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Sradicati e flessibili: come la pedagogia contemporanea fabbrica il soggetto neoliberale
di Stefano Stella
D’Istruzione Pubblica, il recente film di Federico Greco e Mirko Melchiorre, sta riscontrando un meritato successo nelle sale di tutta Italia, suscitando tuttavia aspre critiche dal blocco liberal-progressista italiano. In particolare, secondo alcuni commentatori che afferiscono a quell’ala politica, la pellicola in questione avrebbe un tono eccessivamente critico nei confronti del modello pedagogico adottato negli ultimi decenni, trascurando invece gli aspetti positivi della scuola neoliberale. A tal proposito, dal momento che argomenti del genere non sono estranei ai luoghi di potere, è forse opportuno un breve approfondimento sulla scuola neoliberale che, sebbene senza pretese di esaustività, tenterà di fornire un supporto complementare alle argomentazioni e alle posizioni espresse dalla pellicola di Greco e Melchiorre. A titolo esemplificativo si può partire da alcuni estratti dalle indicazioni nazionali per il curriculo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione del MIUR (anno 2012).
Il documento inizia con una frase interessante:
“In un tempo molto breve, abbiamo vissuto il passaggio da una società relativamente stabile a una società caratterizzata da molteplici mutamenti e discontinuità. Questo nuovo scenario è ambivalente: per ogni persona, per ogni comunità, per ogni società si moltiplicano sia rischi che opportunità.[1]”
L’incipit del testo in esame, pur catturando l’attenzione per una certa suggestione descrittiva, non riesce a nascondere la fragilità ideologica della propria impalcatura teorica. Ci si trova immersi in un esercizio di stile che lamenta la fine di una presunta età dell’oro senza però rintracciarne le coordinate storiche o materiali. È quantomeno audace, infatti, definire “stabile” la stagione inaugurata dall’Autunno Caldo del 1969. Quel periodo, lungi dall’essere un’epoca di quiete sociale, fu caratterizzato da una radicale messa in discussione dei rapporti di forza, da una conflittualità permanente e da una spinta trasformativa che investì ogni fibra della produzione e della riproduzione sociale. L’instabilità del passato era infatti determinata dal conflitto di classe: un’energia dinamica che mirava a costruire nuove forme di cittadinanza e diritti.
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Nell’era del caos globale, la Cina continua a investire nel proprio futuro
di Alessandro Scassellati
La Cina fissa l’obiettivo di crescita del PIL più basso da decenni mentre si prepara a un rallentamento dell’economia globale. L’obiettivo di una “crescita di alta qualità” del 4,5-5% è stato delineato alle “Due Sessioni”, mentre il premier cinese parla di situazioni complesse in patria e all’estero. Sono stati svelati anche gli ambiziosi obiettivi del piano quinquennale 2026-2030 per investimenti nelle “nuove forze produttive qualitative”. Viene delineata la strategia cinese per una crescita di alta qualità e guidata dall’innovazione, concentrata, tra le altre priorità politiche, sull’ammodernamento industriale, l’autosufficienza tecnologica, l’aumento della domanda interna e una maggiore apertura.
* * * *
Mentre gli Stati Uniti di Trump fanno ricorso agli attacchi militari all’Iran (un partner di Cina e Russia nei BRICS) e al Venezuela (che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e al controllo dell’industria petrolifera di quel Paese) e ai dazi globali per imporre la propria volontà e cercare di ripristinare il declinante dominio imperiale degli Stati Uniti, la Cina di Xi Jinping si sta preparando a quest’era di pericolosa rivalità e di non rispetto delle norme internazionali, investendo risorse nelle “nuove forze produttive qualitative” come l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica e altre tecnologie strategiche, espandendo al contempo le forze armate del Paese. L’approccio riflette la visione di Xi e della classe dirigente cinese secondo cui la competizione con gli Stati Uniti sarà in ultima analisi decisa dall’innovazione tecnologica che guida la forza economica, militare e culturale. Trump può pensare di dimostrare una forza militare tale da intimidire Pechino, ma è più probabile che le sue azioni in Venezuela e in Iran spingano Pechino a rafforzare la sua capacità di resistere agli Stati Uniti e a consolidare il suo allineamento con la Russia.
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Tirare il freno. Il paradosso delle Environmental Humanities
di Onofrio Romano
Ogni disciplina nasce quando qualcosa che sembrava ovvio smette di esserlo. La sociologia nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando l’ordine sociale cessa di apparire come un dato naturale e diventa una risorsa scarsa, minacciata, contendibile. Le Environmental Humanities nascono in circostanze non troppo diverse: quando a entrare in crisi non è soltanto un assetto istituzionale, ma il rapporto stesso tra la vita umana e il mondo che la sostiene.
Da qualche decennio, all’interno di alcuni cenacoli politico-intellettuali, lo spettro della crisi ecologica si fa pervasivo: diventa il problema fondamentale del nostro tempo, il nodo che strozza l’orizzonte del futuro. E, soprattutto, diventa un problema che non si lascia ricondurre a un semplice technical fix: non basta cambiare un carburante, aggiustare un motore. La crisi mette in gioco i discorsi che modellano i comportamenti, le immagini del mondo, le narrazioni che regolano la relazione fra umano e non umano. Segnala l’inadeguatezza di un intero immaginario.
Le EH si presentano così come un tentativo di fare luce sulle dimensioni culturali della crisi, incrociando narrazioni prodotte dalla società, dalla scienza, dalla letteratura, tenendo insieme connessione fra sfere esistenziali e pluralità dei modi di conoscenza. Il loro tratto distintivo è l’intreccio: tra discipline umanistiche, scienze sociali e scienze ambientali; tra analisi e concern; tra la ricerca e una progettualità implicitamente politica ed educativa.
Fin qui, nulla da eccepire. Il problema nasce un passo dopo. Perché proprio nel momento in cui le EH si propongono di contrastare ciò che Luigi Pellizzoni chiama il «dominio neoliberale della natura», esse rischiano — e spesso finiscono — per adottarne inconsapevolmente la forma. Questo è il loro paradosso. E, come tutti i paradossi interessanti, non è un incidente locale: è un sintomo generale delle culture critiche del neoliberismo.
Per capire di che paradosso si tratti occorre introdurre una distinzione brutale ma necessaria: quella tra valori e forme.
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Una critica… d’Istruzione pubblica
di Caterina Donattini
Una decina di giorni fa ho avuto modo di vedere a Bologna il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo. Cinema pieno, lunghe code all’ingresso, molti non sono riusciti a entrare.
Il documentario ha avuto evidentemente il merito — oggi tutt’altro che scontato — di riportare al centro del dibattito pubblico una questione strutturale, che in molti evidentemente sentono come urgente: l’istituzione scolastica è stata progressivamente investita dalle politiche neoliberiste e dalle esigenze del capitalismo contemporaneo, le conseguenze sono potenzialmente spaventose e coincidono con lo smantellamento del mandato costituzionale della scuola pubblica la quale costituisce uno degli snodi cruciali attorno a cui si avvita il nostro sistema di riproduzione sociale.
Essa continua a essere un bivio che potenzialmente detiene in sé qualità morfogenetiche in senso più o meno progressista, altre volte più banalmente si limita a riprodurre l’esistente.
L’idea -formulata nel documentario da Miguel Benasayag- che il problema non sia semplicemente insegnare diversamente sempre allo stesso essere umano, ma insegnare diversamente per produrre un altro essere umano, individua con lucidità la posta in gioco antropologica dell’istruzione oggi.
La scuola in questa prospettiva contribuisce a fabbricare soggettività precarie e sradicate, soggetti obbedienti poco consapevoli di sé e del mondo che li circonda, facilmente strumentalizzabili dal sistema. In questo senso, il film coglie un punto veritiero e urgente: la scuola di oggi è sempre meno un’istituzione autonoma di formazione critica, ma si pone come anticamera del mondo del lavoro, luogo di addestramento alla flessibilità, alla valutazione, alla meritocrazia che funge da anticamera alla legge dell’homo homini lupus. Per fare questo coscientemente o meno essa si sta impegnando con vari mezzi a creare un homo novus; non si limita più, soltanto, alla riproduzione dello status quo, come già Bourdieu denunciava negli anni ’70.
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Il patriarcato armato
di Mario Sommella
Epstein Files, suprematismo bianco e la nuova teologia del dominio
«Qualsiasi suggerimento che sia il momento di voltare pagina sugli Epstein Files è inaccettabile. Rappresenta un fallimento di responsabilità verso le vittime.» Con queste parole, nove esperti indipendenti del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite hanno posto di fronte all’umanità uno specchio che non ammette deviazioni dello sguardo. I milioni di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti a partire dal 30 gennaio 2026 non riguardano soltanto un predatore sessuale condannato, morto in carcere nel 2019 in circostanze ancora avvolte nell’ombra. Riguardano il sistema che lo ha generato, protetto, alimentato. Riguardano l’aria che respira una parte del potere occidentale.
Questo articolo tiene insieme due fenomeni che troppo spesso vengono analizzati separatamente: la rete criminale globale di Jeffrey Epstein, con le sue radici ideologiche nell’eugenetica e nel suprematismo, e l’ascesa di figure come Nick Fuentes nell’ecosistema della nuova destra americana. Non si tratta di curiosità sociologica. Si tratta di capire la stessa cosa: un progetto di mondo in cui alcune vite contano e molte altre no, in cui il corpo delle donne è risorsa, non soggettività, e in cui la democrazia è un ostacolo da aggirare o da abbattere.
I. L’IMPRESA CRIMINALE GLOBALE: COSA DICONO I FILE EPSTEIN
Il 17 febbraio 2026, in una dichiarazione congiunta che ha scosso l’opinione pubblica mondiale, i relatori speciali delle Nazioni Unite hanno usato un linguaggio inusualmente diretto per un organismo diplomatico: i fatti descritti negli Epstein Files «contengono prove credibili e inquietanti di abusi sessuali sistematici e su larga scala, traffico e sfruttamento di donne e ragazze» e alcune di queste condotte «possono ragionevolmente raggiungere la soglia giuridica dei crimini contro l’umanità».
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D’Istruzione pubblica
di Elisabetta Frezza
A margine di un film originale, gagliardo e decisamente rompiscatole, si sostiene di seguito una tesi controcorrente portando due prove provate della sua bontà
Il film
Fascista, comunista, rossobruno. In mancanza di argomenti, i detrattori lanciano etichette. Forse perché non lo hanno visto arrivare, o comunque se lo aspettavano diverso, più aderente ai cliché del dissenso convenzionale, e dunque metabolizzato, e dunque innocuo, e dunque consentito.
Porta il titolo icastico di D’istruzione pubblica, è una produzione cento per cento indipendente – incredibile dictu – e in questi giorni sta riempiendo le sale. Racconta la storia triste del sistema scolastico italiano, malato cronico di riformite a senso unico (quale che sia il colore dei governi) e ormai ridotto a un pachiderma in agonia.
La buona notizia è che non è ancora morto, il pachiderma: sporadici segni di vitalità si registrano nei luoghi di missione di quei pochi docenti e pochissimi prèsidi irriducibili, per ora scampati alle ronde dei guardiani dell’ortodossia (o alla delazione di colleghi collaborazionisti, o agli starnazzi di genitori per i quali il voto è tutto, e pazienza se è fasullo). Anche di queste tracce di vita – fondato motivo per credere che non tutto sia perduto – si rende conto nel film, perché la macchina da presa sbircia dentro spazi dove si parla ancora il linguaggio desueto della realtà, della ragione e del buon senso, altrove sostituito con destrezza (e desolante facilità) dal suono salmodiato delle formulette ipnotiche e dei ritornelli ebeti, degli acronimi demenziali e degli anglismi cringe: quell’impostura lessicale e fonetica che tanto piace alla gente che piace, solerte ad appiccicare a caso, su cose e su persone, etichette prestampate. Per l’appunto.
La pellicola narra della catastrofe, sì, ma non è un inno alla scuola che fu. E tuttavia non si può negare che una volta una scuola ci fosse, e ora non più. Non idealizza una trascorsa età dell’oro. E tuttavia non si può negare come, a un certo punto della storia, una mano ineffabile abbia impresso alla scuola un’inversione di rotta, con una manovra temeraria al punto da sfuggire a quasi tutti i radar, sì che a una fase di tensione verso la realizzazione del proprio statuto naturale (quello di garantire a tutti i cittadini un adeguato livello di istruzione) è succeduta una fase, invertita, di demolizione controllata dei risultati raggiunti e di programmatico tradimento di una ragion d’essere che è esclusiva e irrinunciabile.
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Scuola, una sfida per l’emancipazione
di Davide Sali
Ieri sono stato alla proiezione del film “D’Istruzione pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre al cinema Beltrade di Milano. Dopo la proiezione, è uscita un’interessante discussione con i due film-makers e con Lorenzo Varaldo, il preside dell’istituto comprensivo “Sibilla Aleramo”, protagonista del documentario. Di seguito, propongo alcune riflessioni a partire proprio dallo stimolante dibattito successivo e, ovviamente, dai temi del film.
Varaldo ha sottolineato come il punto essenziale del film e della sua denuncia sia capire se vogliamo una scuola che si schiacci sulla situazione reale o sia, per gli studenti come per gli insegnanti, una sfida: cioè un tentativo di alzare l’asticella delle possibilità culturali e quindi che la scuola sia un’opportunità per innalzarsi oltre le proprie possibilità di partenza, oltre ciò che l’orizzonte di nascita sembra segnare come un destino. Allo stesso modo, Greco, incalzato da domande che chiedevano se fosse nostalgico della scuola del secondo dopoguerra e della scuola gentiliana, ha evidenziato come il film non rimpiangesse la scuola del passato per il suo essere (innegabilmente) autoritaria e unidirezionale, tant’è che l’esergo iniziale del film reca una citazione di Bontempelli del 1999 (quindi all’inizio delle riforme neoliberali della scuola, dato che la riforma di Luigi Berlinguer è del 1997): «I ragazzi hanno trovato fin qui una scuola arida». Ciò che si celebra della scuola del passato è l’orizzonte entro la quale era inserita: al netto quindi delle storture autoritarie, degli errori e delle mancanze, ciò che guidava era l’idea di una scuola come percorso emancipativo per le classi subalterne, come approfondimento culturale per tutti, anche per gli operai che già lavorano (si pensi all’introduzione delle 150 ore retribuite per il diritto allo studio nel 1973).
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I Giochi pericolosi dello sfruttamento
di Simona Baldanzi
Le Olimpiadi e il Modello Milano sono l'emblema della voracità dei profitti e del sistema escludente che generano. Per questo, sostiene la Cub, bisogna ripartire da diritti e democrazia
A un seminario svolto a Firenze lo scorso gennaio su «Rigenerare la democrazia» nelle organizzazioni sindacali ho incontrato Mattia Scolari della Cub di Milano. La Confederazione unitaria di base nasce a Milano nel 1992 dall’unificazione di varie esperienze sindacali critiche nei confronti dell’operato dei sindacati confederali. Un ruolo di primo piano fu ricoperto dai metalmeccanici ex aderenti alla Fim-Cisl di Milano che si erano formati sotto l’influenza delle idee con cui Pierre Carniti, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, aveva guidato le lotte e il rinnovamento del sindacato milanese dei metalmeccanici. Tra i molti versanti in cui sono impegnati, nelle ultime settimane c’è quello delle proteste intorno alle Olimpiadi a Milano-Cortina, e ho approfittato per fargli qualche domanda.
* * * *
Quali sono le ragioni delle proteste sulle Olimpiadi Milano-Cortina dal punto di vista di chi lavora?
Milano è una città che vive grandissime contraddizioni. Cancellato il tessuto industriale e persa la sua anima operaia, si sta trasformando sempre di più in una città turistificata, con i suoi hotel di lusso e i ristoranti stellati, capitale mondiale dei milionari, in cui si abbattono gli alloggi popolari per far spazio ai grattacieli delle banche e delle corporations. Dietro le vetrine e le insegne scintillanti operano però decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici costretti ai gironi infernali del precariato, degli appalti selvaggi e dei salari poveri.
Le Olimpiadi di questo inverno, seguendo il tracciato di Expo 2015, non hanno fatto altro che accelerare ulteriormente queste dinamiche, riproponendo massicce colate di cemento e speculazioni edilizie, massimizzazione dello sfruttamento sul lavoro tramite l’immensa torta degli appalti, l’accentuarsi della repressione con le zone rosse e le limitazioni al diritto di sciopero imposte per decreto o approvate con patti sindacali di «tregua sociale».
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I sergenti di Napoleone. L’intelligenza artificiale e le utopie sociali
di Marco Salucci
«Il 12 giugno le forze dell’Europa occidentale varcarono il confine russo, e la guerra cominciò, cioè si svolse un avvenimento contrario alla ragione e a tutta la natura umana. Milioni di uomini commisero gli uni contro gli altri una tale e così infinita quantità di misfatti, di inganni, di tradimenti, di ruberie, di falsificazioni di cartamoneta, di saccheggi, incendi e di assassini quale in secoli interi gli annali di tutti i tribunali del mondo non potrebbero raccogliere, e che, in quel periodo di tempo, gli uomini che li compievano non consideravano come delitti. Che cosa produsse questo avvenimento straordinario? […] Se Napoleone non si fosse ritenuto offeso dall’intimazione di ritirarsi oltre la Vistola e non avesse ordinato alle truppe di avanzare la guerra non sarebbe accaduta; ma anche se tutti i sergenti non avessero voluto affrontare una nuova campagna, la guerra non avrebbe potuto accadere»[1]. “Contrario alla ragione” … “se tutti i sergenti” … due passaggi che esprimono un’idea tanto commovente per il suo candore quanto ingenua per la sua inefficacia a spiegare quello che capita nella storia dell’umanità: quante volte l’appello alla ragione ha determinato un comportamento “umano” e “ragionevole”? Si tratta di concetti indeterminati che sono stati volta a volta riempiti di contenuti più diversi: nell’uomo l’esistenza precede l’essenza, diceva Sartre in sostanza riproponendo il nihil humano a me alienum puto di Afro, che è poi lo stesso del sostenere la “banalità del male”: troppo comodo pensare che il male sia eccezionale, di per sé niente fatto dall’uomo è disumano. E nessuna azione che non sia semplicemente motivata da impulsi è irragionevole. Tuttavia l’idea che se gli uomini si comportassero secondo ragione e umanità ne scaturirebbe una società giusta ha avuto e continua ad avere un grande fascino e certamente deve continuare a costituire almeno un ideale regolativo, ma è dubbio che l’ostacolo alla sua realizzazione stia solo in quello che la filosofia morale chiama “debolezza della volontà” e le morali comuni “cattiva volontà”: sappiamo cosa è giusto e ragionevole e non lo facciamo. La carne è debole … ma un essere senza carne e tutta ragione sarebbe ancora un esemplare della specie homo sapiens?
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La pericolosa adolescenza dell’Intelligenza Artificiale
di Federico Repetto
Dario Amodei, il manager di Anthropic, una società leader nel settore delle AI, ha di recente pubblicato sul suo sito una specie di articolo-manifesto, intitolato The Adolescence of AI, che agli spettatori di Netflix farà venire in mente la miniserie Adolescence, in cui un ragazzino inglese, chiuso e indecifrabile, è colpevole dell’assassinio (col coltello) di una compagna. Allusivo è anche il titolo del primo capitolo dello scritto, “I’m sorry, Dave”, che è la frase che HAL 9000, l’intelligenza artificiale assassina di Odissea nello spazio, rivolge all’astronauta Dave Bowman.
L’articolo di Amodei è uscito parallelamente all’intervento da lui fatto a Davos per mettere in allerta i grandi della terra e l’opinione pubblica sui gravi rischi per la società umana che ci attendono nei prossimi anni con lo sviluppo di “AI potenti”. Esso è stato anticipato da un’intervista con l’agenzia Axios, che lo riassume enfatizzando l’urgenza dell’allarme e la gravità dei problemi (https://www.axios.com/2026/01/26/anthropic-ai-dario-amodei-humanity).
Che cosa intende Amodei con “AI potenti” - che potrebbero forse essere realizzati tra due-tre anni o poco più? Si tratta di congegni con menti da premi Nobel, capaci ormai di “dimostrare teoremi matematici irrisolti, scrivere romanzi estremamente validi, scrivere basi di codice difficili da zero”, ecc.
<<[Un’AI potente] oltre a essere semplicemente una "cosa intelligente con cui parlare", dispone di tutte le interfacce disponibili a un essere umano che lavora virtualmente, inclusi testo, audio, video, controllo di mouse e tastiera e accesso a Internet. Può intraprendere qualsiasi azione, comunicazione od operazione remota abilitata da questa interfaccia, tra cui intraprendere azioni su Internet, dare o ricevere istruzioni da esseri umani, ordinare materiali, dirigere esperimenti, guardare video, realizzare video e così via. Svolge tutti questi compiti con, ancora una volta, un'abilità che supera quella degli esseri umani più capaci al mondo.>>
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“D’Istruzione pubblica” e il “rinnegato” Raimo
Un film per smascherare l’ipocrisia sulla scuola della “sinistra liberal”
di Marco Meotto
Pubblichiamo un intervento di Marco Meotto, storico e docente della scuola superiore di secondo grado, che prende le mosse dal film “D’Istruzione pubblica” e dall’avvio di dibattito che esso ha suscitato, sui social, e in forma più strutturata nell’articolo di Christian Raimo uscito su “Domani”. Speriamo che esso possa dare vita a un dibattito più strutturato sulla scuola che ci impegniamo a raccogliere sulle colonne di Contropiano. - Invitiamo a inviarci altri pezzi alla mail This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.
C’è un momento in cui la critica, abbandonando il campo della lotta per l’egemonia, diventa il suo contrario: la giustificazione intellettuale dell’ordine dominante. È il momento del rinnegamento. Il documentario “D’Istruzione Pubblica” di Federico Greco e Mirko Melchiorre – ultimo atto di una trilogia contro il neoliberalismo – provoca una resa dei conti a sinistra, costringendo a uscire allo scoperto chi, come Christian Raimo, pur credendo di combatterli, difende alcuni dei dispositivi pedagogici del capitale.
La sua feroce stroncatura del film non è una semplice critica cinematografica: è il sintomo perfetto di quella deriva “liberal” della sinistra. È quella stessa sinistra che ha svuotato la scuola pubblica del suo progetto emancipativo, sostituendolo con l’addestramento al mercato, non importa quanto esso sia mascherato dietro seduttive parole d’ordine: d’altra parte, come ci hanno mostrato Christian Laval e Pierre Dardot, l’ideologia neoliberale è duttile e può amalgamarsi ambiguamente anche con istanze libertarie, annullando la loro carica trasformativa.
[LINK per il film: https://openddb.it/film/distruzione-pubblica/]
Ma come fa un film a innescare una simile reazione? “D’Istruzione Pubblica”, da una settimana nelle sale, non è un semplice documentario. È un’inchiesta a due livelli che agisce come acqua ossigenata gettata nelle ferite dell’insano dibattito sulla scuola italiana: brucia un po’, ma disinfetta.
Da un lato, la pellicola racconta una storia concreta e ostinata di resistenza, entrando nelle aule dell’Istituto Comprensivo “Sibilla Aleramo” di Torino, dove il preside, Lorenzo Varaldo, porta avanti, insieme ai suoi insegnanti, battaglie decennali in difesa della scuola pubblica.
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C’era una volta il Giambellino
Memorie di un quartiere "scomodo"
di Carlo Formenti
Fra me e l'amico Manolo Morlacchi c'è una differenza d’età di più di vent'anni (io del 47 lui del 70) ridotta dalla comune passione politica, tinta di rosso. Ovviamente abbiamo avuto percorsi di vita diversi, visto che si sono svolti in contesti temporali lontani, non tanto in termini assoluti (per la storia vent'anni sono un battito di ciglia), quanto relativi (il peso tremendo di quei vent'anni si rispecchia nella ininterrotta sequenza di sconfitte che hanno annullato le conquiste di un secolo di lotte proletarie).
Quando Manolo gattonava e io militavo da qualche anno nei movimenti filocinesi, mi è capitato d'incontrare, sia i compagni del Gruppo Luglio 60 nato al Giambellino (e chissà, forse c’era anche uno dei suoi genitori, se non entrambi), sia alcuni membri della redazione di "Lavoro Politico", la rivista nata all'Università di Trento sulle cui pagine scriveva, fra gli altri, Renato Curcio, il quale, assieme a Morlacchi padre e altri proletari, avrebbe di lì a poco fondato il nucleo originario delle Brigate Rosse.
Oggi quella storia è stata ridotta a una narrazione tragica intessuta di tenebrosi luoghi comuni (anni di piombo, terrorismo rosso, ecc.) associata a piccole frange di giovani intellettuali infarciti di utopie e ideali astratti. In un libro precedente, La fuga in avanti, Morlacchi ne ha riscattato la memoria, mettendo allo scoperto le radici di una realtà del tutto diversa: minoranze sì, ma minoranze proletarie, accomunate dalla delusione nei confronti della svolta moderata del PCI – nel quale la maggior parte aveva militato - e decise a rilanciare il sogno rivoluzionario della Resistenza. Un'eresia che ha suscitato condanne più feroci da parte dei comunisti "ortodossi" - preoccupati per il "danno di immagine" - che degli stessi partiti borghesi.
Certo quell'assalto al cielo è stato, come recita il titolo del libro appena citato, e come la maggior parte di noi militanti delle sinistre radicali del tempo pensavamo, una "fuga in avanti".
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Abolire la sicurezza è l’unica sicurezza di cui abbiamo veramente bisogno!
di Enrico Gargiulo
La questione della sicurezza è un tema all'ordine del giorno, al centro delle mosse del governo Meloni. Enrico Gargiulo la discute riflettendo su Abolire la sicurezza. Un manifesto (ombre corte, 2025) del Collettivo Anti-security, libro che affronta la genealogia di questo concetto ambiguo e ci fornisce strumenti preziosi per decostruire e affrontare criticamente le politiche securitarie. Secondo l'autore della recensione, il testo non si limita a una critica delle derive securitarie, ma propone possibili vie d'uscita a partire da una prospettiva «abolizionista», ossia l'abolizione di aspetti più o meno specifici del capitalismo come chiave per mettere in discussione l'intero sistema.
* * * *
La traduzione italiana di The security abolition manifesto arriva con un tempismo perfetto. Oggi, infatti, la parola «sicurezza» compare nei discorsi di tutte le forze politiche presenti in parlamento.
Tra le fila del centro-sinistra è stata richiamata più volte. Walter Veltroni ha invitato a non considerarla un tabù o, al contrario, a evitare di affrontarla scimmiottando le ricette della destra. Silvia Salis, sindaca di Genova, ha esortato a trattarla come «un tema nazionale e, per certi aspetti, anche internazionale, che nessun governo può annunciare di risolvere dall’oggi al domani». Posizioni del genere non costituiscono una novità: le politiche securitarie sono, se non un’invenzione, senza dubbio una costante nell’azione politica del campo «progressista». Almeno a partire dagli anni Novanta del XX secolo, quando da un lato il progetto Città sicure, realizzato in collaborazione tra la Regione Emilia-Romagna e l’Università di Bologna, e dall’altro il protagonismo dei sindaci «democratici», eletti direttamente a partire dal 1993, hanno gettato le basi per un vero e proprio programma di governo.
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L’industria del divertimento
di Salvatore Bravo
Le tragedie dell’industria del divertimento si ripetono in modo sempre eguale e ad ogni evento luttuoso segue “un senso di stupore” dinanzi a tragedie che potevano essere evitate. Trasmissioni, articoli e discussioni si succedono, in modo simile, secondo un copione sempre eguale. Il dramma è l’incapacità acquisita dopo decenni di “divertimentificio” divenuto un diritto indiscutibile di comprendere le cause profonde delle sciagure che si susseguono. Non vi è volontà alcuna di cambiare la prospettiva della narrazione degli eventi che, di conseguenza, si arena sui dettagli pruriginosi e sul conteggio delle responsabilità immediate. Non si riporta l’evento al sistema. Il divertimentificio non è solo industria del divertimento senza limiti, in cui giovani e vecchi sono travolti e usati per estrarre plusvalore, ma è molto di più. Se il fine del divertimentificio è il guadagno, il che lo rende coerente con il sistema capitalistico, è inevitabile che competizione e illimitati appetiti non possono che logorare il rispetto delle leggi e della sicurezza dei luoghi in cui si consumano gli eventi. Lo stato di competizione, lo constatiamo nelle morti sul lavoro, porta gli imprenditori piccoli e grandi a dover lottare per la sopravvivenza e a tal fine il sovraffollamento dei locali e delle discoteche è probabilmente la norma e le leggi sulla sicurezza sono aggirate. Questo è il primo dato celato e mai discusso. Su tutto ciò si è innestata la pedagogia del divertimento a completamento e giustificazione sovrastrutturale del modello economico liberista.
I genitori spesso esigono che il divertimento si infiltri ovunque e, dunque, la capacità di individuare pericoli che esige concentrazione e abitudine alla prudenza purtroppo ne è fortemente lesa. Lo verifichiamo nelle scuole e nelle strade, un senso di innocente onnipotenza porta a comportamenti rischiosi. I ragazzi sono sollecitati a divertirsi con la benedizione di un intero sistema che ha rinunciato alla progettualità e l’ha sostituita con l’emozione del momento. Il piacere senza limiti e un’esistenza deregolamentata e priva di solide fondamenta onto-assiologiche non possono che aumentare enormemente i rischi per i più giovani.
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Una risposta al professor Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Scusandomi per il ritardo ringrazio il professor Giovanni Rezza per la risposta alla mia lettera aperta. Un grazie per il tono civile e costruttivo che, come egli stesso riconosce, in tante pregresse discussioni purtroppo è mancato. Oltre alla capacità di sintesi non si può non apprezzare, il suo porsi su un piano specularmente opposto rispetto a quello dell’infausta alleanza, determinatasi allora, tra le cd. virostar (coloro che un giorno sì e l’altro pure ci informavano riguardo ai probabili sviluppi di un virus che puntualmente li avrebbe smentiti) e la fitta schiera di opinionisti (razionalizzatori ex-post) che ancora oggi (hanno solo cambiato il riferimento) dai vari rotocalchi stampa e tv, tutto prevedono e tutto capiscono tranne ciò che realmente accade.
Basterà ricordare che al tempo, per molti esponenti delle sopraccitate categorie, l’insulto costituì una formula magica e rituale, una sorta di obvagulatio , da ripetersi all’infinito fino a far cedere i malcapitati per sfiancamento. A seguito un breve elenco di citazioni riguardante ciò che allora affermavano gli opinionisti:
“Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile” (Stefano Feltri, giornalista);
“Penso che lo Stato prima o poi dovrà prendere per il collo alcune persone per farle vaccinare” (L. Annunziata, giornalista e conduttrice televisiva);
“I rider devono sputare nel loro cibo” (David Parenzo, giornalista);
“Serve Bava Beccaris, vanno sfamati col piombo” (Giuliano Cazzola, pubblicista ed ex deputato)
Se poi si passa a quanti avrebbero dovuto osservare il contegno dell’uomo di scienza la situazione si fa ancor più grave ma nient’affatto seria. Qui, a dirla tutta, gli sciamani i muscoli se li erano già scaldati. Già tempo prima il più loquace aveva scritto un libro “La congiura dei somari” (R. Burioni 2017). Congiura, appunto, viene da chiedersi a qual pro, qual è la fiamma che ardeva nel cuore dei congiurati? E dopo i complottisti sarebbero stati quelli come il sottoscritto?
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I meme sono morti?
Un bilancio da chi ci ha fatto la guerra più di dieci anni
di Alessandro Lolli
Chiedi chi erano i meme. Le ultime generazioni potrebbero non saperlo o averne un’idea così diversa da mandarci in confusione. Late-zoomer e early-alpha stanno crescendo in un ecosistema mediatico sensibilmente diverso da quello di pochissimi anni fa e i meme sembrano aver fatto la fine dei giocattoli dei fratelli maggiori. Quando è successo? E soprattutto, come?
Ormai quasi dieci anni fa, scrivevo La guerra dei meme per raccontare quel nuovo fenomeno ‒ che nuovo era solo per “il mondo dei grandi” che leggono saggi ‒ e sin dalla prima presentazione mi venne chiesto se il libro non fosse già vecchio. Sorte comune a ogni testo che affronta i fenomeni di Internet e che corre il rischio di scattare fotografie mosse a un paesaggio che scorre troppo rapidamente dai finestrini del treno. Per anni ho avuto l’arroganza di rispondere che quello era invece un video che inquadrava davanti al treno, che il libro si stava avverando di fronte ai nostri occhi. Oggi posso serenamente affermare che si tratta di una fotografia, spero accurata, di un paesaggio ormai alle nostre spalle e che i meme hanno perduto la centralità che un tempo avevano nel cuore della pop culture.
Per ricostruire ascesa e declino dei meme bisogna capire cosa sono e sono stati, cioè cosa li ha distinti da ogni altra forma espressiva, precedente e successiva. Per farlo occorre prima di tutto sgombrare il campo da un equivoco colto, specialmente in un contesto come questo, da una falsa pista interpretativa che ancora oggi li lega a uno dei più influenti saggi del Novecento.
Il gene egoista (1976) è un capolavoro di divulgazione scientifica che ha accidentalmente partorito un figlioletto umanista storpio chiamato “memetica”. Riformulando e integrando le ricerche di genetisti e biologi del decennio precedente ‒ tra cui George C. Williams e William D. Hamilton ‒ l’autore Richard Dawkins propone una versione del darwinismo che riesce a rispondere in modo convincente a presunte aporie della teoria dell’evoluzione, come ad esempio i comportamenti altruistici che osserviamo in natura.
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Lettera aperta al Prof. Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Una recente intervista al professor Giovanni Rezza (pubblicata in AD a cura di Luca Busca) pone il rilevantissimo tema della funzione di spartiacque svolta dalla pandemia da Covid 19. Concordando con la tesi dell’intervistatore, per il quale dal 2019 in poi in poi “l’Italia è [diventato] un paese lacerato dalla contrapposizione di tifoserie contrapposte: vax/novax, atlantisti/filoputin sionisti/filohamas ecc”, ritengo apprezzabile il fatto che, diversamente dalla maggior parte dei suoi colleghi, l’ex Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute abbia affrontato un argomento tutt’altro che comodo.
A mio giudizio è del tutto auspicabile la trasformazione dello scontro di allora in un odierno confronto che tenga conto, oltre che delle ragioni delle parti dei rispettivi ruoli. Allo stesso tempo tengo a sottolineare che per quel che riguarda la sfiducia generalizzata sul ruolo degli esperti (che è tra i lasciti più consistenti di quella esperienza) ciò non rappresenti sempre e necessariamente un male. Per questo motivo avanzerò alcune critiche all’indirizzo del professore e, va da se, che semmai egli avesse tempo e voglia di rispondermi glie ne sarei personalmente grato.
La prima critica è, per così dire, un atto dovuto ed è relativa al suo richiamo al principio dell’ evidence based medicine basato su trial clinici, che porrebbe la medicina su un altro piano rispetto ad altre scienze applicate Da uomo di scienza qual è egli sa bene che tale principio è stato sottoposto a molteplici critiche, metodologiche, filosofiche e pratiche; in particolare si è detto che con la sua integrale applicazione si perda la dimensione clinica, interpretativa e umana della cura. Stante il mio status di cuisque de populo però, tralascio l’ulteriore approfondimento di un tema peraltro poco o nulla confacente all’economia di questo scritto.
Incentrerò invece l’ intervento sul piano sociologico e politico laddove l’apprezzamento per il contenuto dell’intervista è totale per le considerazioni relative alla polarizzazione delle posizioni dell’opinione pubblica sull’attuale situazione geo-politica ma trova uno scoglio insormontabile, su un altro aspetto.
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La censura invisibile
Meta, algoritmi segreti e il monopolio privato della verità
di Mario Sommella
Non ti vietano di parlare: ti rendono invisibile. Il caso Barbero è solo l’ennesimo segnale di una democrazia digitale in ostaggio, dove poche multinazionali decidono cosa può diventare coscienza collettiva e cosa deve sparire dal dibattito pubblico
.C’è una frase che mi torna in mente ogni volta che vedo queste scene: non stanno censurando un contenuto, stanno censurando la sua traiettoria. Non è il “cosa” che dà fastidio, è il “quanto” e il “come” quel contenuto riesce a circolare.
E il caso Barbero – qualunque sia la lettura politica che ognuno di noi può dare al merito del referendum – è la fotografia perfetta di un problema enorme: la libertà di parola nell’epoca dei social è diventata una libertà condizionata, concessa in affitto da piattaforme private che decidono, in modo opaco, chi merita visibilità e chi deve sparire dal campo visivo collettivo.
Qui non siamo davanti a una disputa tra “vero” e “falso”. Siamo davanti a qualcosa di più sottile e più pericoloso: la trasformazione del dibattito pubblico in un rubinetto. Un rubinetto che non controlliamo noi. E nemmeno lo Stato. Lo controllano pochi colossi multinazionali, proprietari dell’infrastruttura della conversazione.
La censura del XXI secolo non ti zittisce: ti raffredda
La censura classica aveva un volto brutale: il divieto, il sequestro, la repressione. Quella contemporanea è più elegante e più subdola: non ti impedisce di parlare, ti impedisce di essere ascoltato.
Ti lascia pubblicare, ti lascia condividere, ti lascia perfino illudere di essere libero. Poi però entra in scena l’algoritmo, che lavora come un portiere di discoteca.
Non ti dice “sei proibito”. Ti dice: “puoi entrare, ma resti in corridoio”.
E nel corridoio non ti vede nessuno.
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La scuola dei “talenti”: per i poveri soft skills, lavoro e sana vita militare
di Rossella Latempa
Le parole-mito del lessico scolastico si trasformano e si aggiornano ciclicamente. Essendo parole estranee al luogo a cui si tenta di adattarle, seguono l’agenda che le produce. Orientamento, filiera, soft skills, intelligenza artificiale sono quelle del momento. Rappresentano la versione più aggiornata di un armamentario di idee e riforme di cui nessuno chiede mai il conto, ma che progressivamente si stratificano e si intrecciano alle necessità imposte dal presente. La neolingua della scuola ha una precisa funzione, che non è semplicemente quella di aggiornare e innovare, come pure ci viene continuamente ripetuto. Serve soprattutto a veicolare distinzioni tra ciò che è giusto dire e fare rispetto a ciò che non deve esserlo. Serve a dare forma all’idea di futuro che dal presente si fa discendere meccanicamente. Per comprendere il significato e gli effetti concreti della neolingua bisogna sempre guardare al di là del perimetro scolastico e provare a inserire le parole correnti su uno sfondo, oltre le pareti delle aule. È un esercizio che abbiamo imparato a fare da tempo. Il fatto che politiche e lessico scolastico siano disegnati su principi e bisogni estranei al mondo educativo non è certo recente. Che una serie di attori e portatori di interesse secondari, più o meno influenti e organici[1], contribuisca poi a rendere politiche e lessico “pedagogicamente” sostenibili o addirittura desiderabili, allo stesso modo non è una novità. Oggi non ci indigniamo neanche più, o forse ci appare del tutto normale, che a 10 o 13 anni maestri e insegnanti “certifichino” la competenza imprenditoriale dei loro studenti. Se questo accade deve pur esserci una ragione. La lenta assuefazione al discorso dominante sull’istruzione, insieme al silenziamento e alla delegittimazione della voce degli insegnanti, che possono parlare solo per interposta persona (sindacati o “esperti” di varia provenienza), durano da decenni e portano i loro frutti.
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Reportage – Akhmat Spetsnaz: la guerra dei veterani della Wagner sui fronti ucraini
di Gian Micalessin
Dal memoriale della Wagner a Mosca alle retrovie di Pokrovsk con il dramma dei civili rimasti in città che cercano di raggiungere le linee russe, dal settore di Avdiivka a Lugansk, Donetsk, Khaliv e alle regioni russe di confine, dalla costante minaccia dei droni all’addestramento dei fanti e degli operatori di droni.
Il reportage di Gian Micalessin realizzato tra le linee russe nel dicembre scorso, ci accompagna attraverso diversi reparti di Akhmat Spetsnaz, l’unità multinazionale che incorpora anche gli ex combattenti del Gruppo Wagner e di altre compagnie militari private, con l’intervista al generale Apti Alaudinov e a un veterano delle tante guerre combattute dalla Wagner.
Il memoriale della guerra a Mosca
Al centro il testone rasato di Evgenij Prigozhin. Più su la bandiera con teschio e tibie della Wagner. E tutt’intorno le foto del comandante Dmitry Utkin e di decine di caduti della più famosa compagnia militare privata dispiegata dall’Africa ai fronti del Donbass.
Ma non ci sono solo loro. Accanto allo stendardo con il teschio e le tibie sventolano il drappo nero di Espanola, la formazione militare messa insieme dagli ultras del calcio russo, lo stendardo dei Veteran della compagnia privata formata da reduci delle guerre più recenti, le bandiere dei gruppi Bars e Storm Z reclutati nelle prigioni assieme a quelli di decine di altre formazioni scese in campo accanto alle unità regolari dell’esercito russo.
Primo fra tutti il Battaglione Sparta sorto nel 2014 nelle trincee del Donetsk indipendentista. Le loro insegne sono tutte lì, circondate da fiori e corone di alloro allineate lungo i tre grandi pannelli di 15 e passa metri dispiegati sui marciapiedi della Varvarka Ulica, la via che ottocento metri più avanti incrocia le torri del Cremlino.
A Mosca dunque la guerra e i suoi morti, compresi quelli più scomodi e ingombranti come Prigozhin e i suoi mercenari, non sembrano più essere un tabù. Del resto murales come quello di Varvarka Ulica sorgono non solo a due passi dal Cremlino ma anche in decine di grandi e piccoli centri della Russia, da San Pietroburgo alla Penisola di Kola.
La guerra, o meglio la SVO (Operazione Militare Speciale -Spetsial’naya voyennaya operatsiya) con il suo carico di morti (oltre 156mila secondo le stime più accreditate) e feriti è ormai una realtà evidente a larga parte dell’opinione pubblica russa.
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“Intelligenza” artificiale e stoltezza (senza virgolette) naturale
di Giulio Maria Bonali
Per Natale un caro amico mi ha fatto un gradito regalo; mi ha segnalato la recensione (Meglio cyborgs che imbecilli — Stultifera Navis) di un libro di Claudio Paolucci (Nati cyborg) proposta da Francesco Parisi, professore di Teorie dei media e Fotografia e cultura virtuale, che aveva trovato in FaceBook e che mi ha fatto riflettere sull’ “intelligenza” artificiale, i suoi cultori, i suoi cantori e i suoi denigratori.
Espongo qui alcune di queste mie riflessioni.
Non concordo con la tesi, sostenuta da Parisi (e con tutta evidenza da Paolucci) dell' Homo sapiens "naturalmente debole" che per scampare alla selezione naturale avrebbe avuto bisogno della cultura e in particolare della tecnica (oggi quasi universamente detta -impropriamente; salvo prima o poi inevitabile adeguamento dei dizionari al pessimo andazzo- "tecnologia", che invece é lo studio teorico delle tecniche).
E' un luogo comune che secondo me deriva dalla corrente interpretazione e forzatura ideologica (reazionaria!) della nozione scientifica della selezione naturale, tendente a identificarla tout court con la selezione artificiale o culturale di allevatori e agricoltori (errore che fu già in qualche misura del pur genialissimo Darwin; ma allora era scusabile!). Quest' ultima (la selezione artificiale) opera "in positivo", consentendo la riproduzione solo dell' "ottimo" (il perfettamente adatto alle esigenze del mercato): fa riprodurre unicamente i “supercampionissimi” come Eddy Merckx eliminando perfino grandi campioni come Felice Gimondi! Invece la prima opera "in negativo", impedendo la riproduzione dei soli "troppo inadatti" (unicamente delle schiappe colossali come sarei potuto essere io se avessi praticato il ciclismo agonistico); dei soli troppo inadatti -presentemente- a un ambiente in continuo mutamento, ragion per cui l' "ottimamente adatto" di oggi può da un momento all' altro diventare "troppo inadatto" e perire senza riprodursi.
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I torti di Askatasuna: credere nella libertà e nella democrazia
di Algamica*
In premessa: esprimiamo piena e totale solidarietà ai militanti del centro sociale Askatasuna, quale componente di un più generale movimento ideale di opposizione al sistema vigente e alle sue leggi di funzionamento. Dunque niente distingui!
L’autorevole quotidiano dell’establishment italiano, il Corriere della Sera, nel commentare i fatti che si stanno sviluppando intorno al centro sociale di Torino, occupato da ben 29 anni, in un occhiello chiosa: « Askatasuna in lingua basca vuol dire libertà ». È centrata appieno la questione: il senso da dare alla parola libertà, che in filigrana vuol dire: «ma questi che hanno capito»?
Affrontiamo da subito di petto la questione che sta dietro la campagna d’odio feroce nei confronti dei militanti del centro sociale in questione: l’azione nei confronti del giornale La Stampa di Torino quando durante lo sciopero dei giornalisti alcuni giovani entrarono nei locali e misero in disordine gli uffici della redazione. Non vi fu nessuna devastazione, e nessun ferito. Solo un atto dimostrativo di protesta contro le posizioni di un giornale storicamente in difesa sempre e soltanto della libertà dei potentati economici, che in occasione del consumato genocidio nei confronti del popolo palestinese non si è mai tirato indietro, ma è stato sempre in prima fila contro la resistenza del popolo palestinese con alla testa la sua maggiore organizzazione politica e organizzativa: Hamas.
Che il centro sociale Askatasuna, dopo la chiusura del Leoncavallo di Milano, stesse nelle mire dell’insieme dell’establishment, e che si preparassero alla sua chiusura è fuori discussione. Si aspettava la famosa «pistola fumante» per far partire l’operazione e smembrare quello che appariva come un punto di coagulo di una serie di resistenze contro le follie liberiste di questa fase, e non solo nella città di Torino e del Piemonte.
La scorbutica domanda che certi democratici, a sinistra, muovono è: «certo, se non ci fosse stato “l’attacco” a La Stampa, non ci sarebbero state le perquisizioni e la decisione di sgombro dello storico centro sociale, di cui si era reso artefice».
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Potenza e impotenza contemporanee
Lotte senza rivoluzione
di Maurizio Lazzarato
Come mai tutte le mobilitazioni di massa degli ultimi trent’anni non sono riuscite a produrre e stabilizzare nuovi rapporti di forza, né a inventare forme di organizzazione capaci di passare alla controffensiva?
È questa la grande domanda a cui prova a rispondere Maurizio Lazzarato. Secondo l’autore, la causa va ricercata nella scomparsa dall’orizzonte politico dell’idea stessa di rivoluzione. Per questo, sostiene, «siamo incapaci di definire la natura della macchina di potere Capitale-Stato che ci domina e di cogliere le diverse forme di conflitto che occorrerebbe organizzare per distruggerla».
Oggi pubblichiamo la prima parte della sua analisi.
* * * *
È molto più facile condurre analisi geopolitiche, descrivere l’equilibrio di potere tra gli Stati e i loro grandi spazi, che comprendere le ragioni dell’impotenza politica dei movimenti che si è manifestata dagli anni Settanta in poi. Non che non ci siano state formidabili mobilitazioni di massa contro il capitalismo e lo Stato. Anche recentemente, le rivolte della Generazione Z nel Sud del mondo o contro il genocidio dei palestinesi sono certamente espressione di potenza.Vincent Bevins, un giornalista statunitense, nel libro If We Burn: The Mass Protest Decade and the Missing Revolution, afferma che tra gennaio 2011 e la fine del 2019 ci sarebbe stato un ciclo di lotte senza precedenti nella storia del capitalismo, superiore persino a quello dei movimenti del ’68. L’opera analizza i movimenti che hanno scosso, e talvolta sconvolto, le strutture politiche e istituzionali di dieci paesi (Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen, Turchia, Brasile, Ucraina, Hong Kong, Corea del Sud e Cile) a partire dal 2008.
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Voti di sfiducia. Sul malessere contemporaneo della scuola
di Andrea Cengia, Mino Conte, Massimiliano Tomba
Ogni tanto scuola e università lanciano alcuni segnali di malessere. Il più recente riguarda alcuni studenti che si sono rifiutati di sostenere l’orale della maturità. Ripensando con la giusta distanza temporale quell’accadimento è possibile ricollocarlo in un discorso più ampio di questioni che riguardano il mondo della scuola, la sua storia, la sua funzione e i sempreverdi propositi di riformare la riforma precedente. Le fonti giornalistiche hanno riportato le motivazioni addotte da alcuni di questi studenti in merito al loro rifiuto di sostenere l’intero arco della prova di maturità, in particolare il colloquio orale pluridisciplinare. Alcuni di loro hanno affermato di non essersi trovati a proprio agio «a seguire le regole e ad affrontare la scuola come gli altri». Altri hanno sostenuto che «un’intera carriera scolastica rischia di essere oscurata da tre prove svolte in pochi giorni», per poi aggiungere «i voti non definiscono il valore di una persona». Poche settimane dopo è seguita una pronta contromossa del Ministero volta a scongiurare nuovi casi del genere. Questione chiusa dunque?
Il nostro discorso vorrebbe spostare l’attenzione su altri aspetti, scivolati in secondo piano rispetto all’impatto mediatico generato dal gesto di queste studentesse e studenti. Troppa attenzione è stata posta sui voti. Si è detto: certo i voti non sono cosa piacevole, né per gli studenti né per i docenti che li devono dare; sarebbe meglio fare senza voti. E ancora: i voti, ad un certo punto, devono essere dati, ci siamo passati tutti, basta lamentarsi. Ai tempi del Sessantotto, ricorderete, le pressioni studentesche per il “voto politico” o meglio per il “18 politico”, finirono con l’introdurre una distorsione del diritto allo studio, sacrosanto, mutandolo in diritto tout court alla laurea. La contestazione del voto “di profitto” ha una sua storia, che tocca parimenti il sistema scolastico, e che passa anche dal j’accuse donmilaniano. L’Eldorado di un mondo dell’istruzione senza voti e mai giudicante è ben presente ancora oggi nell’immaginario pseudo emancipativo di chi vede in queste consuetudini la condensazione di ogni male, il sadismo divenuto istituzione, l’arbitrio del potere.
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DeepSeek e l’open source: tecnologia, forma di proprietà e sistema sociale nuovi
di Alan Freeman
La tecnologia capitalista ha raggiunto un nuovo punto di svolta. L’era elettronica ha liberato gli oggetti mentali dalla loro dipendenza da ogni specifica base materiale, cioè sono riproducibili a prescindere dal supporto materiale prescelto, sia esso un libro, un Cd, un file digitale, ecc. Questa è una causa della loro rapida espansione nella produzione e nell’uso, al punto che stanno diventando i prodotti primari del lavoro umano. Le nuove tecnologie, mentre rendono possibile la riproduzione degli oggetti mentali a costi irrisori, creando le basi per industrie di massa, abbattono anche i tempi di lavoro e, quindi, i costi della produzione materiale. Pertanto, l’unico modo in cui la produzione può espandersi è nella sfera dell’output immateriale. Questo include sia i servizi (per esempio, sanità, istruzione, tempo libero, ecc.) sia i prodotti mentali, che sono strettamente correlati. L’uscita di DeepSeek annuncia una fase della storia, a cui il capitalismo industriale ha dato vita, radicata nella diffusione generale di un nuovo tipo di valore d’uso, prodotto con una nuova tecnologia. Per questo ha sconvolto i mercati e costituisce una risposta da parte di una start-up cinese al presunto dominio Usa in fatto di intelligenza artificiale. Il suo carattere open source, cioè basato su un nuovo tipo di proprietà, diversa da quella privata, è adatto a questa riproducibilità, prestandosi particolarmente a una diffusione in un sistema socialista in cui l’obiettivo del bene collettivo predomina su quello del massimo profitto. La conoscenza e le idee sono oggetti da condividere, mentre gli Stati Uniti le trattano come qualcosa da proteggere e monopolizzare. Pertanto l’IA open source entra in contraddizione col modo di produzione capitalistico, basato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, siano essi anche prodotti mentali.
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