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Riconciliare la sinistra
Dalla malinconia all’utilità sociale, senza feticci identitari
di Matteo Minetti e Mario Sommella
Il punto di partenza è semplice: troppo spesso parliamo di unità della sinistra come se fosse una faccenda interna, quasi una terapia di coppia tra correnti. Ma la frattura vera non è solo tra gruppi dirigenti o tra “governisti” e “puri”. È più profonda: somiglia a quella divisione complementare con cui, da decenni, “sinistra” e “destra” si rincorrono scambiandosi pezzi di linguaggio e di agenda, mentre i rapporti materiali restano spesso intatti.
Se una forza che si definisce di sinistra finisce per garantire la conservazione del potere e del privilegio economico, in che senso è ancora sinistra? E se una forza di destra, per convenienza o per conflitto interno ai blocchi dominanti, colpisce un frammento di rendita o un pezzo di potere digitale, è automaticamente “meno destra”? La domanda non è accademica: serve a spostare l’attenzione dai simboli ai risultati, dagli emblemi ai bisogni concreti delle persone che lavorano.
Dentro questa cornice, “riconciliazione” smette di essere una parola sentimentale e diventa una scelta strategica: ricostruire un fronte popolare attorno a rivendicazioni materiali, capaci di parlare anche a chi non condivide il codice culturale della sinistra contemporanea, ma vive le stesse ferite sociali.
1. Le due sinistre e la trappola dell’identità morale
La contrapposizione tra sinistra “della responsabilità” e sinistra “della purezza” descrive un fenomeno reale: una parte cerca legittimazione nel governo e nelle compatibilità, l’altra nella coerenza testimoniale e nella denuncia. Ma raccontarla così può trasformare la politica in un tribunale morale: chi è più pulito, chi è più adulto, chi tradisce, chi resiste.
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Rebranding del genocidio
di Chris Hedges* - Scheerpost
In primo luogo, Israele aveva il diritto di difendersi. Poi è diventata una guerra, anche se, secondo i dati dell'intelligence militare israeliana, l'83% delle vittime erano civili. I 2,3 milioni di palestinesi di Gaza, che vivono sotto un blocco aereo, terrestre e marittimo israeliano, non hanno esercito, aviazione, unità meccanizzate, carri armati, marina, missili, artiglieria pesante, flotte di droni killer, sistemi di tracciamento sofisticati per mappare tutti i movimenti, né un alleato come gli Stati Uniti, che hanno fornito a Israele almeno 21,7 miliardi di dollari in aiuti militari dal 7 ottobre 2023.
Ora è un "cessate il fuoco". Solo che, come al solito, Israele ha rispettato solo la prima delle 20 clausole. Ha liberato circa 2.000 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane – 1.700 dei quali detenuti dopo il 7 ottobre – e circa 300 corpi di palestinesi, in cambio della restituzione dei 20 prigionieri israeliani rimasti.
Israele ha violato ogni altra condizione. Ha gettato l'accordo – mediato dall'amministrazione Trump senza la partecipazione palestinese – nel fuoco insieme a tutti gli altri accordi e patti di pace riguardanti i palestinesi. La violazione estesa e palese da parte di Israele degli accordi internazionali e del diritto internazionale – Israele e i suoi alleati si rifiutano di rispettare tre serie di ordinanze giuridicamente vincolanti della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e due pareri consultivi della CIG, nonché la Convenzione sul Genocidio e il diritto internazionale umanitario – presagisce un mondo in cui la legge è ciò che i paesi militarmente più avanzati affermano che sia.
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Fra Comunità e Consigli
Note su Il capitale nell’Antropocene
di Ruggero D'Alessandro
Una riflessione di Ruggero d'Alessandro sul volume di Saito Kohei (Einaudi, 2024)
Il 2024 è un anno in cui l’editoria mondiale si arricchisce di saggi che attualizzano il pensiero di Karl Marx. Come del resto accade sin dalla bolla finanziaria che scuote l’economia mondiale dal 2007 alla prima metà degli anni ‘10.
Non è un caso che si proceda alla rilettura dell’autore di Das Kapital: è un modo per ricordare che quella crisi non è mai stata radicalmente risolta. Diverse voci, fra l’altro, chiariscono che il tardo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per questi aspetti:
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La crisi è ormai concetto e realtà strutturale;
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• meglio sarebbe, in realtà, parlare di «policrisi»: la complessità dell’era global causa l’intreccio inestricabile fra economia finanziaria, produzione industriale, economia virtuale (Silicon Valley), istituzioni politiche, malfunzionamento di democrazia, società, cultura, formazione;
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il Politico è istituzionalmente dipendente dall’Economico, non esprimendo più gli input della cittadinanza;
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elezioni, partiti, sindacati, politica attiva sono destinati a finire nella soffitta della Storia;
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a comandare nei parlamenti, come all’EU, all’ONU sono le lobby, cinghie di trasmissione fra Capitale e partiti;
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se un milione di cittadini «normali» firma una proposta di quesito referendario poniamo, per fissare limiti severi alle emissioni di gas industriali, qualche lobbista ben introdotto nei corridoi della politica viene profumatamente pagato da finanzieri e industriali per bloccare tutto.
Sempre lo scorso anno esce un libro tradotto in molte lingue e venduto in molti Paesi. Lo firma uno studioso trentottenne, Saito Kohei, già molto considerato per studi e corsi alla Tokyo University in qualità di professore associato.
La tesi di PhD scritta in tedesco (Natur gegen Kapital, Natura contro Capitale) viene discussa nel ‘15 alla berlinese Humboldt Universität. Il lavoro è incentrato sul tema che più appassiona Kohei: il pensiero del tardo Marx sull’ambiente. Da notare l’eterogeneità formativa del giovane studioso: atenei nipponici, statunitensi e germanici (Tokyo e Wesleyan per gli studi di 1°ciclo, Freie per il 2°, Humboldt per il 3°).
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Le Scomuniche Finanziarie dell’Unione europea
di Francesco Cappello
Sempre più diffusa la ghigliottina digitale che condanna senza processo alla morte civile coloro che si dissociano apertamente dalla propaganda di regime. Ultimo caso in ordine di apparizione quello di Jacques Baud
Nella stessa logica che vorrebbe il congelamento sine die degli asset russi (vedi Asset russi: congelati o rubati?), le sanzioni europee e la censura colpiscono il dissenso politico, considerato dalle élites europee insostenibilmente divisivo; lo prendono di mira attraverso una combinazione di pressioni economiche, procedimenti penali adottati ai fini del completo controllo della narrazione pubblica ma del tutto illegali e arbitrari.
Tutti ricordiamo il caso, oltre Atlantico, dei camionisti canadesi del “Freedom Convoy” (2022) che è probabilmente il precedente più scioccante di de-banking di massa orchestrato da un governo occidentale. Rappresenta il momento in cui la scomunica finanziaria è divenuta strumento di gestione dell’ordine pubblico contro i propri cittadini. Tutto iniziò nel gennaio 2022, quando migliaia di camionisti hanno attraversato il Canada per protestare a Ottawa contro l’obbligo vaccinale per i lavoratori transfrontalieri. Quella che era nata come una manifestazione di piazza si è trasformata in un blocco stradale permanente che ha paralizzato il centro della capitale. Per sbloccare la situazione, il Primo Ministro Justin Trudeau ha compiuto un passo senza precedenti nella storia canadese: ha invocato l’Emergencies Act, una legge pensata per minacce estreme alla sicurezza nazionale (come guerre o insurrezioni armate). La particolarità di questa mossa è stata l’uso del sistema finanziario come arma di polizia. Attraverso un ordine esecutivo d’emergenza, il governo ha autorizzato le banche a congelare istantaneamente e senza un ordine del tribunale i conti correnti di chiunque fosse coinvolto nelle proteste. Non sono stati colpiti solo gli organizzatori, ma anche semplici partecipanti e, in alcuni casi, persone che avevano inviato piccole donazioni tramite piattaforme di crowdfunding. In pochi giorni, oltre 200 conti bancari sono stati “ghigliottinati”, lasciando famiglie intere senza la possibilità di comprare cibo, pagare il mutuo o rifornirsi di carburante.
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Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi di Roberto Ciccarelli
di Marco Spagnuolo*
A trent’anni dalla scomparsa e a cento dalla nascita di Gilles Deleuze, è apparso Divenire rivoluzionari.e. Gilles Deleuze, Félix Guattari e noi (2025) di Roberto Ciccarelli presso DeriveApprodi. Il timing della pubblicazione potrebbe far pensare a un libro commemorativo o ancora a un’introduzione alla filosofia deleuzo-guattariana. Senz’altro vi è un po’ di entrambe le cose. Ma questo è innanzitutto un libro che va letto al termine o all’inizio di un’assemblea. Durante l’occupazione di un liceo o di una facoltà contro il genocidio del popolo palestinese. O ancora la sera prima di scendere in piazza contro l’ultima trovata del governo. Perché l’intenzione di Ciccarelli è chiara dalla prima pagina: fermarsi un attimo, guardarsi attorno e dire “abbiamo un problema”.
Abbiamo innanzitutto il problema dei fascismi e delle guerre. Ma abbiamo anche un altro problema, da cui forse discendono tutti gli altri: ci siamo dimenticati quanto sia desiderabile una rivoluzione. Non l’attesa messianica dell’ora X che ci salverà tutti o perfino l’intervento di un qualche esercito comunista intergalattico; no, quella pensata da Deleuze e Guattari e rilanciata oggi da Ciccarelli è una rivoluzione che passa dal divenire-rivoluzionari.e.
È nell’intermezzo tra una sussunzione e una separazione dal potere che si accende un altro divenire rivoluzionari.e. Lo si inizia a praticare nel mezzo, tra linee divergenti. Nulla è scontato, né automatico, nessuna strategia è totale, nessuno scontro è finale. Tuttavia avvengono svolte profonde che possono spezzare un divenire e porre fine a una storia.
Fascism is in the air
“Il fascismo è nell’aria”, le sue molecole vorrebbero toglierla e confiscarla. Al governo in diversi Paesi, non solo il nostro. Nei centri di detenzione e di espulsione.
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Il declino sotto il tappeto
di Antonio Cantaro
Perdenti di successo. Le destre al governo non convincono, eppure “vincono”. Perché un Paese stanco, in condizioni di diffusa precarietà e insicurezza, continua ad affidarsi a politiche che sono l’esatto contrario dell’interesse nazionale?
L’autorappresentazione di ‘passionaria’ che la Premier continua a dare di stessa è una delle chiavi del suo “successo”. La Repubblica delle destre si è sin qui mostrata capace di tenere insieme un blocco sociale e politico. Ma a quale prezzo? La penisola e le sue isole, al di là della dilagante retorica sul made in Italy e sulla centralità dei ceti medi, stanno diventando sempre di più un paese per ricchi, quantomai distante dall’ideale di emancipazione delle classi meno abbienti scritto a chiare lettere nella Carta degli italiani. Il crescente abbandono delle zone interne e marginali è la punta dell’iceberg di un progetto di modernizzazione senza civilizzazione, un mix di liberalismo economico e conservatorismo nazionalistico, di tradizionalismo e autoritarismo. Brutta Italia, altro che Bel Paese. Ma mettere il declino sotto il tappeto è l’esatto contrario dell’interesse nazionale e di una idea alta di Occidente.
- “Perdenti di successo”?
Giorgia Meloni e la sua coalizione governano il Paese da ormai oltre tre anni. Legittimamente, non sono degli usurpatori. Le scelte, gli atti, le politiche, i progetti di riforma dell’esecutivo esaminati in questo report godono, peraltro, di un tutt’altro che trascurabile consenso. L’entusiasmo della Premier, dei suoi Ministri, dei media vicini alle destre è alle stelle. I dati delle indagini più autorevoli non giustificano, tuttavia, questa dilagante retorica. L’Istat parla, pur tra le righe, di un Paese stanco che arranca in condizioni di diffusa e strutturale precarietà e incertezza. Non ci sono segnali di una strutturale inversione di tendenza, a partire da quelli macroeconomici. L’elevato debito pubblico continua a limitare la capacità di spesa e comporta il pagamento ogni anno di circa 100 miliardi d’interessi passivi. Perdura la tendenza a una riduzione del credito bancario al settore privato, perdura l’insufficienza cronica di investimenti pubblici e privati, perdura il calo della produzione industriale in settori considerati strategici (tessile, abbigliamento, chimica, metallurgia).
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Riarmo, guerra e desiderio di giustizia
di Gennaro Avallone
L’ennesimo atto di repressione del governo post-fascista di Giorgia Meloni ha colpito ieri, 18 dicembre 2025, il centro sociale Askatasuna di Torino. Con la scusa del ripristino della “sicurezza” e dell’ordine si fanno in realtà deserti dove rimbomba il silenzio e si ribadiscono dispositivi di subordinazione, sudditanza, paura od opportunismo. Difficile, di questi tempi, affermare (come in realtà è) che il libero esercizio della critica, la sperimentazione di culture e prassi alternative, la presa d’atto che la società è multiculturale, sono gli unici antidoti all’abisso, disumano e violento, imposto dal potere contemporaneo. Lo spiega bene, in questo articolo, Gennaro Avallone: l’attuale potere dispotico ha bisogno della costruzione di un nemico interno, per ribadire la “superiorità” di quei valori occidentali che oggi si fondano sulla guerra, sul riarmo, sul genocidio e sull’annichilimento della persona “altra”. Secondo questa logica il nemico è diverso, povero, giovane, islamico, è una strega, ha idee diverse, opinioni, pensieri, culture diverse. Fa sciopero, fa i blocchi, è il movimento per la Palestina. Si creano frammentazioni sociali per mettere i poveri contro i più poveri.
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“Qui si fa l’Europa”? No, si muore…
di Francesco Piccioni
Ventisette paesi riuniti per decidere come finanziare ancora la guerra in Ucraina, mettendo soldi per altre armi e stipendi subito e accantonandone altri per la futura ricostruzione del paese. C’è una certezza: il conto è quasi per intero sulle spalle della UE, visto che gli Usa di Trump hanno perso interesse per questa partita.
Il tema centrale degli ultimi giorni è stato: si prendono di prepotenza gli asset russi (210 miliardi) depositati negli istituti europei oppure si fa debito comune (in percentuale alla ricchezza di ogni paese)?
La prima ipotesi è allettante, o lo sembra, perché il conto verrebbe così girato alla Russia. Ma le controindicazioni sono devastanti, specie per un insieme dagli interessi economici non più tanto allineati.
Intanto, come si è scritto più volte, quei soldi sono quasi tutti congelati nell’istituto belga Euroclear, e dunque il premier di quel paese si rifiuta – comprensibilmente – di consentire il prelievo di una cifra mostruosa per le sue finanze con la quasi certezza che poi sarebbe obbligato a restituirla a Mosca. Chiede pertanto “garanzie ferree”, esigibili senza rinvii, dagli altri 26 membri della UE.
E già questo riporta in pratica alla seconda ipotesi: col debito comune? L’idea è esclusa dalla Germania, da sempre contraria e già abbastanza innervosita di suo – insieme ad altri paesi “virtuosi” – per gli effetti della politica monetaria della Bce fin dai tempi del “whatever it takes” di Mario Draghi per salvare l’euro.
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Una triplice alleanza anti-bullo Usa
di Pino Arlacchi*
Con le minacce di attacco militare a tre paesi delle dimensioni del Venezuela, della Colombia e del Messico, Trump ha rotto due tradizioni. La prima è quella che riguarda gli Stati Uniti.
Washington si è costantemente astenuta dall’invadere o minacciare militarmente le grandi nazioni del proprio continente. Ha preferito la strada dell’interferenza “pesante”: colpi di Stato, operazioni paramilitari, neutralizzazione di leader e movimenti anticoloniali, stravolgimento di elezioni e di politiche non gradite. Il lavoro sporco della repressione anticomunista su vasta scala è stato lasciato, durante la Guerra fredda, ai generali cileni, argentini, brasiliani e di altre nazioni.
Altro che Guerra fredda! Il bilancio dell’operazione Condor in America Latina è stato di oltre due milioni di morti. Ma l’invasione vera e propria è stata portata a termine solo due volte, a Panama nel 1989 e a Grenada nel 1982. Eccezioni che confermano la regola. Si trattava di paesi minuscoli, con popolazioni inferiori al milione di abitanti e forze armate simboliche. L’invasione di Panama coinvolse 26 mila soldati americani contro un paese di due milioni di abitanti e 75 mila chilometri quadrati. Grenada, con i suoi 109 mila abitanti e 340 kmq. era un po’ più grande dell’Isola d’Elba e Pantelleria messe assieme.
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Caccia alle streghe in Germania e Italia. Chi parla di pace è un “agente nemico”
di Federico Rucco
Cominciano a diventare frequenti gli episodi, gravi quanto inquietanti, che stanno conformando il clima bellicista che sta investendo l’Europa. Gli ultimi due episodi riguardano la Germania e l’Italia, due paesi il cui passato negli anni Trenta e in contesti pre-bellici mette ancora i brividi.
La dicotomia “amico-nemico” caratteristica dei periodi di guerra, ormai dilaga nel dibattito pubblico, nella vita politica e nel lavorìo degli apparati di intelligence.
In una Germania attraversata da un furore bellicista che non si vedeva da quasi un secolo, chiunque osi contrastare la macchina del riarmo (il Bundestag si accinge ad approvare spese militari per un valore di 52 miliardi di euro) viene subito etichettato come traditore della patria o, peggio, come “agente di Putin”.
Ma se Berlino piange Roma non ride, in quanto qualcosa di simile sta accade anche in Italia verso chi critica la linea intransigente sul conflitto in Ucraina.
In Germania, Finch, un popolarissimo rapper, è finito sotto tale accusa per aver pubblicato un brano antimilitarista dal titolo “No Desire for War”. Il 13 dicembre scorso Finch ha pubblica le prime scene della sua nuova canzone “Kein Bock auf Krieg” sui social media. Apriti cielo!
Il video di Finch lascia scorrere le immagini di bambini in uniforme militare che cantano in coro, diretti da una figura che, per postura e acconciatura, ricorda piuttosto esplicitamente il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Il brano è un chiaro atto di contestazione contro l’indottrinamento militarista.
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National Security Strategy e l’Europa
di Andrea Zhok
Nel documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale (National Security Strategy) appena pubblicato dall’amministrazione statunitense troviamo una dolorosa descrizione dell’attuale realtà europea.
Vi troviamo scritto:
“L'Europa continentale ha perso quota nel PIL mondiale, passando dal 25% del 1990 al 14% di oggi, in parte a causa di normative nazionali e transnazionali che minano la creatività e l'operosità.
Ma questo declino economico è eclissato dalla prospettiva reale e più concreta della cancellazione della civiltà. I problemi più ampi che l'Europa si trova ad affrontare includono le attività dell'Unione Europea e di altri organismi transnazionali che minano la libertà e la sovranità politica, le politiche migratorie che stanno trasformando il continente e creando conflitti, la censura della libertà di parola e la repressione dell'opposizione politica, il crollo dei tassi di natalità e la perdita di identità nazionali e di fiducia in se stessi.
Se le tendenze attuali dovessero continuare, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno. Pertanto, non è affatto scontato se alcuni paesi europei avranno economie e forze militari sufficientemente forti da rimanere alleati affidabili. Molte di queste nazioni stanno attualmente raddoppiando il loro impegno in quella direzione.
(…)
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America Latina, la nuova Heartland
Elcondor pasa... e repasa
di Fulvio Grimaldi
Noi e l’America Latina…
Due parole per chiarire il titolo. Heartland, cuore della Terra, o terra-cuore, era per il mitivo geopolitico USA Zbigniew Brzezinski, nella configurazione della sua Grande Scacchiera, la regione del mondo di cui un impero doveva essere in possesso. per potere esercitare un dominio globale. Si trattava delle immense aree interne dell’Eurasia. Da qui il confronto epocale con l’URSS, divenuto Guerra Fredda.
Ciò che ci ha fatto intendere Donald Trump, con le sue recenti dichiarazioni sui propositi strategici degli USA, è uno spostamento drastico dell’attenzione e delle intenzioni, dall’Eurasia vagheggiata dal politologo di Jimmy Carter, alla più vicina e concreta America Latina. Ce ne siamo accorti, noi italiani? Non crediamo di avere buoni motivi per interessarcene?
Penso che per una volta noi italiani, abituati a denigrarci, a non considerare e neppure a ricordare chi si è speso per il nostro paese e con eccellenti risultati (Guerre e lotte di liberazione tra ‘800 e Resistenza partigiana), possiamo dirci abbastanza soddisfatti. Parlo della Palestina, di come siamo stati pronti e determinati a conoscerla, sostenerla, difenderla in tutti i creativi modi con cui ci siamo mobilitati in massa, traendone anche consapevolezza politica più vasta e profonda dell’ambito colonialista specifico. Bene, bravi, 7+.
Ma l’America Latina? A suo tempo un discreto movimento per Cuba, poi per il Venezuela molto di meno, qualcosina per il Nicaragua… In America Latina vivono oltre 1,5 milioni di italiani registrati all'AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all'Estero), con le comunità più numerose in Argentina (circa 870.000) e Brasile (oltre 470.000), secondo dati aggiornati a circa il 2021/2022, ma il numero totale di persone di origine italiana è molto più elevato, contando decine di milioni di persone (oriundi). In Venezuela gli italiani registrati sono 150mila, ma quelli che si dicono italiani sono almeno 1 milione. Erano cinque, ma sono venuti via in tanti dopo il cambio di paradigma imposto al paese dalla rivoluzione bolivariana di Chavez e Maduro che ha posto fine a una casta di privilegiati di cui imprenditori italiani erano protagonisti.
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Accordo di pace in Ucraina? Al massimo, una tregua armata fino ai denti
di Il Pungolo Rosso
Prima la pubblicazione del documento “National Security Strategy” (NSS) da parte dell’amministrazione Trump, poi il gran chiasso su un accordo di pace per l’Ucraina vicinissimo, hanno scatenato una ressa di reazioni generalmente entusiastiche tra i kampisti, i sostenitori dell’asse Cina-Russia come asse del progresso, della pace, dell’equità nel mercato mondiale o perfino del socialismo. Si festeggia perché Trump sarebbe intenzionato a riconoscere la vittoria che la Russia ha ormai conseguito sul terreno e con essa l’inevitabile passaggio a quel mondo multipolare (ultracapitalistico) che è il grande, miserissimo, sogno dei kampisti di professione – da tenere ben distinti dai kampisti per sentimento, abbarbicati al ricordo di quando la Russia e la Cina con le loro molto diverse, entrambe formidabili, rivoluzioni, scossero il mondo borghese per decenni. Per fare un solo esempio abbiamo letto frasi di questo tipo: “La strategia statunitense, contrariamente ai governi europei, spinge per un rapido ritorno alla stabilità in Europa e nel ristabilire i rapporti tra Europa e Russia” (1). È, quasi alla lettera, ciò che il documento NSS indica (a pag. 27) come una delle priorità degli Stati Uniti.
Questa è l’opinione dominante tra i kampisti professionali. Noi la pensiamo in maniera molto diversa. E sul “che fare” traiamo conclusioni del tutto differenti dal fare il tifo per il “piano di pace” Trump per l’Ucraina, un piano che è sfacciatamente imperialista al pari di quello presentato dallo stesso gangster su Gaza e la Palestina, contro Gaza e il popolo palestinese.
Anzitutto: a dirigere la guerra alla Russia è stata finora la Nato di cui gli Stati Uniti sono il dominus. O no? E ha continuato a farlo, protagonisti i comandi Usa, anche sotto l’amministrazione Trump. Dopotutto il più duro colpo all’infrastruttura bellica russa è stato portato il 1° giugno di quest’anno quando sono state colpite 5 basi aeree strategiche russe lontane, o lontanissime, dall’Ucraina.
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Tre cose per cominciare a cambiare tutto
di Nello Stagno
Una nuova ricetta economica deve partire dalla centralità della domanda interna, dalla crescita dei salari reali e dalla trasformazione strutturale del tessuto produttivo
Il 17 ottobre Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti hanno lanciato su questa rivista un appello a riallacciare i fili di un discorso che leghi la teoria economica critica e la politica, al fine di proporre un programma per l’alternativa. Senza indugi, e consapevoli del rischio di semplificare questioni per loro natura enormemente complesse, proveremo a immaginare un programma minimo articolato attorno a tre pilastri: i) una politica di bilancio volta alla crescita, allo sviluppo e alla piena occupazione, coadiuvata da necessari controlli sui movimenti di merci e capitali imprescindibili per immaginare un sistema di tassazione equo, che redistribuisca le risorse e che liberi i salari dalla minaccia delle delocalizzazioni; ii) una politica industriale che rimetta al centro il ruolo dello Stato come produttore; iii) istituzioni del mercato del lavoro che coadiuvino la piena occupazione e la rendano anche «buona» e che favoriscano il conflitto distributivo a favore dei lavoratori con aumenti considerevoli dei salari reali.
Premesse e proposte per una politica fiscale espansiva
L’austerità – nel contesto istituzionale dell’Unione europea – è stata lo strumento principe attraverso il quale le classi dominanti hanno portato il loro attacco allo stato sociale, indebolito i servizi pubblici, aggravato le diseguaglianze e logorato le basi stesse della democrazia economica. La riduzione del ruolo dello Stato a mero garante dei mercati e regolatore della concorrenza ha prodotto una società fragile, impoverita e incapace di affrontare la transizione ecologica e tecnologica che pure invoca. In Italia, l’austerità è stata perpetuata senza interruzioni da tutti i governi – di centrodestra, centrosinistra e tecnici – che si sono susseguiti dagli anni Novanta a ora. Se infatti si guarda al saldo primario di bilancio (la differenza, cioè, tra spese ed entrate delle pubbliche amministrazioni, prima di contare la spesa per gli interessi sul debito pregresso) si noterà che l’Italia è stata tra i più virtuosi d’Europa, vivendo in una sorta di regime di «austerità permanente» tanto che, con l’eccezione degli anni del Covid e del 2009, dal 1992 in poi – e il Governo Meloni non fa eccezione – si sono conseguiti sempre sostanziosi avanzi primari.
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Capire la guerra
Gabriella Giudici intervista Silvano Cacciari
Silvano Cacciari, antropologo dell’Università di Firenze, ha appena pubblicato Guerra. Per una nuova antropologia politica.
Il testo esamina in sette capitoli (narrazioni, kill chain e tecnologie della guerra, social media, discorsi politici, fine dell’Università) tutto ciò che oggi produce la guerra, cambiando per sempre le nostre società, trasportandoci in un mondo in cui persino ciò che per secoli è stato il suo contrario, la politica, oggi non ne è l’antidoto ma la continuazione della guerra con altri mezzi.
Di seguito il testo di un’intervista nella quale risponde alle domande un gruppo di lettori del volume appena uscito.
Ė uscito Guerra. Per una nuova antropologia politica,
Per l’occasione, ecco una sintesi di domande fatte dai lettori del libro precedente, La finanza è guerra, e di estratti significativi di Guerra.
Ne è uscita un’intervista sugli scenari aperti dal nuovo testo e una di approfondimento dei concetti che rendono pensabile un mondo in cui la politica è diventata la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi.
Le questioni sul tavolo sono diverse (la crisi Usa-Ue in contemporanea al conflitto russo-ucraino, le dinamiche di riarmo, la rivoluzione industriale della AI, il riemergere di una teologia politica che cerca disperatamente fattori di ordine in un mondo che non riesce a comprendere) per cui due interviste, una dedicata agli scenari e una ai concetti, rendono più produttiva la lettura di Guerra.
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Il campo largo che non regge e il liberismo che vince
di Michele Agagliate
Ma dai! Ma siamo seri?
Davvero qualcuno, a Santiago del Cile come nelle redazioni europee che parlano dell’America Latina con il tono riservato alle periferie dell’Impero — da lontano, con sufficienza — pensava che un’armata brancaleone politica tenuta insieme con lo scotch potesse risultare credibile come proposta di governo? Davvero si immaginava che una coalizione dove convivono comunisti storici, socialdemocratici smunti, progressisti “liberal”, sinistra cristiana, verdi, riformisti senza riforme e moderati senza popolo potesse trasmettere l’idea di stabilità, direzione, solidità? O anche solo di chiarezza?
Perché il punto non è nemmeno la sconfitta di Jeannette Jara, che pure c’è stata ed è stata netta. Il punto è l’ennesima riproposizione di un copione che la sinistra globale — non solo cilena — continua a recitare come se non fosse già stato fischiato dal pubblico decine di volte. Tutti insieme, tutti buoni, tutti responsabili, tutti “unitari”. Tutti, soprattutto, incomprensibili.
In Cile l’hanno chiamata Unidad por Chile, ma il nome è quasi una beffa involontaria. Dentro c’era di tutto: il Partito Comunista del Cile con la sua storia, i socialisti post-tutto, il Frente Amplio in versione governativa e spompata, i liberali progressisti, i cristiano-sociali, gli ecologisti istituzionalizzati. Un campo così largo che, a forza di allargarsi, ha smarrito il campo. E con esso il senso.
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Stanno cercando di eliminare il movimento di solidarietà con la Palestina?
di Sergio Cararo
Edward Lorenz sosteneva che il battito delle ali di una farfalla in Brasile poteva scatenare un tornado nel Texas. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni è il tentativo, con molte meno suggestioni scientifiche e decisamente forzato, di strumentalizzare una strage di civili di religione ebraica avvenuta all’altro capo del mondo – in Australia per la precisione – per usarlo politicamente nel nostro paese.
L’obiettivo, apertamente o subdolamente dichiarato, è quello di mettere a tacere l’empatia e l’ampio movimento di solidarietà che si è manifestato a sostegno del popolo palestinese e il ripudio del genocidio commesso dagli apparati politici, militari e ideologici dello Stato di Israele a Gaza e in Cisgiordania.
Il tentativo sta andando avanti negli ultimi mesi, soprattutto dopo che grandi manifestazioni popolari nelle strade e alcuni scioperi generali nei luoghi di lavoro e di studio, hanno dato corpo all’indignazione generale cresciuta nella società.
Questo movimento ha suscitato grandi preoccupazioni in Israele, negli apparati sionisti attivi nel nostro e altri paesi europei, e anche nel governo di destra italiano che in ripetute occasioni ha dimostrato la propria complicità con Israele.
Possiamo individuare almeno cinque passaggi di questo tentativo di zittire il movimento di solidarietà con la causa palestinese:
1) Gli effetti del Piano Trump per Gaza;
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Per la critica dell’individuo-massa
Appunti per una nuova avanguardia di ricerca
di Gigi Roggero
Dopo la pubblicazione dell'intervento «L’importante non è partecipare», in questo articolo Gigi Roggero riprende i fili e approfondisce i temi toccati, dalla critica della democrazia alla produzione di soggettività, dalla necessità di rimettere in discussione categorie che girano a vuoto all’urgenza di un pensiero inattuale. Viene ora proposta una tesi radicale: «la modernità capitalistica, nata dall’esaltazione dell’individuo come soggetto centrale, ha alienato proprio l’individuo, lo ha sciolto nella massa». A partire da qui, sostiene l’autore, bisogna costruire un’avanguardia di ricerca.
* * * *
In un libretto di qualche anno fa, Per la critica della libertà (DeriveApprodi, 2023), avevamo provato a disarticolare il presupposto del culto liberale, il totem della modernità nel suo complesso: la libertà, appunto. Ora, si tratta al contempo di approfondire e di tentare un passo oltre. Per farlo, dobbiamo prendere di petto la questione dell’individuo. Fin dai suoi albori, sappiamo che la modernità capitalistica nasce attorno a questo soggetto, declinato nella forma specifica del cittadino. Da Locke in avanti, l’individuo-cittadino è l’individuo proprietario. Senza individuo non si potrebbero dare né Stato né mercato, né competizione né sfruttamento, né libera impresa né libera vendita della forza lavoro.
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L'oracolo di Bruxelles si è espresso
di Fabrizio Poggi
Grazie all'intercessione de La Stampa, è possibile raccogliere la nuova divinazione dell'oracolo di Bruxelles, il lituano dirottato alla UE, Andrius Kubilius. A differenza dei vaticini della Pizia di Delfi, che variavano a seconda di chi domandava il responso, il cosiddetto commissario europeo alla guerra differenzia di poco, l'uno dall'altro, i propri presagi. E c'è da dubitare che anche chi gli si è rivolto a nome del foglio torinese si attendesse qualcosa di diverso dal numero di anni che devono ancora trascorrere prima che, statene certi, la Russia attacchi un paese europeo, «o forse più di uno». Ragion per cui, profetizza, «bisogna integrare le forze armate ucraine nella sicurezza dell’Europa», dato che sussiste «la minaccia di una possibile aggressione russa: i nostri servizi di intelligence lo affermano pubblicamente e con chiarezza: nei prossimi tre o quattro anni la Russia potrebbe essere pronta a “testarci” in un conflitto reale». Per non parlare della sfida che viene dagli USA, «che ci stanno chiedendo di assumerci maggiori responsabilità per la difesa europea». Da non raccapezzarcisi. Per fortuna che, là a Bruxelles e qualcuno anche a Roma, sembra avere le idee chiare su chi si appresti ad attaccare chi e quando lo farà.
Amareggiata per la mancanza di un esercito europeo, la signora Flavia Amabile chiede all'oracolo come potrebbe essere risolta la questione del possibile schieramento di truppe UE sul territorio ucraino, come richiesto da Kiev per un accordo con Moskva. Il novello Merlino non esita a dire che il dato sicuro è che l'intelligence europeista pronostica che la Russia potrebbe «lanciare un’aggressione contro Stati membri dell’UE o della NATO».
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Gaza: come si pianifica un genocidio
di Davide Malacaria
“La più efficace manipolazione che Israele ha messo in atto negli ultimi due anni è stata quello di imporre dei parametri del tutto infondati al ‘dibattito’ che si è svolto in Occidente riguardo la credibilità del bilancio delle vittime di Gaza, che ora ufficialmente ammonta a poco più di 70.000”. Così Jonathan Cook su Consortium news.
“Non è solo che siamo rimasti impantanati in controversie senza fine sull’affidabilità delle autorità sanitarie di Gaza o su quanti di quei morti siano combattenti di Hamas (nonostante le campagne di disinformazione israeliane, l’esercito israeliano stesso ritiene che oltre l’80% dei morti siano civili); o che questi ‘dibattiti’ ignorino sempre il fatto che, fin dall’inizio, Israele ha distrutto la capacità di Gaza di contare i propri morti, distruggendo gli uffici governativi e gli ospedali dell’enclave, da cui discende che la cifra di 70.000 morti è probabilmente una drastica sottostima”.
“No, il trucco più grande è che Israele è riuscito a trascinarci tutti in un ‘dibattito’ completamente scollegato dalla realtà, che riguarda solo quelli che sono stati uccisi direttamente dalle sue bombe e dai colpi d’arma da fuoco. La verità è che un numero molto, molto più grande di persone di Gaza è stato ucciso volutamente da Israele non attraverso mezzi diretti, ma attraverso quelli che gli statistici chiamano mezzi ‘indiretti'”.
“Tutte queste persone sono state uccise da Israele, che ha distrutto le loro case e le ha lasciate senza riparo. Da Israele, che ha distrutto le loro risorse idriche, le infrastrutture elettriche e i sistemi igienico-sanitari.
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Crescita economica e movimenti pro-Pal: che c’azzecca?
di Riccardo Leoncini
1. Il concetto di crescita economica è fondato su un modello lineare, anche se utilizza strumenti matematici non lineari. Ed è indubbio che l’utilizzo di modelli lineari permette l’avverarsi della logica cartesiana che ci invita a ridurre un problema complicato a una serie di problemi semplici, a risolverli e poi a rimettere insieme le soluzioni ottenute, come in un puzzle.
Fra le implicazioni di questo modello lineare ce n’è una assai importante, sia dal punto di vista matematico, ma soprattutto dal punto di vista logico. E cioè che la crescita è (non solo potenzialmente) infinita. Un modello di crescita lineare non incontra limiti, neanche negli input necessari a farlo funzionare, poiché anche questi a loro volta saranno soggetti a un modello di crescita infinita, che quindi garantirà il sostentamento del modello ad libitum. La sola variazione dei prezzi relativi regolerà la scarsità relativa che di volta in volta alcuni di questi elementi incontreranno.
Questo modello è il sostrato dell’ideologia dominante, dell’ortodossia che, in economia ma anche in politica per la verità, si sostanzia nell’ideologia TINA (There Is No Alternative): il modello dominante è così penetrato nella nostra logica, potrei persino dire nei nostri più reconditi processi neanche soltanto mentali, ma addirittura istintivi, che, come è stato detto, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo.
Il problema con un modello così fatto è che a rifletterci bene, la crescita infinita in condizioni di equilibrio implica, di fatto, che non esiste il futuro. In un modello di questo genere non solo non esiste futuro, ma non esiste il presente del libero arbitrio, delle decisioni fuori contesto, delle invenzioni quindi, in ultima istanza, delle innovazioni. La stessa idea che il modello di crescita non preveda l’idea di imprenditorialità, mina alla base proprio quell’idea di libertà di cui si ammanta l’idea di crescita economica a partire dai contributi di von Hayek. Un modello di crescita lineare non prevede il cambiamento strutturale di tipo qualitativo, prevede il ripetersi continuo di un presente che non diventa mai né passato né futuro.
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Dentro il modello tedesco della censura europea: è peggio di quanto pensi
di OttolinaTV
I tedeschi proprio non ce la fanno: il richiamo della foresta è troppo forte; li lasci soli un attimo e il secondo dopo… Anche nel ventunesimo secolo, la Germania conserva quella sensibilità tutta teutonica per l’ordine, la sorveglianza e la cura fin troppo affettuosa dei cittadini; ed eccoci, così, alle porte del 2026 a fare i conti in tutta Europa con un nuovo ecosistema informativo che non sarebbe dispiaciuto ai registi della propaganda del Reich: a novembre, infatti, la Commissione Europea ha presentato uno dei progetti più ambiziosi e, allo stesso tempo, più inquietanti degli ultimi anni. Si chiama European Democracy Shield, lo scudo europeo a difesa della democraziahhh (con almeno 3 acca), una specie di ombrello istituzionale per salvare il continente dall’incontenibile assalto di fake news, troll russi, hacker iraniani
e per conservare illibata l’innocenza dei Veri Cittadini Europei – che, evidentemente, non sono considerati in grado di distinguere una notizia vera da una baggianata letta su Facebook mentre aspettano il bus.
Ursula von der Leyen ha presentato il tutto in modo molto solenne: “La democrazia”, ha affermato, “è la pietra angolare dell’Unione europea e dobbiamo difenderla ogni giorno”; con questa retorica si giustifica la costruzione di un centro operativo europeo in grado di coordinare governi, piattaforme digitali, Polizia Postale, ONG, think tank, influencer europeisti e ogni altra entità che possa essere utile a catalogare, segnalare, filtrare, correggere e neutralizzare qualunque contenuto definito rischioso.
Non falso; non illegale; non violento: rischioso. Una categoria a dir poco malleabile, ideale per infilarci dentro tutto ciò che non gli piace; lo scudo prevede inoltre la creazione di una rete europea di fact-checker certificati, cioè accreditati da chi li finanzia, che dovranno vigilare rigidamente sulla qualità dell’informazione – quando si dice chiedere all’oste se il vino è buono.
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Le maschere del soft power
di Philip Golub*
Quando gli Stati Uniti pretendevano di sedurre piuttosto che dominare
«Il presidente Trump non capisce il “soft power”, è quanto di recente affermava con rammarico Joseph Nye, l’inventore della nozione “potenza morbida”. Questo tipo di potere d’influenza, soprattutto culturale, del quale si servirebbero gli Stati Uniti per soggiogare il mondo, ha esso stesso sedotto numerosi intellettuali. Il suo successo è dovuto in particolare al fatto di ricoprire con un gentile guanto di velluto il pungo d’acciaio della coercizione.
Dal momento in cui è stata enunciata nel 1990 dal politologo e specialista del potere americano Joseph Nye, la nozione di soft power - «potenza morbida» - si è imposta per descrivere la diplomazia di influenza associata alla mondializzazione liberale americano-centrica che arriva alla sua fine sotto i nostri occhi. Ripresa sia in Cina che in Europa, è stata a lungo utilizzata nei discorsi dei politici, degli esperti e nei commenti dei media. Al tempo del grande riarmo, dello sfilacciamento del diritto internazionale e della crescita degli impulsi di un etno-nazionalismo aggressivo, il soft power non riesce più ad avere presa sulle realtà mondiali – ammesso che ne abbia mai avuta.
Quando attacca l’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), Donald Trump prende di mira una istituzione concepita per lottare contro il comunismo, e più recentemente, contro dei cosiddetti regimi «illiberali», diffondendo un’immagine favorevole del «mondo libero». Alla volontà di conquistare i cuori e le coscienze si sostituiscono ormai i rapporti di forza con le grandi potenze (Cina, Russia) e di dominazione brutale con i «deboli» (Panama, Colombia, Palestina, ecc.)
«I forti fanno ciò possono e i deboli sopportano ciò che devono»: la formula degli Ateniesi resa celebre da Tucidide si s’addice alla diplomazia trumpiana.
[Più precisamente, Tucidide diceva: I forti fanno ciò che devono fare e i deboli accettano ciò che devono accettare. N.d.T.]
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“La pace è vicina”, ma forse no…
di Dante Barontini
A Berlino va in scena “l’accordo” che potrebbe portare alla pace in Ucraina. Che sarebbe cosa ottima, se non fosse per il piccolo limite che per ora quel che è stato lì concordato riguarda soltanto il composito schieramento occidentale. La pace vera, insomma, va fatta con la Russia… Tutto quello di cui stiamo parlando è solo predisposizione di una proposta dal lato euro-atlantico.
Come è regola di ogni trattativa strategicamente rilevante i contenuti sono per il momento “coperti”, ma le immancabili indiscrezioni pilotate definiscono comunque con qualche certezza “la direzione” in cui tutti i protagonisti del vertice di ieri sera – Steve Witkoff e Jared Kuchner come inviati di Trump, i leader dei principali paesi europei (Germania, Danimarca, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Olanda, Polonia, Svezia e Norvegia, più la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e quello del Consiglio europeo Antònio Costa, nonché l”extra-comunitario” britannico Keir Starmer).
Perché il percorso venga ritenuto praticabile serviva naturalmente il consenso ucraino, e Volodymyr Zelenskyy ha dato una valutazione ottimistica della nuova offerta da parte di funzionari americani riguardante le “garanzie di sicurezza”, descritte come una sorta di art.5 della Nato pur senza che Kiev entri nell’Alleanza (punto che per Mosca è sempre stato dirimente).
Andrebbe ricordato che l’attuale art. 5 garantisce, ai paesi membri attaccati dall’esterno, una forma di attivazione da parte dei partner, ma nella misura che ognuno di essi ritiene possibile.
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La Dottrina Monroe nell'era della pirateria
di Geraldina Colotti
Che le manovre di aggressione degli Stati Uniti nei Caraibi non avessero come obiettivo il narcotraffico, lo dicono i rapporti delle istituzioni deputate ad analizzare questo fenomeno di portata globale: Informative dell'ONU, della DEA, dell'Unione Europea e dell'Organizzazione Mondiale delle Dogane, durante diversi anni, rivelano che il Venezuela è un paese "irrilevante" nella produzione e nel traffico di droga. Tanto è vero che il governo bolivariano ha sequestrato il 70% di ciò che hanno tentato di far passare per il territorio venezuelano, che non supera il 6 per cento del traffico totale tra Ecuador, Colombia e Stati Uniti.
Che gli interventi dell'imperialismo statunitense ai quattro angoli del mondo non fossero precisamente per motivi "umanitari" o democratici, lo testimonia la lunga scia di sangue che hanno lasciato gli Usa nel Sud Globale. Un recente articolo del New York Times ricorda l'impressionante elenco di queste aggressioni nel corso della storia passata e recente: che arrivano fino al presente, quando riprende corpo l'idea di imporre al continente latinoamericano una nuova Dottrina Monroe, e agli "alleati" una nuova subalternità economico-finanziaria e militare.
Che in gioco vi fossero interessi giganteschi, lo dice la sproporzione dei mezzi militari e gli altissimi costi che implicano queste operazioni. Che questi interessi mirino ad appropriarsi delle formidabili risorse del Venezuela lo dimostrano le dichiarazioni dirette pronunciate da Donald Trump e Marco Rubio, e il documento sulla sicurezza degli Stati Uniti.
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