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Lo sciame, il panico e il conto pubblico
di Fabio Vighi
C’è un tipo particolare di tweet che soltanto il CEO di un laboratorio di frontiera può pubblicare a mezzanotte di sabato. Quello comparso sull’account di Dario Amodei nella notte tra il 12 e il 13 settembre 2026 apparteneva a questa categoria: un avvertimento secondo cui, entro un anno, uno «sciame incontrollato» potrebbe prendere il controllo di Internet e provocare danni per centinaia di miliardi di dollari. Domenica mattina l’allarme era già virale.
Consideriamo sia la tempistica che il ciclo mediatico. Nella stessa settimana, l’allora sconosciuto Jacob Coxon, ex ricercatore di OpenAI e Anthropic, ha lanciato un allarme sui social: entrambe le aziende stavano «puntando dritte verso una superintelligenza capace di auto-migliorarsi, mettendo così a rischio le nostre vite». Il thread allarmista ha superato i 120 milioni di visualizzazioni solo nelle prime ventiquattr’ore e ha spinto più di venti politici a rispondere con accorati appelli alla regolamentazione dell’IA.
Più o meno nello stesso periodo, gli economisti di Anthropic pubblicavano uno studio per scenari che prevedeva una crescita annua del PIL intorno al 15%, una disoccupazione di massa all’11,9%, e un calo della quota del reddito nazionale destinata al lavoro dal 60% circa al 45,2%: come se la disoccupazione tecnologica avesse bisogno di uno studio formale per essere presa sul serio!
Pochi giorni dopo l’avvertimento di Amodei, la testata giornalistica digitale Semafor riferiva che un disegno di legge bipartisan sulla sicurezza dell’IA, rimasto fino ad allora bloccato, era improvvisamente emerso come opzione legislativa. Nel frattempo, dopo aver annunciato il 3 settembre un disegno di legge per vietare la superintelligenza, Bernie Sanders si preparava a presentarlo formalmente e a convocare briefing con esperti sui «pericoli straordinari» dell’IA.
A cosa serve l’allarme
Che cosa produce, in concreto, questa improvvisa ondata di panico sull’IA? Una cosa che certamente non produce — e quasi sicuramente non produrrà — sono norme davvero vincolanti.
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Chi paga l’apostata
di Mario Sommella
Risposta a Francesco Coniglione: la sindrome dell’apostata arrabbiato tra psicologia del risentimento, mercato delle conversioni e trasformismo italiano
1. Un buon punto di partenza
Francesco Coniglione ha pubblicato su Sinistra in rete una riflessione, «La sindrome dell’apostata arrabbiato», che merita di essere discussa e non soltanto condivisa. Il testo è costruito con cura. Distingue il semplice cambiamento d’opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza, dalla conversione, che può essere esperienza profonda e persino luminosa, e le separa entrambe dall’apostasia vera e propria: la condizione di chi, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Per dare fondamento a questa figura Coniglione richiama Max Scheler e il suo saggio sul risentimento, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, la ricezione sociologica di Lewis Coser e la tipologia di David Bromley. Poi applica lo schema al secondo Novecento italiano: i passaggi dall’estrema sinistra, da Lotta continua e dal movimentismo extraparlamentare verso approdi liberal-conservatori e berlusconiani; la figura dell’intellettuale itinerante che attraversa culture comuniste, socialiste e conservatrici; la diaspora craxiana, che l’autore legge non come conversione ma come trasmigrazione, cioè come passaggio di campo di un socialismo già svuotato, ridotto a identità biografica e fedeltà al leader.
La formula che resta impressa è quella secondo cui l’apostata arrabbiato ha cambiato altare, non sempre religione. La forma mentale permane, cambia soltanto il bersaglio. E la conclusione è di rara finezza morale: la vera libertà comincia quando non si ha più bisogno di odiare ciò che si è stati.
Scrivo queste pagine non per confutare quel ragionamento, che condivido in larga parte, ma per allargarne la cornice. Alla domanda che apre il saggio, «dove arriveranno?», ne va affiancata un’altra, che la chiave psicologica lascia in ombra: chi li aspetta all’arrivo, e perché.
2. Il limite della chiave psicologica
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Dall'ideologia liberale alla mistificazione neoliberale
di comidad
Il mitico accordo ottenuto da Trump sulla Groenlandia non aggiunge assolutamente nulla a quanto già era pienamente nella disponibilità degli USA. Nulla di strano che i danesi abbiano celebrato l’accordo come una loro vittoria, visto che lascia invariato il dato attuale; infatti la Groenlandia è sotto l’esclusivo controllo militare degli USA da più di ottanta anni. Per quanto riguarda poi le terre rare e le altre risorse minerarie, quelle sono sempre state a disposizione delle multinazionali USA; sennonché investire in ricerche ed estrazioni minerarie in Groenlandia è particolarmente costoso e rischioso a causa dello spessore della crosta glaciale. Vale per la Groenlandia ciò che vale per il Venezuela: le corporation multinazionali sono disposte ad investire soltanto se il governo federale sussidia l’operazione e garantisce finanziariamente per costi e rischi. L’attitudine delle corporation a privatizzare i profitti e socializzare costi e perdite, è ormai talmente sgamata che nessuno si è bevuto la retorica distopica e catastrofista dei CEO delle aziende dell’IA; si è capito invece all’istante dove andavano a parare, cioè pretendere che i governi elargiscano sussidi e protezioni alle aziende dell’IA col pretesto della sicurezza nazionale.
Se si analizzano i risultati effettivi dell’aggressione di Trump al Venezuela al di là delle suggestioni mediatiche, anche in quel caso ci si accorge che gli USA non hanno ottenuto nulla di più di ciò che Maduro aveva già offerto prima di essere sequestrato; persino la vendita del petrolio in dollari era impedita dalle sanzioni USA e non dalle fisime del governo di Caracas.
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Lacrime di coccodrillo sui conti: un 3% che serve solo al riarmo
di Alessandro Volpi
Il ministro Giorgetti si dichiara rattristato dal mancato raggiungimento dell'obiettivo di portare il rapporto deficit/Pil al di sotto del 3% e dunque di non avere rispettato i "ferrei" vincoli europei.
A questo proposito penso però che siano opportune alcune considerazioni più specifiche.
Il ministro Giorgetti forse dovrebbe rammaricarsi non del suo fallimento nel perseguimento dell'obiettivo in questione ma del fatto che l'impegno complessivo profuso durante l'intero anno 2026 è stato decisamente imponente: la manovra di consolidamento ha richiesto infatti una correzione lorda stimabile in circa 15-18 miliardi di euro tra minori uscite e maggiori entrate. Questo gigantesco sforzo ha prodotto un avanzo primario strutturale dello 0,8% del PIL, che ha significato una rigorosa politica di austerità destinata a congelare gli investimenti pubblici e ad impedire qualsiasi crescita dei consumi.
Dunque il problema non è centrare o meno l'obiettivo europeo ma finalizzare ad esso quasi metà dell'intera Legge di bilancio 2026, come se l'Italia fosse un paese sull'orlo dell'insolvenza.
Ma la questione non finisce qui. Portare a termine con successo un simile percorso e centrare il parametro avrebbe garantito benefici specifici assai limitatii: l'uscita formale dalla Procedura per Deficit Eccessivo aperta da Bruxelles avrebbe sbloccato la possibilità di attivare le clausole di flessibilità previste dal nuovo Patto di Stabilità. Tuttavia, questo margine di manovra aggiuntivo non sarebbe stato un assegno in bianco spendibile liberamente per spese correnti come il taglio delle tasse, le pensioni o i servizi sociali, bensì uno spazio di bilancio rigidamente vincolato per norma comunitaria a investimenti strategici in conto capitale circoscritti agli ambiti della difesa e della sicurezza energetica.
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Le nuove regole della Resistenza
di Infoaut
Gli Houthi – o più propriamente Ansar Allah -, negli ultimi giorni hanno colpito e conquistato territori e isole fondamentali per il controllo dello stretto di Bab El-Mandeb, minacciando la chiusura alle petroliere saudite e paventando la possibilità di un inasprimento della crisi energetica globale, andando ad aggiungersi alle significative conseguenze del blocco di Hormuz.
Ricordiamo che a luglio scorso, gli Houthi – che già controllavano la regione della capitale Sana’a – sono riusciti a cacciare le forze filo-governative dalla costa sud-occidentale, prendendo il controllo della città portuale di Mokha, importante centro strategico, dell’isola di Mayyun e delle isole Hanish. Tutti territori già oggetto di contesa, poiché permettono un controllo potenzialmente totale sulla viabilità dello stretto. Tutto questo è avvenuto a seguito della crisi di Hormuz e alla scelta obbligata delle petromonarchie di spostare la circolazione sull’altro lato della penisola arabica (Bab el-Mandeb, appunto), permettendo di attenuare – seppure lievemente – la strozzatura sul mercato petrolifero. La guerra civile era scoppiata nel 2014, dopo l’inizio delle operazioni militari del gruppo sciita zaidita nelle regioni ovest del Paese. Le forze armate yemenite sono state sostenute negli ultimi dodici anni – durante i quali gli Houthi hanno mantenuto pressappoco gli stessi territori fino alla scorsa settimana -, da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, finanziati e aiutati a loro volta dagli Stati Uniti.
L’Arabia è il maggiore esportatore di petrolio dei paesi OPEC e la sua economia, nonostante i piani di diversificazione della produzione, è ancora basato sull’export di petrolio per il 45% del PIL.
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Una mappa del pensiero neoreazionario
di Patrizio Paolinelli
È naturale che in un’epoca di transizione come quella che stiamo attraversando emergono nuove idee di società. Alcune nascono come risposte per far avanzare la democrazia; altre come negazione di ogni forma di democrazia. È in questo secondo orizzonte che si colloca il movimento neoreazionario proveniente dagli Stati Uniti. Tale movimento prende forma agli inizi degli anni Duemila e presenta due particolarità: nasce in Rete e per lungo tempo molti suoi esponenti sono rimasti coperti dall’anonimato. In poco tempo il movimento neoreazionario ha attirato sia l’interesse che i finanziamenti di alcuni miliardari della Silicon Valley e di recente è stato cartografato dal ricercatore francese Arnaud Miranda in un libro intitolato Illuminismo oscuro. Le origini del pensiero neoreazionario, (Rizzoli, Milano, 2026, 183 pp., 18,00 euro).
Miranda si occupa di storia delle idee politiche con particolare attenzione al pensiero di destra. Nel suo libro ricostruisce le origini del pensiero neoreazionario, ne analizza i concetti e il linguaggio mostrando i rischi che rappresenta per i valori delle democrazie (uguaglianza, diritti universali, partecipazione popolare). Si tratta di un lavoro prevalentemente descrittivo pensato per aiutare il lettore a comprendere un fenomeno ancora poco conosciuto. Il taglio è dunque assai diverso da quello di un altro libro che in Italia ha preceduto il testo di Miranda di circa un anno: Tecnomonarchi. Gli ideologi della nuova destra all’attacco della democrazia (Donzelli, 2025), di Alessandro Mulieri. Il quale affronta lo stesso universo politico, ma in modo apertamente polemico denunciando la componente tecnofascista della neoreazione.
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Sinistra e blocco storico popolare
di Giulio Di Donato
Le elezioni di Berlino consegnano un quadro politico interessante soprattutto per ciò che si muove a sinistra della socialdemocrazia. Da una parte, la forte avanzata della Linke; dall’altra, il risultato del Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), che sfiora la soglia del 5% senza riuscire a entrare nel Parlamento regionale. Sullo sfondo c’è la pesante flessione della SPD, che ottiene però risultati ottimi in Meclemburgo-Pomerania Anteriore.
Per il BSW si tratta di un passaggio particolarmente significativo. Nato con l’ambizione di ricostruire un rapporto con quei settori popolari progressivamente allontanatisi dalla sinistra e in parte confluiti verso l’AfD, il partito di Sahra Wagenknecht si trova oggi a fare i conti con risultati meno brillanti rispetto alla fase iniziale della sua esperienza.
Sfiorare il 5% alla prima prova elettorale non è male, ma, se poi non entri in Parlamento, non si può certo parlare di un risultato positivo. Fra le ragioni del calo del BSW rispetto alle Europee pesa probabilmente anche l’accordo di governo in Turingia (dove il partito aveva ottenuto circa il 15%) con SPD e CDU, fortemente voluto dal gruppo dirigente locale, che in seguito ha abbandonato il partito.
Il punto, però, al di là di tutto, è un altro. Guardando al voto di Berlino, il BSW non sembra riuscire né a recuperare l’elettorato in uscita dalla SPD né a contendere in maniera significativa quote di elettorato popolare all’AfD. L’elettorato in uscita dalla socialdemocrazia pare dirigersi soprattutto verso la Linke, che, al netto di una campagna elettorale sicuramente efficace (e dalla quale ci sarà senz’altro da imparare), si è avvantaggiata del tracollo della SPD, reduce dall’esperienza di malgoverno berlinese in coalizione con la CDU.
Laddove la SPD tiene così come negli altri Land orientali, la Linke tende invece a rimanere decisamente più bassa o ad arretrare. Un po’ come accade in Italia nel rapporto fra AVS e PD: le due forze si contendono in larga misura lo stesso bacino di elettorato tradizionale, ben radicato nelle grandi metropoli globali, che per vari motivi rimane invece indifferente alla proposta politico-culturale di Sahra Wagenknecht. La conseguenza è che, pur conservando margini di consenso non irrilevanti, il BSW appare oggi in una fase di relativo stallo, con un deficit di spinta propulsiva.
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Squadra che perde non si cambia!
di Gianandrea Gaiani
Le hanno sbagliate tutte per anni, segnando tanti autogol, eppure continuano a giocare titolari nell’unica squadra al mondo che gioca contro sé stessa, puntando sempre a perdere ogni incontro a vantaggio degli avversari.
Impossibile trovare spiegazioni logiche eppure questa è la realtà europea, della Commissione europea ma anche di gran parte dei governi degli stati membri.
Donald Trump rilancia la proposta di negoziati tra Mosca e Kiev ma politica e grandi media in Europa non perdono occasione per ingigantire la minaccia di aggressione russa anche a costo di arrampicarsi sugli specchi e di coprirsi di ridicolo.
Esasperare la minaccia russa
Un attacco alla locomotiva di un treno che trasportava armi per Kiev (secondo Mosca, mentre per gli ucraini era un treno passeggeri) a ridosso del confine polacco è stato dipinto come un attacco alla NATO e il tentativo di uccidere consiglieri europei (tra cui l’ex premier britannico Boris Johnson) del governo ucraino che invece viaggiavano su un altro convoglio.
Il drone russo che avrebbe cercato di abbattere l’aereo del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di cui hanno parlato TG e quotidiani è caduto in realtà a 160 chilometri di distanza, come conferma la stessa Kiev.
Ogni drone russo che cade appena oltre i confini ucraini in Moldavia, Romania o Polonia rappresenta una “provocazione russa” non un normale incidente, sempre possibile quando si compiono incursioni lungo le frontiere, specie se da esse entrano in Ucraina armi e munizioni messe a disposizione dalle nazioni aderenti a UE e NATO incluse quelle al confine con l’Ucraina.
I due razzi di segnalazione lanciati da una nave militare russa per allontanare un elicottero delle forze aeree danesi che la sorvolava in acque internazionali nel Mar Baltico è stato definito un atto ostile dal governo di Copenhagen.
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Alan Turing e le “macchine intelligenti”
di Matteo Spagnuolo
L’Intelligenza Artificiale aspira a diventare Mente. Il suo frutto principale è stato finora quello di farci comprendere meglio l’armonia che l’evoluzione ha fornito alla nostra
1. Incipit
Come ogni fenomeno storico, anche quello che oggi ricade sotto l’onnicomprensiva denominazione “Intelligenza Artificiale” alle spalle ha una tradizione di pensiero o, meglio, per far sì che oggi si arrivasse a parlare di “Intelligenza Artificiale” fu necessario che molte voci si espressero su svariati argomenti: circuiti elettrici, retroazione, servomeccanismi, computazione digitale, questioni matematiche, ect.
Ebbene, semplicisticamente, a partire dal 1936 con l’articolo di Alan Turing sulla “computabilità” si assistette ad un interesse crescente, da parte di svariati autori, per le tecnologie automatiche che consentì l’istituzionalizzazione del settore dell’IA. Con questo non si vuole ridurre la complessità del fenomeno e tracciare una linea retta che vada da Turing all’IA ma, ciononostante, è innegabile, come si avrà modo di costatare, che lo studioso inglese merita di essere annoverato tra i teorici e i fondatori della branca che si occupa di realizzare, per usare una denominazione ormai desueta, le macchine intelligenti.
2. La macchina universale
Turing sulla scorta dei teoremi formulati da Kurt Gödel (1930), pubblicò nel 1936 l’articolo “On computable numbers, with an application to the entscheidungsproblem” in cui affrontò il problema, posto da David Gilbert, della dimostrazione dell’esistenza di un’unica procedura (algoritmo), calcolabile con mezzi finiti, in grado di risolvere qualunque assioma matematico. Partendo dall’assunto che “la memoria umana è necessariamente limitata” (Turing, 1936, p. 231), Turing per dimostrare che “l’entscheidungsproblem hilbertiano” non potesse avere soluzione, formulò la questione in termini di ingegneria meccanica, teorizzando l’esistenza di una macchina (calcolatore elettronico) capace di eseguire processi invariabili, incarnazione della logica formale, e “utilizzabile per calcolare qualsiasi sequenza calcolabile” (ivi, p. 242).
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«L’illusione dell’eterno primato bellico USA pesa sul voto di novembre»
Elisabetta Burba intervista il generale Fabio Mini
Per l'ex comandante NATO, l'eccessiva dispersione strategica e i limiti produttivi possono minare il consenso interno di Trump
Dalla crisi del modello dei petrodollari nel Golfo all’inversione tattica tra droni e missili, fino alla crescente capacità industriale cinese, Mini analizza le contraddizioni di un apparato che scambia propaganda contingente con sicurezza nazionale. Nel nuovo appuntamento della serie di Krisis «Gli USA verso il voto», il punto sullo stato reale delle forze armate americane alla vigilia del midterm.
Gli Stati Uniti restano la prima potenza militare del mondo, ma la loro capacità di sostenere nel tempo le ambizioni globali si sta incrinando. È questa, secondo il generale Fabio Mini, la vera vulnerabilità di Washington. Non la mancanza di arsenali o di missili strategici, ma la crescente distanza tra ciò che gli Stati Uniti pretendono di gestire e ciò che il loro sistema logistico e industriale è ancora in grado di sostenere. Una contraddizione che rischia di riflettersi anche sul fronte interno, proprio mentre il Paese si avvicina alle elezioni di midterm del 3 novembre 2026.
Già comandante delle forze NATO in Kosovo, saggista e analista di strategia militare, Mini è membro del Comitato etico-scientifico di Krisis. In quest’intervista esamina lo stato delle forze armate statunitensi, le scelte del Pentagono e la dispersione delle risorse fra i diversi teatri di crisi. Dall’Iran al Golfo, dall’Ucraina alla Cina, il generale mette in discussione la sostenibilità della proiezione di potenza americana. E avverte: la perdita di credibilità all’estero rischia di presentare il conto anche sul consenso interno.
* * * *
Generale Mini, la nostra serie analizza le trasformazioni interne e globali in vista delle elezioni di midterm. Guardando al quadro geopolitico attuale, gli USA rimangono la prima potenza militare?
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11 settembre: l'insider trading che precedette gli attentati alle Torri
di Claudia Carpinella
La Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti avviò un'indagine su un insider trading alquanto massivo da parte di figure sconosciute che sembrava avessero una conoscenza apparentemente precisa di ciò che sarebbe accaduto in quel giorno fatidico
Undici giorni fa la ricorrenza dell’11 settembre, ricordata a lungo, come di consueto, a reti unificate e su ogni media. Meno spazio, invece, è stato dato a un aspetto piuttosto interessante quanto colpevolmente dimenticato: l’insolito movimento di trading avvenuto pochi giorni prima degli attentati, ricordato da al Mayadeen.
Era il 12 settembre 2001, un giorno dopo l’evento destinato a cambiare il mondo, quando la Securities and Exchange Commission degli Stati Uniti avviò un’indagine su un insider trading alquanto massivo da parte di figure sconosciute che sembrava avessero una conoscenza apparentemente precisa di ciò che sarebbe accaduto in quel giorno fatidico.
Il caso più significativo riguarda United Airlines (una delle due compagnie aeree coinvolte negli attentati). Cinque giorni prima dell’11 settembre furono aperte oltre 2mila posizioni short che scommettevano sul ribasso del titolo della compagnia: circa 90 volte più di quelle registrate nell’intero mese di agosto precedente. In sostanza, qualcuno stava scommettendo sul crollo delle azioni della United.
E il crollo arrivò puntualmente dopo gli attentati. Quelle posizioni, secondo quanto riportato da Al Mayadeen, passarono da un valore di circa 180 mila dollari a 2,4 milioni.
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Il vero rischio dell'IA è una bolla da 400 miliardi di debiti (che minaccia le nostre pensioni)
di Alessandro Volpi
I padroni dell'Intelligenza artificiale gridano al pericolo esiziale generato dai loro stessi strumenti ma, in realtà, nascondono il vero rischio dell'esplosione di una bolla finanziaria che è finita in milioni di portafogli del mondo "occidentale".
Mi scuso in anticipo per la lunghezza ma penso che il tema sia decisamente centrale.
La corsa sfrenata al dominio dell’intelligenza artificiale sta rapidamente trasformando infatti il profilo finanziario dei colossi della tecnologia, un tempo caratterizzati da sterminati giacimenti di liquidità netta, in strutture ad alta intensità di capitale fortemente esposte all’indebitamento obbligazionario.
Per finanziare la costruzione di un'infrastruttura globale senza precedenti, i principali colossi tecnologici ed emergenti dell'infrastruttura cloud hanno accumulato oltre 400 miliardi di dollari di debito societario complessivo, una cifra raccolta attraverso emissioni record volte a sostenere una spesa in conto capitale che corre a un ritmo annuo superiore ai 600 miliardi di dollari.
Il vero epicentro di questo assorbimento di risorse risiede nei data center di nuova generazione, cattedrali digitali i cui costi di costruzione e fornitura hardware sfiorano i 15-25 miliardi di dollari a trimestre per singola azienda.
A differenza degli investimenti infrastrutturali tradizionali, l'acquisto di centinaia di migliaia di acceleratori grafici da 30.000-40.000 dollari ciascuno richiede il totale esborso di cassa prima ancora che i server entrino in funzione, innescando una pressione immediata e devastante sui flussi di cassa liberi.
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Alla larga dal “campo largo” (e dagli antinazisti fasulli)
di Norberto Fragiacomo
Tutto va per il peggio, e al peggio non s’intravede alcun limite.
Assistiamo, di questi tempi, a un ulteriore irrigidimento delle autorità europee (comunitarie e nazionali) nei confronti della Russia, tacciata di condurre una sporca “guerra ibrida”: accuse spudorate, se si tien conto del fatto – notorio, eppur taciuto – che le principali potenze continentali forniscono all’Ucraina, gestendoli con proprio personale militare, missili e altre armi che quotidianamente colpiscono il territorio federale, non droni fantasma o tenuti insieme con lo scotch. C’è di più: in deroga al principio logico-giuridico secondo cui “onus probandi incumbit ei qui dicit” la condanna non consegue all’assunzione e disamina di prove, ne prescinde. Se poi una fregata russa lancia dei razzi di segnalazione per tenere a bada un elicottero della NATO avvicinatosi troppo, ecco che la mossa dissuasiva viene immediatamente descritta come un “attacco”; se jet con la stella rossa si alzano in volo senza varcare alcun confine, subito decollano gli intercettori e i media starnazzano di provocazione. Governanti e giornalisti mainstream fanno il processo alle intenzioni altrui (forse scambiandole per le proprie) e, con pochissime e lodevoli eccezioni, si adoperano per inculcare nelle masse un atterrito livore nei confronti del nemico designato. Atteggiamenti di questo tipo costituiscono la regola alla vigilia di un conflitto, ma ciò che manca, nelle circostanze attuali, è un motivo razionale per muovere guerra: la Russia non intende rappresentare una minaccia per l’Europa, nel senso che dal crollo dell’URSS in poi non ha mostrato nei suoi riguardi intenzioni ostili – al contrario, ha sempre cercato di costruire con essa un rapporto di collaborazione (anzitutto economica) nel rispetto delle reciproche identità.
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IA fuori controllo?
di Francesco Valagussa
C’è un fatto da cui partire: durante un test, alcuni agenti AI sono usciti dall’ambiente controllato che era stato predisposto, hanno “raggiunto” Internet e hanno compromesso alcune infrastrutture di una delle principali piattaforme open source dedicate proprio allo sviluppo e alla condivisione di modelli e strumenti di intelligenza artificiale.
I responsabili della piattaforma avevano capito di essere sotto attacco, ma non che l’attacco provenisse da agenti AI. Immediatamente sono partite le indagini – affidate naturalmente ad altri modelli AI, in modo che facessero il lavoro sporco per noi. In pratica ci si chiedeva: “chi ci sta hackerando?”, finché, ricostruendo la dinamica degli attacchi, abbiamo trovato una bella sorpresa: “Aspetta … gli hacker sono agenti AI”.
Come studenti particolarmente intraprendenti, per eseguire al meglio i compiti assegnati, gli agenti AI non si sono limitati a portare a termine le consegne: sono andati oltre ogni limite immaginato dall’insegnante! E hanno “pensato” di farlo in totale autonomia. Verrebbe da dire: tutto da soli! Ma dobbiamo correggerci subito, perché si tratterebbe di un antropomorfismo piuttosto goffo e improprio nell’età degli algoritmi. Diciamo allora che l’hanno fatto letteralmente … per conto proprio.
Intanto, per vari giorni, gli agenti AI hanno continuato a operare indisturbati: hanno persino scoperto un sistema che potevano adoperare come una sorta di bacheca per scambiarsi informazioni, organizzarsi e collaborare in una maniera che i ricercatori non avevano previsto. Non è un caso isolato: negli ultimi mesi, in differenti occasioni, gli agenti AI hanno cominciato a parlarsi tra loro, comunicando tramite un “linguaggio” che gli esseri umani non riuscivano sempre a comprendere.
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Fernand Braudel: il capitalismo come strategia
di Maurizio Lazzarato
Maurizio Lazzarato, in un nuovo articolo della serie scritta per Machina, torna sulla congiuntura di guerra e crisi riprendendo il pensiero di Fernand Braudel, lo storico che ha letto il capitalismo non come semplice economia di mercato o modo di produzione, ma come una strategia di potere. A partire da quattro nuclei – il primato storico della finanza e del credito, la distanza tra capitalismo e mercato concorrenziale, la centralità della relazione centro-periferia e il nesso strutturale tra Stato e capitale – Lazzarato interroga le trasformazioni degli ultimi cinquant’anni: il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto, la finanziarizzazione, la guerra come condizione delle nuove accumulazioni. Un articolo che invita a ripensare il capitalismo come strategia, cioè come capacità politica di scegliere, organizzare e trasformare i rapporti di forza tra classi.
* * * *
Vorrei provare a utilizzare il lavoro di Fernand Braudel per vedere se può aiutarci a capire la sconfitta storica che abbiamo subito negli anni Settanta (non parlo solo dell’Italia) da cui non ci siamo mai più sollevati. Si tratterebbe di un progetto di ricerca politico, piuttosto che un articolo. Quindi di ipotesi da confermare.
Ancora adesso abbiamo delle difficoltà a mettere in chiaro la strategia della macchina Stato - Capitale messa in atto a partire dalla fine degli anni Sessanta. Se abbiamo capito molto tardi la loro politica (il debito al posto del salario, la rendita al posto del profitto, la finanza al posto dell’industria, i proprietari di azioni e obbligazioni al posto dei lavoratori, ecc.), abbiamo subito uno spiazzamento ancora maggiore dalla guerra, dalla guerra civile e dal genocidio, le grandi – e irresponsabili – rimozioni. Da cinquanta anni rincorriamo affannosamente l’iniziativa del nemico di classe forse perché non abbiamo i concetti adeguati per lo scontro di classe attuale.
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Cuba dove vai?
176 trasformazioni: deviazione o inversione a U?
di Fulvio Grimaldi
(Premetto che devo molti dati sul processo di trasformazione che sta vivendo Cuba a “Resumen”, la piattaforma digitale, tv, radio e stampa, argentina che da decenni illustra le cose latinoamericane e del mondo da una posizione rigorosamente anticapitalista e antimperialista)
Venezuela andata, Honduras andato, Perù andato, Bolivia, Ecuador, Colombia, Cile andati… E neanch’io, cubano rivoluzionario da oltre 60 anni e ininterrottamente stritolato dallo yankee, mi sento tanto bene. E mica solo per via del bloqueo.
La vicenda di Alessandro Di Battista tra Santa Clara e l’Avana dimostra quanto la rivoluzione sappia fare a dispetto dello strangolamento, da Trump accentuato oltre ogni tollerabilità umana, con conseguente invivibilità per i 10 milioni di persone che ancora non si accomodano sotto l’ombrellone guardato da sentinelle della Casa Bianca, del Pentagono, dei Fondi d’Investimento USA.
E però, assodata oltre ogni dubbio, anche grazie all’esperienza di Di Battista e a dispetto del bloqueo, l’ineguagliabile efficienza delle prestazioni di Stato cubane in materia di sanità, oltrechè di istruzione, come dimostrate nel caso di Dibba e, prima, per decenni, in tante parti del mondo, compresa la nostra, interrogativi nuovi si pongono. E sono materia di discussione tra chi la vede nell’ottica dei due famosi concetti di Gramsci: l’ottimismo della volontà e il pessimismo della ragione. Dove al termine pessimismo preferirei quello di circospezione.
Si dà per scontato che vi possano essere, come per il Venezuela, o per i curdi filoisraeliani e filo-USA del Rojava,adesioni sentimentali al limite dell’irrazionale e che non sanno privare la loro visione delle cose, oggi segnata da ombre pesantissime, del conforto delle luci offerte dai consolidati capisaldi della resistenza. Ma poi ci sono i fatti. E sono quelli che dovrebbero mantenerci in equilibrio tra i due termini del postulato di Gramsci. E qui, facciamo un modesto tentativo per guardarne e capirne alcuni di quei 176 che hanno comunque e al di là ogni dubbio radicalmente cambiato l’assetto economico e sociale dello Stato cubano.
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Fuoco e fiamme? No, solo un altro gradino
di Elisabetta Teghil
“Trattare i radicali di sinistra come terroristi” Donald Trump, conferenza stampa-Studio Ovale, 16 settembre 2025 “Ora tolleranza zero con chi sfascia tutto” (Giorgia Meloni, Il Giornale, 22 luglio 2026)
Il blog di Coordinamenta, Vogliamo la luna, non funziona, si apre in modalità di sola lettura ma non ci si può lavorare, la nostra casella di posta non si apre così come molte nostre email private. E’ il risultato dell’inserimento da parte degli USA della piattaforma digitale autonoma e autorganizzata Autistici/Inventati nella lista delle organizzazioni terroristiche. Non stiamo qui a raccontarvi la faccenda e le conseguenze economiche e organizzative perché si possono leggere dappertutto e A/I ha divulgato un comunicato dichiarando la chiusura della struttura per le gravi conseguenze a cui potrebbe andare incontro chi ha fatto parte della loro esperienza. Nel frattempo è stato intentato un ricorso. Noi ci stiamo riorganizzando e speriamo di farlo in tempi brevi, intanto continuiamo a comunicare con la nostra pagina FB. E’ stato disceso un altro gradino negli inferi della società ipercontrollata politicamente ed economicamente e nella destrutturazione dello stesso diritto borghese così come lo conosciamo. Non è stata sanzionata un’organizzazione politica per le azioni che ha compiuto o che compie ma una struttura che fornisce servizi in un’ottica svincolata dal mercato dominante e la sinistra di classe non ha fatto fuoco e fiamme. Sì, il fatto è stato stigmatizzato, è stata espressa solidarietà, firme, petizioni, articoli di analisi e di condanna…è stata chiamata un’assemblea pubblica, una manifestazione, ma non fuoco e fiamme.
La canonizzazione del “bisogno di sicurezza” è in correlazione diretta con la negazione di ogni sicurezza di vita per un numero sempre crescente di persone.
La parola sicurezza ha, così, subito un profondo cambiamento semantico. Questa figura politico-discorsiva della “sicurezza” è di tutti i paesi del mondo occidentale e accomuna la destra più reazionaria con la così detta sinistra che siano di opposizione o di governo. Il risultato è stato quello di instaurare un apparato penale tanto multiforme quanto iperbolico e allo stesso tempo di smontare le basi del diritto che la stessa borghesia aveva impostato.
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Oltre l’Occidente. Volume I. Alessandro Visalli
di Marco Pondrelli
Oltre l’Occidente è un’opera in due volumi nata dal lavoro congiunto di Alessandro Visalli e Carlo Formenti. I due autori hanno scelto di affidare a ciascuno un volume autonomo, mantenendo però un comune impianto teorico e politico. Il primo, Oltre l’Occidente. Nell’ombra di un tramonto epocale, è scritto da Visalli; il secondo, Oltre l’Occidente. L’alba di una nuova Storia, è di Carlo Formenti. I due testi, pur autonomi, dialogano continuamente e affrontano da prospettive differenti la crisi dell’ordine occidentale e la nascita di un mondo multipolare.
Già il titolo è significativo: Oltre l’Occidente, non «la fine dell’Occidente» o «il declino dell’Occidente». Non siamo quindi di fronte all’idea che la storia sia arrivata a una conclusione, ma alla constatazione che l’ordine costruito dall’Occidente negli ultimi secoli sta attraversando una trasformazione profonda. Il punto non è semplicemente stabilire se l’Occidente stia perdendo il proprio primato, ma capire che cosa possa emergere oltre di esso.
Il volume di Visalli è un testo complesso, che si muove continuamente tra filosofia, storia, geopolitica ed economia. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro: la crisi contemporanea non viene interpretata soltanto attraverso gli equilibri di potere tra gli Stati, ma attraverso le categorie culturali e filosofiche con cui l’Occidente ha rappresentato sé stesso e il resto del mondo.
La prima parte prende le mosse dalla crisi dell’ordine internazionale contemporaneo. Visalli richiama la famosa espressione utilizzata da papa Francesco nel settembre 2014, quando parlò di una «terza guerra mondiale combattuta a pezzi». Per comprendere le radici di questa situazione, secondo l’autore, occorre partire dalla crisi dell’Occidente e dalla progressiva perdita della sua centralità economica, politica e culturale.
È quindi naturale il riferimento al libro di Emmanuel Todd, la sconfitta dell’Occidente. L’ascesa della Cina e, più in generale, la crescita di un mondo non più riconducibile al solo spazio euroatlantico mettono in discussione l’idea, a lungo dominante, che la civiltà occidentale rappresenti il punto più avanzato e universale della storia.
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Ribelli contro lo smartphone
di Federico Repetto
Un’emergenza per la salute pubblica
Jonathan Haidt, l’autore di Generazione ansiosa, libro in cui nel 2024 lanciava un forte allarme per la salute fisica e mentale delle generazioni allevate con lo smartphone in mano, ha scritto, insieme alla giornalista Catherine Price, un libro rivolto ai preadolescenti, Generazione fantastica, Rizzoli 2026. In esso espone in modo chiaro e accessibile, con ampio uso di illustrazioni e storie a fumetti, alcuni meccanismi usati dagli psicologi che hanno contribuito a creare gli algoritmi dei social, come quello della gratificazione ciclica per mantenere viva l’attenzione degli utenti e inchiodarli sullo smartphone. In particolare mostra l’effetto del ciclo della dopamina, il cui modello iniziale sono state le slot machine, che fanno vincere il giocatore quel tanto che basta per rimotivarlo al gioco. Il libro però non si presenta come un manuale scientifico o scolastico, ma come un messaggio di ribellione e di anticonformismo mandato ai preadolescenti da adolescenti che hanno vissuto e superato diversi problemi collegati alla dipendenza da smartphone. Inoltre il messaggio non è negativo e proibizionista, ma è un invito a non perdere quelle esperienze nel mondo reale che la vita centrata sullo smartphone di fatto impedisce (controproducente invece il sottotitolo non realistico in copertina dell’edizione italiana: “La guida più incredibile per divertirsi e vivere felici senza smartphone“: le edizioni Rizzoli non sembrano il contesto adatto per rilanciare lo slogan “soyons réalistes, demandons l’impossible“).
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A Berlino trionfa la sinistra con un programma (finalmente) radicale
di Alessandro Volpi
A Berlino sembra ormai certa la vittoria di Elif Eralp, candidata di punta di Die Linke, che si è presentata con un programma finalmente radicale.
La sua piattaforma incarna una visione fortemente redistributiva focalizzata sul contrasto alla speculazione finanziaria, sull'emergenza abitativa e su una profonda riforma del sistema fiscale locale e nazionale.
Al centro del dibattito cittadino si colloca il tema della casa, dove la combinazione tra le privatizzazioni dei primi anni Duemila e la forte spinta finanziaria ha concentrato enormi porzioni del parco immobiliare privato nelle mani di pochi gruppi societari.
Tra questi spicca Vonovia SE – insieme a Deutsche Wohnen, assorbita nel 2021 – che da sola controlla oltre 140.000 appartamenti nella capitale, rappresentando il primo operatore del settore in Germania.
Seguono colossi internazionali come il gruppo svedese Heimstaden, arrivato a gestire tra i 20.000 e i 25.000 alloggi, la società franco-italiana Covivio con circa 15.000-18.000 unità, oltre a veicoli di private equity come il colosso statunitense Blackstone e gruppi storicamente radicati come Adler Group, detentore in passato di portafogli superiori ai 20.000 immobili.
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Marx nell’epoca dell’intelligenza artificiale: l’intelligenza è sociale, il profitto no
di Apostolos Apostolou
Che cosa direbbe Karl Marx oggi, davanti a ChatGPT, ai mercati finanziari governati da algoritmi, alla moneta digitale e alla crescente automazione del lavoro intellettuale?
Probabilmente non si stupirebbe della tecnologia. Si stupirebbe, semmai, del modo in cui il capitalismo continua a presentare come proprietà privata ciò che è il risultato di una gigantesca cooperazione sociale.
È questo il punto da cui partire.
Marx non fu mai un nemico della scienza. Al contrario, comprese prima di molti altri che lo sviluppo delle forze produttive avrebbe potuto aprire possibilità straordinarie per l’umanità. Ma non confuse mai la scienza con una semplice tecnica al servizio dell’utilità e del profitto. La scienza, nella sua prospettiva, appartiene alla capacità creativa dell’essere umano e alla sua relazione sociale con il mondo.
Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale pone una questione politica gigantesca.
Ci viene raccontato che le macchine stanno diventando “intelligenti”. Ma di quale intelligenza parliamo? I sistemi di IA sono costruiti attraverso enormi quantità di linguaggio, immagini, conoscenze e produzioni culturali generate da milioni di esseri umani. Dietro l’apparente autonomia della macchina c’è una storia collettiva dell’umanità.
L’intelligenza artificiale, in questo senso, è anche intelligenza sociale accumulata e organizzata tecnologicamente.
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Il cieco che guida il vedente: Trump affronta l’emergenza dell’intelligenza artificiale
di Jeffrey Sachs - Common Dreams
Domenica scorsa il presidente degli Stati Uniti si trovava su un campo da golf nella contea di Clare, in Irlanda, e gli è stato chiesto cosa intendesse fare riguardo al più grave allarme tecnologico della nostra epoca. La sua risposta, per intero, è stata che l’America sta battendo la Cina. «Siamo in vantaggio sulla Cina nell’intelligenza artificiale. Siamo il Paese più avanzato al mondo e, francamente, voglio che le cose restino così, perché chi vince nell’IA vince tutto». Ha aggiunto che «ci sono molte forze negative che sollevano la questione senza motivo, e stanno tirando in ballo cose che non accadranno mai».
Consideriamo chi ha sollevato la questione. L’avvertimento non è venuto da attivisti, accademici o da una commissione del Congresso. È venuto dal settore stesso, dalle persone che realizzano i sistemi di IA e la cui fortuna dipende interamente dalla loro più rapida realizzazione. Il giorno prima, il CEO di Anthropic, Dario Amodei, aveva pubblicato un saggio in cui chiedeva di rallentare il ritmo di avanzamento delle capacità e si impegnava a far entrare nella propria azienda valutatori esterni con accesso a livello di dipendente. Sam Altman si è detto d’accordo e ha affermato che OpenAI avrebbe fatto lo stesso. Elon Musk, un concorrente diretto che solo a febbraio aveva definito Anthropic «misantropica e malvagia», ha scritto tre parole: «Dario ha ragione».
E la preoccupazione non è affatto vaga.
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Il freno lo chiede chi tiene l’acceleratore
di Mario Sommella
A poche settimane dalla più grande quotazione in Borsa della storia, l’amministratore delegato di Anthropic chiede all’industria dell’intelligenza artificiale di rallentare. Trump risponde che l’unico freno necessario è lui. In mezzo restano fatti verificabili: un capo di Stato catturato con l’aiuto di un modello linguistico, manuali di bersagliamento per navi da guerra, bollette elettriche che salgono e un potere privato che nessun parlamento ha mai votato.
L’8 settembre un ricercatore di ventisette anni ha lasciato il suo lavoro e ha spiegato pubblicamente perché. Jacob Coxon aveva passato tre anni ad addestrare modelli linguistici, prima in OpenAI e poi in Anthropic. Nel messaggio con cui ha salutato i colleghi ha scritto che nessuna delle due aziende si sta comportando in modo responsabile e che entrambe corrono verso una intelligenza artificiale capace di migliorare se stessa, scommettendo sulle vite di tutti. Il post ha superato i cento milioni di visualizzazioni. Due colleghi rimasti al loro posto lo hanno confermato pubblicamente: Evan Hubinger, che in Anthropic guida la ricerca sull’allineamento, ha scritto che in azienda credono davvero che l’intelligenza artificiale possa uccidere tutti gli esseri umani, e ha collocato quella probabilità sopra il dieci per cento entro il prossimo decennio.
Sei giorni dopo il presidente degli Stati Uniti ha liquidato l’intera vicenda come una cospirazione malata contro l’intelligenza artificiale e i data center, aggiungendo che l’unico freno di cui questa tecnologia ha bisogno è un presidente forte e intelligente, e che quel presidente è lui.
Fra queste due frasi si è consumata una delle settimane politicamente più dense degli ultimi anni. Vale la pena ricostruirla per intero, perché quasi nessuno ha messo accanto ai discorsi le date, i bilanci e i morti.
1. Dieci giorni di settembre
Il 10 settembre Anthropic pubblica un rapporto di centocinquantaquattro pagine sugli abusi dei propri modelli, relativo al periodo compreso fra dicembre 2025 e agosto 2026. Il 12 settembre Dario Amodei, cofondatore e amministratore delegato dell’azienda, pubblica un saggio di circa quattromila parole intitolato «We Must Pace the Frontier»: dobbiamo regolare il passo della frontiera.
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Hegel, Marx, lo Stato e la democrazia: una ricerca di Giulio Di Donato
di Antonio Semproni
Con Marx oltre Marx è il filo conduttore di un recente e denso libro di Giulio Di Donato. Una lettura che valorizza il momento non economicistico del filosofo di Treviri. La politica come strumento di elevazione delle classi popolari, lo Stato come universale in cui dispiegarne interessi e passioni
In «Vera democrazia». Politica e diritto nella prospettiva marxiana (Giappichelli, 2025), Giulio Di Donato muove i propri passi dalle dissonanze tra la visione politico-statuale in Hegel e in Marx. La filosofia di Hegel ha la potenza di “aboli[re] la separazione tra la realtà e gli ideali, tra l’essere e il dover-essere” (p. 16); se ciò che è reale è razionale, è perché l’idea – culmine dell’integrazione e della mediazione reciproca tra i due poli della tensione, cioè del soggettivo e dell’oggettivo, del concetto e dell’oggetto, dell’autocoscienza e del suo contenuto – abita nella realtà stessa: al filosofo sta il compito di rintracciarla risalendo la dialettica hegeliana. Ciò vale anche nella sfera giuridico-politica, ove lo Stato rappresenta l’incarnazione dell’idea etica.
Hegel in Marx, Marx versus Hegel
Della dialettica hegeliana Marx privilegia il momento dell’autocoscienza, cioè il “faticoso processo di riappropriazione di sé, al termine del quale il soggetto può riconoscersi e riferirsi a sé nel rapporto con l’altro”. Questa postura lo porta – come illustra Di Donato nella sua fatica – a privilegiare la volontà popolare, in quanto riottosa nei confronti dell’ordine politico costituito, e a contestare spesso e volentieri la filosofia politica e statuale di Hegel, a volte cogliendo nel segno, altre volte ricorrendo a argomentazioni fallaci.
Nella realtà che si interseca con la vita e la speculazione di Hegel si dà anzitutto la Rivoluzione francese, nella quale si manifesta “l’autonomia del soggetto rispetto a qualunque autorità o norma”, una libertà assoluta che si traduce in “volontà assoluta di negazione di qualsiasi limite” e “inarrestabile pulsione nichilista” (p. 22).
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Sistemi elettorali e controllo sulla Costituzione italiana
Dopo il "Porcellum" e l'"Italicum", lo "Stabilicum" tra incostituzionalità e minacce alla Costituzione stessa
di Luca Benedini
In base all'art. 138 della nostra Costituzione, una revisione costituzionale necessita di due deliberazioni di entrambi i rami del Parlamento a distanza di almeno tre mesi l'una dall'altra e, se nella seconda deliberazione la revisione non viene approvata da almeno i due terzi dei membri tanto della Camera quanto del Senato, potrà essere dato luogo ad un referendum popolare confermativo (su esplicita richiesta di almeno «un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali»). In pratica, è una prescrizione che consente a una specifica alleanza tra i due terzi dei parlamentari qualsiasi modifica costituzionale (tranne la revisione della forma repubblicana, che in base all'art.139 è l'unica modifica radicalmente vietata), senza che la si possa sottoporre al vaglio di un esplicito pronunciamento popolare.
Per comprendere tale prescrizione semplificatrice, va ricordato che il sistema elettorale in uso all'epoca della stesura della Costituzione era estremamente rappresentativo (e specialmente alla Camera, dove in pratica i seggi venivano assegnati col "proporzionale puro" applicato a un collegio unico nazionale), così che i due terzi dei deputati corrispondevano effettivamente, nella sostanza, ai due terzi dell'elettorato attivo. Con sistemi elettorali poco rappresentativi (come ad esempio quelli basati su un consistente "premio di maggioranza", su qualche forma di "maggioritario" o su un "proporzionale con piccoli collegi indipendenti"), può invece avvenire che i due terzi (cioè il 67%, o per essere ancor più precisi il 66,7%) dei seggi possano essere ottenuti da un insieme di partiti che nel complesso ha ricevuto solo il 55% circa dei voti o anche meno [1].
Il fulcro della questione è che appare del tutto evidente che i membri dell'Assemblea Costituente che tra il 1946 e il '47 elaborarono la formulazione originaria della nostra Costituzione repubblicana non intendessero affatto affidare a forze politiche votate solamente da una percentuale dell'elettorato attivo decisamente inferiore ai due terzi la possibilità di cambiare a loro piacimento la Costituzione.
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