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La sinistra nella trappola della tecnica
di Lelio Demichelis
I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere la potenza della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. Da questa tesi parte Lelio Demichelis per sviluppare una radicale critica della modernità tecnologica. Al centro della sua riflessione vi è il concetto di Tecno-archía, una forma di potere fondata sulla razionalità strumentale, sul calcolo e sull'automatismo, che tende a imporsi sulla politica, sulla democrazia e sulla stessa libertà umana. L'intelligenza artificiale rappresenta, in questo quadro, non una semplice innovazione, ma l'ultima forma di delega cognitiva alle macchine: il punto in cui il pensiero rischia di essere sostituito dall'esecuzione automatica. Se la tecnica non è un semplice strumento neutrale ma una forza capace di organizzare la società secondo le proprie logiche, occorre mettere in discussione l'episteme che governa l'intera civiltà contemporanea e pensare a restituire centralità al pensiero critico, all'autonomia e alla capacità di immaginare un futuro sottratto all'imperativo del calcolo e della macchina.
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I marxismi e le sinistre di varia tendenza e storia sembrano avere un grosso problema con le macchine e con la tecnica: si ostinano a non voler vedere (cosa diversa dal non vedere, grave in sé) la potenza (la pluspotenza della sua volontà di potenza, ma anche il suo potere) della tecnica – che è diversa, seppure funzionalmente integrata, con quella del capitale. E da due secoli le sinistre si illudono che la tecnica sia fondamentale per la liberazione del proletariato – una ingenuità epistemica smentita ogni giorno dalla realtà (che però appunto non si vuole vedere) – e che lo sviluppo delle forze produttive porterà al socialismo/comunismo. O che trionferà il general intellect, quando invece, da tempo ma soprattutto oggi con l’IA siamo alla totale alienazione cognitiva dell’uomo e alla sua totale delega esistenziale/cognitiva alle macchine.
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Osservazioni storiche e semantiche sul concetto di sovranità
di Eros Barone
La recente polemica sul sovranismo intercorsa fra il marxista Emiliano Brancaccio e il populista di sinistra Andrea Zhok induce a ripercorrere, sia pure a grandi linee, il processo storico di formazione del concetto di sovranità, in modo da fornire un punto di riferimento preciso a chiunque intenda fare un uso consapevole e rigoroso di tale concetto.
In prima approssimazione, la sovranità può essere genericamente intesa come concetto di un potere “superiorem non recognoscens”, ossia un potere che non ha un potere più alto sopra di sé. La genesi del concetto moderno di sovranità è strettamente connessa, peraltro, alla genesi dello Stato moderno nella forma assolutistica. La dottrina dell’assolutismo si sviluppa infatti nel medesimo periodo storico con Machiavelli, Bodin e Hobbes (secc. XVI-XVII). Quest’ultimo autore elabora nel “Leviathan” e in “Behemot” la dottrina più matura della sovranità statuale (non a caso riferendosi, nel titolo dei suoi trattati, a due mostri biblici), in cui le componenti culturali (umanistiche, essenzialmente di derivazione machiavelliana) e giuridiche (rappresentate soprattutto dal Bodin dei “Six livres de la République”) si fondono e assumono una piena figura politica. Così, sul costrutto hobbesiano dell’uscita dallo stato naturale ferino attraverso la creazione di un’autorità superiore viene fondata la spiegazione del concetto di sovranità in quanto concetto che mira ad affermare la trascendenza di un potere che è svincolato da una visione pattizia del legame sociale e che si estende organicamente alla totalità dello Stato e della società.
Sennonché per vedere espressa in modo compiuto la sostanza positiva del concetto di sovranità bisognerà attendere che il pensiero democratico cominci a formarsi, giacché solo nel suo processo di formazione in senso democratico il pensiero moderno riesce a elaborare la pura forma dello Stato borghese e il concetto di sovranità. È a Jean-Jacques Rousseau che spetta il merito di aver chiarito nel Contratto sociale l’essenza positiva del moderno concetto di sovranità, per cui questa si configura come “volontà generale”, irriducibile alla somma delle volontà particolari e trascendente rispetto alla “volontà di tutti”.
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Democrazie, dittature: riflessioni storico-filosofiche controcorrente
Lorenzo Battisti intervista Emiliano Alessandroni
Nel libro “Dittature democratiche e democrazie dittatoriali” (Carocci, 2021) Emiliano Alessandroni, filosofo dell’Università di Urbino cerca di andare oltre la contrapposizione che il dibattito ufficiale propone dei due termini. Pubblichiamo l’intervista che l’Autore ha rilasciato a Lorenzo Battisti
L.B. Il tuo libro va al cuore di un dibattito che segue i comunisti fin dai tempi di Marx, quello della democrazia. Nella visione predominante attuale il voto e la democrazia coincidono in una relazione biunivoca: si può parlare di democrazia solo in presenza di elezioni, e queste ultime sono il criterio unico che contraddistingue le democrazie. Sono addirittura il criterio che viene utilizzato per dimostrare la superiorità delle democrazie rispetto ad altri sistemi politici. Questo legame tra voto (la vox populi) e democrazia è scontato come ci viene presentato o ci sono visioni diverse?
E.A. Secondo autori come Hans Kelsen e Joseph Schumpeter, a cui tutt’oggi il liberalismo guarda con ammirazione, le libere elezioni e il volere dei cittadini costituiscono la quintessenza della democrazia. Si tratta però di una conclusione affrettata. Nei Lineamenti di filosofia del diritto, Hegel contesta l’idea secondo cui la volontà popolare promuova automaticamente, laddove sappia imporsi, l’avanzamento della ragione nel mondo: non di rado accade che essa assecondi il dominio dell’irrazionalità. L’autore della Fenomenologia aveva ben presente il furore controrivoluzionario che aveva animato la rivolta della Vandea in Francia allo scoccare del 1793 e lo scatenarsi delle bande sanfediste in Spagna in seguito alla rivoluzione del 1820. Prestava inoltre attenzione al dibattito contemporaneo e alle appassionate celebrazioni del popolo a cui in Germania importanti teorici della Restaurazione come Ludwig von Haller si erano abbandonati, infarcendo i propri discorsi di motivi xenofobi e di disprezzo per le idee del 1789.
A sua volta Marx definisce “plebaglia” quella componente popolare che negli Stati Uniti, ancora deturpati dal marchio della schiavitù su base razziale, mostrava la propria ostilità alla causa abolizionista. Nel paese nordamericano il richiamo appassionato al popolo proveniva perlopiù dal Partito Democratico, che, proprio nel nome della democrazia e dell’opinione pubblica, difendeva strenuamente l’istituto della schiavitù. Ma già Adam Smith aveva a suo tempo sostenuto che il sistema schiavista avrebbe potuto essere soppresso più facilmente sotto un governo dispotico in grado di intervenire con forza sui diritti di proprietà che sotto un governo libero in cui questi ultimi avrebbero egemonizzato le istituzioni rappresentative.
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Intorno a Emiliano Brancaccio e il “Libercomunismo”
di Alessandro Visalli
Cenni biografici e premessa
Emiliano Brancaccio, nato a Napoli nel 1971, laureato in science politiche nel 1988, l’anno dopo del conseguimento del mio dottorato, successivamente consegue un master in economia a Torino nel 1999, nel 2000 completa un periodo di formazione nella SOAS di Londra (un ambiente fortemente segnato dagli studi sullo sviluppo, dalle aree studies e da tradizioni critiche/postcoloniali). Nel 2003 completa un dottorato in “Economia e politica dello sviluppo”. Entrato in relazione con la scuola sraffiana, diventa economista accademico. Insegna attualmente Economia Politica alla facoltà di Giurisprudenza della Federico II, dopo aver svolto per anni insegnamenti alla Unisannio.
Si tratta di un percorso di formazione rispettabile e piuttosto interessante. Gli fornisce una capacità di leggere la macroeconomia, la politica monetaria e lo sviluppo in una chiave storico-istituzionale che si intravede in alcuni dei suoi momenti migliori. Attiva una sensibilità per le crisi e gli squilibri internazionali e la tradizione marxiana. Non appare dalle fonti una formazione econometrica di punta, o in discipline matematiche hard; alcune esasperazioni linguistiche potrebbero nascere da qui.
Negli ultimi venti anni ha costruito un programma di ricerca coerente, continuo, riconoscibile e con un’identità teorica forte intorno a un’unica categoria, la “centralizzazione del capitale”, che ritiene essere di derivazione marxiana. La catena teorica entro la quale rilegge la “tendenza alla centralizzazione” è Marx (de Il Capitale), Hilferding (Il Capitale finanziario), Lenin (L’imperialismo), Baran e Sweezy (Il capitale monopolistico), conferma empirica della centralizzazione, individuazione di una indefettibile “legge di tendenza della centralizzazione”. Un certo ruolo lo svolge anche Thomas Piketty e una epistemologia costruttivista tratta soprattutto da Imre Lakatos e Milton Friedman.
Ci sono almeno tre momenti da valutare, e separatamente, nella sua produzione: il lavoro empirico, l’impianto categoriale e il programma politico. Come ovvio sono intrecciati, ma hanno anche alcuni livelli di semiautonomia.
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Il nuovo disordine mondiale / 37 – Sull’utilità o il danno della teoria del socialismo in un paese solo per l’internazionalismo
di Sandro Moiso
Alessandro Mantovani, Lo scontro sul “Socialismo in un Paese solo” al VII esecutivo allargato dell’Internazionale Comunista. Dicembre 1926 – Gennaio 1927. Con gli interventi di Bucharin, Kamenev, Stalin, Trotsky, Zinov’ev a altri documenti dell’opposizione internazionale allo stalinismo e una postfazione sul rapporto Bordiga-Korsch e una Prefazione di Graziano Giusti, collana «Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria» vol. 7, Associazione Eguaglianza e Solidarietà 2026, pp. 316, 19 euro
Come sottolinea nella sua ampia prefazione Graziano Giusti, potrebbe sembrare strana, se non curiosa, la scelta di dedicare oggi una ricerca voluminosa a un evento avvenuto un secolo fa e di cui gran parte degli attuali lettori, forse, non ha la minima conoscenza oppure non ha mai sentito nemmeno lontanamente parlare. Eppure, eppure…
Nel breve periodo compreso tra il dicembre del 1926 e il gennaio del 1927 si consumò un’autentica tragedia politica per la successiva storia del movimento rivoluzionario comunista e proletario, destinata a riflettersi non soltanto nelle campagne diffamatorie e persecutorie condotte nei confronti di alcuni dei suoi protagonisti più in vista dalla dirigenza staliniana del Partito bolscevico russo e dell’Internazionale Comunista, ma anche sulle scelte di politica interna ed estera della ormai non più neonata Repubblica dei soviet e su quelle inerenti la tattica o le tattiche da adottare nei confronti degli avversari.
Scelte che avrebbero finito con l’influenzare anche la più generale strategia del movimento operaio e la concezione che il movimento rivoluzionario avrebbe avuto di sé non soltanto nei decenni immediatamente successivi ma anche, purtroppo, fino ai nostri giorni. Ed è il titolo stesso della ricerca condotta con precisione e ricchezza di argomenti e materiali da Alessandro Mantovani a rivelare come tale battaglia in seno al Partito comunista, che avrebbe dovuto essere mondiale, riguardasse all’epoca la possibilità o meno di instaurare il “socialismo in un solo paese”.
Una scelta che, una volta affermatasi per la Russia sovietica, avrebbe non soltanto permesso la diffusione della medesima idea nel corso delle rivoluzioni anticoloniali sviluppatesi a partire da allora e nella seconda metà del ‘900, ma anche contribuito a un totale stravolgimento della teoria marxista rivoluzionaria e della pratica internazionalista che ne costituiva, e dovrebbe ancora costituire, l’irremovible e irrinunciabile corollario.
Un’idea, quella della possibilità di realizzare il socialismo in un “paese solo”, che oltre a confondere le finalità anticapitaliste della rivoluzione con quelle del “necessario” sviluppo economico in chiave di ammodernamento delle strutture economiche e sociali, ha finito con il rappresentare un’autentica spinta all’interclassismo e alla collaborazione tra le classi in funzione della difesa degli interessi “nazionali”.
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Paolo Botta: Cos'è lo Stato

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E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mondo
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
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Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto



“Funzionare o esistere?” questa è la “domanda prima” nel tempo del capitalismo transumano. L’ibridazione macchina-uomo è ormai in uno stato avanzato. Per ibridazione si deve intendere la sostituzione della natura etica e spirituale dell’essere umano con l’installazione graduale del “funzionamento adattivo”. Senza domande profonde e senza capacità di conoscere “il proprio sé profondo” l’essere umano è solo un vuoto meccanismo ben oleato perfettamente adattato all’ambiente economico. Risponde con efficienza ad esso, si adatta fino a confondersi con la struttura economica. Desideri, abilità, fini e movimenti sono conformi al sistema. Il funzionare implica prendere la forma del sistema; è lo stesso soggetto che gradualmente funziona all’interno con le medesime dinamiche del sistema, anzi lavora per deumanizzarsi e rendersi sempre più simile alla macchina economica. Le resistenze e le sofferenze che si incontrano in tale processo sono valutate come “patologiche”. La morte e la malattia sono uno scandalo da nascondere e da rimuovere. Deumanizzarsi è un lungo e arduo lavoro nel quale è necessario dimenticare e rimuovere la propria indole e la natura umana per rinascere “esseri funzionanti” pronti alla lotta e a soddisfare le direttive del mercato. La cultura di impresa e l’antiumanesimo sono scolpite nel corpo e nella carne viva per renderle “artificiali presenze”. In un sistema anonimo, in cui il mercato è la divinità mondana non più identificabile con un soggetto ben determinato, le individualità muoiono alla vita per trasformarsi in funzioni di sistema. Il risultato di tale processo di scissione da sé e dalla realtà è la produzione in serie di individui “disabili alla vita”. La vita di un essere umano è un lungo processo di conoscenza di sé e di concettualizzazione del negativo attraverso cui il “nuovo” entra nell’orizzonte del presente per aprire la dimensione del futuro. Il soggetto funzionante non crea, non pensa e non empatizza, semplicemente funziona, è adatto al sistema ma disfunzionale alla natura umana. La lacerazione reificante è la sua condizione di “patologica normalità”. Non è macchina e non è umano, è l’ibrido prodotto dal tecnocapitalismo pronto a salpare per il transumanesimo, ultima frontiera dell’illimitato. L’inferno in terra è tra di noi. In tale contesto coloro che per limiti fisici e anagrafici non riescono a tenere il ritmo del “ferreo funzionamento” sono esclusi dal sistema e sospinti verso una marginalità sottilmente punitiva. Sono loro il “problema” e non certo il “sistema”:
Dopo la prima parte, 
Adelino Zanini discute Dioniso postmoderno di Damiano Palano, ampia ricostruzione critica dell’itinerario teorico di Antonio Negri. In questa prima parte, al centro è il rapporto tra fabbrica e società, l’«enigma» consegnato all’operaismo da Mario Tronti. Seguendo il primo dei due sentieri individuati da Palano, quello della cosiddetta «ipotesi strategica», Zanini attraversa la crisi dello Stato-piano, la teoria dell’autovalorizzazione e la formazione della figura dell’operaio sociale. Secondo l'autore della recensione, lungi dal risolversi in uno schematismo teorico, il percorso di Negri appare così come uno sforzo continuo per pensare nuove forme dell’antagonismo oltre la centralità esclusiva della grande fabbrica, cercando di comprendere come produzione, riproduzione e conflitto si trasformino insieme.


Il capitalismo trova i suoi sostenitori più solidi tra i critici del modo di produzione capitalistico. Vi sono “analisi estreme del sistema” che con il loro successo editoriale e con le loro critiche ben fondate trovano ampio sostegno nei media e nell’editoria. Apparentemente siamo dinanzi a giudizi radicali e dal successo delle critiche si potrebbe dedure l’imminente crollo del “sistema capitale”. La verità è ben altra, le critiche ardite riguardano unicamente gli elementi sovrastrutturali, queste sono accolte dai media, in quanto non toccano il problema nella sua causa prima: la struttura economica. L’ampio spazio che ricevono è “il segno” della loro impotenza.
Ieri ho ricevuto le copie staffetta del secondo volume di Oltre l'Occidente. Il libro è già acquistabile online e, salvo ritardi, sarà in libreria fra un paio di giorni. Qualche giorno fa ho anticipato la mia Introduzione al primo volume (quello di Visalli), qui anticipo la Introduzione di Visalli al secondo volume, il mio. Entrambi gli autori saranno a Pisa sabato prossimo, 11 Luglio, per discutere di questa atipica opera a due mani al festival di Ottolina TV. Se sarete da quelle parti vi aspettiamo [c.f.].
Nella primavera del 2023, Microsoft ha annunciato un investimento multimiliardario in OpenAI, descrivendo la partnership come un salto in avanti verso una civiltà più pulita, più intelligente e più efficiente. Le immagini che accompagnano tali annunci sono invariabilmente eteree: reti neurali luminose, flussi di dati senza peso e algoritmi che danzano attraverso lo spazio digitale privo di attrito. L’intelligenza artificiale (IA), nella narrativa dominante della Silicon Valley e del suo ecosistema mediatico, si presenta come l’apoteosi della dematerializzazione: una tecnologia così raffinata, così puramente cognitiva, da essere finalmente fuggita dal mondo sporco ed entropico delle macchine a vapore, delle miniere di carbone e delle fabbriche.
Premessa
Negli ultimi mesi, molte delle aziende che avevano sottoscritto contratti con OpenAI o Anthropic hanno avuto una brutta sorpresa. Lo scorso aprile, la società di noleggio auto con conducente Uber ha per esempio scoperto di aver già 



























