termine (da ora a 3 anni), nemmeno a medio termine (da 3 a 10 anni) ma, proprio a volercela tirare, a lungo termine (oltre 10 anni). Tale dichiarazione è stata ignorata dai principali alleati e dalla Nato stessa che invece considerano la Russia come nemico permanente. A prescindere da cosa potrà succedere da qui a 3 o 10 anni e anche da ciò che accadrà all’Ucraina.
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La piazza e il potere che neutralizzano gesti e Palestina
di Mjriam Abu Samra e Pasquale Liguori
Chiunque abbia studiato la storia dei movimenti sa che c’è un momento in cui il conflitto autentico smette di abitare l’emotività e si fa politica.
Accade, ad esempio, quando la protesta non si accontenta più di sfilare o di rappresentarsi, ma raggiunge i luoghi in cui il potere opera, si consolida, si narra. Per questo le redazioni, gli studi televisivi sono sempre stati spazi decisivi nelle grandi fratture del Novecento.
Dalla presa e chiusura delle grandi testate borghesi durante la rivoluzione russa del 1917 alla collettivizzazione di giornali e tipografie nella Spagna del ’36; dagli scioperi e blocchi dell’ORTF nel maggio francese alle grandi proteste contro il gruppo Springer nella Germania del ’68; dalle mobilitazioni del ’67 a Hong Kong, che presero di mira anche organi di stampa coloniale, fino agli assedi dei media di Stato durante le rivoluzioni arabe del 2011: la lista è lunga, diversissima, e nei suoi intrecci racconta una sola cosa.
La stampa non è mai stata un osservatore imparziale. È parte dell’infrastruttura di potere.
Non è un’opinione. È un fatto storico.
Quando un movimento diventa serio, la prima reazione del potere non è la repressione poliziesca: è il panico dei suoi giornali.
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Decentrare il presente: la sfida del Longpath
di Roberto Paura
Ari Wallach: Longpath, Traduzione di Maria De Pascale, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2025 - pp. 187, € 25,00
Per un caso che non definiremmo fortuito, nel pieno dell’ultima pandemia – annus horribilis 2020 – apparve un libro destinato a influenzare il dibattito internazionale: The Good Ancestor di Roman Krznaric, poi tradotto tre anni dopo in italiano con il titolo Come essere un buon antenato. Krzanric vi sosteneva l’esigenza di assumere – o meglio tornare ad assumere – un pensiero di lungo termine come antidoto alla contrazione del tempo tipica dei nostri giorni. Pensare in termini di tempo profondo, come già invitava a fare alcuni decenni fa Alvin Toffler nel suo testo-cult Lo choc del futuro, nel quale divideva gli ultimi 50.000 anni in 80 cicli di una sessantina d’anni circa, così da darci l’idea di come da un lato i cambiamenti siano stati estremamente lenti (quanti cicli passati a vivere nelle caverne), e di come dall’altro questi cambiamenti stiano accelerando di ciclo in ciclo (cfr. Toffler, 1971). Ma soprattutto pensare in ottica transgenerazionale, come già proponeva la Grande legge degli haudenosaunee, la legge orale fondante della Confederazione degli irochesi: ogni decisione dev’essere presa tenendo conto delle conseguenze sulle sette generazioni future. L’anno in cui quel libro uscì dimostrava plasticamente le conseguenze del brevetermismo: il mondo relegato in casa a causa di un virus il cui salto di specie era stato favorito dall’erosione degli habitat naturali da parte dell’espansione antropica, e la cui diffusione esponenziale era stata resa possibile dagli incessanti spostamenti di cose e persone su scala globale per tenere in piedi l’economia di mercato fondata sul principio della crescita infinita.
Quella di Krznaric sembrò una ricetta per il mondo migliore che dovevamo edificare. In parte è stata anche seguita, più nella forma che nella sostanza: prova ne è la riforma costituzionale italiana del 2022, che ha inserito all’art. 9 la tutela dell’ambiente e della biosfera nell’interesse delle future generazioni e, solo pochi giorni fa, la legge che ha introdotto la “valutazione di impatto generazionale”, che impone un’analisi preliminare degli impatti delle nuove politiche pubbliche in particolare sulle giovani generazioni, quelle al di sotto dei 35 anni.
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La guerra immaginaria: il piano tedesco contro la Russia e l’economia di guerra europea
di Mario Sommella
Quando ho letto dello “scoop” del Wall Street Journal sul piano di guerra tedesco contro la Russia, ho avuto la sensazione di tornare indietro nel tempo. Non alla Guerra fredda, ma a qualcosa di peggiore: un’Europa che, pur in crisi industriale e sociale profonda, trova nella minaccia esterna il collante per chiedere sacrifici infiniti ai cittadini e profitti infiniti al complesso militare-industriale.
Secondo quanto ricostruito dal WSJ e ripreso da diversi media, Berlino ha messo nero su bianco un maxi-piano di 1.200 pagine, battezzato “Operation Plan Germany” (OPLAN DEU), che descrive nel dettaglio come fino a 800 mila soldati tedeschi, americani e di altri paesi Nato verrebbero proiettati verso est, attraverso porti, fiumi, ferrovie e autostrade tedesche, in caso di attacco russo all’Alleanza. Il documento viene presentato come un ritorno alla “mentalità da Guerra fredda”, con un coinvolgimento “di tutta la società”, cioè con infrastrutture civili integrate strutturalmente nella macchina militare.
Il tutto parte da una premessa: funzionari tedeschi e comandanti Nato sostengono che la Russia potrebbe essere “pronta e disposta” ad attaccare l’Europa tra i due e i cinque anni, e che un eventuale armistizio in Ucraina le consentirebbe di riorganizzarsi per colpire un paese Nato. Quindi, dicono, bisogna prepararsi subito.
Io penso esattamente il contrario: questo tipo di narrazione non serve a “prevenire” una guerra, ma a renderla più probabile e a blindare un gigantesco riarmo che ha molto più a che vedere con i conti dell’industria che con la sicurezza delle persone.
Un colosso territoriale in crisi demografica, non un impero in espansione
Partiamo dalla “minaccia russa” così come viene raccontata. La Russia è il paese più esteso del pianeta, con una popolazione che oggi si aggira attorno ai 144-146 milioni di abitanti, in calo e con un’età mediana alta.
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Marxismo ed evoluzionismo
di Paolo Crocchiolo
A fronte di letture distorte e fuorvianti del darwinismo, quale quella dei darwinisti sociali che giustificano in senso classista e razzista la “prevalenza del più forte”, una lettura marxista valorizza la parità biologica di tutti i membri della specie umana e vede i tratti comuni dell’evoluzione naturale e di quella sociale. L’esacerbarsi delle diseguaglianze, dovuto al sistema di sfruttamento capitalistico, rende sempre più urgente, anche per salvarci dal rischio dell’estinzione, un ristabilimento della parità di diritti e di opportunità economiche.
Introduzione
Molto a lungo e ancor oggi, almeno in parte, il pensiero di Darwin non ha goduto e non gode di buona fama tra i marxisti e gli intellettuali di sinistra in generale. Questo perché, contrariamente alle intenzioni dello stesso Darwin, la sua teoria, principalmente a opera di Herbert Spencer, è stata rappresentata in forma semplicistica, anzi del tutto travisata mediante espressioni decontestualizzate quali “la sopravvivenza del più adatto” che si prestava alla facile, benché del tutto impropria traduzione di “sopravvivenza del più forte”; il che nel secolo scorso ha contribuito ad aprire la strada a posizioni eticamente inaccettabili quali l’eugenetica e, ancor prima, la “missione civilizzatrice” dell’Occidente.
Le più recenti acquisizioni nel campo dell’evoluzionismo hanno, invece, smantellato la falsa rappresentazione del darwinismo e i pregiudizi che ancora persistono sulla sua presunta incompatibilità con la Weltanschauung marxista. Anzi, il marxismo per molti aspetti si colloca in perfetta continuità con il pensiero di Darwin. Infatti, l’evoluzionismo modernamente inteso, dimostrando la parità biologica di tutti gli esseri umani, può rappresentare una valida piattaforma scientifica per sostenere la lotta contro ogni forma di discriminazione economica e sociale dei più vulnerabili, fondata sul presupposto di una loro presunta inferiorità e quindi addotta a giustificazione del loro sfruttamento.
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Ah, la cara vecchia propaganda di guerra
di Caitlin Johnstone*
Proprio mentre si diffonde la notizia che Trump ha dato a Maduro un ultimatum per lasciare immediatamente il Venezuela se vuole salvarsi la vita, il Wall Street Journal, di proprietà di Murdoch, ha pubblicato un articolo di propaganda bellica incredibilmente sfacciato intitolato "Come le gang venezuelane e i jihadisti africani stanno inondando l'Europa di cocaina".
"Il Venezuela è diventato un importante trampolino di lancio per enormi volumi di cocaina spediti verso l'Africa occidentale, dove i jihadisti stanno contribuendo a trafficarla in Europa in quantità record", inizia l'articolo, che si spinge a sottolineare che "la campagna di pressione dell'amministrazione Trump contro il leader venezuelano Nicolás Maduro, che si sostiene sia fortemente coinvolto nel traffico di droga, ha attirato l'attenzione mondiale sul ruolo del Paese nel traffico di droga".
L'articolo di propaganda è chiaramente rivolto sia agli europei che agli americani, sottolineando la battuta del Segretario di Stato Marco Rubio del mese scorso, secondo cui gli europei "dovrebbero ringraziarci" per aver fatto esplodere presunte navi della droga provenienti dal Venezuela, perché, a suo dire, parte di quella droga finisce in Europa.
C'è tutto. Accrescere il sostegno internazionale per una guerra per un cambio di governo. Spaventare i "jihadisti". Il dittatore malvagio e spaventoso. L'intero pacchetto di propaganda bellica.
I mass media lo fanno ogni volta che l'impero americano si agita per la guerra. E la stampa di Murdoch è sempre la più eclatante trasgressore.
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Il nuovo volto del capitalismo: quando le élite uniscono lavoro e capitale
di Nicolò Bellanca
Nel nuovo capitalismo i redditi da lavoro si sommano a quelli da capitale. Spetta alla sinistra immaginarne una vera democratizzazione.
Il capitalismo sta cambiando, ma non nel modo in cui molti pensano. La tesi è provocatoria: stiamo assistendo non tanto alla sparizione delle classi sociali, quanto alla loro trasformazione radicale. E questo ha conseguenze enormi per le politiche redistributive della sinistra.
Oltre Marx: quando tutti sono capitalisti e lavoratori
Nel capitalismo classico, quello descritto da Marx e Ricardo, le classi erano nettamente separate: da un lato i capitalisti che vivevano di rendite, dall’altro i lavoratori che vivevano di salario. Oggi questa distinzione è sempre meno netta. L’economista Branko Milanović ha coniato un termine per descrivere questo fenomeno: homoploutia – dal greco “stessa ricchezza”. Si riferisce a quella fetta crescente di popolazione che appartiene contemporaneamente al decile più ricco sia per redditi da capitale che per redditi da lavoro. Negli Stati Uniti, circa il 30% del top 10% rientra in questa categoria – vale a dire il 3% della popolazione totale.
Sono manager, professionisti, imprenditori che guadagnano stipendi elevati e al contempo accumulano patrimoni significativi. La loro identità di classe è ibrida: capitalisti-lavoratori o lavoratori-capitalisti. Non sono più la borghesia rentier di un tempo, ma neppure i salariati tradizionali.
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Zerocalcare, Scurati e gli altri come “fascisti irrisolti” (con test per scoprire se lo sei anche tu)
di Emanuele Maggio
Gli intellettuali italiani, nei confronti del fascismo, si dividono ancora in due categorie: coloro che impediscono a se stessi di essere fascisti e coloro che non impediscono a se stessi di essere fascisti.
I primi, poiché impediscono a se stessi di essere fascisti, lo vorrebbero impedire anche agli altri. Costoro non concedono a se stessi la libertà (diremmo quasi la tentazione) di essere fascisti.
Essi non sono liberi di essere antifascisti, ma sono obbligati a essere antifascisti, e dunque vorrebbero estendere universalmente tale obbligo.
A obbligarli hanno un poliziotto nella testa, e concludono che tutti dovrebbero averlo. Il loro antifascismo è una posizione di principio ideologica, oppure un comando morale, non una scelta politica razionale e motivata.
I secondi, coloro che non impediscono a se stessi di essere fascisti, si dividono a loro volta in due categorie: quelli che, liberi di essere fascisti, scelgono di essere fascisti (o postfascisti o parafascisti) e quelli che, liberi di essere fascisti, scelgono di essere antifascisti.
L’antifascismo di questi ultimi è l’unico autentico, in quanto scelta consapevole e libera, responsabile e concreta di fronte alla storia, ricostruibile razionalmente a ritroso nelle sue tesi fondanti.
Non c’è alcun valore nell’essere antifascisti, se non si è liberi di esserlo, ovvero: se non si è liberi di essere fascisti, e se non si lascia anche gli altri liberi di essere fascisti, affinché anche gli altri possano diventare antifascisti liberi.
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Il caso (clinico) di Kaja Kallas. Come ha potuto l’Europa ridursi così?
di Gianandrea Gaiani
Le ultime dichiarazioni dell’Alto Commissario europeo per la Politica Estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, impongono (o almeno dovrebbero imporre) una seria riflessione sulla qualità politica e culturale della Commissione von der Leyen e dei suoi massimi esponenti, che stanno portando l’Europa non solo al disastro economico e all’irrilevanza strategica ma anche al ridicolo, allo scherno, al disprezzo, al pubblico ludibrio presso la comunità internazionale.
Kallas non è nuova a gaffes leggendarie come quando auspicava la dissoluzione della Federazione Russa in repubbliche in guerra tra loro (con 6,500 testate nucleari in libertà?) o quando si distinse in un dibattito acceso con la Cina mostrando di non sapere chi avesse vinto la Seconda guerra mondiale. Giornalisti e opinionisti cinesi hanno più volte mostrato stupore e incredulità per questo Alto commissario Ue che ”parla come una liceale”.
Nel marzo scorso presentò (nella foto sotto), insieme al Commissario alla Difesa e Aerospazio Andrius Kubilius, il “Joint White Paper for European Defence Readiness 2030” (Libro bianco congiunto per la prontezza della difesa europea 2030), definito pomposamente Libro Bianco ma composto da appena 22 paginette piene di banalità.
Più recentemente il segretario di stato Marco Rubio non ha neppure voluto incontrarla nell’ambito dei colloqui per portare la pace in Ucraina e del resto Kallas è riuscita ad andare sopra le righe anche in questa circostanza facendosi promotrice di un piano che ribalta la percezione della realtà.
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Dal cartello Zeta alla Generazione Zeta. Angeli e demoni nel Messico
di Fulvio Grimaldi
https://www.youtube.com/watch?v=OuhiaHuPBsE (si combina bene con la lettura)
https://youtu.be/n1S-1XCrSnM (qui s’impara anche lo spagnolo)
Di Zeta in Zeta
Ma guarda un po’, Zeta è l’etichetta di quanto viene fatto passare per nuova “generazione” e che, inalberando il vessillo dei pirati, sta provando a buttare per aria un po’ di governi. Essenzialmente quelli che agli USA e rispettivi stipiti stanno sul piloro, tipo Serbia e, soprattutto, da 200 anni, il Messico. Ma Z è anche il logo dell’ omonimo narcocartello messicano. Un cartello che, prima dell’avvento dei presidenti Obrador e Sheinbaum, era, assieme a quello dei Sinaloa, il più feroce e sanguinario e il più vicino agli interessi dei predecessori dei presidenti arrivati nell’ultimo decennio. Vedi un po’, le coincidenze…
Ho studiato e ammirato il Messico dalle sue prime rivoluzioni, Benito Juarez, Emiliano Zapata, Pancho Villa. Poi l’ho incontrato, amato, compianto, negli anni neri dei presidenti commissariati dagli USA e dai narcocartelli, quando dal Chiapas è partito un movimento che le nostre sinistre incantava con passamontagna, fucili e cartucciere e storie e vesti colorate. Un movimento di sacrosanta rivendicazione dei Maya, persi nelle foreste del Chiapas, ma che, alla resa dei conti storici, ha sostanzialmente impedito che si unificasse quella sinistra nazionale che pur scorreva impetuosamente nelle vene del paese. La sinistra rivoluzionaria di Benito Juarez, nel tardo ‘800 primo indigeno presidente in America Latina, e di Emiliano Zapata, autore della prima rivoluzione del ‘900 nel mondo. Quanti, ancora oggi, portano in suo onore quel nome, compreso mio figlio! Rivoluzioni alle quali tanto sangue è stato fatto versare da farci annegare, alla fine, chi ha provato a divorarle.
Ora c’è chi di quella sconfitta si risente e prova a riavvolgere il nastro. Dopo un secolo di Messico tristemente (“Messico e nuvole…”) subalterno agli USA, spietatamente repressivo e convivente/connivente con i narcocartelli, in questi dieci anni due mandati consecutivi di presidenze socialiste (alla messicana) e antimperialiste, rompono l’odine delle cose, sono intollerabili.
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Una nuova politica estera per l’Europa
di Jeffrey D. Sachs
La sottomissione dell’Europa agli Stati Uniti deriva quasi interamente dalla sua paura predominante della Russia, una paura che è stata amplificata dagli Stati russofobi dell’Europa orientale e da una falsa narrativa sulla guerra in Ucraina. Basandosi sulla convinzione che la sua più grande minaccia alla sicurezza sia la Russia, l’UE subordina tutte le altre questioni di politica estera – economica, commerciale, ambientale, tecnologica e diplomatica – agli Stati Uniti. Ironia della sorte, si aggrappa a Washington anche se gli Stati Uniti sono diventati più deboli, instabili, imprevedibili, irrazionali e pericolosi nella loro politica estera nei confronti dell’UE, al punto da minacciare apertamente la sovranità europea in Groenlandia.
Per tracciare una nuova politica estera, l’Europa dovrà superare la falsa premessa della sua estrema vulnerabilità nei confronti della Russia. La narrativa di Bruxelles-NATO-Regno Unito sostiene che la Russia sia intrinsecamente espansionista e che invaderà l’Europa se ne avrà l’opportunità. L’occupazione sovietica dell’Europa orientale dal 1945 al 1991 dimostrerebbe oggi questa minaccia. Questa falsa narrativa interpreta in modo errato il comportamento russo sia nel passato che nel presente.
La prima parte di questo saggio mira a correggere la falsa premessa secondo cui la Russia rappresenta una grave minaccia per l’Europa. La seconda parte guarda avanti a una nuova politica estera europea, una volta che l’Europa avrà superato la sua irrazionale russofobia.
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Ucraina al bivio: mentre l’Occidente litiga, Mosca vede avvicinarsi la vittoria
di Roberto Iannuzzi
Leader europei e falchi americani sabotano l’ennesimo piano Trump, Zelensky cerca di trarsi d’impaccio dallo scandalo sulla corruzione, i russi sono pronti a una soluzione militare
Le ultime settimane sono state molto dure per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Costretto sulla difensiva dai gravi episodi di corruzione legati alla compagnia di stato Energoatom, e da una coincidente campagna di pressione europea volta a fargli abbassare l’età minima di arruolamento, egli si è visto cadere addosso la tegola dell’ennesimo piano di pace promosso dal presidente americano Donald Trump.
Se le pressioni europee puntano a estendere la base di reclutamento dell’esercito ucraino con l’obiettivo di contrastare l’avanzata russa, e dunque sostanzialmente di prolungare il conflitto (Kiev non ha alcuna speranza di rovesciarne le sorti), il nuovo piano Trump apparentemente intende porre fine alle ostilità attraverso concessioni altrettanto dure da digerire per Zelensky.
Si è dunque messo in moto un meccanismo già visto nei mesi passati: di fronte alla proposta della Casa Bianca, Kiev ha espresso le proprie perplessità, alleati europei e falchi americani sono corsi in aiuto del governo ucraino elaborando “controproposte”, Trump ha affermato che il piano non era immodificabile, aprendo così la strada ad una formulazione concordata con Kiev.
Il risultato sarà probabilmente un piano digeribile per Ucraina e partner europei, e del tutto indigesto per Mosca. L’ultimatum del 27 novembre inizialmente imposto da Trump a Zelensky per accettare il piano, pena la sospensione degli aiuti militari e di intelligence, nel frattempo è svanito.
Una Casa Bianca priva di reale potere contrattuale
Ripercorrendo la breve storia degli sforzi negoziali compiuti dall’amministrazione Trump, ci si rende conto che essi sono apparsi sempre meno credibili con il passare dei mesi, e che l’ultimo piano “in 28 punti” è probabilmente nato morto.
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Alcuni aspetti dello stato dell’Ucraina dopo tre anni di guerra
di Francesco Cappello
Il collasso militare delle forze armate ucraine su tutti i fronti di guerra è praticamente generalizzato e senza speranza. In Ucraina c’è ormai un fallimento strategico che coinvolge la sfera militare, demografica, economico-finanziaria, infrastrutturale e politica
Gli ucraini hanno visto insieme alla perdita enorme di vite umane e alla distruzione del loro paese una profonda corruzione di cui si sono macchiate le autorità che hanno intascato in larga misura gli aiuti finanziari occidentali mentre guadagnavano anche dal commercio abusivo di armi occidentali nei mercati neri.
L’Ucraina sta esaurendo soldati, soldi e popolazione
Dal 40% al 50% degli ucraini hanno disertato o risultano assenti ingiustificati. Due terzi dei reclutati disertano ogni mese, e circa 10.000 soldati lasciano il fronte mensilmente perché feriti o perché deceduti. Il tasso di reclutamento (quasi sempre coatto) che era di 30.000 persone al mese è collassato – l’effettiva numerosità delle truppe è ridotta dalle troppe diserzioni e morti. Oggi c’è un peggioramento drastico, anche di questi numeri. Ha circolato la proposta di abbassamento dell’età della leva a 22 anni insieme all’ipotesi di arruolamento delle donne.
Si stima che l’Ucraina ospiti ora meno di 30 milioni di persone, un calo drastico rispetto ai 44 milioni del 2021. Inoltre i suoi tassi di mortalità e natalità sono rispettivamente il più alto e il più basso del mondo. La guerra ha provocato milioni di sfollati interni e quasi 6,9 milioni di rifugiati che hanno cercato protezione in Europa e altrove.
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Europarlamento: in guerra contro la Russia
di Leonardo Mazzei
Prenderli sul serio oppure no? La domanda si ripresenta, dopo l’ennesima dichiarazione di guerra alla Russia approvata dal parlamento europeo. Molti pensano che ormai i documenti che escono da quella cloaca massima del bellicismo Ue-Nato siano solo carta straccia. Chi scrive ha un’idea un po’ diversa, dato che quell’assemblea esprime pur sempre gli orientamenti dei maggiori raggruppamenti politici europei. E non è poco.
Naturalmente, il parlamento europeo non è affatto rappresentativo del sentimento prevalente nei popoli del continente, ma di sicuro il voto del 27 novembre ci dice tutto su quel che pensano i decisori politici. Ma quanto contano davvero questi decisori? Più precisamente, quanto conta ancora l’Unione europea? A questa domanda bisogna dare una risposta precisa. Fortunatamente l’Ue conta sempre meno, ma sfortunatamente conta ancora abbastanza per impedire che il più piccolo spiraglio di pace produca qualche effetto.
Dunque – e paradossalmente, visto lo stato comatoso delle sue istituzioni – nell’essenziale l’Unione europea continua a contare fin troppo. Conta non tanto in virtù della propria forza, ma per la concordanza di obiettivi con una parte fondamentale del deep state americano e con la Nato. In quattro anni di guerra l’allineamento tra Ue e Nato è stato totale, e continua a esserlo nonostante Trump. Un fatterello che vorrà pur dire qualcosa, al pari della posizione di Rubio a Ginevra, dell’opposizione di molti parlamentari repubblicani ai 28 punti del piano di Witkoff, della “strana” pubblicazione delle sue conversazioni riservate con i russi.
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"Attacchi preventivi" della Nato? Il Generale Andrei Gurulëv sintetizza la pianificazione strategica russa
di Fabrizio Poggi
La Russia non aspetterà che un eventuale conflitto passi a quella che l'Occidente definisce una fase "convenzionale". In caso di una guerra di vasta portata, i sistemi di comando e controllo e le infrastrutture della NATO collasserebbero rapidamente sotto i colpi russi. Questa, in estrema sintesi, la risposta alla malsana idea esposta al Financial Times dall'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, capo del Comitato militare NATO, secondo cui l'Alleanza atlantica sta considerando approcci più duri di dissuasione nei confronti di Mosca: in sostanza, la NATO starebbe valutando l'idea di lanciare un "attacco preventivo" contro la Russia in risposta ai presunti crescenti "attacchi ibridi".
«Stiamo valutando di agire in modo più aggressivo e preventivo piuttosto che reattivo», ha detto Dragone, aggiungendo che il termine stesso di "attacco preventivo" viene già interpretato dall'Alleanza come una forma di "azione difensiva". In questo contesto, il generale e deputato della Duma Andrei Gurulëv evidenzia su Moskovskij Komsomolets come l'Occidente abbia più volte indicato gli anni 2028-2030 come arco temporale per una probabile guerra con la Russia e sottolinea come questo rappresenti un elemento di pianificazione strategica. L'aumento dei bilanci militari, i programmi di mobilitazione di Germania, Francia e altri paesi, dice il generale, insieme alle discussioni sul dislocamento di armi nucleari in Polonia e ora in Ucraina, fanno tutti parte dell'architettura a lungo termine dello scontro.
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Rinascita e caduta cinese
di Salvatore Bravo
Si susseguono nella sinistra radicale e comunista gli interventi a sostegno della Cina socialista. L’ammirazione è sostenuta da alcuni dati indiscutibili. In primis la sconfitta della povertà assoluta e, non è secondaria, la capacità del Partito comunista cinese di attrarre i capitali esteri al fine di sostenere lo sviluppo della Cina nel suo complesso. La Cina non si è lasciata cannibalizzare dai capitalisti come fu dopo la caduta dell’Unione Sovietica per la Russia. Nella Russia di Boris Eltsin lo sfruttamento e la privatizzazione dei servizi sociali portarono a una notevole riduzione dell’aspettativa di vita dei russi. Nel 1994 l’aspettativa di vita era di 64 anni. L’Eden che i russi si attendevano dal capitalismo si trasformò in un incubo reale che falcidiava sogni e vite umane. Non è possibile dimenticare Mikhail Sergeyevich Gorbachev, già pensionato, nel discutibile spot con la nipotina Anastasia nel 1997 per pubblicizzare l’americana Pizza Hut commercial. Lo spot non fu tramesso nelle TV russe, ma diede l’impressione agli occidentali che la Russia fosse ormai terra di conquista dei “capitali” e che la storia fosse finita sotto la bandiera del mercato in cui con le merci si vendono e svendono anche le culture dei popoli e la dignità degli uomini. La classe dirigente russa si svelò nella sua verità, essa era corrotta e aveva abbandonato la nazione al suo destino. Il successo di Putin non può che essere spiegato con il terrore introiettato dai russi dopo la caduta dell’Unione Sovietica di diventare nei fatti una colonia dei capitalisti umiliata nell’identità culturale e con il pericolo di essere smembrata in stati facilmente dominabili.
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Un'umiliazione impensabile
di Andrea Cecchi
L'accordo "impensabile" che gli Stati Uniti hanno appena offerto a Cina e Venezuela
“Andava combattendo ed era morto” si trova nell’Orlando Innamorato di Boiardo; è una citazione che mostra come Orlando, ferito mortalmente da Agricane durante un duello (dopo averlo decapitato, ma il colpo era stato così veloce che il corpo continuava a combattere), non si accorgesse della propria morte, continuando a lottare finché non cade, un momento che simboleggia la fatalità dell’amore e l’incredibile forza che esso conferisce anche di fronte alla morte.
Nel caso degli USA, la furia cieca è quella dell’innamorato del POTERE. Un potere dato dal monopolio del debito. Un potere “decapitato” che continua ad andare combattendo, ma che è morto!
Con questa newsletter, vorrei condividere la trascrizione di un video di YouTube che ho trovato molto interessante. L’analisi ci pone di fronte a un momento cruciale. Un momento in cui si sta scrivendo la storia. Stiamo vivendo i giorni che segnano il punto in cui il mondo come lo conosciamo non sarà più lo stesso di prima. Ho già approfondito queste tesi nella mia newsletter.
Ma quello che stiamo per apprendere è, a mio parere, la migliore descrizione finora fornita, per il 2025, di ciò che sta realmente accadendo. La struttura del potere mondiale sta cambiando rapidamente, quindi è meglio considerare ciò che sta accadendo, con una mente aperta e con un piano per affrontare al meglio questo sconvolgimento geopolitico globale. Condivido anche le considerazioni finali, ovvero che dopo un periodo di difficoltà, quello del GRANDE RESET, ci attende un nuovo sistema basato su risorse reali. Quindi guardiamo a questa fase come a quella in cui un organismo obeso e aggressivo viene messo a dieta ferrea. All’inizio sarà dura, ma poi si va a stare meglio.
«C’è un vecchio detto in geopolitica: puoi essere un impero o un debitore. Ma non puoi essere entrambi. Per 80 anni, gli Stati Uniti hanno sfidato questa regola.
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Dal caos nel MAGA agli insuccessi industriali: è segnata la fine del neoliberismo
di OttoParlante - La newsletter di Ottolina
Il Marru
I datacenter di Trump si scontrano con i suoi elettori: la reindustrializzazione neoliberista è fallita. Gli Stati Uniti entrano nella fase più assurda della loro traiettoria tecnologica: il presidente spinge per costruire più datacenter per competere con la Cina sull’AI… e sono proprio i suoi elettori MAGA a ribellarsi. Il paradosso fotografato da Reuters è il simbolo del fallimento del progetto di reindustrializzazione neoliberista: si voleva riportare l’industria in America, ma senza toccare proprietà privata, mercato immobiliare suburbano, consumi energetici e autonomia locale; un’impossibilità logica. I datacenter richiedono acqua, energia, terreni, infrastrutture; generano traffico, rumore, calore, trasformano quartieri, hanno bisogno di reti energetiche stabili – cosa che negli USA non esiste più, dopo decenni di deregolamentazione e privatizzazioni selvagge. Ma la base elettorale di Trump non vuole alcun sacrificio: nessuna turbina vicino casa, nessun elettrodotto, nessun complesso industriale; not in my backyard! Si vuole la potenza americana, ma senza pagarne il prezzo materiale. Nel frattempo, la Cina avanza.
L’antitrust MAGA è morto: quando lasci tutto ai monopoli, i monopoli ti mangiano. A proposito di fallimenti neoliberisti, secondo Naked Capitalism, negli Stati Uniti sta finendo anche l’illusione che il mercato si autoregoli da solo; il Dipartimento di Giustizia dominato dall’agenda MAGA ha ufficialmente abbandonato la funzione antitrust: invece di perseguire RealPage, un colosso accusato di aver coordinato aumenti illegali dei prezzi degli affitti in tutto il Paese, ha scelto un patteggiamento simbolico, una pacca sulla spalla, un buffetto che sancisce la resa dello Stato davanti ai monopoli. E questo è forse più grave dei fallimenti industriali, perché tocca la struttura profonda del capitalismo americano: senza antitrust, non esiste più concorrenza, ma solo oligopoli.
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Caso “La Stampa” | Il prezzo di stare dalla parte giusta
di Cristina Roncari
Sabato sera. Cena. La Tv gira per conto suo. Arrivano le parole: “Ignobile, vile, grave, irresponsabile, anni di piombo”. Guardo le immagini: ragazzi entrano nella sede del quotidiano La Stampa e come si direbbe oggi in linguaggio antagonista “ lo sanzionano”. Mi colpiscono volti scoperti. Santa ingenuità. Con un governo di estrema destra e il nuovo Ddl Sicurezza non avete pensato a una bella maschera come quella di V per Vendetta? Invece vanno, sicuri delle loro buone ragioni. Ignari di un mondo che non riconosce nessuna buona ragione se non quella del denaro, del profitto, del colonialismo. Quanto si paga caro la scelta di non essere acquiescenti, succubi, servi, di dire la verità, di prendere posizione? Lasciatevelo dire da chi l’ha già visto: è una scelta costosa.
Ma veniamo ai fatti. Il Ministro dell’Interno ha firmato il decreto di espulsione dell’Imam Mohamed Shahin. Destinazione Egitto. Shahin è in Italia da 21 anni, sposato, con due figli piccoli nati a Torino. Attualmente è detenuto nel CPR di Caltanisetta. Shahin è ampiamente conosciuto dal mondo degli attivisti che si battono contro il genocidio in Palestina e che oggi, con sfregio, vengono chiamati “Pro Pal”, come fossero tifosi di una squadra di calcio e come se, dall’altra parte, ci fosse una paritaria squadra di calcio che possiamo chiamare “Pro Israel”. Non una potenza nucleare nata per volontà dell’Occidente e da questo appoggiata, insediatasi violentemente in una terra non sua che da 77 anni attua scelte di sterminio del popolo originario. Ma siamo abituati allo stravolgimento del linguaggio. Cambiare le parole significa cambiare le storie e far credere cose diverse da quelle che sono accadute. Così i media mainstream ci dicono che in Medio Oriente c’è una guerra tra israeliani e palestinesi. I primi combattono con la tecnologia militare più efficiente al mondo e con le incessanti e innovative dotazioni Usa. I secondi beh… kalashnikov, qualche inefficiente razzo, ma anche pietre se non hanno altro. Shahin cosa ha fatto di male?
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Instabilità economica e politica. Una riflessione a partire da Il tempo di Ares di Stefano Lucarelli
di Roberto Antonio Romano
Roberto Antonio Romano analizza come la globalizzazione finanziaria, la centralizzazione del capitale e gli squilibri tra paesi abbiano portato ad affermarsi un nuovo ordine geopolitico dominato dal conflitto. Richiamandosi alle tesi sostenute in un libro recente di Lucarelli, che evoca i miti di Ermes, Ares e Pan, Romano sottolinea la necessità di un modello che leghi economia, potere e guerra, nonché di una nuova Bretton Woods che sia capace di riportare stabilità, cooperazione e sostenibilità.
Come si è arrivati a un mondo in cui il conflitto — economico, finanziario e militare — sembra tornato il motore centrale delle relazioni internazionali? Siamo in un tempo in cui la competizione economica globale, la centralizzazione del capitale e la liberalizzazione finanziaria hanno creato un ambiente strutturalmente instabile, dove la guerra — o la minaccia di essa — diventa un’estensione della politica economica.
L’instabilità del sistema economico mondiale sta segnando la nuova geopolitica internazionale. Secondo alcuni studiosi – fra cui si annovera anche Stefano Lucarelli, autore di un interessante saggio appena pubblicato, Il tempo di Ares. Politica internazionale ‘leggi economiche’ e guerre (Mondadori Università 2025) – l’apertura dei mercati e la globalizzazione finanziaria hanno favorito la centralizzazione del capitale e la formazione di squilibri creditore-debitore che, combinati con politiche protezionistiche, tecnologia e rivalità geopolitiche, alimentano la crescita delle spese militari e il rischio di conflitti.
In questo quadro è lecito richiamare la necessità di un ripensamento istituzionale (una nuova Bretton Woods sul modello della International Clearing internazionale proposta da Keynes) per stabilizzare i flussi di capitale e ridurre le tensioni. Tra le proposte che caratterizzano l’attuale dibattito sui problemi che affliggono il sistema degli scambi internazionale troviamo una regionalizzazione sensata del commercio, una nuova regolazione dei movimenti di capitale, una valuta internazionale meno dipendente dalla valuta egemone (dollaro) e la realizzazione di istituzioni multilaterali che limitino rivalità e deterrenza armata.
Se si guarda solo ai legami tra posizioni nette verso l’estero e le spese militari, come hanno fatto i diversi economisti che nel Febbraio 2023 hanno promosso sul Financial Times l’appello “The economic conditions that makes wars more likely”, si rischia di eludere una questione a me molto cara legata della demografia, più precisamente la popolazione potenzialmente al lavoro, che non dovrebbe essere esclusa nella riflessione quando si discute della nuova e ancora incerta geografia economica internazionale.
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Chi gioca alla guerra su Taiwan
di Michelangelo Cocco*
Una doverosa premessa. Quella dei taiwanesi di preservare l’indipendenza del proprio governo e la loro democrazia è un’aspirazione ammirevole. Tuttavia Pechino avanza rivendicazioni storiche su un territorio il cui status è indefinito secondo il diritto internazionale.
La contraddizione tra aspirazioni taiwanesi e rivendicazioni cinesi era stata risolta lasciandola irrisolta, con Pechino fautrice nei rapporti con Taipei del cosiddetto “consenso del 1992”, raggiunto tra rappresentanti cinesi e taiwanesi e, in quelli bilaterali, del principio “una Cina”, al riconoscimento del quale ha subordinato l’instaurazione delle relazioni diplomatiche con il resto del mondo.
Sia il “consenso del 1992” che “una Cina” (mai accettati dal Partito progressista democratico che governa Taiwan dal 2016), nella sostanza, riconoscono che esiste una sola Cina (seppur con opposte interpretazioni, a Pechino e Taipei, su chi ne sia il legittimo rappresentante).
I principali attori coinvolti avrebbero dovuto preservare questa ambiguità politica, invece il prepotente riemergere dei nazionalismi ha fatto sì che si sia intrapresa la strada opposta, quella di un pericoloso tira e molla sull’isola, trasformata in un terreno di scontro di interessi contrapposti. Alcuni in particolare hanno preso letteralmente a “picconare” in maniera irresponsabile quel prezioso compromesso.
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Italia. Portuali, Palestina e la nuova unità contro l'imperialismo
di Geraldina Colotti*
Greta Thunberg, Francesca Albanese, Roger Waters. Tre volti noti a livello internazionale, rispettivamente un'attivista climatica, una relatrice Onu, e un famoso cantante rock, co-fondatore dei Pink Floyd. Tre figure appartenenti a generazioni diverse, in qualche modo simbolo del loro tempo: Waters ricorda gli anni '70, anni di rottura e messa in questione sistemica del modello capitalista, in cui era costume riprendere nelle piazze l'invito di Che Guevara a innescare “10, 100, 1.000 Vietnam”.
Albanese rappresenta la coerenza costituzionale contro gli effetti della crescente balcanizzazione del mondo e dei cervelli, che mostrano la contraddizione flagrante fra la legittimità del diritto e la legalità borghese, calpestata con arroganza in spregio delle leggi internazionali. Greta mostra la solitudine delle giovani generazioni orfane della memoria storica, però “costrette” a crescere e a fare esperienza di fronte alla violenza del modello capitalista, e a passare dalle lotte settoriali a quelle generali.
Tre figure che hanno marciato a fianco (in modo concreto o simbolico) della lotta dei portuali di Genova, il 28 novembre 2025, e nella successiva giornata di sciopero generale, organizzata con successo dai sindacati di base (100.000 persone).
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