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Per la critica dell’individuo-massa
Appunti per una nuova avanguardia di ricerca
di Gigi Roggero
Dopo la pubblicazione dell'intervento «L’importante non è partecipare», in questo articolo Gigi Roggero riprende i fili e approfondisce i temi toccati, dalla critica della democrazia alla produzione di soggettività, dalla necessità di rimettere in discussione categorie che girano a vuoto all’urgenza di un pensiero inattuale. Viene ora proposta una tesi radicale: «la modernità capitalistica, nata dall’esaltazione dell’individuo come soggetto centrale, ha alienato proprio l’individuo, lo ha sciolto nella massa». A partire da qui, sostiene l’autore, bisogna costruire un’avanguardia di ricerca.
* * * *
In un libretto di qualche anno fa, Per la critica della libertà (DeriveApprodi, 2023), avevamo provato a disarticolare il presupposto del culto liberale, il totem della modernità nel suo complesso: la libertà, appunto. Ora, si tratta al contempo di approfondire e di tentare un passo oltre. Per farlo, dobbiamo prendere di petto la questione dell’individuo. Fin dai suoi albori, sappiamo che la modernità capitalistica nasce attorno a questo soggetto, declinato nella forma specifica del cittadino. Da Locke in avanti, l’individuo-cittadino è l’individuo proprietario. Senza individuo non si potrebbero dare né Stato né mercato, né competizione né sfruttamento, né libera impresa né libera vendita della forza lavoro.
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L'oracolo di Bruxelles si è espresso
di Fabrizio Poggi
Grazie all'intercessione de La Stampa, è possibile raccogliere la nuova divinazione dell'oracolo di Bruxelles, il lituano dirottato alla UE, Andrius Kubilius. A differenza dei vaticini della Pizia di Delfi, che variavano a seconda di chi domandava il responso, il cosiddetto commissario europeo alla guerra differenzia di poco, l'uno dall'altro, i propri presagi. E c'è da dubitare che anche chi gli si è rivolto a nome del foglio torinese si attendesse qualcosa di diverso dal numero di anni che devono ancora trascorrere prima che, statene certi, la Russia attacchi un paese europeo, «o forse più di uno». Ragion per cui, profetizza, «bisogna integrare le forze armate ucraine nella sicurezza dell’Europa», dato che sussiste «la minaccia di una possibile aggressione russa: i nostri servizi di intelligence lo affermano pubblicamente e con chiarezza: nei prossimi tre o quattro anni la Russia potrebbe essere pronta a “testarci” in un conflitto reale». Per non parlare della sfida che viene dagli USA, «che ci stanno chiedendo di assumerci maggiori responsabilità per la difesa europea». Da non raccapezzarcisi. Per fortuna che, là a Bruxelles e qualcuno anche a Roma, sembra avere le idee chiare su chi si appresti ad attaccare chi e quando lo farà.
Amareggiata per la mancanza di un esercito europeo, la signora Flavia Amabile chiede all'oracolo come potrebbe essere risolta la questione del possibile schieramento di truppe UE sul territorio ucraino, come richiesto da Kiev per un accordo con Moskva. Il novello Merlino non esita a dire che il dato sicuro è che l'intelligence europeista pronostica che la Russia potrebbe «lanciare un’aggressione contro Stati membri dell’UE o della NATO».
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Gaza: come si pianifica un genocidio
di Davide Malacaria
“La più efficace manipolazione che Israele ha messo in atto negli ultimi due anni è stata quello di imporre dei parametri del tutto infondati al ‘dibattito’ che si è svolto in Occidente riguardo la credibilità del bilancio delle vittime di Gaza, che ora ufficialmente ammonta a poco più di 70.000”. Così Jonathan Cook su Consortium news.
“Non è solo che siamo rimasti impantanati in controversie senza fine sull’affidabilità delle autorità sanitarie di Gaza o su quanti di quei morti siano combattenti di Hamas (nonostante le campagne di disinformazione israeliane, l’esercito israeliano stesso ritiene che oltre l’80% dei morti siano civili); o che questi ‘dibattiti’ ignorino sempre il fatto che, fin dall’inizio, Israele ha distrutto la capacità di Gaza di contare i propri morti, distruggendo gli uffici governativi e gli ospedali dell’enclave, da cui discende che la cifra di 70.000 morti è probabilmente una drastica sottostima”.
“No, il trucco più grande è che Israele è riuscito a trascinarci tutti in un ‘dibattito’ completamente scollegato dalla realtà, che riguarda solo quelli che sono stati uccisi direttamente dalle sue bombe e dai colpi d’arma da fuoco. La verità è che un numero molto, molto più grande di persone di Gaza è stato ucciso volutamente da Israele non attraverso mezzi diretti, ma attraverso quelli che gli statistici chiamano mezzi ‘indiretti'”.
“Tutte queste persone sono state uccise da Israele, che ha distrutto le loro case e le ha lasciate senza riparo. Da Israele, che ha distrutto le loro risorse idriche, le infrastrutture elettriche e i sistemi igienico-sanitari.
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Crescita economica e movimenti pro-Pal: che c’azzecca?
di Riccardo Leoncini
1. Il concetto di crescita economica è fondato su un modello lineare, anche se utilizza strumenti matematici non lineari. Ed è indubbio che l’utilizzo di modelli lineari permette l’avverarsi della logica cartesiana che ci invita a ridurre un problema complicato a una serie di problemi semplici, a risolverli e poi a rimettere insieme le soluzioni ottenute, come in un puzzle.
Fra le implicazioni di questo modello lineare ce n’è una assai importante, sia dal punto di vista matematico, ma soprattutto dal punto di vista logico. E cioè che la crescita è (non solo potenzialmente) infinita. Un modello di crescita lineare non incontra limiti, neanche negli input necessari a farlo funzionare, poiché anche questi a loro volta saranno soggetti a un modello di crescita infinita, che quindi garantirà il sostentamento del modello ad libitum. La sola variazione dei prezzi relativi regolerà la scarsità relativa che di volta in volta alcuni di questi elementi incontreranno.
Questo modello è il sostrato dell’ideologia dominante, dell’ortodossia che, in economia ma anche in politica per la verità, si sostanzia nell’ideologia TINA (There Is No Alternative): il modello dominante è così penetrato nella nostra logica, potrei persino dire nei nostri più reconditi processi neanche soltanto mentali, ma addirittura istintivi, che, come è stato detto, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.
Il problema con un modello così fatto è che a rifletterci bene, la crescita infinita in condizioni di equilibrio implica, di fatto, che non esiste il futuro. In un modello di questo genere non solo non esiste futuro, ma non esiste il presente del libero arbitrio, delle decisioni fuori contesto, delle invenzioni quindi, in ultima istanza, delle innovazioni. La stessa idea che il modello di crescita non preveda l’idea di imprenditorialità, mina alla base proprio quell’idea di libertà di cui si ammanta l’idea di crescita economica a partire dai contributi di von Hayek. Un modello di crescita lineare non prevede il cambiamento strutturale di tipo qualitativo, prevede il ripetersi continuo di un presente che non diventa mai né passato né futuro.
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Dentro il modello tedesco della censura europea: è peggio di quanto pensi
di OttolinaTV
I tedeschi proprio non ce la fanno: il richiamo della foresta è troppo forte; li lasci soli un attimo e il secondo dopo… Anche nel ventunesimo secolo, la Germania conserva quella sensibilità tutta teutonica per l’ordine, la sorveglianza e la cura fin troppo affettuosa dei cittadini; ed eccoci, così, alle porte del 2026 a fare i conti in tutta Europa con un nuovo ecosistema informativo che non sarebbe dispiaciuto ai registi della propaganda del Reich: a novembre, infatti, la Commissione Europea ha presentato uno dei progetti più ambiziosi e, allo stesso tempo, più inquietanti degli ultimi anni. Si chiama European Democracy Shield, lo scudo europeo a difesa della democraziahhh (con almeno 3 acca), una specie di ombrello istituzionale per salvare il continente dall’incontenibile assalto di fake news, troll russi, hacker iraniani
e per conservare illibata l’innocenza dei Veri Cittadini Europei – che, evidentemente, non sono considerati in grado di distinguere una notizia vera da una baggianata letta su Facebook mentre aspettano il bus.
Ursula von der Leyen ha presentato il tutto in modo molto solenne: “La democrazia”, ha affermato, “è la pietra angolare dell’Unione europea e dobbiamo difenderla ogni giorno”; con questa retorica si giustifica la costruzione di un centro operativo europeo in grado di coordinare governi, piattaforme digitali, Polizia Postale, ONG, think tank, influencer europeisti e ogni altra entità che possa essere utile a catalogare, segnalare, filtrare, correggere e neutralizzare qualunque contenuto definito rischioso.
Non falso; non illegale; non violento: rischioso. Una categoria a dir poco malleabile, ideale per infilarci dentro tutto ciò che non gli piace; lo scudo prevede inoltre la creazione di una rete europea di fact-checker certificati, cioè accreditati da chi li finanzia, che dovranno vigilare rigidamente sulla qualità dell’informazione – quando si dice chiedere all’oste se il vino è buono.
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Le maschere del soft power
di Philip Golub*
Quando gli Stati Uniti pretendevano di sedurre piuttosto che dominare
«Il presidente Trump non capisce il “soft power”, è quanto di recente affermava con rammarico Joseph Nye, l’inventore della nozione “potenza morbida”. Questo tipo di potere d’influenza, soprattutto culturale, del quale si servirebbero gli Stati Uniti per soggiogare il mondo, ha esso stesso sedotto numerosi intellettuali. Il suo successo è dovuto in particolare al fatto di ricoprire con un gentile guanto di velluto il pungo d’acciaio della coercizione.
Dal momento in cui è stata enunciata nel 1990 dal politologo e specialista del potere americano Joseph Nye, la nozione di soft power - «potenza morbida» - si è imposta per descrivere la diplomazia di influenza associata alla mondializzazione liberale americano-centrica che arriva alla sua fine sotto i nostri occhi. Ripresa sia in Cina che in Europa, è stata a lungo utilizzata nei discorsi dei politici, degli esperti e nei commenti dei media. Al tempo del grande riarmo, dello sfilacciamento del diritto internazionale e della crescita degli impulsi di un etno-nazionalismo aggressivo, il soft power non riesce più ad avere presa sulle realtà mondiali – ammesso che ne abbia mai avuta.
Quando attacca l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), Donald Trump prende di mira una istituzione concepita per lottare contro il comunismo, e più recentemente, contro dei cosiddetti regimi «illiberali», diffondendo un’immagine favorevole del «mondo libero». Alla volontà di conquistare i cuori e le coscienze si sostituiscono ormai i rapporti di forza con le grandi potenze (Cina, Russia) e di dominazione brutale con i «deboli» (Panama, Colombia, Palestina, ecc.)
«I forti fanno ciò possono e i deboli sopportano ciò che devono»: la formula degli Ateniesi resa celebre da Tucidide si s’addice alla diplomazia trumpiana.
[Più precisamente, Tucidide diceva: I forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare. N.d.T.]
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“La pace è vicina”, ma forse no…
di Dante Barontini
A Berlino va in scena “l’accordo” che potrebbe portare alla pace in Ucraina. Che sarebbe cosa ottima, se non fosse per il piccolo limite che per ora quel che è stato lì concordato riguarda soltanto il composito schieramento occidentale. La pace vera, insomma, va fatta con la Russia… Tutto quello di cui stiamo parlando è solo predisposizione di una proposta dal lato euro-atlantico.
Come è regola di ogni trattativa strategicamente rilevante i contenuti sono per il momento “coperti”, ma le immancabili indiscrezioni pilotate definiscono comunque con qualche certezza “la direzione” in cui tutti i protagonisti del vertice di ieri sera – Steve Witkoff e Jared Kuchner come inviati di Trump, i leader dei principali paesi europei (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Olanda, Polonia, Svezia e Norvegia, più la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo Antònio Costa, nonché l”extra-comunitario” britannico Keir Starmer).
Perché il percorso venga ritenuto praticabile serviva naturalmente il consenso ucraino, e Volodymyr Zelenskyy ha dato una valutazione ottimistica della nuova offerta da parte di funzionari americani riguardante le “garanzie di sicurezza”, descritte come una sorta di art.5 della Nato pur senza che Kiev entri nell’Alleanza (punto che per Mosca è sempre stato dirimente).
Andrebbe ricordato che l’attuale art. 5 garantisce, ai paesi membri attaccati dall’esterno, una forma di attivazione da parte dei partner, ma nella misura che ognuno di essi ritiene possibile.
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La Dottrina Monroe nell'era della pirateria
di Geraldina Colotti
Che le manovre di aggressione degli Stati Uniti nei Caraibi non avessero come obiettivo il narcotraffico, lo dicono i rapporti delle istituzioni deputate ad analizzare questo fenomeno di portata globale: Informative dell'ONU, della DEA, dell'Unione Europea e dell'Organizzazione Mondiale delle Dogane, durante diversi anni, rivelano che il Venezuela è un paese "irrilevante" nella produzione e nel traffico di droga. Tanto è vero che il governo bolivariano ha sequestrato il 70% di ciò che hanno tentato di far passare per il territorio venezuelano, che non supera il 6 per cento del traffico totale tra Ecuador, Colombia e Stati Uniti.
Che gli interventi dell'imperialismo statunitense ai quattro angoli del mondo non fossero precisamente per motivi "umanitari" o democratici, lo testimonia la lunga scia di sangue che hanno lasciato gli Usa nel Sud Globale. Un recente articolo del New York Times ricorda l'impressionante elenco di queste aggressioni nel corso della storia passata e recente: che arrivano fino al presente, quando riprende corpo l'idea di imporre al continente latinoamericano una nuova Dottrina Monroe, e agli "alleati" una nuova subalternità economico-finanziaria e militare.
Che in gioco vi fossero interessi giganteschi, lo dice la sproporzione dei mezzi militari e gli altissimi costi che implicano queste operazioni. Che questi interessi mirino ad appropriarsi delle formidabili risorse del Venezuela lo dimostrano le dichiarazioni dirette pronunciate da Donald Trump e Marco Rubio, e il documento sulla sicurezza degli Stati Uniti.
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L’ebreo antisemita (o seconda puntata)
di Stefano Bartolini*
Era l’accusa che mi aspettavo, arrivata puntualmente. D’altronde l’avevo anche evocata, per cui non mi lamento. É un’accusa che gira da molto tempo in relazione a chi critica Israele da una prospettiva ebraica, e che negli ultimi anni sta acquistando una nuova forma concreta e aggressiva a partire dalla Germania, come ho imparato dagli studi di Donatella Della Porta.
Sia detto per inciso: questa accusa è uno dei motivi che fa si che molte persone ebree che la pensano come me (e ce ne sono diverse a giudicare dai messaggi che mi sono arrivati in privato) restino in silenzio di fronte ai crimini israeliani. Un altro motivo è che siamo scollegati tra noi, non organizzati e quindi senza voce, ma questo è un altro discorso.
Vediamo invece quale sarebbe la natura di questo “ebreo antisemita”: è una “specie infestante” (l’ho letto), di sinistra, cosmopolita, woke, ha i soldi, è una quinta colonna dell’islamismo, è un’arma mortale nascosta nelle nostre società pronta a colpire al cuore l’Occidente.
Se vi sembra di sentire qualcosa di sinistramente già noto è perché “l’ebreo antisemita” somiglia straordinariamente all’immagine dell’ebreo dei nazisti. Curioso, vero?
Credo che se riusciamo a dipanare questa matassa faremo un passo in avanti nella comprensione del perché oggi in Occidente le forze politiche che appartengono alla famiglia politica del fascismo siano diventate le più strenui alleate di Israele – dopo aver provato a sterminare gli ebrei – e viceversa, senza sentire nessuna contraddizione tra il rivendicare (esaltandola) la figura di Giorgio Almirante, fascista antisemita impegnato nella direzione della rivista “La difesa della razza” durante il regime e l’appoggio incondizionato a Israele.
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Moneta e debito pubblico
Elaborazione su spunti di Giovanni Piva
di Marco Cattaneo
Al momento della sua formazione, uno Stato acquisisce il diritto a creare moneta. La moneta è un monopolio dello Stato medesimo.
I soggetti privati non creano moneta, con l’eccezione delle banche commerciali, che tuttavia creano moneta erogando finanziamenti ma nello stesso tempo contraggono passività nei confronti dei depositanti. Questo, in quanto all'erogazione di ogni finanziamento corrisponde la formazione di un deposito nel sistema bancario. E le banche commerciali possono garantire integralmente i depositi solo grazie all’accesso al rifinanziamento della banca centrale (BC), e fintantoché dispongono di questo accesso.
Gli organismi statali che presiedono alla gestione del monopolio monetario sono il Ministero dell’Economia (ME) e la BC. Non esiste una ragione logica o tecnica per la quale le due entità debbano essere separate. E’ un assetto istituzionale che gli Stati si sono dati, ma le due entità potrebbero benissimo essere accorpate.
Il ME immette moneta nell’economia mediante il deficit pubblico, cioè mediante l’eccesso di spesa rispetto al prelievo fiscale. Nella prassi (anche se non è, neanche in questo caso, una necessità) la creazione di moneta conseguente al deficit pubblico viene attivata mediante una sorta di “gimcana”. Il ME emette titoli che vengono sottoscritti da banche commerciali, le quali ottengono la moneta mediante finanziamenti erogati dalla BC contro garanzia dei titoli stessi.
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Combattere la macchina genocidiaria!
di Maurizio Lazzarato
Ripensare il due, la divisione, la rivoluzione
Dopo l’analisi sviluppata nel precedente articolo Potenza e impotenza contemporanee, Maurizio Lazzarato riprende la sua disamina per comprendere le ragioni per cui le mobilitazioni degli ultimi anni non sono riuscite a mettere in crisi la macchina Stato–Capitale.
Nell’articolo odierno, l’autore riflette su come vadano ripensate la rivoluzione e il «due» nell’epoca della gestione liberal-democratica e capitalistica del genocidio.
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Il neoliberismo non è mai esistito!
Il passaggio dal fordismo al cosiddetto neoliberismo avviene attraverso il dispiegarsi della «potenza del negativo», operata non da individui – come vorrebbe il liberalismo – ma da Stati, istituzioni, monopoli, gruppi sociali, partiti politici, forze militari, ecc.L’affermazione di un nuovo sistema economico-politico-militare si realizza innanzitutto attraverso la distruzione: negazione delle classi così come erano uscite dalla Seconda guerra mondiale (sia le classi rivoluzionarie del Sud del mondo, sia quelle impegnate in lotte più riformiste, ma anche le classi dominanti di ispirazione keynesiana); negazione dei dispositivi economici dei «trent’anni gloriosi» (il funzionamento della moneta, del salario, del welfare, dei servizi pubblici, ecc. secondo i principi keynesiani); negazione delle istituzioni di quell’epoca, in particolare della democrazia, giudicata incompatibile con il capitale; negazione della cultura del «compromesso» instaurata nel dopoguerra.
Riportiamo solo alcune date «simboliche» (e gli eventi che vi si collegano) di questo processo al contempo di negazione e di affermazione, descrivibile come una lunga serie di decisioni, minacce, intimidazioni, ricatti, guerre civili, imposizioni unilaterali fondate sulla forza dell’impero statunitense.
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Che cos’è il ‘classico’?
Storicità di un concetto e persistenza di un valore
di Eros Barone
L’itinerario che seguirò in questo articolo è essenzialmente storico e l’intenzione che mi anima è quella di sbozzare una prima risposta alla domanda che ho posto nel titolo: “Che cos’è il ‘classico’?”. È muovendo da alcuni essenziali prolegomeni di carattere storico e teoretico che mi propongo di individuare il significato del ‘classico’ e di definire quale sia il suo valore oggi.
Anche se nel nostro presente può sembrare un fantasma o un fossile, nel corso dell’età moderna e poi di quella contemporanea il valore storico del classico è stato grandissimo. Sinonimo di eccellente e di perfetto, ma anche di costante e sempre valido, il termine di ‘classico’, anche nelle accezioni moderne, conserva tuttavia l’idea, che è aristotelica, della “medietà” 1 – idea mutuata poi dal ‘modus’ oraziano. Sono qui evidenti gli effetti dell’umanesimo: parallelismo e specularità reciproca tra norme stilistiche, norme etiche e modelli di educazione per le classi dirigenti.
Così, il canone degli “studi classici”, codificato nell’età antica e riproposto dall’umanesimo rinascimentale, ha contraddistinto un lungo arco storico che comprende buona parte del XX secolo e si dirama sino ai nostri giorni. 2 Ed è pur vero che i secoli e le culture hanno assunto ora questa ora quella parte dell’eredità del mondo antico, spesso in conflitto fra loro. Nella storia del termine si esprime pertanto, a livello simbolico, lo stretto rapporto fra le arti e la letteratura, da una parte, e l’insegnamento, dall’altra, laddove quest’ultimo va inteso, in tutto il suo spessore storico, come condizione e trasmissione di potere.
In questo senso, è molto significativo che nelle Noctes Atticae Aulo Gellio, un erudito del II secolo d.C., distingua lo ‘scriptor classicus’, destinato a esser letto dal ceto dei massimi contribuenti fiscali (la classe per antonomasia), dallo ‘scriptor proletarius’, che si rivolge al più basso ceto dei consumatori. Nell’età giustinianea ‘classicus’ è già lo studente e tale è l’opera che a scuola, nelle classi, viene letta e commentata quale modello.
Solo nella tarda età umanistica si afferma, nella storia del termine, il doppio significato di “autore dell’eredità greco-latina” (l’“antico”, degno di ossequio e di imitazione) e di “autore comunque eccellente e riconosciuto”, benché questo secondo significato resti subordinato e metaforico per quasi tre secoli (dal XVI al XIX).
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Innovazioni tecnologiche, infrastrutture del fossile e conflitto sociale nelle transizioni a un nuovo regime socio-ecologico di accumulazione
di Matteo Vescovi
Come ci ricorda Nancy Fraser nel suo ultimo saggio, “la contraddizione ecologica del capitalismo non può essere nettamente separata dalle altre irrazionalità e ingiustizie costitutive del sistema” [Fraser N. (2022), p. 100], quali l’espropriazione coloniale, il patriarcato, lo sfruttamento del lavoro e la sottrazione di democrazia. Per questo la teoria critica deve tentare di analizzare queste contraddizioni all’interno di un quadro interpretativo che provi a dar conto delle loro interconnessioni. In questo approfondimento, proviamo a mettere insieme alcune dimensioni di questo quadro interpretativo che riguardano il ruolo dell’energia e delle tecnologie di uso generale (“General Purpose Technologies” – GPT) nel produrre e consolidare la transizione a diversi regimi socio-ecologici di accumulazione. [ivi, p. 103]
L’applicazione della tecnologia energetica su vasta scala attraverso l’architettura delle sue infrastrutture è un passaggio essenziale da un regime di accumulazione all’altro. L’importanza delle infrastrutture, infatti, risiede proprio nella loro capacità di istituzionalizzazione del reale [Borghi e Leonardi, 2024, p. 18]. Per comprendere, quindi, i nodi storici e sociali della transizione energetica attuale è necessario mettere in luce il ruolo storico svolto dall’innovazione tecnologica, in particolare in campo energetico, e il ruolo giocato dai processi di infrastrutturazione del fossile nel risolvere le crisi dei precedenti regimi socio-ecologici di accumulazione. Di questi problemi si sono occupati alcuni autori centrali per la riflessione sulle fonti fossili, come Timothy Mitchell e Andreas Malm.
Quest’ultimo si è occupato in particolare del nesso tra innovazione tecnologica e conflitto sociale. Nel suo saggio Long waves of fossil development: Periodizing energy and capital del 2018 si rifà al lavoro di Nikolai Kondriatef che aveva individuato delle fasi cicliche di accumulazione capitalistica della durata di circa 60 anni. Questi cicli, definiti onde lunghe di accumulazione, sarebbero caratterizzati da una fase iniziale di boom, cioè di rapida crescita di produzione e profitti, che cede il posto ad un periodo di stagnazione.
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Attentati e disciplina morale “a gettone” dell’Occidente
di Lavinia Marchetti*
L’Occidente, quando scatta il sangue, sa produrre due cose in tempi brevissimi: una “narrativa” dell’innocenza per chi merita protezione simbolica e un tribunale morale per chi viene trattato come sospetto permanente. Dal 2001 siamo nello stato d’eccezione come norma.
L’islamofobia funziona come tecnica di governo dell’emozione pubblica. Trasforma un crimine in indizio di identità, così si sposta più facilmente l’attenzione dall’autore di un gesto alla sua “appartenenza”, sociale, simbolica. In altre parole estende la responsabilità per contagio.
In questo schema, il musulmano resta chiamato a una prova di lealtà, un po’ come se la cittadinanza fosse un prestito revocabile. A quel punto il discorso smette di parlare di “sicurezza” e inizia a parlare di gerarchia umana.
Bondi Beach, Sydney, 14 dicembre 2025. Una celebrazione pubblica di Hanukkah. Due uomini aprono il fuoco su una folla radunata per “Chanukah by the Sea”. Le autorità australiane parlano di attacco mirato contro ebrei australiani. I numeri dei morti cambiano nel giro di ore, segno tipico delle prime fasi, fra conteggi ospedalieri e aggiornamenti clinici. Siamo intorno ai 16 morti e 38 feriti.
Secondo la polizia del Nuovo Galles del Sud, gli attentatori identificati finora sono un padre e un figlio: Sajid Akram (50 anni), ucciso sul posto, e Naveed Akram (24 anni), ricoverato in condizioni critiche sotto custodia.
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Quando la sinistra tradisce il popolo: la strada che ha portato Kast al potere in Cile
di Fabrizio Verde
Il fallimento del progetto costituente, le concessioni al modello neoliberista e la gestione timida di Boric hanno creato il vuoto in cui è cresciuta l’ultradestra neoliberista
Con il 58,1% dei voti, José Antonio Kast è diventato il presidente più votato nella storia del Cile. La sua vittoria schiacciante su Jeannette Jara, candidata esponente del Partito Comunista ma espressione dell’intero centrosinistra, non è un incidente politico, né un colpo di scena improvviso. È il culmine di un processo lungo sei anni, innescato dal fallimento delle promesse di cambiamento emerse dal cosiddetto ‘estallido social’ del 2019 e accelerato dalle politiche implementate del governo di Gabriel Boric. Il Cile, dopo decenni di tentativi di superare l’eredità di Augusto Pinochet, ha consegnato le chiavi de ‘La Moneda’ a un uomo che non solo ne riconosce apertamente l’eredità, ma la venera apertamente e con orgoglio.
Kast, fondatore del Partito Repubblicano, ha vinto in tutte e sedici le regioni del paese, compresi bastioni storici della sinistra come Valparaíso e la Regione Metropolitana di Santiago.
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Il mondo in mano
di Pierluigi Fagan
Spifferi chissà come motivati e da chi soffiati, affermano che esisterebbe una parte “esoterica” (ovvero non rivolta all’esterno) del recente piano New National Security US di cui sia noi che altri abbiamo parlato di recente.
L’amministrazione Trump ha più volte usato questo metodo di far uscire “unofficial” qualcosa per vedere l’effetto che fa e magari pre-abituare a qualche nuova iniziativa politica. Ma non abbiamo elementi per dire che è questo il caso. Sta il fatto che il sito Defense One ripreso da Politico (di solito serio e ben informato) afferma che alla Casa Bianca circolerebbe una nuova idea di tavolo per le relazioni mondiali.
Si tratterebbe della definitiva presa d’atto almeno di tre fatti.
1) Il G7 rappresenta oggi intorno al solo 15% della popolazione mondiale e comunque una minoranza in termini sia di potere economico, che militare destinata a ulteriore declino. Il G20 ha il difetto di essere troppo grande, non si discutono cose e poi mediano gli interessi di cose molto complesse in venti soggetti (vedi UE), ognuno attaccato al suo irrinunciabile punto di vista. Infine, da tempo, si discuteva della riforma del Consiglio di Sicurezza UN dove non si capisce cosa ci facciano Francia e UK mentre non c’è il più grande paese e quarta economia del mondo (oggi, fra poco terza) e potenza atomica ovvero l’India.
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La Bulgaria si ribella all’Unione Europea e fa cadere il governo pro UE
di Vladimir Volcic
La Bulgaria ha vissuto in questi giorni una vera e propria insurrezione popolare, culminata nelle dimissioni del premier Rosen Zhelyazkov e dell’intero governo, travolti da settimane di proteste contro corruzione, aumento del costo della vita e l’imposizione dall’alto dell’ingresso nell’euro. Le piazze hanno imposto ciò che il Parlamento non voleva concedere: la fine di un esecutivo percepito come braccio locale della burocrazia di Bruxelles.
Le piazze che abbattono il governo
Tutto è esploso attorno al bilancio 2026, con l’annuncio di nuove misure fiscali, aumenti di tasse e contributi sociali, usati come leva per adeguare il paese ai parametri richiesti dall’Eurozona. Le proteste, iniziate a Sofia a fine novembre, si sono rapidamente estese a numerose città e regioni, trasformandosi da contestazione “sociale” a richiesta esplicita di dimissioni del governo.
La sera decisiva, decine di migliaia di persone hanno riempito il centro di Sofia, con cortei che partivano dal Largo e dal Parlamento e si allargavano a perdita d’occhio, mentre manifestazioni parallele si svolgevano a Plovdiv, Varna, Burgas e in molte altre città. Pochi minuti prima di un voto di sfiducia ormai inevitabile, il premier Zhelyazkov ha annunciato in diretta tv la resa dell’esecutivo, riconoscendo che la pressione della strada aveva reso insostenibile la sua permanenza al potere.
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La Cina è stra-vicina
di Lelio Demichelis
Arlacchi ritrae la storia della Cina e le peculiarità di una civiltà che si vede universalista e pacifista. Ma la tendenza a integrare economia, politica e società del socialismo di mercato somiglia a quella del capitalismo liberale. Più che a uno svolta verso il multipolarismo globale, potremmo essere vicini a un’uniformazione totalizzante secondo la razionalità tecnica produttivista
Torniamo a riflettere sui temi nostri – tecnica e IA, capitalismo, lavoro – guardandoli però da Oriente, dopo la lettura dell’ultimo saggio di Pino Arlacchi dal titolo impegnativo se non ultimativo: La Cina spiegata all’Occidente (Fazi Editore, pag. 521). Un libro molto empatico (forse troppo) con il socialismo di mercato in costruzione in Cina – che riprenderemo però più avanti, dopo qualche riflessione iniziale.
Sì, sono davvero lontani i tempi del film di Marco Bellocchio La Cina è vicina (del 1967), dell’analogo slogan filo-maoista, del libro di Enrico Emanuelli del 1957. In quegli stessi anni Mao aveva sentenziato “una fornace in ogni cortile”, in nome dell’industrializzazione forzata del paese, secondo il mantra marxista dello sviluppo delle forze produttive, anche se declinato in salsa maoista. Oggi la Cina è ancora più vicina, così vicina da essere dentro e attorno l’Occidente, ma in modi tutti diversi da allora; eppure sembra anche sempre più lontana da noi Occidente, proponendo un ordine globale multilaterale al posto dell’imperialismo unilaterale euro-americano, basato soprattutto sulla forza e sulla violenza. E le fornaci sono uscite dai cortili e sono diventate industrie, mentre le auto cinesi si promuovono abilmente sui nostri mezzi di comunicazione – e se facciamo caso, sono quasi tutti suv. Con un dato eclatante su tutti: la Cina ha fatto registrare un maxi-surplus commerciale nei primi undici mesi del 2025: 1.076 miliardi di dollari, superando il record precedente di 992 miliardi, però relativo all’intero 2024. L’export verso gli USA è diminuito, mentre quello verso l’Europa è aumentato, i dazi di Trump sono serviti a poco per piegare il nemicocinese.
E poi l’intelligenza artificiale, tema (accanto a quello ambientale – e questo va a suo merito, essendo passata invece l’Europa dal Green Deal al quasi negazionismo climatico nel nome di Mario Draghi e del riarmo) su cui la Cina è impegnatissima, ma anche consapevole dei rischi per il suo impatto sociale, antropologico e sul lavoro.
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Appena esaurita l’illusione, si rientrerà nella Storia
di Fabrizio Russo
Riguardo alla mia visione dello scenario macroeconomico e finanziario, credo di essere stato abbastanza chiaro nei miei precedenti articoli (ed interventi): col passare del tempo, mi aspetto che la dinamica dei prezzi nominali di tutti i beni e di tutti i servizi aumenti, via via che governi e banche centrali, dopo azioni di disturbo e di annebbiamento (leggi “pura e vuota comunicazione”), finalmente daranno forfait e capitoleranno.
Che il processo debba essere questo mi pare oltremodo ovvio: per le autorità, l’unica via di fuga dal disastro irresponsabile – in slow motion sotto i nostri nasi – del crescente, e sempre meno gestibile, accumulo di debito che esse hanno favorito, dove non “consapevolmente” creato, è quella di brutalizzare silenziosamente (a dire il vero, negli ultimi tempi non così “silenziosamente”) le classi medie e basse, usando la mannaia dell’inflazione. Non è elegante, non è morale, ma è storicamente un sistema “affidabile” per “salvare la pelle”, visto che libera politici e banchieri dall’assunzione di una vera ed autentica responsabilità: quindi, ovviamente, è la scelta più comoda e facile (quasi obbligata) da compiere.
Detto ciò, nell’ultimo biennio ho anche, in parallelo, sostenuto (a più riprese) che, una volta che il consumatore e l’economia nel suo complesso – leggi le economie occidentali, specie gli USA – avranno alla fine esaurito le loro forze (e il fiato), non potendo più essere spremuti ulteriormente, assisteremo a un vigoroso evento di deleveraging. Una mossa rapida e violenta verso il basso dei mercati: un bel colpo di spugna che permetterà di annullare anni di denaro facile, speculazioni senza rischi e il finanziamento “ridicolo” e sconsiderato di iniziative e attività che, col senno di poi, sembreranno indistinguibili dal “vuoto assoluto” per la loro inconsistenza (pensate a: Fartcoin, Dogecoin, la “società di tesoreria” Ethereum, SPAC che bruciano contanti come fosse legname imbevuto di benzina, o qualsiasi altro asset la cui utilità principale è generare “meme”). L’ondata di superbia ed euforia che ha pervaso l’ultimo decennio/quindicennio verrà così spazzata via e finalmente soffocata. Un evento che, per essere chiari, “risulterebbe in ritardo” di diversi anni.
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Il momento della "fine della storia" di Trump
di Patrick Lawrence* - ScheerPost
Trump non ha ancora terminato il suo primo anno alla Casa Bianca, e non riesco a immaginare come la nostra repubblica in rovina sopravviverà ad altri tre anni di questo bambinone e dei disadattati e dei delinquenti di cui si è circondato. E ultimamente mi rendo conto che né io né nessun altro dovremmo immaginare alcun tipo di futuro – buono, cattivo, intermedio – oltre il 20 gennaio 2029, quando il Presidente Trump non sarà più presidente. Il futuro non sarà più il punto. A quel punto dovremmo vivere in un passato immaginario che non dovremo immaginare perché il passato immaginario sarà il presente reale.
Non sono passati nemmeno tre mesi da quando Trump ha emesso un ordine esecutivo che definisce "antifa", l'"organizzazione" più o meno fittizia di antifascisti, un'"organizzazione terroristica interna". Nella versione della Casa Bianca di Trump, l'antifa "chiede esplicitamente il rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle forze dell'ordine e del nostro sistema legale". A tal fine, organizza e attua vaste campagne di violenza. Coordina tutto questo in tutto il paese. Recluta e radicalizza i giovani, "quindi impiega mezzi e meccanismi elaborati per nascondere l'identità dei suoi agenti, nascondere le sue fonti di finanziamento e le sue operazioni nel tentativo di frustrare le forze dell'ordine e reclutare ulteriori membri".
Non ho preso minimamente sul serio l'ordine esecutivo contenente questo tipo di linguaggio quando è stato emanato il 22 settembre. L'Antifa, per quanto ne so, non esiste davvero. È uno stato d'animo, o indica un insieme condiviso di sentimenti politici vagamente orientati verso l'anarchismo tradizionale – un ultralibertarismo iper-individualista se tradotto nel contesto americano.
L'ordine esecutivo di Trump che descrive l'antifa come un'organizzazione terroristica organizzata non mi ha ricordato altro che quei vecchi bacucchi degli anni della Guerra Fredda che, nostalgici di un'epoca più semplice ma senza capire nulla, continuavano a parlare di "agitatori esterni" come della radice dei mali dell'America.
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USA, Germania, Giappone, Italia e il nuovo asse per il fascismo del XXI secolo
di OttolinaTV
Lo stretto di Tsushima separa il Giappone dalla Corea del Sud ed ha un passato glorioso: nel maggio del 1905 è stato teatro di una delle battaglie navali più importanti della storia moderna. Gli imperi russo e giapponese si contendevano il controllo della penisola coreana e si menavano come fabbri; qualche mese prima, i giapponesi avevano asfaltato la flotta del Pacifico russa in un’altra storica battaglia navale, quella del Mar Giallo. I russi avevano provato a reagire, allestendo in fretta e furia un’altra flotta che partì dal Baltico; peccato che, per arrivare nel mar del Giappone, dovette attraversare mezzo mondo: quando, finalmente, arrivò a destinazione, reggeva l’anima coi denti e la marina giapponese la menò, ma proprio di brutto brutto. Alla fine, i russi persero qualcosa come 30 imbarcazioni e la flotta fu completamente annientata; ai giapponesi, invece, la battaglia – come si dice a Oxford – gli fece un po’ come il cazzo alle vecchie: non persero nemmeno una corazzata; giusto tre torpediniere giocattolo. La battaglia determinò la sconfitta definitiva dell’impero russo e l’inizio della fase terminale dello zarismo, e la prima, vera vittoria di un paese asiatico su una grande potenza europea nell’era moderna, ringalluzzendo l’imperialismo nipponico che, tutto baldanzoso, decise di fare uno spicinio in tutta la regione che, in confronto, Adolf Hitler è tipo una suora orsolina.
Da lì in poi, lo stretto di Tsushima è diventato off limits, anche durante la seconda guerra mondiale; fino a ieri, quando due bombardieri russi hanno deciso di rompere il tabù: secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, si sarebbe trattato di due Tupolev TU-95, i leggendari bombardieri strategici che, da quasi 70 anni, rappresentano una delle colonne portanti della triade nucleare della Federazione russa. Sono quelli che, nel 1961, giusto per mandare un messaggio inequivocabile di amore e fratellanza, lanciarono sulla baja di Mitjušicha, nell’arcipelago di Novaja Zemlja, la bomba Zar, il più potente ordigno mai sperimentato (per vedere l’effetto che fa): secondo le ricostruzioni, l’effetto che fece fu un fungo atomico alto oltre 60 chilometri e visibile fino a 1000 chilometri di distanza; non esattamente un simbolo di pace, diciamo…
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Niente Nato e territori, Kiev si adatta alla linea Usa
di Dante Barontini
Qualsiasi trattativa di pace che si rispetti è lunga, condotta sottotraccia e con slogan propagandistici in superficie, dolorosa per tutti perché nel frattempo la guerra continua.
Chi deve affidarsi alle indiscrezioni lasciate trapelare dagli addetti ai lavori – al 99% propaganda – può solo cogliere eventuali modifiche nella “narrazione” dominante che accompagna le trattative da questo lato della barricata. Ossia in campo euro-atlantico e secondo le linee di faglia ormai conclamate tra Usa trumpiani e “volenterosi” del Vecchio Continente.
Seguendo questo criterio abbiamo potuto cogliere lo spostamento passo dopo passo da una posizione totalmente contraria a qualunque soluzione realistica della guerra verso una che prende atto della situazione sul campo e lascia nel cestino gran parte delle sparate retoriche che invece ancora abitano i media mainstream europei.
Il campo di gara è presto disegnato. Usa e Russia hanno raggiunto un’intesa di massima solo in parte resa nota. I “volenterosi” – e a seguire, spesso malvolentieri, il resto dell’Unione Europea – sono contrari a qualsiasi conclusione diversa dalla sconfitta della Russia. La junta di Kiev, sedotta e abbandonata da chi la guerra l’ha voluta (gli Stati Uniti in bersione “dem”), erosa dagli scandali e dalle ruberie, alle prese con l’esaurimento della “carne da cannone” da inviare al fronte, deve lasciare gradualmente da parte i sogni di vittoria e recupero dei territori già persi militarmente.
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Geoeconomia: il conflitto che inghiotte tutto
di Giuseppe Gagliano
C’è un mondo che continua a raccontarsi come se fosse rimasto quello di trent’anni fa, intrappolato nella retorica del “villaggio globale”, convinto che i commerci portino la pace, che la tecnologia sia un ponte e non un’arma, che la finanza sia un meccanismo neutrale e non un centro di comando geopolitico.
È un mondo che non vuole vedere ciò che ha davanti agli occhi: le relazioni internazionali sono entrate in una fase in cui la distinzione fra pace e guerra è evaporata. Lo scontro tra potenze non si manifesta più con fronti, invasioni e ultimatum, ma attraversa le reti digitali, i tubi dei gasdotti, le piattaforme tecnologiche, le valute internazionali, i colli di bottiglia delle supply chain.
Questo è il punto di partenza del libro di Francesco Frasca, e al tempo stesso la sua intuizione più evidente: la geoeconomia non è una disciplina accademica, ma la forma reale e quotidiana del conflitto globale contemporaneo.
In questa trasformazione, la geografia non è scomparsa: è migrata. Le mappe non segnano più solo confini e montagne, ma corridoi energetici, snodi logistici, cavi sottomarini, hub digitali, centri dati, fabbriche di semiconduttori, standard normativi. Le nuove frontiere non sono linee sulla terra, ma regole scritte a Bruxelles, chip prodotti a Taipei, infrastrutture installate da Pechino, server ospitati in California. Il potere abita i nodi, non i territori. Chi controlla i nodi può decidere chi sopravvive, chi prospera, chi fallisce.
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Cile 2025: L’ombra del pinochettismo e il vicolo cieco della sinistra atlantista
di Geraldina Colotti
L’11 marzo del 2026, con l’assunzione di incarico del nuovo presidente del Cile, il paese tornerà ufficialmente agli anni bui del pinochettismo. Al secondo turno delle elezioni, domenica 14 dicembre, José Antonio Kast, il candidato delle destre che si sono unite per l’occasione ha vinto con il 58,16% dei voti contro la rappresentante della sinistra, Jeannette Jara, che ha ottenuto il 41,84%.
E sarà il primo esponente dell’estrema destra a guidare il paese dopo la fine della dittatura di Augusto Pinochet (1973-1990): il presidente con il maggior numero di voti nella storia. A capo del Partito Repubblicano, di estrema destra, ha ricevuto 7.252.410 suffragi, una cifra spinta anche dall’implementazione del voto obbligatorio. E ha vinto in tutte le regioni.
Jeannette Jara, esponente del Partito comunista (disposta a lasciarlo in caso di vittoria elettorale), è stata candidata dal patto Unità per il Cile, e ha invece ottenuto il peggior risultato della sinistra dal ritorno alla democrazia. Con il suo 41%, è rimasta al di sotto dell’ex senatore Alejandro Guiller, che nel 2017 aveva raggiunto il 45%. I 5.216.289 voti realizzati al ballottaggio non sono stati sufficienti, dato che ha prevalso in soli 32 dei 345 comuni del territorio cileno.
“La democrazia ha parlato forte e chiaro”, ha detto Jara congratulandosi con il vincitore. La sua voce, tuttavia, è stata quella di una classe politica progressista esaurita, incapace di offrire una reale alternativa al modello neoliberale. La schiacciante vittoria di Kast non è un incidente della storia, ma il sintomo di una malattia politica più profonda.
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Ucraina: il panico europeo e la “guerra civile” d’Occidente
di Roberto Iannuzzi
Sebbene gli USA non puntino a una pace vera con Mosca, l’Europa vuole una prosecuzione della guerra. I russi lasceranno che il fronte occidentale si sfaldi sotto il peso delle sue contraddizioni
La pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump, insieme all’ultimo piano di pace per l’Ucraina proposto dalla Casa Bianca, costituiscono solo gli ultimi due episodi che hanno inasprito le relazioni fra Washington e il vecchio continente.
Ma la spaccatura fra le due sponde dell’Atlantico è tutt’altro che netta, bensì frastagliata e trasversale, e le sue origini precedono l’arrivo di Donald Trump alla presidenza americana.
Al momento del suo insediamento, avevo scritto che anche il secondo mandato del magnate statunitense era destinato “a suscitare opposizione, resistenze, confusione e shock a livello politico ed economico, sia sul piano interno che all’estero”.
Avevo sottolineato però che una parte dell’oligarchia USA era ormai dalla sua parte, e che i principali venture capitalist della Silicon Valley si contendevano l’orecchio del presidente.
Aggiungevo che allo stesso tempo
“pezzi della magistratura sono determinati ad opporsi ai provvedimenti di Trump all’interno, mentre elementi del cosiddetto “Stato profondo”, come la comunità dell’intelligence, sono pronti a dar filo da torcere al presidente sulle questioni di politica estera”.
Già allora era facile prevedere che Trump era “destinato a spaccare ulteriormente l’Europa”, e a dare un’ulteriore spallata a “un ordine internazionale già abbondantemente picconato da Joe Biden e dai suoi predecessori alla Casa Bianca”.
Le ragioni erano molteplici:
“Trump ha detto di amare l’Europa ma non l’UE. Tuttavia i dazi e la richiesta di acquistare ancora più LNG americano rischiano di svuotare le tasche dei comuni cittadini europei prima ancora di danneggiare i tecnocrati di Bruxelles.
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