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Il crollo dell’ipocrisia internazionale
di Alessandro Scassellati
Il problema con la concettualizzazione del Primo Ministro canadese Mark Carney sulla fine dell’’ordine internazionale basato sulle regole” è comune nelle capitali dei Paesi occidentali. La storia inizia quando vogliono le élite al potere, in questo caso, il secondo mandato di Donald Trump. Sono arrabbiate, disgustate e in preda all’ansia perché alcuni aspetti di ciò che è stato inflitto al Terzo Mondo, in azioni alle quali i loro Paesi hanno preso parte, ora vengono ribaltati e usati contro di loro. Estorsione, gangsterismo, coercizione economica e minacce alla sovranità territoriale vengono ora perpetrate contro gli Stati deboli e vulnerabili dell’alleanza occidentale. Gli stessi Stati che sono rimasti in silenzio o hanno partecipato quando a essere vittime erano Paesi distanti e “autoritari” che non condividevano i loro valori.
* * * *
Il 20 gennaio 2025, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha tenuto un discorso al meeting annuale del World Economic Forum (WEF) a Davos. Immediatamente, un coro di elogi si è levato dai ”capitalisti progressisti” e dai media liberal-progressisti di tutto il mondo, sia del Nord che del Sud del mondo. Carney ha preso indirettamente di mira il Presidente Trump affermando che il mondo è “nel mezzo di una rottura, non di una transizione”, indicando che “gli egemoni non possono monetizzare continuamente le loro relazioni” e cercando di indicare una nuova direzione in cui “gli alleati si diversificheranno per proteggersi dall’incertezza… [perché] le medie potenze devono agire insieme, perché se non siamo al tavolo, siamo nel menu”. Carney ha esortato le “medie potenze” a smettere di conformarsi a regimi che cercano l’egemonia, a smettere di sperare in un ritorno al passato e a costruire invece nuove coalizioni per sopravvivere a ciò che verrà. A parte l’utopia del Primo Ministro Carney di un’uscita del Canada dal dominio e dalla sfera d’influenza statunitense, sono state presentate un paio di verità molto importanti.
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Quando abbiamo smesso di provare a cambiare lo "stato delle cose"?
di Pierluigi Fagan
Leggevo un articolo di un professore americano su The Conversation, riguardo il lento scivolar via delle iscrizioni universitarie nelle discipline umanistiche e il successivo maggioritario pentimento di coloro che l’avevano fatto. L’analisi è prettamente centrata sul Nord America, ma in forme meno segnate è valida anche in Europa.
Sembra che “i laureati in discipline umanistiche: imparano a passare più tempo in riunioni a litigare tra loro che a cambiare il mondo”. Ogni affiliato a uno specifico complesso teorico ostracizza l’altro anche quando questo potrebbe esser utile in chiave di alleanze democratiche.
Sfugge il fine di creare quelle “masse critiche” (approssimativamente tra il 40 e il 60% di una società ma, a seconda dei fini e dei contesti la percentuale può anche essere inferiore) che nelle società complesse sono l’unico soggetto (per quanto plurale) che può operare cambiamenti significativi. Così, mancando del tutto l’orizzonte pratico, il tutto diventa una caotica e rissosa sbornia di pensiero teorico. Ma c’è di peggio.
Il fatto è che lo stesso pensiero teorico non conformista, è praticamente dominato dalla “Teoria critica” che più che una teoria (di iniziali origini francofortesi) è una costellazione teorica collocata nell’ammasso degli atteggiamenti critico-negativi. L’ingenuità di fondo di questo atteggiamento è che: “Sebbene l'obiettivo della teoria critica sia trasformare il nostro mondo, troppo spesso si presume che se scopriamo i modi nascosti in cui opera il potere, saremo trasformati da tale intuizione” e da ciò saremo in grado di trasformare lo stato di cose.
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I sicari dell'economia
di Giuseppe Cantarelli
Quanto accaduto in Venezuela a partire dal 3 gennaio scorso, con la cattura e il rapimento del presidente Maduro da parte degli USA, e più in generale la lunga storia delle tensioni fra americani e venezuelani, mi ha riportato alla mente un libro importante, Confessioni di un sicario dell’economia, uscito nel 2004 e poi aggiornato nel 2016 con una seconda edizione, anche se in italiano è stata tradotta solo la prima. L’autore è John Perkins, che ha lavorato per importanti aziende americane e il cui compito era, come dice lui stesso presentandosi, quello di “dirottare il denaro dalla Banca Mondiale, dall’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e da altre organizzazioni di aiuto estero, verso le casse di enormi multinazionali e nelle tasche di poche famiglie facoltose” (oggi diremmo dei grandi fondi di investimento e dell’elite finanziaria) . Perkins si definisce un “sicario dell’economia” (EHM – Economic Hit Man), uno di quelli che dovevano convincere i governanti di paesi in via di sviluppo a sostenere gli interessi corporativi e geopolitici degli Stati Uniti.
Il “Modus Operandi” di un sicario dell’economia, spiega Perkins, prevede 5 fasi:
1 – Previsioni gonfiate di crescita: redazione di rapporti che prevedono una crescita strabiliante del PIL di un paese se verranno realizzate grandi infrastrutture.
2 – Indebitamento massiccio: il paese contrae prestiti enormi con istituzioni come la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale.
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Il vento di Torino
di Kamo
«Ma c’è una grossa fila di persone,
camminano di fretta e cambian posizione,
fateli passare, piantatela di insistere…»
0. Il vento a Torino, il giorno di San Geminiano, pizzicava. Per i gas urticanti sparati sulla gente, per conto del governo, da eccitati e brutali soldati a guardia dell’esistente, in divisa blu e assetto da guerra per il fronte interno. Saturando di veleno strade e polmoni. Ma anche per la potenza elettrica nell’atmosfera, lasciata dalla grande mareggiata di settembre e ottobre, che ancora sfrigolava «nella gioia e nella rabbia». C’era voglia di esserci, bisognava esserci. Il giorno di San Geminiano, a Torino, il vento ha fischiato.
1. Crediamo che le mobilitazioni per la Palestina e il movimento del «Blocchiamo tutto» siano stati l’irruzione più forte e chiara di questo cambio di pressione nell’atmosfera. Anche in contesti “provinciali” e tendenzialmente pacificati come Modena. Giorni che sono valsi anni nella soggettività. Hanno lasciato irrisolto un salto di composizione della conflittualità sociale di cui il corteo di Torino va guardato come un passaggio. Un punto del processo di chiarificazione e maturazione nel percorso di una nuova generazione politica, figlia della crisi – di sistema, certo, ma in particolare modo di un intero ciclo di movimento di lotte – che, passo dopo passo, sta lottando per prendere coscienza di sè, dei propri compiti e strumenti nelle condizioni lasciate dai precedenti cicli, della propria possibile forza, del volto del proprio nemico.
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Il Board of peace e l’ideologia della Nuova Destra
di Alessandra Ciattini
Molti analisti hanno commentato in maniera assai negativa la nascita del Board of peace che sarà dominato da Donald Trump, nelle vesti di un nuovo monarca, postosi al di sopra di tutto. Si tratta certamente di un atto di forza della potenza imperialistica in declino e di un personaggio desideroso di protagonismo, ma anche di un progetto ispirato all’ideologia dei neo-reazionari.
Parlando del nuovo, per me strabiliante Board of peace, lanciato recentemente quasi come una merce dal nuovo Caligola (così lo chiama Scott Ritter), si può dire che si registrano opinioni controverse. Secondo il diplomatico Petru Dumitriu: “L’istituzione del Consiglio per la Pace non è di per sé contraria al diritto internazionale. La legalità del Consiglio per la pace dipende strettamente dalla sua conformità alla risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di sicurezza”. Secondo invece il Centro per i diritti umani dell’Università di Padova: “Il “Board of Peace” di Trump è un nuovo atto eversivo diretto a sostituire il diritto internazionale dei diritti umani con la legge del più forte. Un nuovo strumento per distruggere tutte le regole e dettare le proprie. Entrare nel “Board of Peace” di Trump costituirebbe una violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana, che prevede di agire “in condizioni di parità con gli altri Stati” e sarebbe un atto di pura follia politica”.
Vediamo di esaminare con calma i suoi diversi aspetti, tentando anche di delineare le conseguenze che potrebbero scaturire da questa novità, che Russia e Cina non hanno voluto bloccare nel Consiglio di sicurezza delle NU, forse non prevedendo che si sarebbe arrivati a tanto.
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I diversivi
di Dante Barontini
Non se ne sentiva nostalgia, ma la politichetta italica si è rimessa in moto secondo antiche movenze, come se negli ultimi anni nulla fosse accaduto intorno a lei. Guerre, genocidi, rapimenti di capi di stato, crisi economiche e di alleanze ottuagenarie, venir meno di rotte commerciali e coperture nucleari, crollo della partecipazione al rito elettorale e quindi della reale legittimità degli eletti… tutto ignorato, facimme ammuina.
La legislatura volge ormai al termine, anche se mancano circa venti mesi, e dunque era ora di far partire i posizionamenti, possibilmente cambiando gli schemi e spruzzare un po’ di peperoncino su una scadenza altrimenti scontata.
Il paese va a destra, grazie a un sistema mediatico che ha fatto della cronaca nera il suo pressoché unico campo di applicazione e quindi semina “terrore” anche e soprattutto quando non vola neanche una mosca.
Il governo Meloni procede a colpi di “pacchetti sicurezza”, uno a ogni episodio che diventa “virale”. La sedicente “opposizione” critica la maggioranza da destra, condividendo la stessa narrazione farlocca sulla “sicurezza” ma invitandola ad assumere più poliziotti nel paese che ne ha più di tutti, in proporzione alla popolazione.
Messa così, che il centrodestra a trazione meloniana fosse destinato al bis era quasi scontato. Come fare, dunque, per vivacizzare “il dibattito” dei prossimi due anni?
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L’etica puritana e lo spirito della rivoluzione
di Gigi Roggero
La tesi che Michael Walzer dispiega nel suo formidabile libro La rivoluzione dei santi (Luiss University Press, 2025) è chiara: il calvinismo è un’ideologia della transizione. Il santo, ovvero il dirigente rivoluzionario puritano, è per l’autore al contempo causa e prodotto del suo tempo di crisi. È, in altri termini, un prodotto del disordine, o meglio di uomini che si organizzano nella crisi per distruggere il vecchio ordine. A sessant’anni dalla sua pubblicazione, il volume è finalmente disponibile in italiano. E con la tesi di Walzer, con la sua inattuale attualità politica, dialoga Gigi Roggero.
Quando il ferro è caldo, allora colpisci.
Non sarebbe stato molto meglio se quei ministri sediziosi, che non arrivavano forse al numero di mille, fossero stati uccisi prima di aver predicato? Sarebbe stata, lo confesso, una grande strage, ma l’uccisione di centomila persone [nelle guerre civili] è stata una strage ancora maggiore.
Riflettendo nel 1668 sul periodo rivoluzionario appena trascorso, che ha inverato il suo profetico incubo della guerra civile, Thomas Hobbes afferma un’indubbia verità. Senza l’azione militante dei «ministri» puritani, non ci sarebbe stata rivoluzione. Tutt’al più, malcontento e rivolte. Lenin non diceva una cosa molto diversa: senza teoria rivoluzionaria, non c’è rivoluzione. E prima ancora, senza militanti rivoluzionari non c’è teoria rivoluzionaria.
Proprio al ruolo dell’élite puritana tra Cinquecento e Seicento, tra Calvino, gli ugonotti e la rivoluzione inglese, è dedicato il formidabile volume di Michael Walzer The Revolution of the Saints: A Study in the Origins of Radical Politics, pubblicato per la prima volta nel 1965 e, a sessant’anni di distanza, meritoriamente reso disponibile in italiano da Luiss University Press.
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La pianificazione e l’osteria dell’avvenire
di Francesco Schettino
Uno studio programmatico per un modello economico alternativo non può prescindere dall'uso flessibile della pianificazione
Dedicare adeguato spazio in questa rivista alla critica dell’economia e alla definizione di un paradigma alternativo è un’idea che assume ancor più rilievo alla luce degli ultimi accadimenti internazionali che sembrano precipitare velocemente verso un esito pericoloso e tutt’altro che auspicabile.
Lotta teorica e critica dell’economia politica
L’analisi economica è senza dubbio cruciale in un periodo in cui si sente parlare sin troppo spesso di geopolitica senza tener conto adeguatamente della fase del capitalismo in cui viviamo. Troppe volte, infatti, si ascoltano ragionamenti che sembrerebbero basati su un ipotetico risiko privo di storicità e dunque del fondamentale riferimento alla struttura economica contemporanea che si trova sempre in rapporto dialettico con il piano sovrastrutturale. Per non incorrere in aporie di questo tipo è necessario innanzitutto dotarsi di strumenti adeguati indipendenti – il socialismo scientifico – e non generati all’interno di un’accademia mondiale che, in maniera sempre più veemente, ha messo fuori dalla porta delle università l’unica teoria che negli anni, alla prova dei fatti, è stata in grado di fornire le leggi generali di sviluppo del capitalismo e dunque una formidabile critica dell’economia politica.
È dunque indispensabile riprendere in mano gli strumenti della critica al modo di produzione capitalistico per cercare di recuperare il terreno che è stato smarrito in decenni di sbandamenti e scivoloni concettuali che hanno garantito un arretramento formidabile – ma, si spera, non irrecuperabile – sul piano della lotta teorica: le opere di Marx, Engels e Lenin sono gli strumenti più affilati e poderosi per garantire una seria e rigorosa critica al mainstream economico e tutti i suoi derivati. Essi sono in grado di fornire una chiave di interpretazione di sviluppo della fase contemporanea del modo di produzione, nonché eventuali e possibili scenari che potrebbero scaturire da un declino del capitalismo che sembra sempre più inesorabile.
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L’industria del divertimento
di Salvatore Bravo
Le tragedie dell’industria del divertimento si ripetono in modo sempre eguale e ad ogni evento luttuoso segue “un senso di stupore” dinanzi a tragedie che potevano essere evitate. Trasmissioni, articoli e discussioni si succedono, in modo simile, secondo un copione sempre eguale. Il dramma è l’incapacità acquisita dopo decenni di “divertimentificio” divenuto un diritto indiscutibile di comprendere le cause profonde delle sciagure che si susseguono. Non vi è volontà alcuna di cambiare la prospettiva della narrazione degli eventi che, di conseguenza, si arena sui dettagli pruriginosi e sul conteggio delle responsabilità immediate. Non si riporta l’evento al sistema. Il divertimentificio non è solo industria del divertimento senza limiti, in cui giovani e vecchi sono travolti e usati per estrarre plusvalore, ma è molto di più. Se il fine del divertimentificio è il guadagno, il che lo rende coerente con il sistema capitalistico, è inevitabile che competizione e illimitati appetiti non possono che logorare il rispetto delle leggi e della sicurezza dei luoghi in cui si consumano gli eventi. Lo stato di competizione, lo constatiamo nelle morti sul lavoro, porta gli imprenditori piccoli e grandi a dover lottare per la sopravvivenza e a tal fine il sovraffollamento dei locali e delle discoteche è probabilmente la norma e le leggi sulla sicurezza sono aggirate. Questo è il primo dato celato e mai discusso. Su tutto ciò si è innestata la pedagogia del divertimento a completamento e giustificazione sovrastrutturale del modello economico liberista.
I genitori spesso esigono che il divertimento si infiltri ovunque e, dunque, la capacità di individuare pericoli che esige concentrazione e abitudine alla prudenza purtroppo ne è fortemente lesa. Lo verifichiamo nelle scuole e nelle strade, un senso di innocente onnipotenza porta a comportamenti rischiosi. I ragazzi sono sollecitati a divertirsi con la benedizione di un intero sistema che ha rinunciato alla progettualità e l’ha sostituita con l’emozione del momento. Il piacere senza limiti e un’esistenza deregolamentata e priva di solide fondamenta onto-assiologiche non possono che aumentare enormemente i rischi per i più giovani.
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Il sistema della sorveglianza ha come logico esito la guerra civile
di comidad
Se le immagini circolate la scorsa settimana del poliziotto picchiato da manifestanti fossero provenute da Teheran invece che da Torino, se ne sarebbe data una interpretazione opposta. Infatti lo stesso governo e lo stesso capo dello Stato che qualche settimana fa plaudivano agli insorti iraniani che ammazzavano trecento poliziotti, oggi si indignano per il poliziotto italiano che riceve qualche pugno e qualche calcio da parte di manifestanti nostrani. Nell’epoca dell’intelligenza artificiale è certamente facilissimo manipolare le immagini di un video in modo da creare una inestricabile commistione tra vero e falso che sia funzionale al vittimismo poliziesco. Purtroppo le manipolazioni più insidiose non sono quelle della moderna tecnologia, bensì quelle intrinseche agli schemi di potere, per cui non è tanto importante ciò che si vede, bensì il modo in cui viene narrato.
La Meloni è andata a far visita al poliziotto in fin di vita e, rinnovando il miracolo di Lazzaro, lo ha fatto risorgere più in forma di prima. Eppure non sono passati neanche cinque anni dai tempi in cui la Meloni, dai banchi dell’opposizione, accusava il governo Draghi di “strategia della tensione” allo scopo di criminalizzare le manifestazioni contro il green pass. Toccava al ministro degli Interni dell’epoca, Lamorgese, respingere le accuse rivolte agli agenti della DIGOS di aver agevolato, e persino diretto, i manifestanti di Forza Nuova nell’assalto alla sede della CGIL. D’altra parte le due ultime lettere dell’acronimo DIGOS indicano appunto le “operazioni speciali”, per cui non ci sarebbe neppure tanto da stupirsi se tra quei compiti istituzionali “speciali” fossero comprese la provocazione e la mistificazione.
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Le nazioni europee non possono essere sovrane all’interno della NATO
di Thomas Fazi
Le nazioni europee invocano il linguaggio della sovranità e della resistenza a Trump mantenendo o rimanendo o addirittura intensificando le strutture della dipendenza – in primo luogo la NATO stessa
L’annuale riunione del World Economic Forum a Davos non è conosciuta come un focolaio di resistenza anti-imperialista, per non parlare della retorica anti-USA. Eppure questo è stato inconfondibilmente il tono di molti discorsi pronunciati quest’anno.
L’intervento più sorprendente e ampiamente discusso è arrivato dal primo ministro del Canada, Mark Carney [che ho analizzato in dettaglio qui]. Carney ha dichiarato apertamente morto il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole” – e ha anche messo in dubbio se fosse mai veramente esistito. Ha ammesso che questo ordine era sempre, almeno in parte, una finzione: una in cui le regole venivano applicate selettivamente dall’egemone per far avanzare i suoi interessi, mentre i poteri subordinati andavano d’accordo con la farsa perché ne beneficiavano.
Ma questo accordo, ha sostenuto Carney, è crollato ora che gli Stati Uniti hanno rivolto i loro strumenti coercitivi contro gli stessi alleati occidentali. “Questa non è sovranità. È la performance della sovranità mentre accetta la subordinazione”, ha detto, alludendo chiaramente alle minacce di Trump contro la Groenlandia – e il Canada stesso.
La conclusione di Carney è che le potenze occidentali di medio rango devono rompere i ranghi con l’egemone e in effetti coordinarsi per resistervi.
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La nottola di Draghi, nel tramonto UE
di Francesco Piccioni
Nel silenzio nebbioso che ormai caratterizza “l’Europa” – ossia quella cosa storta chiamata Unione Europea – la voce di Mario Draghi viene presa dai settori meno decerebrati dell’establishment e fatta squillare al di sopra della platea mormorante.
Ma i tempi sono cambiati. E anziché esibirsi nelle sedi istituzionali più importanti del Vecchio Continente stavolta SuperMario ha dovuto accontentarsi di un sede solo culturale, per quanto prestigio come l’università di Lovanio, una delle più antiche.
Il downgrade di location, inevitabilmente, significa qualcosa, e vedremo se e quanto del suo “indicare la strada” sarà ripreso da chi attualmente è al volante della UE. Fossimo in lui nutriremmo poche speranze nelle von der Leyen o addirittura nelle Kallas. E non meglio va con i leader nazionali, tutti “zoppi”, come si vede con Macron, Merz, Sanchez o l’ondivagante Meloni, più trumpiana che europea.
Il tema, una volta tanto, è però di alto livello strategico. Quasi troppo alto per essere affrontato dai nanerottoli attualmente in sella: quale destino strategico per “l’Europa”. Perché una cosa è diventata chiara con il rapido distacco degli Stati Uniti: “l’Europa rischia di diventare allo stesso tempo subordinata, divisa e deindustrializzata. E un’Europa che non può difendere i propri interessi non preserverà a lungo i propri valori”.
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Lo strappo culturale (toppe e rammendi)
di Davide Miccione
Chi critica la società in cui vive, chi insiste nel non vedere in essa l’armata dei buoni o il giardino del mondo bensì una civiltà in declino morale e intellettuale si trova solitamente, dopo un po’, a venire accusato di essere distruttivo o bastiancontrario, di non prospettare soluzioni alternative e così via. Si potrebbe rispondere a tutto ciò con una feroce critica al “soluzionismo” implicito di chi ti rimprovera (generando però l’ovvio paradosso di rispondere a chi ti accusa di criticare soltanto, criticando anche la critica) oppure segnalando la nobiltà di criticare la società in un mondo estremamente conformista e che su questo conformismo edifica carriere. Chi scrive però, ogni tanto, sente il bisogno di giustapporre alle proprie lunghe e, si spera, fondate critiche qualche proposta in positivo. Nel mio volume Lumpen Italia (Ipoc 2015, poi LetteredaQalat 2022) vi era un’appendice con alcune proposte per rallentare l’ascesa del sottoproletario cognitivo. In questo pezzo invece, dopo numerosi articoli su Avanti! e Aldous in cui si indica e si stigmatizza il collasso culturale, intellettuale, concettuale, formativo, accademico e scolastico, si proverà qui a proporre qualche semplice decisione politica che potrebbe, se non invertire la rotta, perlomeno rallentare il declino o creare qualche isola meno infelice. Insomma qualche idea concreta che possa allentare questo trionfo dell’ignoranza, questo anti-intellettualismo di massa trionfante. Ne proporremo cinque.
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Esclusivo. Il prof. Fabio Vighi: “Il Green Deal ha cambiato pelle”
Francesco Servadio intervista Fabio Vighi
No, il Green Deal non è tramontato. Si sta adattando al momento contingente. Si è trasformato e ha cambiato pelle: dal verdino ecologico al verdone militare. “La spesa per la difesa offre, diciamo, una diversa sfumatura di verde: laddove la politica industriale ecologica dell’UE barcolla, la militarizzazione ha più successo, in quanto garantisce maggiore domanda, protezione dalla disciplina di mercato, e, dulcis in fundo, una rinnovata narrazione morale che rende le obiezioni sui costi non solo irrilevanti, ma moralmente sospette”. A parlare è il prof. Fabio Vighi, intervistato da noi già nel marzo 2022. È professore di cinema e teoria critica alla Cardiff University (vive e lavora nella capitale del Galles dal 2000) e, allo stesso tempo, studioso del “capitalismo di emergenza”. Autore di numerosi volumi in lingua inglese, recentemente ha pubblicato Capitalismo senile – dal Covid a Gaza, la macchina che divora il mondo.
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Ursula von der Leyen dichiarò nel 2019 che il Green Deal sarebbe stato, per l’Europa, “come lo sbarco dell’uomo sulla Luna”. Professore, Lei come lo definirebbe?
“Parliamoci chiaro. Nell’Unione Europea, sia la transizione verde che l’urgenza geopolitica per il riarmo vengono inquadrate come scelte politiche sovrane, ma in realtà sono effetti condizionati. Ciò che determina questi effetti, in termini assoluti, è la disponibilità di capitale a leva: quanto se ne può raccogliere, a quale costo, e dove può essere plausibilmente impiegato senza minare la stabilità fiscale o la fiducia degli investitori.
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Il mondo incantato delle menzogne: sempre quello
di Alberto Bradanini
Le menzogne di regime sono come le zanzare d’estate in bassa Padania, ti aggrediscono da ogni lato: non se ne può più! Secondo la campana della verità nordamericana, che inizia all’alba e ci accompagna fino a notte fonda e il cui suono echeggia – ça va sans dire – in ogni contrada europea, le cose del mondo starebbero così:
a) l’attuale presidente degli Stati Uniti è persona fine, avveduta, talora un po’ risoluto nei modi, ma nemico della guerra – insignito non a caso del Nobel per la Pace 2025 da tale Maria Corina Machado, invece che dal Comitato norvegese per il Nobel, ma questo dettaglio potrà essere corretto nell’anno di grazia 2026. Certo, si è visto costretto a bombardare sette od otto paesi solo nel suo primo anno di mandato, ma che volete, bisogna pur mettere ordine in un mondo altrimenti destinato alla deriva. Nei modi, poi, è persona gradevole, corretto con ogni interlocutore, di cui rispetta la libertà di scegliere la posizione del missionario o quella a novanta gradi. Il presidente è inoltre scrupoloso del diritto internazionale: mai minaccerebbe, che so, la Danimarca, il Venezuela, Cuba o Panama, men che meno l’Iran, la Cina o la Russia, solo perché non assecondano i suoi capricci e non s’inchinano al suo passaggio. Quanto ai paesi alleati, non si sognerebbe nemmeno lontanamente di imporre dazi pesanti o condizioni insostenibili, tipo il 5% del PIL in armi da comprare soprattutto negli USA. Mai e poi mai farebbe una cosa del genere. E beninteso rispetta pienamente la Costituzione del suo paese, anche se non proprio al 100%, come ad esempio ottenere il via libera del Congresso per fare la guerra e imporre dazi al resto del mondo. Ma, signori miei, nessuno è perfetto e poi l’urgenza impone di agire in fretta;
b) il presidente venezuelano Nicolás Maduro è affiliato al narcoterrorismo, crimine sinora ignoto alla civiltà giuridica del mondo ma non all’effervescenza giurisprudenziale dell’esimio inquilino della Casa cosiddetta Bianca. Del resto, chi potrebbe sorprendersi se per far soldi N. Maduro – fino al 3 gennaio scorso legittimo presidente di un paese che possiede le più ingenti riserve di petrolio del pianeta – invece di rotolarsi su milioni di barili di petrolio, preferisce vendere cocaina colombiana sul mercato statunitense?
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Il mondo degli Epstein
di Andrea Zhok
Parte I
Spesso, quando si discute di ricchezza e giustizia sociale emerge la voce di qualcuno che riconduce ogni obiezione mossa agli eccessi patrimoniali a “invidia sociale”. L’idea che la “giustizia sociale” sia un concetto fallace risale niente meno che a Friedrich von Hayek e la sua versione popolare è che ogni discussione in termini di giustizia sociale sarebbe solo una forma di invidia per meriti superiori, per capacità superiori, per godimenti superiori.
Questo nietzscheanesimo d’accatto è molto diffuso anche perché si associa al timore che ogni critica alle grandi patrimonialità finisca per coinvolgere qualsiasi patrimonio, secondo l’infelice slogan “la proprietà è un furto”.
Ciò che sfugge sistematicamente a questo tipo di approccio è il fatto che esiste una cesura qualitativa tra le piccole patrimonialità, quelle che possono essere frutto di un lavoro qualificato, di capacità personali, di sacrifici e le patrimonializzazioni capaci di comprare le persone, di comprare i direttori di giornale, di comprare i ministri, di comprare i giudici, di comprare sistemi satellitari, di orientare politiche nazionali.
Nella forma di produzione storica al cui interno ci è capitato di nascere e che prende il nome tecnico di “capitalismo” il denaro non è più primariamente mezzo di consumo, ma Potere.
Le persone normali, quelli abituati a lavorare per vivere, pensano al denaro come a qualcosa che serve per dare sicurezza, per parare i colpi della fortuna avversa, per facilitare progetti, per consentirsi degli agi, per mangiare e bere meglio, e anche per apparire migliori agli occhi altrui. Tutto ciò potrà essere talvolta sacrosanto talaltra discutibile, a seconda del gusto con cui uno impiega il proprio denaro, ma non accede al livello superiore in cui il denaro si trasforma senza resti in potere.
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Donne, lavoro e superamento del capitalismo: Nancy Fraser
di Sandro Moiso
Anna Cavaliere, Nancy Fraser, Carocci editore, Biblioteca di testi e studi, Collana «Donne e pensiero politico», Roma 2026, pp. 122, 13 euro
E’ possibile oggi pensare alla questione femminile e, più in generale, a quelle di genere fuori dall’ubriacatura liberale di Me Too? La risposta in chiave positiva a tale lecita domanda è ampiamente rintracciabile nell’opera pluridecennale della filosofa e militante femminista Nancy Fraser, riassunta per grandi ma essenziali linee nel testo di Anna Cavaliere pubblicato da Carocci editore.
Nata a Baltimora in una famiglia di piccoli commercianti dalle simpatie rooseveltiane e democratiche nel 1947, Nancy Fraser sul finire degli anni Sessanta, convinta che le risposte del partito democratico alle richieste di eguaglianza economica e razziale fossero troppo poco radicali e incisive, entrò a far parte della New Left americana su posizioni marxiste di orientamento trozkista. Prossima a lasciare gli studi universitari, a causa di questa scelta di campo che la induceva a pensare che non vi fosse spazio per la ricerca in una cultura e in un’università fortemente influenzate, se non sottomesse, agli interessi del capitale e della sua classe di funzionari, sia che si trattasse di imprenditori che di docenti e ricercatori, fu indotta a ripensare le proprie scelte sulla base del fatto che la prospettiva della rivoluzione, che era apparsa così vicina e possibile negli anni della contestazione e dei movimenti contro la guerra in Vietnam, sembrava essere sfumata ed essersi allontanata nel tempo.
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Un racconto parziale. Quello che non torna della macchina di propaganda di Meloni
di Clara Statello
Qualcosa non quadra nella narrazione dominante degli scontri della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Non è un discorso di dietrologia o complottismo. È una questione di propaganda e strumentalizzazione. La violenza c’è stata, ma qualcuno ha interesse ad alimentare l’odio, criminalizzare l’opposizione, mettere alla gogna i manifestanti, per creare un clima da anni di piombo e perseguire gli stessi obiettivi: ridurre le libertà e perseguitare quanti osano opporsi a politiche liberticide, di riduzione dei diritti, di macelleria sociale.
I due agenti di polizia sono stati dimessi dall’ospedale domenica stessa, subito dopo la visita della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La premier si è recata dopo dieci giorni dalle popolazioni colpite dal ciclone. A Torino dai due poliziotti si è fiondata subito. Si è fatta fotografare con atteggiamento paternalistico: stretta di mani, mano sulla spalla. Lo stato c’è, lo stato sta con le forze dell’ordine, lo stato prenderà provvedimenti.
“Contro di loro martelli, molotov, bombe carta ripiene di chiodi, pietre lanciate con le catapulte, oggetti contundenti di ogni genere e jammer per impedire alla polizia di comunicare”, scrive su Facebook.
“Erano lì per farci fuori”, ha detto un agente – prosegue - Ora sarò chiara. Questi non sono manifestanti. Questi sono criminali organizzati. Quando si colpisce qualcuno a martellate, lo si fa sapendo che le conseguenze possono essere molto, molto gravi. Non è una protesta, non sono scontri.
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“Il capitalismo funziona!”
di Miguel Martinez
Immaginiamo un tipico messicano del Gonfalone del Drago Verde di Firenze, dandogli il nome banale di Miguel Martínez.
Martínez fa il traduttore e si fa pagare 0.06 euro a carattere che batte sulla tastiera.
Cala un’App, che costa 0,00 euro a carattere e a essere sinceri, funziona benissimo.
La stessa App contemporaneamente estrae da noi miliardi di dati e di segreti e fattacci personali, che trasforma magicamente in miliardi di dollari, anzi nel più grande cumulo di miliardi della storia umana; ma non ce ne accorgiamo minimamente, perché in termini puramente monetari, “è tutto gratis“. E’ fantastico: confidandogli i nostri innamoramenti, noi compriamo lo yacht da 500 milioni di dollari per Jeff Bezos, e poi lo ringraziamo pure.
La gente comprensibilmente preferisce l’App a Martínez.
A partire da Martínez stesso, che se deve tradurre un articolo di The Guardian da mettere sul blog, preferisce fare clic che passare mezz’ora a tradurre. Che poi, visto che è diventato disoccupato, una mezz’ora ce l’avrebbe a disposizione, è solo pigrizia…
Risultato, Martínez non ha più i soldi per comprare il pane dal fornaio.
Per fortuna il pane al supermercato costa la metà di quello che costa dal fornaio, grazie a un sistema che riduce a praticamente a zero quanto va a quello che chiamiamo ancora il “contadino”.
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Dopo il Venezuela, Cuba: l'Impero colpisce ancora
di Davide Malacaria
Dopo il Venezuela, è la volta di Cuba. “Come Presidente degli Stati Uniti, ho l’imperativo di proteggere la sicurezza nazionale e la politica estera di questo Paese”, inizia così un ordine esecutivo della Casa Bianca nel quale si dichiara che L’Avana rappresenta una “minaccia insolita e straordinaria […] per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
Nell’ordine si accusa Cuba di “allinearsi e fornire supporto a numerosi paesi ostili, gruppi terroristici transnazionali e attori malvagi avversi agli Stati Uniti”, tra cui Russia, Cina e Iran e di fornire “assistenza in materia di difesa, intelligence e sicurezza agli avversari nell’emisfero occidentale” e di violare i diritti umani dei suoi cittadini. Inutile commentare tali sciocchezze.
Gli ha fatto eco il Segretario di Stato Marco Rubio, il quale ha parlato esplicitamente di un cambio di regime. Era ovvio che l’isola sarebbe stato il prossimo obiettivo di Washington nella sua folle realizzazione dell’America First 2.0, una versione aggressiva dell’originale America First, dottrina che era stata rivenduta all’opinione pubblica americana come avversa alle avventure belliche e ai cambi di regime in giro per il pianeta (tanto che parte dei Maga si stanno allontanando da Trump).
In realtà, tale riorientamento non è altro che una convergenza tra i dettami dell’America First originale e la dottrina neoconservatrice che, sconfitta alle presidenziali del 2024 – tanto che i neocon (i Never-Trump) si erano schierati con Kamala Harris – ha vinto successivamente, informando la nuova amministrazione e incrementando al parossismo gli elementi dell’America First congeniali a tale prospettiva.
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La censura è sempre la stessa, anche quando cambia segno
di Il Chimico Scettico
Posso dire di essere un veterano della censura. Ai tempi dell'Italian Crackdown (1994) ero lì, aspettando una perquisizione di gente in divisa, che non si verificò. In compenso fu perquisita Peacelink e il loro hardware fu sequestrato. Le accuse erano inerenti la diffusione software piratato e gli esecutori inclusero nella fattispecie i pacchetti freeware per la rete Fidonet, per i gateway usenet etc etc - la cosa non reggeva? Irrilevante. Chi volesse approfondire il tema può recuperare e leggere il libro, che si trova su Archive.org . Se preferite un riassunto potete leggere qui. Quel che posso dire al riguardo è che in effetti le forze dell'ordine individuarono un nodo della rete che aveva software piratato. Al che la magistratura prese come elenco dei possibili complici del reato gli indirizzi di tutti i nodi della rete italiana. Ai tempi era come dire: ho perquisito una casa a Genova, ho trovato 10 chili di cocaina, l'arrestato usava il telefono, considero tutti i presenti nell'elenco telefonico di Genova come possibili complici. In realtà era semplicemente uno di quei giri di vite che già si erano visti negli USA .
E infatti la faccenda del crackdown italiano ebbe una grande risonanza proprio oltreoceano. L'Elecronic Frontier Foundation prese posizione, se ne parlò su Wired, che al tempo era molto diversa e non aveva un'edizione italiana.
Ai tempi la sensazione fu che "la frontiera elettronica" che, più o meno autoregolandosi era rimasta per qualche anno non presidiata dall'autorità, avesse riscosso l'attenzione degli sceriffi di turno, che arrivavano a dire cosa era concesso e cosa non lo era. E per esempio mail e forum criptati potevano non esserlo.
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Ezra Pound: il “grande fabbro” della poesia moderna
di Eros Barone
«As a lone ant from a broken ant-hill / from the wreckage of Europe, ego scriptor».
(Formica solitaria da un formicaio distrutto | dalle rovine d’Europa, ego scriptor)
Cantos scelti, a cura di M. de Rachewiltz, Milano 2017. 1
L’Italia ha ‘ricevuto’ molti prodotti dagli Stati Uniti d’America: la coca-cola, il chewing-gum, il jazz, i film western, il piano Marshall, parecchie basi militari, un centinaio di testate nucleari e, “last but not least”, un grande poeta che nel nostro Paese, da lui amato nei suoi aspetti migliori così come in quelli peggiori, fissò, tra Rapallo, Merano e Venezia, la propria residenza, facendo dell’Italia l’asse della propria vita artistica, letteraria, politica e spirituale.
Pound era nato il 30 ottobre del 1885 nel profondo e provinciale Far West (Idaho) e morirà il 1° novembre 1972 in una città irreale come Venezia. Dopo gli studi alla Pennsylvania University, fece rotta sull’Europa e, pagato il suo tributo a Londra e alla “festa mobile”, ossia alla Parigi descritta in modo così vivido dal suo amico Ernest Hemingway, a Venezia pubblicò a proprie spese il primo libro di versi, «A lume spento». Da questo momento la vita di questo giovane intellettuale nordamericano sarà strettamente legata all’Europa, e così pure la sua instancabile attività di poeta, prosatore, critico, traduttore, musicista, pubblicista, politico, fondatore di movimenti letterari e scopritore di ingegni. In questa fase Pound strinse rapporti di amicizia con i maggiori poeti e scrittori anglosassoni contemporanei: da Yeats a Joyce, da Hemingway ad Eliot. Quest’ultimo gli dedicò (“al miglior fabbro”, così scrisse) il poema La terra desolata, al quale Pound aveva contribuito a dare la forma attuale tagliandone quasi metà dei versi che lo componevano.
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Una risposta al professor Giovanni Rezza
di Alessandro Mariani
Scusandomi per il ritardo ringrazio il professor Giovanni Rezza per la risposta alla mia lettera aperta. Un grazie per il tono civile e costruttivo che, come egli stesso riconosce, in tante pregresse discussioni purtroppo è mancato. Oltre alla capacità di sintesi non si può non apprezzare, il suo porsi su un piano specularmente opposto rispetto a quello dell’infausta alleanza, determinatasi allora, tra le cd. virostar (coloro che un giorno sì e l’altro pure ci informavano riguardo ai probabili sviluppi di un virus che puntualmente li avrebbe smentiti) e la fitta schiera di opinionisti (razionalizzatori ex-post) che ancora oggi (hanno solo cambiato il riferimento) dai vari rotocalchi stampa e tv, tutto prevedono e tutto capiscono tranne ciò che realmente accade.
Basterà ricordare che al tempo, per molti esponenti delle sopraccitate categorie, l’insulto costituì una formula magica e rituale, una sorta di obvagulatio , da ripetersi all’infinito fino a far cedere i malcapitati per sfiancamento. A seguito un breve elenco di citazioni riguardante ciò che allora affermavano gli opinionisti:
“Escludiamo chi non si vaccina dalla vita civile” (Stefano Feltri, giornalista);
“Penso che lo Stato prima o poi dovrà prendere per il collo alcune persone per farle vaccinare” (L. Annunziata, giornalista e conduttrice televisiva);
“I rider devono sputare nel loro cibo” (David Parenzo, giornalista);
“Serve Bava Beccaris, vanno sfamati col piombo” (Giuliano Cazzola, pubblicista ed ex deputato)
Se poi si passa a quanti avrebbero dovuto osservare il contegno dell’uomo di scienza la situazione si fa ancor più grave ma nient’affatto seria. Qui, a dirla tutta, gli sciamani i muscoli se li erano già scaldati. Già tempo prima il più loquace aveva scritto un libro “La congiura dei somari” (R. Burioni 2017). Congiura, appunto, viene da chiedersi a qual pro, qual è la fiamma che ardeva nel cuore dei congiurati? E dopo i complottisti sarebbero stati quelli come il sottoscritto?
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Referendum giustizia: Le motivazioni del NO
Alba Vastano intervista Pietro Adami
“Dopo il referendum, comunque vada, ci dovremo preoccupare del successivo progetto di riforma. Ovviamente, se vincesse il No sarebbe molto buono e allontaneremmo il rischio che il Governo proceda con il premierato. E questa, lo dico a tutti, è già da sola una ragione per votare No. Il Governo ha cominciato con la giustizia, perché pensa che su questo tema ci sarà seguito. Se perde questo referendum, sicuramente abbandona gli altri progetti di modifica costituzionale”
(Pietro Adami)
“Questa riforma ci racconta la crisi della democrazia. Il voto sarà uno spartiacque. In futuro, dopo che un referendum costituzionale avrà detto che il sorteggio è un metodo ammissibile per determinare i rappresentanti, ne vedremo una estensione ad altri campi: scuola, lavoro etc. Infatti, il difetto del voto è che seleziona persone impegnate, che hanno progetti e vogliono cambiamenti. Mentre con il sorteggio si attinge alla famosa maggioranza silenziosa” (P.Adami)
Il No al referendum di Marzo è obbligo per chi ha a cuore la democrazia e la Costituzione messe sotto scacco da un governo di matrice fascista, quindi spergiuro della nostra Costituzione. Sui punti fondamentali della riforma della giustizia del ministro Nordio si esprime, nell’intervista che segue, Pietro Adami, avvocato costituzionalista, fra i firmatari del ricorso al Tar.
* * * *
Alba Vastano: Il 30 ottobre 2025 è stava votata a maggioranza la riforma costituzionale della giustizia proposta dal ministro Nordio con il pieno sostegno del governo Meloni. In sintesi e in generale prima di vedere i punti fondamentali, cosa si vuole riformare dell’attuale impianto costituzionale della giustizia. Può spiegarlo per fare chiarezza su un tema ostico a chi non è del campo, considerato che i mainstream inquinano le informazioni a favore del governo e quindi del Sì alla riforma?
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Le macchinazioni di Trump intorno al petrolio, tra India, Venezuela, Cuba… e Brics
di Alessandro Avvisato
Ieri Donald Trump ha annunciato che, dopo una telefonata con il primo ministro indiano Narendra Modi, gli Stati Uniti si sono accordati per un ampio accordo commerciale che riguarda l’acquisto, da parte di Nuova Delhi, di “energia, tecnologia, prodotti agricoli e altri prodotti statunitensi per un valore di oltre 500 miliardi di dollari“, si legge sul sito dell’agenzia britannica Reuters.
Già sabato, sull’Air Force One, il presidente USA aveva accennato al fatto che presto sarebbero stati resi noti i termini di un’importante intesa con l’India, e non si è dovuto attendere molto. Ovviamente, la rimodulazione dei dazi imposti sui beni indiani in entrata negli States – passati dal 25% al 18% – sono uno dei nodi fondamentali, mentre l’altro è quello del petrolio.
Già alla fine della scorsa settimana The Donald aveva affermato che uno dei punti qualificanti dell’accordo sarebbe stato l’acquisto di “oro nero” venezuelano, ma in quel frangente aveva detto che ciò avrebbe portato gli indiani a fare a meno delle forniture iraniane. Elemento che non poteva che destare qualche interrogativo a chi ha seguito anche un minimo i flussi dei barili di Teheran.
In realtà, Nuova Delhi ha ridotto da tempo gli acquisti di petrolio iraniano. Al contrario, sono le importazioni russe che hanno raggiunto un livello significativo: acquisti, questi sì, che hanno portato anche a diverse tensioni tra USA e India, riaffacciatesi negli ultimi mesi.
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