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tempofertile

Intervista al prof. Patnaik: capitalismo e sottosviluppo

di Alessandro Visalli

Atilio Boron Jacobin ItaliaAncora su “Bollettino CulturaleFrancesco Barbommel intervista il prof Prabhat Patnaik (vedi anche qui, ndr), un noto economista marxista indiano che ha insegnato al Centro degli studi economici e della pianificazione della Università Jawaharial Nehru di Nuova Delhi dal 1970 al 2010, per ben quaranta anni. Ha anche fatto un’esperienza di amministrazione nel Consiglio di Pianificazione del Kerala e si è laureato e dottorato anche in filosofia ad Oxford. Nel 1969 fu attivo anche all’Università di Cambridge (Clare College) prima di rientrare in india nel 1970. Convinto critico delle politiche neoliberali, dopo la crisi del 2008 ha fatto parte di una commissione dell’Onu per raccomandare misure di riforma del sistema finanziario (con Joseph Stiglitz, Francois Houtart e Pedro Paez). Tra i suoi libri, “A theory of imperialism[1] e “Lenin and imperialism[2] o “The value of money[3], o diversi interventi su decine di riviste[4], o sul suo blog[5].

L’avvio dell’intervista si concentra sulla pianificazione nell’epoca di Nehru. Questi, con l’aiuto di Bettelheim, prese come riferimento il modello sovietico sforzandosi di costruire un forte settore pubblico da elevare come baluardo contro l’influenza delle multinazionali (come ovvio, in uscita dalla dominazione coloniale inglese) e di rendere il paese quanto più possibile autosufficiente. La spinta fu particolarmente diretta all’istruzione tecnica ed alla creazione di industrie di base. Ma fallì nella completa redistribuzione delle terre, e quindi nel rapporto con il grande capitale agrario che rimase dominante, insieme a quello medio “kulako”. Ciò ha finito per limitare il mercato interno e quindi per non creare condizioni per l’autosufficienza industriale.

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pandora

La cultura tra economia e politica

G.Bottos, L.Mesini e F.Rustichelli intervistano Carlo Galli

Carlo Galli insegna Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna ed è Presidente della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna. Con questa intervista affrontiamo la questione del legame tra cultura, politica ed economia approfondendone alcuni aspetti: il rapporto tra cultura e mercato, le ricadute del neoliberismo sui modi di intendere la cultura, il ruolo degli intellettuali e la necessità di una cultura critica, i modi in cui si produce oggi l’analisi politica e le responsabilità delle classi dirigenti italiane nel declinare il triangolo cultura-politica-economia

Carlo Galli e1581764853268 700x340Con questa intervista vorremmo approfondire la questione dei nessi tra cultura, politica ed economia. Iniziamo col constatare come il nesso tra cultura e politica appaia oggi in crisi, mentre da più parti si pone l’accento sul legame tra cultura e mondo economico. Un rapporto che si declina sia in termini di ‘utilità’ della cultura – e quindi di giustificazione dell’investimento in cultura – sia di una concezione della cultura intesa come attività economica in senso stretto. Essa deve rivendicare una propria autonomia? Al tempo stesso sembra necessario che essa entri in relazione con queste sfere. Quali sono le forme specifiche in cui questo può avvenire?

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voxpopuli

Intervista all’economista professor Prabhat Patnaik

di Bollettino Culturale

indian farmerjpgPrabhat Patnaik, nato a Jatani il 19 settembre del 1945, è uno dei principali economisti marxisti dell’India. Tramite una borsa di studio ha la possibilità di studiare al Daly College di Indore ed in seguito si laurea in economia al St. Stephen’s College di Nuova Delhi. Ad Oxford consegue il proprio dottorato per poi tornare in patria nel 1974 per insegnare, fino al pensionamento avvenuto nel 2010, presso il Centre for Economic Studies and Planning (CESP) della Jawaharlal Nehru University di Nuova Delhi. Specializzato in macroeconomia ed economia politica, è uno dei più attenti osservatori e critici della politica economica del governo indiano. Feroce critico delle politiche economiche neoliberiste e del nazionalismo hindu, ha pubblicato numerosi articoli e libri in diverse lingue.

Tra i più importanti vorrei ricordare: A Theory of Imperialism, scritto con sua moglie Utsa Patnaik, altra importante economista marxista indiana, The Value of Money, Re-Envisioning Socialism, e Demonetisation Decoded – A Critique of India’s Currency Experiment.

* * * *

1. Professor Patnaik, lei è un marxista in un paese che scivola sempre di più a destra. Il fondamentalismo indù di Modi ha molto in comune con lo sciovinismo di Abe in Giappone, Trump, Orbán e Salvini. Come si materializza questo fondamentalismo indù in economia e che rapporto ha con la gestione dell’ordine neoliberista?

L’attuale partito al governo del paese è stato istituito dalla RSS [Rashtriya Swayamsevak Sangh, Organizzazione Nazionale Patriottica] come suo braccio politico. La RSS è un’organizzazione fascista istituita nel 1925 che aveva inviato un emissario a Mussolini e aveva grande ammirazione per il fascismo tedesco e italiano.

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sinistra

Il declino della politica e l'inizio di un'altra storia

di Domenico Accorinti

gente comizio cinema persone 1200Ritengo che, se partissimo dalla citazione di Giuseppe Mila della Costituzione statunitense: “Ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”; e dall’affermazione di Giuseppe Ladetto secondo cui: “L’intera sinistra da anni è in crisi in Europa, anzi in tutto il mondo. Sarebbe il caso di partire da questa constatazione per cercare di risalirne alle cause”, tralasciando ogni altra considerazione di natura strettamente contingente legata a semplici valutazioni opportunità politica, sarebbe possibile evitare di lasciarsi trascinare da queste ultime su di un terreno impervio che non ci consentirebbe un esame razionalmente approfondito della questione.

Sia la citazione di Mila sia l’affermazione di Ladetto contengono una parte di verità che però, per consentirci di andare oltre le miserie della politica quotidiana e cercare di centrare in profondità il problema che sta alla base del declino qualitativo delle classi politiche occidentali, non solo italiane, e conseguentemente dei Paesi da queste governati, ci impongono di scavare senza pregiudizi nelle visioni filosofiche che, ormai da 250 anni, in occidente ci portano, magari anche solo implicitamente, il che non è certo un’attenuante, anzi, ad affermare senz’ombra di dubbio la persistenza della bontà della corrente visione della natura hominum, concetto che ha portato all’attuale senso di ineluttabilità dell’uomo “a una dimensione”, quella economica.

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il rasoio di occam

Guerra di posizione e guerra di movimento oggi

di Carlo Formenti

Álvaro García Linera, vicepresidente della Bolivia dal 2006 al golpe di qualche mese fa, è uno dei più grandi intellettuali di sinistra latinoamericani. In "Democrazia, stato, rivoluzione. Presente e futuro del socialismo del XX secolo" (Meltemi, 2020), il lettore trova un’antologia dei suoi interventi più significativi, seguita da una postfazione di Carlo Formenti, che qui ripubblichiamo per gentile concessione dell’editore e dell’autore

73321866 2640072246222792 770798049533362176 nNel corso di una conferenza tenuta il 27 maggio 2016 a Buenos Aires (e inserita in questa antologia con il titolo “Presente e futuro del processo rivoluzionario”) Linera ebbe a pronunciare parole che, alla luce del golpe contro il governo socialista boliviano orchestrato da destre e militari nel novembre del 2019, suonano sinistramente profetiche. Il tema della conferenza era il riflusso in atto in diversi Paesi del subcontinente latinoamericano, i quali, dopo un lungo ciclo riformista/rivoluzionario caratterizzato da una radicale svolta postneoliberista, se non socialista, erano teatro di violente controffensive delle forze di destra, spalleggiate dall’imperialismo nordamericano.

Nel suo discorso, Linera prende in esame una serie di concause – limiti oggettivi ed errori soggettivi – che hanno determinato questa brusca inversione di tendenza rispetto agli eventi storici dei due decenni a cavallo della transizione di millennio – eventi che tante speranze in un rilancio degli ideali socialisti avevano alimentato, non solo in Sudamerica ma in tutto il mondo. Sui limiti oggettivi torneremo più avanti. Qui preferisco concentrarmi sugli errori soggettivi. Mi pare che dall’analisi di Linera ne emergano soprattutto tre: 1) la sottovalutazione della difficoltà di cambiare la struttura dello Stato; 2) l’eccessivo ottimismo in merito alla possibilità di integrare i ceti medi nel blocco sociale progressista garantendo, al tempo stesso, l’egemonia politico culturale delle classi subalterne; 3) l’incapacità di risolvere il nodo della convivenza fra socialismo, democrazia rappresentativa e democrazia diretta e partecipativa (ma qui, più che di errore soggettivo, sarebbe più corretto parlare di un problema che nessuno è mai riuscito a risolvere nel corso dell’intera storia mondiale del socialismo).

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il rasoio di occam

L’istante della rivoluzione: per Walter Benjamin

di Dario Gentili

Da qualche giorno è in libreria la riedizione di "Il tempo della storia. Le tesi Sul concetto di storia di Walter Benjamin" (Quodlibet), testo nel quale Dario Gentili ripercorre il significato fondamentale delle Tesi e lo sfondo politico e filosofico entro cui esse si stagliano. Ringraziamo l'autore e l'editore per averci gentilmente concesso di ripubblicare il IX capitolo del libro

walter benjamin il tempo della storia dario gentiliLa nona è la famosa tesi incentrata sulla figura dell’Angelus Novus; essa trae ispirazione da un acquerello di Paul Klee acquistato da Benjamin nel 1921. Sicuramente è la tesi più nota di Über den Begriff der Geschichte, citata ed evocata ovunque nel mondo negli ambiti più disparati. Effettivamente essa occupa una posizione centrale sia semplicemente come numero sia, soprattutto, per una sorta di mutamento di prospettiva che rappresenta. L’angelo della storia, infatti, è descritto in equilibrio precario tra passato e futuro e, tornando alla tesi precedente, nell’attimo stesso della decisione tra la catastrofe e la redenzione: rappresenta quel presente in cui si decide la storia, il metodo da privilegiare e la direzione, in bilico tra progresso e regresso del senso storico. Inoltre, nell’economia stessa dell’opera, la IX tesi segna, dopo che nelle tesi precedenti si è evidenziato come lo storico materialista deve considerare il passato, lo spostamento dell’attenzione sulla concezione del futuro che il materialismo storico deve far propria. Che naturalmente non si tratti di una svolta particolarmente evidente, tanto che nell’analisi delle tesi precedenti si è dovuto far spesso ricorso alla nozione di futuro trattando della redenzione del passato, deriva proprio dal rifiuto benjaminiano della concezione di una temporalità lineare, secondo cui passato e futuro occupano due estremi opposti. La IX tesi può essere considerata, piuttosto che un passaggio secondo un tracciato lineare da una prima a una seconda parte, come l’istante (Augenblick) della decisione presente in cui sono concentrati passato e futuro. Il non decidere comporta l’essere travolti dalla bufera del progresso che, trascinando l’angelo verso il futuro, distende il tempo nella scansione lineare di passato, presente e futuro. Per Benjamin, l’esser trascinati dalla bufera del progresso non è l’inesorabile necessità a cui la storia non può sottrarsi, ma la colpa a cui si condanna quella storia incapace di decidere nell’istante (Augenblick) in cui presente, passato e futuro coincidono.

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Vladimir Lenin, “Tesi sulle questioni nazionali e coloniali”

di Alessandro Visalli

LeninSecComIl secondo Congresso della III Internazionale, che si svolge dal 19 luglio al 7 agosto 1920, tra Pietrogrado e Mosca, affronta al punto 8 la questione coloniale, che nel seguito delle vicende del comunismo internazionale si rivela decisiva.

Nel primo abbozzo delle tesi, Lenin scrive un breve ed intenso testo[1], che viene studiato da un giovane ed entusiasta militante vietnamita, Nguyen ai Quoc (ovvero Ngiuen il patriota, poi noto come “portatore di luce”, Ho Chi Minh). Come racconta nel 1960, “le tesi di Lenin destarono in me grande commozione, un grande entusiasmo, una grande fede, e mi aiutavano a vedere chiaramente i problemi”. Il punto cui giunge è che “solo il socialismo, solo il comunismo può liberare dalla schiavitù sia i popoli oppressi che i lavoratori di tutto il mondo. Compresi come il vero patriottismo e l’internazionalismo proletario siano inestricabilmente legati tra di loro”[2].

La bozza di Lenin si compone di dodici tesi:

1- “Una posa astratta o formale del problema dell'uguaglianza in generale e dell'uguaglianza nazionale in particolare è nella natura stessa della democrazia borghese. Sotto la maschera dell'uguaglianza dell'individuo in generale, la democrazia borghese proclama l'uguaglianza formale o legale del proprietario e del proletario, dello sfruttatore e degli sfruttati, ingannando così gravemente le classi oppresse. Sul presupposto che tutti gli uomini sono assolutamente uguali, la borghesia sta trasformando l'idea di uguaglianza, che è essa stessa un riflesso delle relazioni nella produzione di merci, in un'arma nella sua lotta contro l'abolizione delle classi. Il vero significato della domanda di uguaglianza consiste nel fatto che è una richiesta di abolizione delle classi”.

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bollettinoculturale

Comportamento egoista e società socialista

di Bollettino Culturale

cooperativismoUn fantasma viaggia attraverso i paesi socialisti: il fantasma della modernizzazione. Dopo gli anni ottimisti dell’"uomo nuovo" dei guevaristi e il primitivismo ideologico di una rivoluzione culturale cinese che voleva sterminare incentivi, disuguaglianze e gerarchie, i leader dei diversi partiti comunisti sembrano aver imparato una sola tonadilla: il più grande problema delle economie socialiste è assenteismo, disinteresse, mancanza di dinamismo, che trovano la loro traduzione economica in bassa produttività. Non solo, oltre alla diagnosi, concordano sulla terapia: aprire le porte alla competizione.

In questo lavoro cerchiamo di rivelare la grammatica sociale di questo processo, ricordare le diverse soluzioni che la tradizione socialista ha offerto ai problemi che sono alla base ed esporre una critica delle versioni più ingenue della "rivitalizzazione" da parte del mercato, una versione assunta dalle varie "nomenclature", secondo la quale il mercato è il miglior garante del progresso tecnico e dell'allocazione efficiente in quanto fornisce informazioni precise e rapide sui bisogni delle società e stimola la ricerca di risposte.

 

La lunga gestazione dell'«Homo economicus»

La storia del capitalismo è lungi dall'essere un percorso di rose e fiori per coloro che vi hanno preso parte. Le condizioni ingrate della vita, lo sradicamento, l'esecuzione di compiti insignificanti per i suoi esecutori o la pavimentazione delle tradizioni culturali, sono alcune delle caratteristiche che macchiano il rovescio del cammino intatto del progresso e della libertà con cui viene spesso identificato.

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scienzaepolitica

La New Class del neoconservatorismo e la de/legittimazione del capitalismo americano

di Matteo Battistini*

Abstract. Il saggio presenta il dibattito statunitense sulla new class quale categoria politica che ha fatto da perno all’ascesa del neoconservatorismo, alla scrittura pubblica del discorso dei neoconservatori – in particolare Daniel P. Moynihan e Irving Kristol – e alla loro strategia volta ad aggredire le fondamenta scientifiche e politiche dell’ordine liberal del capitalismo americano che fra anni Sessanta e Settanta non trovava più nella middle class la parola pubblica che aveva messo a riposo il conflitto sociale e politico degli anni Trenta alimentando il consenso del secondo dopoguerra. Nel discorso neoconservatore, anche in dialogo con il neoliberalismo, new class individuava un «nemico ideologico» che andava disciplinato in favore del capitalismo ovvero educato al rispetto dell’autorità – della società e del suo fondamento morale, del mercato e delle sue gerarchie – che i movimenti sociali stavano contestando

images985L’obiettivo del saggio è presentare alcuni lineamenti del dibattito statunitense sulla new class in quanto categoria che ha fatto da perno all’ascesa politica e culturale del neoconservatorismo. Se la letteratura scientifica ha inquadrato la new class nel campo semantico delle scienze sociali per comprendere la trasformazione del capitalismo in senso postindustriale, nella storiografia non ha destato particolare attenzione1. È invece convinzione di chi scrive che costituisca una nozione essenziale del neoconservatorismo e del suo dialogo con il neoliberalismo, in particolare nel discorso pubblico e nell’azione politica di due figure rilevanti del movimento neoconservatore: Daniel P. Moynihan – autore del famoso Report on Negro Family che inaugurava una diffusa e aspra discussione nazionale sul welfare state – e Irving Kristol – l’intellettuale newyorkese formatosi negli anni Trenta nell’ambiente troztskysta e considerato the godfather of neoconservatism2. In questo senso, pur facendo riferimento ad altre importanti firme del discorso neoconservatore come Norman Podhoretz e Michael Novak, il saggio non vuole essere esaustivo, ma intende fornire alcune tracce per future ricerche.

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marx xxi

La “leva di Wallerstein”

di Daniele Burgio, Massimo Leoni, Roberto Sidoli

Il presente scritto è un estratto in anteprima del seguente libro in prossima pubblicazione online: Politica-struttura espressione concentrata dell’economia

marx engels berlinUn’altra verifica e un ulteriore stress-test riguardo alla teoria della politica-struttura e del fatto che una sezione della sfera politica si rivela costantemente “espressione concentrata dell’economia” consiste nell’esperienza concreta e plurisecolare del capitalismo, la quale dimostra instancabilmente come proprio a fini economici e materiali di classe “il controllo del potere statale (o la sua conquista, quando era necessario) sia stato l’obiettivo strategico fondamentale di tutti i principali attori nella scena politica, lungo l’intero arco del capitalismo” (Wallerstein).

Perché dunque risulta così importante, anche nelle formazioni economico-sociali capitalistiche contemporanee, “occupare” e controllare i gangli fondamentali del potere politico e degli apparati statali?

Perché impossessandosi totalmente/parzialmente dei diversi organi dell’apparato statale, in modo più o meno completo i nuclei politici vittoriosi escludono gli antagonisti dall’accesso al potere direzionale, di controllo e repressivo delle loro formazioni statali, potendo pertanto decidere sugli affari comuni della società in un senso sfavorevole agli interessi politico-materiali dei propri avversari/antagonisti e dei loro mandanti sociali, garantendosi allo stesso tempo una favorevole riproduzione materiale della loro esistenza come soggetto politico e – soprattutto – producendo scelte di priorità almeno particolarmente a vantaggio dei loro più diretti referenti sociali.

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bollettinoculturale

Nel mondo senza opposizione

di Bollettino Culturale

retour a la normale“L'uomo ad una dimensione” di Herbert Marcuse venne pubblicato nel 1964, sotto la minaccia della "catastrofe atomica". Marcuse svela come, nelle società industriali, l'irrazionalità si maschera da razionalità tecnologica e continua descrivendo la cooptazione e il contenimento di tutte le richieste di cambiamento qualitativo alla luce delle "tendenze totalitarie della società monodimensionale". Il famoso libro di Mark Fisher “Realismo Capitalista: non ci sono alternative?” è stato pubblicato nel 2009 all'ombra del tardo capitalismo distopico, della crisi economica globale e del senso diffuso che "non solo il capitalismo è l'unico sistema politico ed economico praticabile, ma anche che ora è impossibile persino immaginare un'alternativa coerente.” Nei quarantacinque anni che separano i due testi, le affinità tra loro sono chiare. Entrambi gli autori si spingono fino al limite del pensiero critico, descrivendo tutto nei termini più severi e rimanendo, nonostante tutto, impegnati a trasformare tutto. In questo modo, quindi, entrambi i testi sono modelli esemplari di scrittura senza speranza, continuando comunque a scrivere. Alla fine di “L'uomo ad una dimensione”, dopo aver notato che "Il vero volto del nostro tempo si vede nei romanzi di Samuel Beckett", Marcuse cita Walter Benjamin che scrive all'inizio dell'era fascista: “È solo per il bene di quelli senza speranza che la speranza ci viene data.” Il testo di Fisher si conclude con un'affermazione altrettanto poetica: "L'evento più piccolo può fare un buco nella cortina grigia della reazione che ha segnato gli orizzonti delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere, improvvisamente tutto è di nuovo possibile ".

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bollettinoculturale

Mostri metabolici: il capitale dei vampiri nell'Antropocene

di Bollettino Culturale

antropoceneParafrasando un passaggio di Marx nei Grundrisse, Stavros Tombazos osserva che "ogni economia è alla fine un'economia del tempo". Questo per dire che la produttività del lavoro, l'accumulo di ricchezza e la circolazione di beni e risorse che compongono un'economia nel suo senso più ampio sono tutti componenti di una particolare organizzazione del tempo. I cambiamenti di questa organizzazione economica sono quindi avvertiti non solo nelle trasformazioni che hanno effetto materialmente, ma anche nell'ordine della temporalità e dei ritmi di vita possibili in un particolare sistema economico. Il fatto che il passare del tempo, che è così spesso dato per scontato, è in realtà condizionato dalle condizioni materiali ed economiche in cui viviamo non è più evidente che nel nostro momento attuale di cambiamento climatico e catastrofe ecologica.

Due lunghi secoli di capitalismo industriale ci hanno lasciato con una percezione del tempo che non è più adeguata alle condizioni materiali che stanno ora rimodellando la nostra vita. Gli storici ecologici Christophe Bonneuil e Jean-Baptiste Fressoz caratterizzano questo vecchio ordine del tempo per la sua dipendenza dall'estrazione di combustibili fossili: "Il tempo continuo del capitalismo industriale", scrivono, è stato "proiettato su rappresentazioni culturali del futuro, concepito come un progresso continuo che si dispiega al ritmo degli incrementi di produttività ”. Lo shock del nostro momento presente è che questo aumento costante e lineare della produttività, concepito come il naturale progresso verso un domani più grande di oggi, è stato sempre e solo il prodotto di un afflusso temporaneo di energia da una risorsa in diminuzione.

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ragionipolitiche

Carl Schmitt spiegato ai giovani

Niccolò Rapetti intervista Carlo Galli

ph 369La complessità e la irriducibilità a formule del pensiero politico di Carl Schmitt sono immediatamente evidenti guardando alla sua travagliata fortuna scientifica. Si tratta innanzitutto di un reazionario cattolico, un conservatore compromesso nel regime hitleriano; negli anni però la sua critica anti-imperialista e anti-liberale ha iniziato a piacere molto anche alla sinistra e pur nel suo evidente anti-americanismo il suo libro Il nomos della Terra è oggi lettura obbligata per gli ufficiali di marina americana. Professor Carlo Galli, mi viene spontanea una domanda: di chi è Carl Schmitt?

È un grande giurista del diritto pubblico e del diritto internazionale, che ha avuto il dono di un pensiero veramente radicale, e la sorte di vivere in un secolo di drammatici sconvolgimenti intellettuali, istituzionali e sociali. Ciò ne ha fatto anche un grande filosofo e un grande scienziato della politica; e lo ha esposto a grandi sfide e a grandi errori.

 

È innanzitutto necessario chiarire la posizione di Schmitt nella storia delle idee e del diritto: Carl Schmitt è «l’ultimo consapevole rappresentante dello jus publicum europaeum, l’ultimo capitano di una nave ormai usurpata». Che cos’è lo jus publicum europaeum? Come e quando inizia il suo declino, che Schmitt attraversò «come Benito Cereno visse il viaggio della nave pirata»?

Lo jpe è l’ordine del mondo eurocentrico della piena modernità; un ordine che è anche Stato-centrico, al quale Schmitt sa di appartenere anche se è ormai in rovina. Un ordine, per di più, che egli stesso decostruisce, mostrando che si fondava sul disordine, cioè non solo sull’equilibrio fra terra e mare ma anche sulla differenza di status fra terra europea e terre extra-europee colonizzate.

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ragionipolitiche

Intervista politico-filosofica

Gianluca Sacco intervista Carlo Galli

ph 337Dalla lettura del suo ultimo libro Sovranità, soprattutto dal capitolo finale, appare oggi, semplificando, che sovrana in Europa sia per lo più la Germania. Il sovranismo è invece, sempre secondo il suo testo, una specie di reazione agli aspetti potremmo dire tirannici di questa sovranità, ovvero l’euro, e in particolare l’ordo-liberalismo, una dottrina economica tedesca che, per dirla alla Foucault, «pone lo Stato sotto sorveglianza del mercato, anziché un mercato sotto la sorveglianza dello Stato». È corretta questa lettura? È l’ordo-liberalismo, secondo lei, il vero tiranno d’Europa?

L’ordo-liberalismo è una forma di pensiero economico particolarmente cogente e estremamente attenta a determinare e a preservare attraverso la politica le condizioni dell’equilibrio economico: la libera concorrenza e l’esclusione delle interpretazioni dell’economia in chiave conflittuale. L’ordo-liberalismo è l’economia sociale di mercato tedesca, a sua volta alla base del marco. Tutti sappiamo che l’euro è stato esemplato sul marco, e tutti sappiamo che l’euro ha nella propria costituzione delle regole di carattere strutturale; ci dicono che l’economia deve essere un’economia fondata sulla esportazione e non sulla domanda interna, che lo Stato deve avere i conti pubblici in ordine, che lo Stato non può essere il signore della moneta, che questa è una variabile indipendente. Ora tutti sanno che gli Stati dell’eurozona vi hanno aderito attraverso procedure democratiche che sono state in ogni caso legali, perché hanno coinvolto i governi e i parlamenti degli Stati membri. Quindi parlare di tirannide è improprio, almeno dal punto di vista tecnico. Ma detto questo, dobbiamo sottolineare altri aspetti.

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Chantal Mouffe, “Per un populismo di sinistra”

di Alessandro Visalli

13clt1sssssssssssssssssssssssssQuesto libro della filosofa Chantal Mouffe esce nel 2018, al termine di un breve ciclo di instabilità politica aperto dallo straordinario 2016[1] seguito da un 2017 nel quale l’ondata è sembrata rifluire, o essere contenuta dai bastioni dei meccanismi elettorali maggioritari (in Francia) o dalla resilienza dei partiti sistemici (in Germania), ed infine dal 2018, nel quale crolla la roccaforte italiana del bipolarismo. La Mouffe, in linea con il suo ex compagno Ernesto Laclau, chiama tutto questo “momento populista”: una fase di crisi della ‘formazione egemonica neoliberale’ che, a suo parere, “apre la possibilità di costruire un ordine maggiormente democratico”.

L’avvio, in pratica, dice tutto.

Il ‘disorientamento’ dei partiti socialdemocratici (evidente in Spagna, dove Sanchez è sulla difensiva, in Francia, dove è emersa la soluzione ‘populista’ di centro di Macron dalle spoglie della sinistra e della destra gollista[2], in Germania, dove la Spd non riesce a liberarsi dell’abbraccio distruttivo della grande coalizione) deriverebbe quindi da una visione inadeguata della politica. In particolare, dalla incapacità di assorbire i movimenti libertari del 1968, che “coincidevano con la resistenza a una varietà di forme di dominio non definibili in termini di classe”. Si trattava, per come li nomina, della “seconda ondata femminista”, dei movimenti per i diritti dei gay e quelli antirazzisti, inoltre della questione ambientale.

Seguendo lo spirito di questi movimenti, racconta l’autrice, lei e il marito Laclau, indagarono le ragioni della resistenza culturale della sinistra di classe (marxista e socialdemocratica, come la distingue).