Stati Uniti-Cina, due immagini del mondo
di Vincenzo Comito
Contro la pretesa egemonica statunitense, la Cina promuove un nuovo multilateralismo incentrato su una profonda riforma dell’ONU per dare maggior spazio ai paesi del Sud del mondo e realizzare così un ordine internazionale più giusto ed equo
Le mosse di Trump sembrano cercare in primis di ostacolare in tutti i modi possibili, direttamente e indirettamente, l’ascesa della Cina sul piano economico, tecnologico, politico, rafforzando le strategie già praticate dagli Stati Uniti almeno sin dai tempi della presidenza Obama. Per altro verso, l’arrivo al potere di Trump sembra avere accelerato un processo di divergenza crescente tra i modelli politici ed economici dei due rivali.
Due modi di immaginarsi il mondo
Appare intanto opportuno collocare tali divergenze in un quadro più complessivo, in particolare per quanto riguarda la differente relazione dei due paesi con il mondo.
L’approccio degli Stati Uniti, reso più esplicito e più evidente ora con la presidenza Trump, muove dal presupposto che gli Stati Uniti sono destinati da Dio a governare il mondo e i suoi affari e che il loro modello economico, sociale, politico è non solo superiore a quello di tutti gli altri, ma in sostanza anche quello definitivo (“La fine della Storia”). In tale quadro, riprendendo tra l’altro delle affermazioni recenti di Jeffrey Sachs, trattano le altre regioni come strumenti da manipolare a vantaggio degli Usa, con un nazionalismo che respinge il diritto e le istituzioni internazionali come ostacoli alla sovranità strategica del paese, con l’uso della forza e del ricatto per piegare chi pone degli ostacoli e con la brutalità in particolare nell’utilizzo della Cia e delle forze militari, come mostrano anche episodi molto recenti.
Da ultimo il caso del Venezuela non dovrebbe certo sorprendere, né dovrebbe essere utilizzato per contrapporre il “cattivo” Trump ai “buoni” democratici del passato. In effetti qualcuno ha calcolato che negli ultimi settanta anni ci sono state molte decine di tentativi da parte Usa di rovesciare dei governi in carica in giro per il mondo, con repubblicani e democratici uniti nella lotta.



L’Iran e gli Stati Uniti stanno prendendo una pausa di due settimane dai negoziati sul programma nucleare iraniano, mentre i negoziatori tornano nelle rispettive capitali per riflettere su ciò che è stato messo sul tavolo fino a oggi. La parte iraniana è apparsa piuttosto ottimista, con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi che ha dichiarato ai media iraniani: “Siamo riusciti a raggiungere un accordo generale su una serie di principi guida, sulla base dei quali procederemo d’ora in poi, e ci muoveremo verso la stesura di un potenziale accordo”.


Alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 14 febbraio 2026, il Segretario di Stato Americano, Marco Rubio, ha pronunciato un atteso discorso
Più slogan che contenuti, più propaganda che politica, più bugie che concreto realismo. La Conferenza sulla Sicurezza di Monaco non si è differenziata molto dei summit degli ultimi anni mettendo in luce ancora una volta la profonda inadeguatezza di molti leader europei rispetto alle sfide che devono affrontare.
Un po’ come fu, per altri versi, la Conferenza di Monaco del 1938, così la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco 2026 potrebbe essere il preludio della terza guerra mondiale. Il discorso tenuto da Marco Rubio – non a caso lui, vero deus ex machina della politica estera statunitense – è infatti, né più né meno, che una dichiarazione di guerra da parte dell’impero americano al resto del mondo. Anche se è stato pronunciato con toni assai più melliflui, rispetto a quelli usati da J.D. Vance lo scorso anno, il contenuto del suo discorso è di estrema violenza; e se Vance era venuto a rimbrottare gli europei, ingiustamente (ma non del tutto) accusati di essere un peso morto per gli Stati Uniti, Rubio è venuto a lanciare una duplice sfida: agli europei, cui sostanzialmente ha detto che o scelgono di stare con Washington nella sua crociata o saranno contro, e a tutto il mondo non occidentale, al quale dice che ridisegneranno l’intero ordine globale – ovviamente a propria misura e a proprio piacere – e che sarà così, piaccia o non piaccia.




Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:
Suicidi e pandemie
Un aspetto poco sottolineato dell’attuale fase storica, fondamentalmente caratterizzata dal declino dell’impero statunitense – e conseguentemente dal totale riassetto degli equilibri globali – è l’importanza della questione energetica, e in particolare dei suoi intrecci e connessioni.

Se nel 2025 le azioni compiute dall’amministrazione Trump hanno suscitato scalpore, l’alba del nuovo anno ha visto un crescendo rossiniano: attacco al Venezuela, tremebonda attesa di ulteriori bombardamenti all’Iran, e infine il proposito di prendersi la Groenlandia, con l’annuncio di nuovi dazi agli alleati che si oppongono all’acquisizione di essa. Tale minaccia pare rientrata, ma il clima resta molto teso.
Come emerge sia dalla National Security Strategy, che dalla più recente National Defence Strategy, la difesa della residua posizione dominante degli Stati Uniti, e ancor più il tentativo di invertire il declino, richiedono uno strumento militare capace di rispondere adeguatamente alle sfide di questo secondo quarto di secolo. Sfide che provengono non solo dalla crescita di attori globali in grado di competere con gli USA, o di attori regionali indisponibili al ruolo subalterno, ma anche dalle stesse ambizioni statunitensi, e dal modo in cui immaginano strategicamente di perseguirle.

La strategia di destabilizzazione che, attraverso operazioni di forza e il disimpegno sancito dalla nuova National Security Strategy, ha trasformato l’Europa da alleato a concorrente isolato. La pressione statunitense si intreccia con la nuova coscienza della capacità militare russa, veicolata dal missile ipersonico Oreshnik, che espone il continente a un’inedita vulnerabilità tecnologica e psicologica.



































