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Il fantasma del nemico palestinese
di Fabio Ciabatti
Azem Ibtisam, Il libro della scomparsa, Hopefulmonster, Torino 2021, pp. 172, € 23,00
Quella tra i palestinesi e gli israeliani è “una forma di coabitazione forzata che non prevede contatto. Vicinanza senza relazione”. Il popolo occupante e quello occupato confinano in una realtà “che connette senza comunicare”. Una realtà in cui “non ci si incontra mai davvero” e dove “l’unico luogo di contatto, reale e umano, è la linea del fronte”. Vengono in mente queste parole di Alba Nablusi, scritte nel suo recente testo Lessico palestinese, per introdurre Il libro della scomparsa, romanzo della scrittrice e giornalista israelo-palestinese Ibstsam Azem, uscito in arabo nel 2014, tradotto in italiano nel 2021 e opportunamente ripubblicato nel 2025, con una postfazione alla ristampa di Paola Caridi.
Il testo, come sostiene la stessa autrice, si può accostare al genere del realismo magico dal momento che la storia ruota attorno all’improvvisa e inspiegabile scomparsa di tutti i palestinesi in Israele e nei Territori occupati. Cosa succede agli israeliani quando scompare il loro nemico? Disappunto per i problemi che derivano dall’assenza di un grande numero di lavoratori, ovviamente. Delusione per il “tradimento” di persone cui si è dato fiducia consentendogli magnanimamente di vivere e lavorare in Israele. In alcuni casi, preoccupazione per il buon nome dello stato sionista, possibile oggetto di critiche per aver organizzato una nuova pulizia etnica. Ma ancor di più sconcerto e inquietudine per una possibile trama ordita nell’oscurità dai palestinesi che potrebbero sbucare come zombie per vendicarsi. E soprattutto sollievo perché, come per miracolo, il più grande problema di Israele si è finalmente risolto. In fin dei conti, a nessuno interessa veramente la sorte dei palestinesi. I più aperti tra gli ebrei israeliani esprimono solo il desiderio che li lascino in pace.
La vicenda viene narrata attraverso la descrizione di diverse scene di vita quotidiana che, collegate al contesto generale del racconto ma indipendenti dalla trama principale, potrebbero rappresentare dei brevi racconti a se stanti.
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Lucciole e lanterne
di Massimo Croci
1- Provo a esprimere alcune opinioni sulle questioni poste nella “discussione” (che, in realtà, oltre a essere espressa nella forma di correttezza e rispetto reciproco come sempre dovrebbe avvenire tra “compagni”, per tali intendendosi chi si opponga organicamente all’imperialismo, a mio avviso tale non è, non rinvenendosi un reale contrasto di idee tra i due) che oggettivamente viene aperta su “Sinistra in rete” 19/4/26 dalla “lettera aperta a Flavia Manetti” di Algamica - dal contesto dell’articolo si capisce peraltro trattarsi della seconda parte dell’acronimo, Michele Castaldo- riferito all’articolo del 3/04/26, appunto di Flavia (Manetti), sulla stessa rivista, “Qualche riflessione sull’Iran e su di noi”.
2- Per la verità, i temi proposti sono due, nettamente distinti, benché oggettivamente e soggettivamente interconnessi: A) perché un movimento, seppur non gigantesco come quello del 2003 contro la aggressione di USA e “coalizione dei volenterosi” all’Iraq 1), ma comunque vastissimo e capillare come quello che quasi improvvisamente ha fatto irruzione nella scena mondiale, nella tarda primavera e in particolare nel primo autunno del 2025, non si è poi pressoché in nessun modo formato, almeno in “Occidente”, rispetto all’altrettanto efferata aggressione (benché fino a ora, aprile 2026- quantitativamente molto più limitata quanto entità di vittime e distruzioni) allo Stato, e soprattutto al popolo dell’ Iran?
* * * *
1)Pure il marchio di questa denominazione gli gnomi europei hanno copiato dagli USA, perché così fu definita la alleanza di ben 48 Stati tra cui - cito a caso - Gran Bretagna, Spagna, Italia, Polonia Olanda, Ucraina, Turchia, Giappone, Ruanda, Uganda, Nicaragua (!) che si unirono alla “guida statunitense”nell’aggressione all’Iraq – sotto questo profilo, molta acqua, in questo caso non bella per il blocco imperialista, da allora è passata sotto i ponti (e negli stretti!), considerando che contro l’Iran sia nel giugno 2025 sia dal 28 febbraio 2026 USA e Israele sono rimasti soli nell’aggressione militare all’Iran.
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Ma in quale mondo la Palestina è divisiva?
di Lavinia Marchetti
«La Palestina è divisiva», come il 25 aprile. Certo che è divisiva. Se si è fascisti e/o complici di genocidio. In quale universo la causa palestinese dovrebbe separare gli animi nel giorno della Liberazione? Forse accade in quello dove il 25 aprile viene ridotto a un rito di rappresentanza, fatto di corone d’alloro depositate in fretta e discorsi che rifuggono ogni attrito per compiacere i contratti delle industrie belliche o i governi alleati. Nel mondo dei fatti, ieri, la Palestina occupava già lo spazio della festa. Abitava i simboli e i canti di chi attraversava le strade per ricordare che la Resistenza italiana fu una lotta contro l’occupazione straniera e contro il collaborazionismo servile. Le bandiere della Palestina avevano piena cittadinanza accanto ai vessilli partigiani, accanto ai simboli della liberazione. A Milano la fiumana di persone appariva enorme. Si parla di 100.000 persone. Risultava popolare benché l’andamento fosse lento e irregolare per via degli intoppi provocati. A Roma, nel quartiere del Quarticciolo, la memoria dello sterminio è stata accostata alle sagome di una donna e di un bambino con la kefiah, indicati come bersagli del tempo presente. Il 25 aprile non è sembrato affatto un francobollo commemorativo nel momento esatto in cui riconosce il punto dove un popolo viene schiacciato, oppresso e oltraggiato. Adesso. Non 80 anni fa.
Il nodo milanese risiede proprio in questo punto di scontro. Uno spezzone che richiama la Brigata ebraica entra nella manifestazione del 2026 portando i segni politici della stretta attualità
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Donald Trump prende atto dei limiti del jacksonismo
di Thierry Meyssan
Gli eventi si concatenano in senso negativo. Allorché il presidente Trump lancia la sua Kulturkampf contro la Chiesa cattolica per riaffermare il carattere anglosassone e non azteco del Paese, subisce una pesante sconfitta nella guerra contro l’Iran. È costretto a riconoscere che il suo modo di condurre gli affari commerciali non può sostituire la diplomazia, perlomeno con l’Iran; e che l’ideologia jacksoniana cui s’ispira fa miracoli sul piano interno, ma non è consona a risolvere problemi strategici. Consapevole dell’impasse in cui si trova, Trump si adatta. Cambia tutto.
* * * *
Il 21 e 22 giugno 2025, con l’Operazione Martello di Mezzanotte il presidente Donald Trump ordinò il bombardamento dei siti nucleari iraniani. L’obiettivo ufficiale era distruggere ogni capacità di produrre la bomba atomica. L’obiettivo ufficioso e preminente era sottrarre a Israele la scusa per ricorrere alla bomba atomica contro l’Iran, come suggerivano diversi politici.
Il Pentagono si rese conto che gli impianti iraniani sono interrati così profondamente da non poter essere raggiunti. Peraltro, se questi bombardamenti avessero colpito gli obiettivi le conseguenze sarebbero state inimmaginabili.
L’operazione è stata per Washington l’occasione d’interrogarsi sulla possibilità di rovesciare il regime khomeinista e, soprattutto, sulla propria strategia generale.
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25 Aprile. Provocazioni, vittimismo e trappole mediatiche
di Fabrizio Marchi
Tutto già visto e stravisto ma le cose non sono andate secondo le intenzioni di chi aveva concepito e scritto il copione. I sionisti si sono presentati alla manifestazione di Milano organizzati e ipocritamente camuffati dietro le insegne della Brigata ebraica. Lo scopo era scontato, provocare – la loro stessa presenza, in quanto rappresentanti di uno stato razzista e genocida e quindi in aperto conflitto con la Costituzione Italiana e lo spirito del 25 Aprile, è una provocazione – sperando di essere aggrediti per poi passare da vittime. Ma le cose sono andate in modo molto diverso perché c’è stata una risposta spontanea e di massa da parte di pressoché tutti i partecipanti alla manifestazione che hanno impedito in modo fermo ma composto al gruppo sionista di entrare nel corteo. Poi c’è sempre l’utile idiota che rivolge una battuta altrettanto idiota e razzista (se non ci fosse lo inventerebbero con l’IA) al Fiano di turno (un esponente del PD in prima linea nella difesa dell’indifendibile stato di Israele), un assist per fornire a lui e a quelli come lui l’alibi per gridare all’antisemitismo, ma la maggior parte delle persone ormai non ci crede più a queste frottole perché Israele è ormai percepito dalla maggioranza degli italiani per quello che è, e cioè, appunto, uno stato guerrafondaio, razzista e genocida. La favola dell’antisemitismo non regge più, possono anche inventarsi la legge in base alla quale chiunque osi criticare il sionismo e le politiche israeliane viene accusato di antisemitismo, ma non ce la faranno ad arginare il dissenso. Il troppo è troppo.
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Guerra permanente: l’Occidente tra propaganda e declino
di Elena Basile
Secondo l’ambasciatrice Basile, le guerre contro Iran e Russia sono strumenti di egemonia
Mentre l’escalation si estende dall’Ucraina al Medio Oriente, il linguaggio della guerra entra stabilmente nel discorso pubblico. Per Elena Basile, i conflitti in corso non rispondono né a esigenze di sicurezza né alla difesa dei valori democratici, ma si inscrivono in una strategia volta a preservare il predominio dell’Occidente in un contesto di crisi sistemica. In questo quadro, la propaganda assume un ruolo centrale nel costruire consenso, legittimare l’escalation militare e rendere marginali le opzioni diplomatiche.
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Come fa notare Pino Cabras, si perora tranquillamente sul Washington Post, rispettabile giornale dell’establishment statunitense, l’uccisione rinnovata dei negoziatori iraniani se essi non vorranno pervenire a un accordo, in altre parole se non vorranno accettare i diktat di Donald Trump. Quel che un tempo erano operazioni coperte della Cia, assassini negati come quello di Lumumba in Congo, sono oggi accettati strumenti mafiosi di relazione con Stati più deboli. Mi chiedo se Paolo Mieli, Maurizio Molinari, Angelo Panebianco, Vittorio Emanuele Parsi e i tanti cantori dell’Occidente buono – che demonizzano Russia, Cina, Iran e così via – abbiano qualcosa da dire in merito.
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I guerrafondenti e la profezia di Jack London
di Alberto Bradanini
1. Israele è uno stato governato da criminali sociopatici, che guidano un esercito di assassini che uccidono e uccidono, poi si riposano qualche giorno, invadono i media con le loro spudorate menzogne e quindi tornano a uccidere. Tralasciando le atrocità commesse in 80 anni di occupazione violenta della Palestina, solo nei tempi recenti, dopo aver massacrato 80/100.000 persone a Gaza - cui devono aggiungersi 200/300.000 feriti e mutilati nel corpo e nello spirito e chissà quante migliaia in Cisgiordania - il giorno 8 aprile 2026, inizio del cosiddetto cessate il fuoco tra Iran e Usa/Israele e tra Libano e Israele, racchiusi nelle loro fortezze volanti, un pugno di soldati israeliani, prodotti sperimentali dell’AI con spiccate caratteristiche disumanizzanti, hanno premuto un bottone e, senza rischiare nemmeno un graffio della loro preziosa epidermide, hanno massacrato centinaia di abitanti di Beirut, i più deceduti subito, altri sepolti vivi, tra cui tanti sventurati bambini. Dal 2 marzo 2026 a oggi, l’esercito più crudele della galassia ha ucciso circa 2500 persone - e ogni giorno il numero sale - senza che qualcuno sul pianeta Terra ingiunga a cotanti assassini di farla finita.
Non si tratta nemmeno, ça va sans dire, di episodi di guerra, ma di massacri premeditati, che rimbalzano qualche ora sui prezzolati mezzi di comunicazione di massa, per essere archiviati a fine giornata, mentre i responsabili riprendono a pianificare altre, quotidiane atrocità.
Allo Stato Ebraico, guidato dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato di cattura della Corte Penale Internazionale, e da altri suoi degni compagni di merende, sono consentiti orrori di ogni sorta: invadere, bombardare, sterminare, violentare, rubare terra e proprietà a palestinesi, mussulmani, cristiani, libanesi, siriani, iraniani, senza distinzione tra combattenti, uomini, donne e bambini.
Solo alle acciughe del mar Cantabrico sfugge tuttavia che il cagnolino da passeggio israeliano può fare tutto ciò solo in virtù delle relazioni speciali che lo legano al Cerbero da cui è addestrato e nutrito, gli Stati Uniti d’America, governati oggi da una putrebonda oligarchia predatrice, incurante di Leggi o Etica, ma solo interessata ad accumulare ricchezze su ricchezze, senza fine.
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Cuba assediata. Cronaca di una guerra con poche telecamere
di Tom Joad
Due articoli pubblicati a distanza di poche settimane - "Los espejismos no salvan" su CTXT il 25 marzo e "Trump no es el problema" su Diario Red l'8 aprile - offrono forse l'analisi più lucida e meno consolatoria di quello che sta accadendo a Cuba. Il loro autore, Iramís Rigoberto Rosique Cárdenas, non è un commentatore esterno che guarda l'isola da lontano. Laureato in Biochimica e Biologia Molecolare all'Università dell'Avana, diplomato in Servizio Estero all'Istituto Superiore di Relazioni Internazionali Raúl Roa García, ricercatore all'Istituto Cubano di Filosofia e professore all'Università dell'Avana, membro del consiglio editoriale della rivista La Tizza: Rosique scrive da dentro, con la rara combinazione di chi conosce la teoria e vive la realtà quotidiana dell'assedio.
I due pezzi si completano. Il primo smonta con precisione il mito che circola anche tra gli amici di Cuba - che il governo dell'Avana avrebbe potuto evitare la crisi attuale muovendosi più in fretta durante il "disgelo" Obama, ancorando abbastanza interessi corporativi statunitensi all'isola da rendere politicamente costoso un ritorno alle ostilità. Il secondo allarga l'inquadratura: il problema non è Trump, è l'imperialismo senza forme che Trump rappresenta in questo momento storico.
Questi articoli arrivano in un momento in cui la crisi cubana rischia di restare schiacciata sotto il peso di altre crisi generate dallo stesso rigurgito violento dell'impero senza ricevere l'attenzione che merita. Rosique ci offre gli strumenti per capire. I fatti degli ultimi mesi ci offrono la materia. E quello che segue è un tentativo di tenere insieme entrambi.
SPIRAGLI COSTRUITI SULL’ABISSO
Per capire la crisi attuale bisogna fare un passo indietro e capire perché il cosiddetto disgelo con Obama era destinato a non durare, indipendentemente da quello che Cuba facesse o non facesse.
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La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione
di Alessandro Simoncini
Auspicando che il termine “Resistenza” torni presto a produrre effetti politici di liberazione dallo sfruttamento e dall’oppressione, pubblichiamo il saggio di Alessandro Simoncini La Resistenza come laboratorio collettivo dell’emancipazione. Il testo introduce il volume collettaneo Reinventare l’Italia La cultura italiana tra Resistenza e Ricostruzione (1943-1948), che contiene testi di David Bidussa, Gian Piero Brunetta, Filippo Focardi, Carlo Olmo, Simonetta Soldani, Mauro Volpi ed è stato curato dallo stesso Simoncini. Si ringraziano la Perugia Stranieri University Press e la Firenze University Press per il permesso a pubblicare parte dell’introduzione
1. Nel Maelström: Resistenza, bande partigiane, desiderio di un mondo nuovo
In un suo interessante volume Nadia Urbinati ha scritto che si arrivò alle elezioni del 2 giugno 1946 perché l’alleanza dei partiti antifascisti e il CLN riuscirono a sconfessare la decisione del re di trattare «la fine del regime come l’ordinaria transizione da un Parlamento a un altro» – tentando «una pura e semplice restaurazione», come scrisse Norberto Bobbio –, aprendo così la fase costituente (Urbinati 2017, 18; 2021; Bobbio 1997, 160). Quelle elezioni furono l’atto con cui, per la prima volta nella storia d’Italia il popolo si fece sovrano attraverso i partiti e decise di darsi delle leggi. Con il decreto Bonomi del 25 giugno 1944, il governo provvisorio di coalizione del Comitato di liberazione nazionale disponeva infatti di indire elezioni a suffragio universale maschile e femminile, per il referendum istituzionale e per l’elezione dell’Assemblea Costituente. I cittadini avrebbero insomma scelto liberamente il loro futuro e deciso quale forma di governo adottare. Per Urbinati, quindi, è un popolo fatto di cittadine e di cittadini il vero autore della Costituzione. Alla Costituente del resto i rappresentanti eletti non poterono scegliere la forma istituzionale – decisa appunto dal popolo per via referendaria – e si impegnarono a «redigere un documento che rispecchi[asse] la volontà popolare uscita dalle urne», traducendola in articoli comprensibili a tutti: come l’art. 1, che recepiva pienamente «la decisione del popolo sovrano di darsi un’identità repubblicana e di esprimersi per via elettorale (eleggendo rappresentanti)»[1]. Alle radici della Costituzione repubblicana e della sovranità popolare – sostiene quindi Urbinati – ci sono i partiti e il Cln, che in sintonia con Claudio Pavone la studiosa definisce il «vero e autentico governo nazionale dell’Italia invasa»: quello che portò a termine il complesso «“processo di politicizzazione” all’interno della realtà militare delle bande partigiane». Trasformando l’antifascismo militare in antifascismo politico – scrive Urbinati con Pavone –, la Resistenza del CLN fu quindi il «nucleo del potere costituente» che generò la nostra democrazia (Urbinati 2017, 18; Pavone 1991, 160).
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La trappola dell’escalation
di Dott. Warwick Powell*
Prefazione: Nelle ultime 24 ore (scrivo la mattina del 20 aprile 2026, in Asia), la marina statunitense ha intercettato una petroliera iraniana. Gli iraniani hanno risposto aprendo il fuoco contro navi americane. La retorica da Washington e Teheran si è intensificata mentre continua il rafforzamento militare americano nel Golfo Persico. Il secondo round di colloqui a Islamabad è “ora sì, ora no” e sui social media circolano bozze di possibili “termini di un accordo di pace”.
Alcuni osservatori liquidano i negoziati come una messa in scena, sostenendo che gli USA stanno semplicemente riprendendo fiato in preparazione al secondo round della guerra. Altri sostengono che gli USA non abbiano altra scelta che accettare la realtà che l’Iran è emerso come un grande stato e che un grande compromesso sia necessario — e prima è, meglio è.
Questo saggio esplora le dimensioni del dibattito attuale e lo inquadra in una più ampia cornice ispirata a Braudel. La posta in gioco, suggerisco, è definita dalla domanda: la realtà materiale può imporre la razionalità a Washington più velocemente di quanto il fanatismo e la paura dell’umiliazione possano prolungare il “dignitoso intervallo”?
* * * *
Mentre il cessate il fuoco dell’aprile 2026 nel conflitto iraniano si sfalda sotto un blocco navale statunitense pienamente attuato nel Golfo Persico, nuovi aumenti delle truppe e controminacce iraniane di ampliare le interruzioni nello Stretto di Hormuz, due quadri interpretativi rivali dominano l’analisi del momento presente.
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Guerra all’Iran. Lo spettro della morte attraversa lo spazio e il territorio nazionale
di Antonio Mazzeo
La guerra alle porte di casa o in ogni casa degli italiani? E’ davvero estraneo e distante dal nostro paese il conflitto contro l’Iran scatenato da Stati Uniti d’America e Israele e che ha incendiato l’intero scacchiere mediorientale? Sì a sentire il governo Meloni e il presidente della Repubblica Mattarella. Proprio per niente se guardiamo invece alla presenza di reparti militari italiani nelle innumerevoli basi del Golfo Persico e dell’Africa orientale: prima del 24 febbraio 2026 ne avevamo in Kuwait, Iraq, Bahrein, Qatar, Libano, Gibuti, Somalia; e schieriamo pure due unità navali tra il Mar Rosso e l’Oceano indiano con le flotte Ue anti-pirati e anti-Teheran.
Ancora più evidente il coinvolgimento dell’Italia negli attacchi Usa-Israele se guardiamo al ruolo assunto da alcune delle principali installazioni NATO e/o a stelle e strisce “ospitate” da Nord a Sud. Ad esempio la base aerea di Aviano (Pordenone) dove ha sede uno dei depositi con le testate nucleari tattiche di nuova generazione B61-12, in dotazione all’US Air Force: da quando è scoppiato il conflitto nel Golfo, da Aviano operano gli aerei cisterna per il rifornimento in volo dei caccia a lungo raggio impiegati per bombardare in Iran.
Lo scorso 23 marzo dalla base friulana sono decollati verso il Medio oriente un grande aereo tanker KC-46A e cinque aerei radar di pronto allarme e controllo Grumman “E-2D Advanced Hawkeyes” di US Navy. Dotati di sofisticate suite elettroniche, sistemi satellitari e del nuovo radar APY-9 in grado di individuare anche velivoli stealth e aerei di piccole dimensioni, i velivoli possono essere impiegati per guidare attacchi con sistemi missilistici di precisione
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NBC: miliardi di danni alle basi USA nel Vicino Oriente nascosti dall’amministrazione Trump
di Gigi Sartorelli
Un’inchiesta pubblicata il 25 aprile da NBC News, emittente statunitense, ha incrinato ulteriormente la credibilità delle frottole che Trump e la sua amministrazione hanno sistematicamente raccontato durante l’aggressione all’Iran. Sono almeno sei le fonti governative che avrebbero rivelato ai giornalisti che i danni subiti dalle basi militari statunitensi in Asia occidentale a seguito della risposta iranianiana sarebbero significativamente più gravi di quanto ammesso pubblicamente.
The Donald ha ripetutamente sbandierato un successo totale e una supremazia militare schiacciante, un paio di cambi di regime, persino un’operazione di salvataggio di un soldato statunitense che ormai molte voci, con analisi sensate alla mano, nascondeva il tentativo di furto (fallito) dell’uranio arricchiti iraniano.
Nessuno crede davvero alla versione ufficiale della Casa Bianca, e tutti hanno visto bene la capacità di Teheran di infliggere pesanti colpi alla superpotenza stelle-e-strisce. Ma stando a quel che riporta la NBC, l’entità dei danni all’infrastruttura militare statunitense sarebbero di gran lunga maggiori rispetto a ciò che è trapelato fino a ora.
Il rapporto, curato dal team di Gordon Lubold e Courtney Kube, basato soprattutto sulle testimonianze di tre funzionari statunitensi e due assistenti del Congresso, indica che le spese di riparazione per le installazioni nel Golfo Persico ammonterebbero a svariati miliardi di dollari. Già alcuni analisti avevano fatto presente i costi di alcuni radar colpiti, ma ora arrivano informazioni più precise.
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Eraclito e Confucio
di Paolo Bottazzini
Il frammento 53 di Eraclito recita che «il Conflitto è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni li ha fatti essere dèi, gli altri uomini, gli uni schiavi, gli altri liberi». La guerra per i greci non è solo un evento che si verifica nelle relazioni tra due comunità, quando ogni altro mezzo di negoziazione ha fallito l’obiettivo del compromesso; è invece l’armatura ordinaria della vita di tutti, l’arché dell’essere, che stabilisce la ragione e il destino di ogni cosa. Le osservazioni preliminari di Von Clausewitz sulla guerra testimoniano che l’Occidente ha arruolato le convinzioni dei greci tra i propri principi: se il conflitto può essere descritto come «la prosecuzione della politica con altri mezzi», significa che il senso comune e la repubblica delle lettere concordano sulla normalità della belligeranza come regola di vita e come pratica di gestione dei rapporti sia personali sia internazionali – tanto da immaginare uno stato di natura consistente nella guerra di tutti contro tutti. Da Hobbes la legittimità del potere politico viene ascritta al diritto di monopolio della violenza da parte dello Stato, al fine di garantire le condizioni della convivenza pacifica tra i cittadini, la loro prosperità e lo sviluppo della civiltà.
Secondo Pino Arlacchi, nel suo recente La Cina spiegata all’Occidente, l’America non si limita a coltivare la conflittualità come idea regolativa dello stile di vita nei paesi occidentali, ma proietta le caratteristiche della sua metafisica militarista anche sulle altre culture. La trappola di Tucidide è uno schema di interpretazione delle relazioni internazionali, secondo il quale l’ascesa di una nuova grande potenza non può che allarmare quella attualmente egemone, innescando uno scenario di scontro armato che risolva i contrasti di interessi tra le due.
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Regeni, Venezuela, Cuba --- È la verità che è rivoluzionaria-- Su certi assist alla narrazione del nemico
di Fulvio Grimaldi
Chi era e a chi serviva Regeni
L’hanno detto George Orwell e, prima di lui, Antonio Gramsci e l’ha pagato con la vita Giacomo Matteotti. E, oggi, 75mila palestinesi.
Comincio da Giulio Regeni, caso esemplare del quale mi sono occupato più volte per aggiungere elementi cognitivi che venivano ostinatamente ignorati dal racconto mainstream, dalla magistratura, dall’intero quadrante politico. Uno sforzo compiuto in splendido isolamento, non fosse che, all’inizio della vicenda, 2016, anno del ritrovamento al Cairo del corpo di Regeni, qualche foglio osò rettificare, con qualche pur innegabile notizia, la versione sacralizzata da media e politica.
La vicenda è tornata di attualità in occasione di uno stanziamento rifiutato - cosa giudicata vergognosa - a chi ne intendeva trarre un documentario. Naturalmente un dettagliato documentario, al quale anch’io, il generale Tricarico, politici italiani, avevamo dato un contributo, è rimasto innominato: lo avevano fatto gli egiziani.
Emblematica è stata la risposta dei rinomati “fact checkers” del giornale online “Open” di Mentana. All’elenco dei motivi e fatti per cui legittimamente giudicavo quanto meno opinabile la versione ufficiale sulla morte di Regeni, si era risposto sbrigativamente con il concetto dannante di “complottismo”. I dati oggettivi citati non meritavano menzione. Li riassumo, a beneficio di chi voglia farsi un’idea, sia della rinnovata denuncia di un assassinio attribuito ai servizi del presidente egiziano Al Sisi, sia delle basi di un processo romano, ovviamente stagnante, contro alcuni imputati scelti tra quanti dei discutibili e molto approssimativi testimoni hanno suggerito al tribunale.
Il corpo di Regeni, con segni di tortura, viene ritrovato su uno stradone, non lontano dal centro del Cairo. Esattamente nel giorno e nelle ore in cui una delegazione politico-industriale italiana si incontra con i vertici egiziani per discutere di investimenti e, in particolare, del ruolo dell’ENI nel giacimento di gas prospiciente le coste egiziane.
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Sul 25 Aprile e la Resistenza
di Nico Maccentelli
Da parecchi decenni assistiamo a una storpiatura della Resistenza nei suoi valori. Le liturgie istituzionali hanno fatto da preludio a tutte le operazioni che sono state fatte successivamente e a tappe. In particolare sulla questione comunismo anticomunismo, l’operazione di sdoganamento del fascismo con le foibe e la giornata istituita, che azzera i crimini di massa commessi dal nazifascismo e dai suoi complici ustascia di Ante Pavelic nei Balcani della Yugoslavia.
L’operazione della Brigata Ebraica, che non fu partigiana ma in forze all’esercito britannico del gen. Alexander e operò solo per un mese e alla fine della guerra e dopo la liberazione di Auschwitz a opera dell’Armata Rossa e che sta servendo a sdoganare il suprematismo etnofascista del sionismo israeliano: lo abbiamo visto in questi ultimi anni con la presenza e il beneplacito di PD e ANPI nelle manifestazioni ufficiali di veri e propri squadristi, che a Porta San Paolo per esempio hanno assaltato la parte filo-palestinese della sinistra di classe. Lo scopo ben preparato da ambienti legati all’hasbara è quello di far accettare le porcate criminali del sionismo genocidario e di estromettere la questione palestinese dalle manifestazioni antifasciste. Iniziamo col dire che l’antifascismo ha senso se è concepito come Resistenza all’oppressione fascista in tutte le sue sfaccettature, che universalmente è strumento dell’imperialismo. Ed è proprio questo l’elemento narrativo e di analisi che le liturgie di sistema hanno espunto soprattutto dopo la fine del PCI e la morte degli ultimi testimoni, i partigiani che la Resistenza l’hanno fatta e non a chiacchiere e ci avrebbero potuto dire che le forze titine hanno contribuito alla liberazione dal nazifascismo, che le foibe furono in prevalenza utilizzate dai criminali nazisti contro la popolazione slava, che la partecipazione degli ebrei alla Resistenza fu massiccia ma dentro le formazioni partigiane esattamente come tutti gli altri combattenti e che della Brigata Ebraica non v’era traccia.
Ma l’apoteosi la si raggiunge con il banderismo ucraino, creato e sostenuto dalla NATO in funzione anti-russa. Qui si va ben oltre il PD, l’ANPI, l’ARCI e le ong “di sinistra” varie con le loro visite a Odessa e bandiere di Pravy Sektor davanti alla Casa dei Sindacati che fu teatro il 2 maggio 2014 di un eccidio di antifascisti a opera dei nazi-banderisti del regime golpista eterodiretto dai servizi USA e occidentali.
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Sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici
di Angelo d'Orsi
Da tempo sto sostenendo che sono i "giornalisti" a dare la linea ai politici. E che il sistema guerra li ha reclutati nella loro quasi totalità. Pronti a tessere le lodi dell'Occidente, a giustificare ogni infamia di Israele (l'ultima in data odierna è l'uccisione mirata della giornalista libanese Amar Khalil, alla quale sono stati anche impediti i soccorsi che avrebbero potuta salvarla), pronti a giustificare ogni osceno atto compiuto dagli Stati Uniti, pronti a demonizzare il "Nemico" di turno; pronti, soprattutto, a mentire, a volte a pagamento, altre volte gratis, perché forse, in qualche caso, credono persino alle sciocchezze che scrivono o urlano dagli schermi.
Questi due, uno del Corriere della Sera (presentato nelle biografie come "uno dei più autorevoli giornalisti italiani a livello internazionale"!), l'altro del "Foglio", vengono ambedue dalla sinistra, accomunati dalla passione delle bretelle. Ferrara ex PCI, comunista figlio di comunisti, sostenitore della causa palestinese, fino a quando incontra la CIA che lo recluta, con regolare ingaggio, e politicamente, questo coincide con un altro incontro, ossia Bettino Craxi, di cui diventa intimo, e dopo aver occupato la poltrona di eurodeputato, caduto in disgrazia il suo padrino politico, passata la sbornia di quell'epoca, "caduto il Muro", diventa seguace e persino ministro di Berlusconi, e suo ghostwriter. Si dibatte tra le alterne vicende, fino a che ottiene dalla seconda moglie del "Cav" (fu lui a usare per primo questo nomignolo, mi pare), i trenta denari per dar vita a un giornale della destra "colta", "Il Foglio", una di quelle testate lette da chi ci scrive ma che è da sempre tenuta in vita da fondi pubblici.
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L’imperialismo: da liberista a predatorio? Un forum per discuterne
di Rete dei Comunisti
Una ipotesi sui caratteri attuali dell’imperialismo. Le conseguenze sull’Unione Europea e le classi sociali. Forum, 9-10 maggio, Roma.
Per le giornate di sabato 9 maggio e domenica 10 maggio la Rete dei Comunisti organizza a Roma un Forum di analisi e confronto.
Sabato 9 maggio, ore 10.00-13.30 Centro congressi Forma Spazi (via Cavour 181)
Domenica 10 maggio, ore 10.00-13.30 Cinema Aquila (via L’Aquila 66)
Qui di seguito il documento di presentazione dell’iniziativa.
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La velocizzazione e la politicizzazione dello scontro in atto a livello mondiale, ci obbligano ad andare oltre la descrizione dei fenomeni, le statistiche economiche, la stessa diffusa lettura geopolitica, per evidenziare la dinamica fondamentale nascosta sotto la coltre delle forme e interpretabile, dal nostro punto di vista, solo utilizzando la cassetta degli attrezzi del pensiero marxista e leninista.
L’avvento di Trump, in quanto fenomenologia “pura” della fame di profitto del capitale, porta allo scoperto la condizione reale degli USA in quanto imperialismo non più egemone ma solo dominante e, comunque, come prodotto del livello di sviluppo più avanzato raggiunto dal Modo di Produzione Capitalista dopo la fase della sua mondializzazione, cioè di quel periodo descritto a suo tempo come globalizzazione liberista.
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Karl Löwith e il Giappone: come la tecnica ha ucciso l'anima del Sol Levante
di Tiziano Tussi
Un piccolo testo-raccolta di saggi di Karl Lowith, poco più di cento pagine, ci rende un percorso filosofico e sociale, anche storico, molto significativo per comprendere il Giappone dopo il 1868, epoca Meiji, la piena restaurazione del potere imperiale sullo Shogunato che aveva avuto il controllo reale del Paese sino ad allora e ci permette di organizzare pensieri per l’oggi.
Il passaggio verso la modernità, indotto dalle navi da guerra statunitensi che hanno forzato i porti giapponesi, ha resistito sino a ora. Nella seconda parte di questo scritto vedremo come la raffinata differenza del Paese del Sol levante rispetto alla rozzezza dell’occidente si sia polverizzata avendo come definitiva conseguenza, anche se inconscia, la rottura e la scomparsa del Giappone moderno uscito dall’epoca Meiji a opera della tecnica, così come è capitato o sta capitando nel resto del mondo. La scomparsa della storia sotto l’aspetto etico.
Lowith è profugo in Giappone tra il 1936 e il 1941 in una tappa di un percorso di fuga per motivi razziali, che parte dalla Germania hitleriana. Negli scritti raccolti in questo volume si mette in relazione lo spirito profondo del Giappone con quello dei Paesi “occidentali”. Un senso profondo del nulla, del vuoto, del vacuo, rispetto alla rivendicazione di un percorso storico, più o meno preciso, che Lowith non tiene in considerazione come elemento di decifrazione della vita degli uomini. Meglio l’assenza e il nulla dal quale ogni cosa si può distendere – un elemento di memoria parmenidea all’opposto.
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Le 4 ragioni che dimostrano come l'Ue si stia preparando al conflitto con la Russia
di Giuseppe Masala
In dieci settimane ci formarono alla vita militare,
e in questo periodo ci trasformarono più profondamente
che non in dieci anni di scuola. Imparammo che un bottone lucido
è più importante che non quattro volumi di Schopenhauer.
Stupefatti dapprima, esasperati poi e infine indifferenti,
dovemmo riconoscere che ciò che conta non è tanto lo spirito
quanto la spazzola del lucido, non il pensiero
ma il sistema, non la libertà ma lo “scattare”.
Niente di nuovo sul fronte occidentale – Erich Maria Remarque
Uno dei fenomeni più pericolosi della guerra mondiale a pezzi è certamente quello che ogni volta che uno dei “conflitti locali” divampa in maniera molto violenta i mass media, e di conseguenza le opinioni pubbliche, tendono a concentrare su questo la loro attenzione trascurando ciò che accade negli altri conflitti. Un fenomeno pericoloso che da un lato non fa vedere il fenomeno nella sua interezza ma porta a concentrarsi sul singolo teatro e soprattutto tende a sottovalutare l'importanza delle fasi di “stanca” che si verificano in un quadrante quando in realtà sono quelle nelle quali viene preparata la prossima escalation.
Con il divampare della guerra nel Golfo Persico per l'appunto una coltre di silenzio è calata sul conflitto ucraino; ma non è errato sostenere che si tratta di un silenzio che prepara la tempesta. Infatti le élites europee hanno trasformato l'Europa intera nella retroguardia del fronte ucraino, diventando de facto parte diretta del conflitto come sostengono ormai apertamente i russi. Gli assi fondamentali di questa evoluzione dello status europeo in relazione al conflitto a detta di chi scrive sono sostanzialmente quattro:
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Libercomunismo di Emiliano Brancaccio. Un contributo al dibattito
di Pier Giorgio Ardeni
Il libro di Emiliano Brancaccio, uscito nel febbraio 2026 da Feltrinelli, si presenta già da quanto enunciato nella quarta di copertina: «Ormai concentrato nelle mani di pochi barbari, il capitale sta trasformando la libertà, la democrazia e la pace in scorie da eliminare. Contro una tale catastrofe c’è una sola alternativa razionale. E non può venire dal passato». Quale sarebbe? Coniugare la libertà individuale e il comunismo della pianificazione collettiva.
Il tono del libro mantiene fede a quanto appena detto: spesso altisonante, ricco di metafore immaginifiche, scorre per 176 pagine da un enunciato all’altro per arrivare alla tesi finale, espressa sopra. Emiliano Brancaccio, recita il suo profilo, è un docente di economia politica, «protagonista di celebri dibattiti con esponenti di vertice della teoria e della politica economica mondiale» quali gli economisti mainstream Olivier Blanchard, Daron Acemoglu e Vernon Smith (in caso li aveste persi), un economista «innovatore critico degli studi marxisti». Con questo curriculum, Brancaccio si inerpica per il sentiero tracciato dal buon Karl Marx per farci presente che «lo spirito di questo tempo si alberga in una tendenza», la «centralizzazione del capitale, un moto inarrestabile che sta concentrando tutto il potere nelle mani di pochi giganti». Come avrebbe previsto, per l’appunto, Marx. Ricorrendo a neologismi di suo conio come esocapitale – «la “materia oscura” dell’odierno capitalismo centralizzato» – e oltrefascismo transnazionale – in cui «la libertà del capitale è destinata a divorare tutte le altre libertà» – Brancaccio arriva ad argomentare che la soluzione starebbe nell’esproprio del grande capitale («un tabù di cui dobbiamo riappropriarci»), democratizzando il controllo delle forze produttive, liberando le energie creative dei singoli individui.
Un programma politico (in chiusura il libro contiene degli «appunti per un manifesto») che non si potrebbe che salutare con un grande evviva. Se non fosse che non si capisce bene chi e come potrebbe arrivare a fare quanto auspicato (i “nuts and bolts” della politica sono assenti dall’alto volare del Brancaccio).
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Costanzo Preve e la rifondazione del comunismo
di Salvatore Bravo
Ideologia italiana opera del 1993 di Costanzo Preve è testo fondamentale per approcciarsi in modo razionale, critico e costruttivo alla crisi del comunismo. Il saggio di Costanzo Preve ripercorre la storia del marxismo italiano per contestualizzarlo, individuarne i limiti e palesarne le conquiste teoriche. Non è un mero elenco di autori con relative prospettive comuniste, poiché lo scopo del saggio è la “rifondazione innovativa del comunismo”. Il comunismo e il socialismo non si sono inabissati nella storia tra il 1989 e il 1991, ma sono possibilità inscritte nella natura umana e quindi nella storia ed attendono di essere tradotte in atto. Nulla può ripetersi in modo eguale, in quanto la natura umana si storicizza nelle condizioni date e gli esseri umani devono confrontarsi, vivere e progettare nel loro tempo storico. Il futuro del comunismo dipende, in primis, dal congedo del passato e ci si può congedare solo dopo aver concettualizzato ciò che è stato. Nostalgie e idealizzazioni di ciò che fu non aiutano a concettualizzare e finiscono per trasformarsi in rabbiosa sterilità politica e metafisica. Da tale trappola, umanamente comprensibile, bisogna rifuggire per riaprire i “chiavistelli della storia”.
Rifondare il comunsmo, nel nostro tempo, significa confrontarsi con le resistenze ideologiche di tre categorie: politici, accademici e giornalisti, i quali si sono mostrati capaci di metamorfosi adattive mirabolanti e tese a difendere solo carrriere e redditi personali. Lo sguardo di Costanzo Preve su tali “figure di sistema”, non è “moralistico”, ma ha la capacità critica di palesarne la “funzione di resistenza al nuovo e di conservazione dello stato presente”. L’egemonia culturale delle oligarchie capitalistiche necessita degli “oratores”, i quali diffondono il “verbo del capitalismo”. Gli oratores sono “gli ultimi uomini descritti da Nietzsche”, essi hanno nel liberismo la fonte da cui attingere prebende e gratificazioni narcisistiche. L’unica legge perversa a cui obbediscono è la difesa dei loro interessi personali, essi vendono il loro “capitale culturale” alle oligarchie plutocratiche in cambio di “servili privilegi”, pertanto “lavorano” per neutralizzare la possibilità di rifondare il comunismo e l’alternativa.
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L'Ucraina e la Nato. Le parole di apertura di Cavo Dragone al "Forum sulla sicurezza" a Kiev
di Fabrizio Poggi
24 aprile. L'ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, lo stesso personaggio che qualche mese fa aveva “stupito” il pubblico con la trovata della “difesa proattiva” contro la Russia, non poteva meglio delineare ora i rapporti che intercorrono tra Alleanza atlantica, UE, cancellerie europee varie e la junta nazigolpista di Kiev.
Nemmeno l'indicibile signora Anna Zafesova che, a giorni alterni, ora intona peana all'indirizzo di quella junta che intasca miliardi estorti ai bisogni primari delle masse europee e ora predica l'imminente disfatta politica e militare della Russia, era sinora riuscita ad arrivare a una così precisa caratterizzazione delle relazioni euroatlantiste con il regime majdanista.
L'ammiraglio in questione, che è solito conturbare gli ascoltatori con l'omelia della «minaccia russa» che, dice, sarebbe tra le priorità della NATO e che meno di anno fa plaudeva ai nazigolpisti ucraini, elogiandoli quali «ottimi combattenti, oggi, intervenendo al cosiddetto Forum sulla sicurezza a Kiev ha fatto il punto sui sogni della junta banderista e ha “semplicemente” proclamato che l'adesione dell'Ucraina alla NATO, ribadita al vertice di Washington del 2024, non è svanita: tutto ciò che serve è sconfiggere la Russia e raggiungere l'unanimità tra i membri dell'Alleanza. Bazzecole. Quisquilie. «Già nel 2024, a Washington... la promessa rimane valida; è stata fatta, ma la guerra deve essere vinta. E il percorso verso l'adesione alla NATO è stato approvato. Questo è un passo necessario; è una procedura di routine», ecc, ecc.
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Guerra ucraina: l'Europa deve riconsiderare i propri rischi
di Davide Malacaria
"Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l'Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative...
La macelleria ucraina prosegue il suo corso e le armi prodotte in Occidente continuano a fluire verso Kiev colpendo obiettivi e personale russo sia in Ucraina che in Russia. Mosca finora ha accettato tale situazione limitandosi a colpire le armi e i mercenari inviati dall’Occidente nei confini ucraini. Ma ciò potrebbe cambiare, come ha avvertito, in via indiretta il ministro degli Esteri Sergej Lavrov al Forum diplomatico di Antalya. In un discorso nel quale ha accolto con favore la possibilità di un rinnovato round negoziale sul conflitto, ha anche lanciato un avvertimento: “Alcuni potrebbero definirci una ‘tigre di carta’. Sconsiglierei questo tipo di paragoni. Abbiamo pazienza, ma a un certo punto la pazienza si esaurisce. Per fortuna nessuno sa esattamente dove si trovi questa linea rossa”.
Questo il commento di Ashes of Pompeii pubblicato sul sito del Ron Paul Institute: “Da oltre una generazione, un profondo inganno strategico si è radicato in tutta l’Europa occidentale: la convinzione che il continente e coloro che gravitano nella sua orbita istituzionale siano al di fuori della portata di rappresaglie significative. Non si tratta semplicemente di fiducia nella deterrenza; è una convinzione più profonda e pericolosa di invulnerabilità intrinseca”.
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“La guerra della finanza” di Alessandro Volpi
di Michele Lupo
Dopo aver analizzato nel precedente I padroni del mondo. Come i fondi finanziari stanno distruggendo il mercato e la democrazia i meccanismi attraverso cui la finanza globale ha progressivamente sostituito la politica come centro decisionale, lo storico Alessandro Volpi torna sul tema con La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale (Laterza). In questo nuovo saggio, l’autore amplia e approfondisce la sua indagine, mettendo a fuoco i conflitti interni al potere economico mondiale e le loro conseguenze geopolitiche.
Al centro dell’analisi tornano i cosiddetti Big Three — BlackRock, Vanguard e State Street — colossi del risparmio gestito che controllano una porzione enorme della ricchezza globale. A questi fondi Volpi affianca un nuovo protagonista, ancora più inquietante: il mondo finanziario che orbita intorno a Donald Trump.
Da questa contrapposizione nasce una vera e propria “guerra della finanza”, che si combatte negli spazi opachi della speculazione e dell’investimento, avendo però sull’industria bellica uno dei suoi terreni privilegiati. L’industria degli armamenti è divenuta il principale strumento di espansione e di profitto per entrambe le fazioni del potere economico globale, mentre l’Europa, in questa contesa, assume il ruolo della vittima designata.
La popolazione mondiale, priva di reali strumenti di intervento, assiste impotente a un collasso che somiglia sempre più a una distopia reale: senza gli effetti speciali del cinema, ma con la stessa logica di sottomissione e perdita di controllo che la narrativa aveva da tempo anticipato.
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Natura umana
di Marta Mancini
Quando anche il nome di Noam Chomsky è apparso nel novero di personaggi collegati a vario titolo alla raccapricciante figura di Epstein, la notizia ha suscitato non poche perplessità con reazioni oscillanti tra l'indignazione e l'indulgenza, il credito di ingenuità e il discredito a tutto campo, fino alla motivazione del possibile cedimento allo sterco del diavolo. Si comprende il contraccolpo emotivo di fronte a uno strabismo che altera la figura simbolica di Chomsky agli occhi del pensiero progressista e dell'attivismo politico. Ma non solo. La fama di massmediologo, acuto nel rivelare i meccanismi del potere e l'uso spregiudicato della propaganda, non è da meno di quella di eminente linguista che ha incardinato l'impegno civile tenendo insieme la ricerca scientifica, l'antropologia e il pensiero politico.
Così il fatto di cronaca fa tornare in mente il dibattito che ebbe luogo nel 1971 tra Chomsky e Michel Foucault a proposito della natura umana, sullo sfondo delle possibili interazioni tra la dimensione biologica e la prospettiva storicistica, rimaste alla fine del confronto inconciliabili. Il fatto è che davanti alla ferocia degli accadimenti di questo tempo, sopportabili solo annebbiando la mente (quante volte e per quanto tempo dipende dalla soglia individuale del dolore) capita di farsi domande sulla natura umana, magari paragonandola con quella lupina, ma a torto giacché i lupi non sono capaci dell'abisso di crudeltà che appartiene allo spettro dei comportamenti umani.
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