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Orientamenti francesi
di Francesco Piccioni - Frédéric Lordon*
Questo editoriale apparso su Le Monde Diplomatique è importante sul piano strettamente teorico-politico perché, nel bel mezzo di una mobilitazione conflittuale estremamente aspra, in Francia, pone il problema di “dove e come si vuole andare” con il complesso dei movimenti.
E’ una domanda che si impone qualsiasi siano le preferenze politiche o ideologiche (individuali, collettive, di gruppo organizzato, ecc), spaziando dal far crescere sempre esponenzialmente il tono del confronto col governo fino alla canalizzazione politico-istituzionale, ovviamente di estrema sinistra relativamente alla geografia parlamentare.
E qui emerge la prima grande differenza con il nostro paese, perché in Francia una sponda parlamentare seria esiste – La France Insoumise – mentre in Italia no (e con la nuova legge elettorale pretendono di impedire che possa nascere)
Al livello teorico classico è il problema di definizione della strategia del movimento di classe e dei suoi alleati di fase e quindi anche delle tattiche conseguenti, uscendo dalle trappole logiche autocentrate tipiche dello spontaneismo e da quelle del parlamentarismo “senza se e senza ma”.
Il convitato di pietra sono i rapporti di forza complessivi tra le classi in un paese capitalistico avanzato (quindi la questione riguarda tutti i paesi occidentali, il nostro compreso), cui partecipano oggettivamente tutti i soggetti sociali e politici di un paese (oltre che i poteri esterni che hanno un peso sui singoli paesi), andando decisamente al di là della presenza numerica in piazza (un elemento dell’equazione complessiva, ma non certo l’unico né quello decisivo) e rimandando allo Stato come “forza concentrata del dominio di classe“.
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Dalla guerra tra Stati alla guerra di classe
di Maurizio Lazzarato
Nuove rivolte attraversano l’Europa. Maurizio Lazzarato le rilegge all’interno del quadro mondiale segnato dalla guerra, dalla crisi dell’economia del debito e dal declino dell’egemonia occidentale, mostrando come il conflitto sociale torni a intrecciarsi direttamente con quello tra Stati e con l’economia di guerra. In Francia sono stati i liceali ad aprire una nuova fase della mobilitazione, partita dai territori d’oltremare, passata per le banlieues e arrivata fino al centro delle città, ricomponendo esperienze e soggettività sedimentate nelle lotte dei Gilets Jaunes, della generazione Nahel e contro la riforma delle pensioni. Nel tramonto del macronismo, e più in generale nella crisi del capitalismo finanziario europeo, torna così a porsi una questione rimasta aperta dopo decenni di sconfitte: sarà possibile trasformare questa nuova composizione delle lotte in una vera alternativa politica?
* * * *
La quasi totalità dei commenti delle rivolte che cominciano ad attraversare l’Europa (persino in Austria!), sono scritti come se non avvenissero dentro la guerra mondiale «a pezzi», dentro la fase terminale dell’economia del debito e quindi dell’egemonia Usa; dentro un mondo in cui cuoceremo come cotolette sul barbecue; dentro democrazie che armano, finanziano e legittimano un genocidio, lanciando migliaia di bombe e droni contro tutti quelli che non vogliono piegarsi al rinnovato imperialismo e colonialismo armato dell’Occidente.
Proviamo a prendere un po’ di distanze dagli eventi cercando di cogliere il quadro di una lotta di classe che per la prima volta irrompe con intensità dentro la guerra dei padroni: le fond de l’air n’est plus rouge come tra gli anni Sessanta e Settanta, rinvia invece, al colore bruno e nero delle camicie della contro-rivoluzione di un secolo fa, anche se ibridati alle «democrazie» liberali.
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Quale socialismo per il nostro tempo?
di Ugo Boghetta
Il 17 ottobre, a Roma, si è tenuto un incontro organizzato da Network per il socialismo. Vi sono stati presentati e discussi l’ultimo libro di Barba e Pivetti, La libera marcia del capitale (Rogas, 2026), e la Bozza di programma socialista per l’Italia, elaborata, sulla base di un testo di questi autori, da un gruppo di cui hanno fatto parte Boghetta, Lang, Porcaro, Somma e Turci. Il documento si basa sulla necessità/eventualità di un’esplosione, implosione o uscita dall’Unione Europea e indica proposte per affrontarne i nodi cruciali. Proposte che non riguardano solo un ipotetico futuro, ma che retroagiscono anche sull’attualità. Si tratta della centralità del lavoro e del salario, del controllo dei capitali e delle merci e di uno Stato adeguato a gestire un cambiamento che sarà comunque tempestoso.
L’incontro è stato assai positivo, poiché ha evidenziato condivisioni, proposte aggiuntive, ma anche critiche e difficoltà.
Antonella Stirati e Michele Prospero sono intervenuti su varie questioni di merito. In primo luogo, sono state avanzate proposte specifiche, come l’uso delle partecipate, e integrative, come gli standard di qualità dei prodotti o l’uso di forme di moneta fiscale.
A tal proposito, il problema non sta tanto nelle singole proposte, quanto nel quadro in cui le si colloca. Vale a dire, se siano pensate in quanto compatibili con il quadro unionista oppure inserite in una transizione socialista. In buona sostanza, si tratta di valutare se le proposte siano utili ed efficaci per passare attraverso le crune dell’ago del superamento dell’Unione e determinare una strategia di cambiamento radicale.
Allo stesso tempo, è stato posto il tema della sconfitta del movimento operaio a causa di un capitale divenuto troppo grande con la libera circolazione dei capitali e la globalizzazione. Abbassati i livelli di controllo dello Stato, i conflitti sono stati depotenziati, così come la democrazia. È stato altresì sottoposto a critica il modello della governance, per passare o tornare al governo come ripresa della politica e della democrazia.
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Come leggere i risultati delle elezioni USA nel quadro della guerra in Ucraina
di Fabrizio Poggi
4 novembre. All'indomani delle elezioni di medio termine USA, che al Congresso hanno dato la maggioranza ai rappresentanti del Partito democratico, i commenti della stampa “perbene” atlantista italiana mostrano una certa cautela. Non si vuol stravincere, beffandosi apertamente dello sconfitto Trum: dopo intere settimane spese a propagandare le virtù delle scelte europeiste, messe in pericolo da un “erratico sventato” che fa accordi con la Russia, oggi pare volersi quasi celare l'entusiasmo per la prospettiva di un parlamento yankee che – ma questo non si dice – farà vedere “i sorci versi” a quello scapestrato.
Quella stampa “perbene” deve dar conto ai propri lettori europeisti di una reverenza, comunque dovuta, qualunque sia il loro presidente, ai “padri pellegrini” d'oltreoceano, che insegnano democrazia al “mondo civilizzato” e, pur nell'ardore della vittoria, si deve mostrare il bon ton e l'eleganza liberale che non ammette l'aperta umiliazione del perdente. La gioia è quasi irrefrenabile, così come lo erano stati i rimbrotti riservati per settimane a un Trump che si permetteva di osteggiare i “valori europeisti”; ma quella gioia la si contiene. Su La Stampa, l'atlantista Maurizio Molinari parla, oltremodo pacatamente, di «risveglio della democrazia americana», mentre Jacopo Iacoboni si interroga sulla possibile evoluzione della «guerra di Putin all’Ucraina»: insomma, va bene il rispetto per lo sconfitto yankee, ma che quella organizzata, finanziata e fatta proseguire da UE-NATO in Ucraina non sia altro che «la guerra di Putin», va detto. E che diamine.
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Il voto e le piazze. Qualcosa è cambiato
di Antonio Cantaro
Le strade, le piazze, le urne elettorali sono tornate in questi mesi e settimane a riempirsi. In Europa e in America, dalla Serbia al Brasile, dalla Spagna a Israele, dalla Francia all’Italia. L’elenco potrebbe continuare. Qualcosa forse è cambiato. Meno sono, sinora, cambiate le parole dei protagonisti di questi movimenti elettorali e sociali e, soprattutto le lenti degli “osservatori”. Entrambi, pur enfatizzando la parola futuro, la sua mancanza, cercano in parole del passato rassicuranti chiavi di lettura. Taluni per esaltare il presente (è tornata la democrazia partecipata, è tornata la lotta di classe), altri per esorcizzarlo (stanno tornando gli anni di piombo). Sbagliano entrambi. O forse no, hanno entrambi ragione. Mantenere aperta la risposta non è semplicemente un atto di doverosa umiltà, è prodromico alla comprensione di quanto sta accadendo e accadrà.
Per cominciare dobbiamo smettere di essere sordi e ciechi verso i decenni e gli anni che ci hanno preceduto. C’è un sottile, ma inequivoco, quid che lega il voto e le piazze di queste settimane e mesi. Un quid che si chiama sovversivismo. Sovversivismo delle classi dirigenti e sovversivismo delle classi subalterne. Nessun giudizio morale, nessuna condanna etica, è semplicemente storia e cronaca. L’interpretazione e il che fare li lasciamo al lettore. Senza nascondere che le nostre emotive simpatie vanno ai secondi (alle classi subalterne) con i quali saremo egualmente severi come deve essere, si diceva un tempo, un buon padre di famiglia. Senza temere l’impopolarità (Pier Paolo Pasolini).
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Anche l’ultima “bolla” finanziaria ha incontrato lo spillo
di Claudio Conti
Le borse crollano.
Il perché è abbastanza chiaro: la clamorosa sconfitta di Trump significa – dal punto di vista dei mercati finanziari – che la totale assenza di regolazione dell’intelligenza artificiale (sostenuta dal tycoon anche a dispetto delle richieste provenienti dagli stessi amministratori delegati di Anthropic, OpenAi, Google, Microsoft, Amazon, ecc) possa ora finire. E con essa anche la corsa senza fine dei titoli azionari delle società protagoniste di questa nuova età dell’oro speculativo.
Il Nasdaq è sceso del 5,52% e ha chiuso in correzione giovedì, con una flessione superiore al 10% rispetto al massimo record del 6 ottobre.
Le azioni di Nvidia (NVDA) sono scese del 9,3%, azzerando i guadagni dell’intero 2026. L’indice dei produttori di chip è sceso del 12,3%, registrando la peggiore giornata del decennio. Le azioni di Tesla e SpaceX, di Elon Musk, sono scese rispettivamente dell’11% e del 9%.
Il Nikkei giapponese è precipitato del 6%, mentre la Borsa di Taiwan registra un calo superiore all’8%. In rialzo invece le Borse indiane. Delhi rimasta indietro proprio sull’intelligenza artificiale, mentre però cresceva velocemente nei settori “maturi”. Il Bombay Stock Exchange e il National Stock Exchange sono perciò entrambi in territorio positivo.
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Il Partito della banlieue
di Emilio Quadrelli
[Ai fini di una più ampia riflessione politica sugli avvenimenti e le rivolte delle ultime settimane, si rende necessaria la ripubblicazione, in versione ridotta e quasi del tutto priva del ricco apparato di note originario, di un saggio di Emilio Quadrelli apparso precedentemente, con il titolo Ri–cominciamo a dire Lenin. Dal “Partito di Mirafiori, al “Partito della banlieue”, in appendice al volume di Gioacchino Toni e Paolo Lago: Spazi contesi, cinema e banlieue, pubblicato dalle edizioni Milieu nel 2024. – S.M.]
* * * *
Il presente testo proverà a dire qualcosa intorno alla banlieue utilizzando prevalentemente quella letteratura di riferimento [che] ha provato a leggere e descrivere la banlieue optando per una metodologia di ricerca prevalentemente etnografica. Una metodologia che, chi scrive, in passato ha potuto fare interamente sua avendo sia la fortuna, sia l’intuito di essere nella banlieue parigina nel 2005 e nel 2006. Venendo al presente, avendo a disposizione limitate risorse per scrivere un testo di ricerca mi è sembrato opportuno tentare l’elaborazione di un “testo politico” […]. Un ragionamento, quindi, che assume la banlieue come modello ideal – tipico in grado raccontare qualcosa di essenziale su ciò che caratterizza vita e destini delle masse subalterne contemporanee non solo in Francia. La banlieue come paradigma è ciò che qua si prova a argomentare.
Detto ciò andiamo al sodo e cominciamo con il chiederci, intanto, perché il partito della banlieue?
Parlare del partito della banlieue necessita di alcuni chiarimenti poiché, il farlo, potrebbe essere foriero di non pochi malintesi soprattutto da parte di chi, facendo anche involontariamente proprie le retoriche della borghesia e dei suoi cani da guardia, legge la banlieue come sinonimo di marginalità, eccedenza, lumpen ecc. ecc., ovvero come il luogo per eccellenza di quei mondi sociali, storicamente sconfitti ed espulsi dalla storia in quanto vittime dei processi di modernizzazione.
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Moderno tra gli antichi, antico tra i moderni
Spunti dalla parabola intellettuale di Anwar Shaikh (1945–2026)
di Stefano Di Bucchianico
Stefano Di Bucchianico ricorda Anwar Shaikh, economista della New School che è recentemente scomparso e ne illustra l’eredità intellettuale, che è fondata sulla combinazione di rigore analitico nonché di attenzione ai dati e alla storia del pensiero economico. Al centro della riflessione di Shaikh vi è una articolata interpretazione del funzionamento del capitalismo e delle contraddizioni che ne accompagnano lo sviluppo. Di Bucchianico auspica che il suo lascito intellettuale venga raccolto e valorizzato anche per comprendere nuovi problemi.
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Anwar Shaikh, nato a Karachi nel 1945 e per decenni professore alla New School for Social Research di New York, è scomparso a inizio ottobre. Numerosi sono i ricordi e gli omaggi che via via si susseguono in questi giorni in memoria di un gigante dei nostri tempi, noto soprattutto per i suoi contributi all’economia critica in decine di articoli su riviste internazionali, nonché per la capacità di misurarsi col mainstream, che spiega prezzi e distribuzione del reddito come frutto delle scelte di individui e imprese che massimizzano rispettivamente utilità e profitto.
In questo breve pezzo proverò a dare alcuni spunti di riflessione su quella che è l’eredità intellettuale di Shaikh, conscio del fatto che una ricostruzione accurata del suo lascito richiederà anni di lavoro a schiere di economisti e storici del pensiero. Basti pensare al suo magnum opus, Capitalism: Competition, Conflict, Crises (2016): quasi mille pagine che raccolgono mezzo secolo di ricerca e che per molti anni a venire saranno una base per discutere di crisi, tecnologia e disuguaglianze.
Il primo aspetto riguarda la sorprendente capacità di muoversi con disinvoltura tra vari ambiti: macroeconomia, teoria del valore, analisi econometriche, storia del pensiero.
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La bolla dei Data Center
Anatomia di un business miliardario tra debito e speculazione
di Francesco Cappello
Data Center e finanza globale. Grandi fondi e finanza del debito. Le rendite private. Chi costruisce il business e chi ne sopporta i rischi?
Per capire come nasce e come viene realizzato un Data Center (DC), conviene seguirne il percorso fin dall’inizio, partendo dalla società che presenta le richieste di autorizzazione e acquista il terreno sul quale dovrebbe sorgere l’impianto. È questa la società che compare formalmente nelle pratiche amministrative e nel Registro delle Imprese. Ma non è detto che sia anche il vero soggetto economico che sta dietro al progetto.
Molto spesso, infatti, per realizzare un singolo Data Center viene costituita una società apposita, chiamata società veicolo o SPV (Special Purpose Vehicle). È una società creata con uno scopo preciso: detenere il terreno, ottenere le autorizzazioni, realizzare e, eventualmente, gestire quello specifico progetto. In questo modo il progetto viene separato dalle altre attività del gruppo che lo promuove e i suoi rapporti economici e finanziari possono essere gestiti autonomamente.
Ma chi possiede la società veicolo? Anche qui può esserci un altro livello: la SPV può essere controllata da un’altra società, che a sua volta può appartenere a un fondo di investimento, a una multinazionale o a un gruppo societario con sede all’estero. Per capire, dunque, chi c’è realmente dietro un Data Center, non basta fermarsi al nome della società che ha presentato la domanda o comprato il terreno. Bisogna seguire la catena delle partecipazioni societarie, passando dalla società veicolo alla società che la controlla e poi ai suoi proprietari, fino ad arrivare al soggetto, o ai soggetti, che esercitano in ultima istanza il controllo economico. In pratica, bisogna risalire la catena proprietaria fino ai proprietari finali. In termini semplici (si fa per dire), il percorso è questo: il terreno e le autorizzazioni risultano intestati alla società A; la società A è controllata dalla società B; la società B appartiene a un fondo C; e il fondo C è gestito da una grande società finanziaria. Per sapere chi sta realmente dietro al progetto bisogna quindi percorrere tutti questi passaggi, senza fermarsi al primo nome che compare nei documenti.
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Europa: la guerra civile continentale è già iniziata
di Carlos Javier Blanco Martín
Un fantasma si aggira per il mondo, ma non è più il fantasma del comunismo. Né si può parlare, neanche vagamente, del fantasma della sinistra. Nessuno sfugge alla verità che, in spagnolo tradizionale, suona così: "un fiume in tempesta, guadagno per i pescatori".
In Francia, Italia, Spagna, Belgio e in molti altri paesi europei, la gente scende in piazza ed esprime una rabbia logica e legittima. Con la fine della Pax Americana e la conclusione del ciclo del cosiddetto Stato sociale, un ciclo basato sullo sfruttamento collettivo del Sud del mondo e guidato (o meglio, condiviso) dall'Anglosfera, le classi lavoratrici europee autoctone si sono viste ridotte al minimo indispensabile e si sentono sconfitte.
Le classi medie, nervo di collegamento necessario tra i proletari e le élite estrattive, si sono ridotte drasticamente a causa delle politiche globaliste e neoliberiste dell'Unione Europea. Le giovani generazioni di europei autoctoni stanno scoprendo, nonostante le manipolazioni subite e le deliberate carenze dei sistemi educativi europei, la truffa di cui sono vittime.
L'attuale percezione di frode porterà, tra qualche anno, alla tragedia. Se oggi un ragazzo lucido, ventenne, intuisce con confusione e ansia che domani vivrà molto peggio dei suoi genitori (senza casa, senza figli, senza un lavoro dignitoso e stabile), quando avrà trenta o quarant'anni, l'ansia, la situazione non sarà più quella di un semplice turbamento: diventerà una tragedia. Intorno a lui, nell'Europa del 2030 o del 2040 (se non verrà prima distrutta da una guerra), la classe medio-bassa europea non vedrà altro che sporcizia, guerre civili etniche, precarietà, repressione e imposizione di religioni e costumi non europei (Islam) o leggi innaturali (ideologia di genere e radicalizzazione LGBTQ+ imposta dalla forza militare).
Tutto ciò si verifica in un clima di estrema precarietà economica, poiché le tendenze attuali sono destinate a peggiorare: mancanza di innovazione, calo della produttività, dipendenza energetica e tecnologica, avversione generale (dovuta a un sistema educativo concepito dagli Stati Uniti, deliberatamente scadente) e sottomissione culturale a una sorta di "islamo-americanismo", di cui già oggi percepiamo i germi.
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Dopo il 30 ottobre: che fare?
di Giacomo Marchetti
Uno sciopero generale con manifestazioni in più di 50 città, con circa un milione di persone in piazza che hanno bloccato i porti e le principali arterie, convocato da un’organizzazione sindacale ben diversa da CgilCislUil, è un fatto politico di portata enorme.
Ciò che è accaduto il 30 ottobre dovrebbe essere al centro del dibattito per i contenuti rivendicativi della mobilitazione e per le dinamiche che l’hanno prodotto, ma anche per il “cambio” dei paradigmi culturali che si è sviluppato da almeno un anno a questa parte, in particolare tra le giovani generazioni, e che ora sta affiorando con forza.
Significativamente questo dato lo ha colto un giornale come Il Fatto ma non lo ha colto – ed era prevedibile – Il manifesto.
Governo e opposizioni dovrebbero chiedersi, il primo come sia possibile continuare a governare come se nulla fosse con una sfiducia popolare acclarata nelle piazze che hanno gridato a gran voce il celebre coro “Giorgia Meloni devi andartene, vattene, vattene”, le seconde dovrebbero interrogarsi sulla propria incapacità complessiva, a cominciare dai propri organi di informazione e dai corpi intermedi ad essi legati, di essere i vettori dell’unico vero movimento d’opposizione all’attuale esecutivo, un movimento che fino all’ultimo hanno snobbato o apertamente boicottato.
La verifica la si farà a breve con la manifestazione nazionale del 12 dicembre per le dimissioni del governo Meloni.
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Jeffrey Sachs: Le 4 proposte per una pace giusta in Ucraina
di Alessandro Bartoloni
Un cessate il fuoco può fermare una guerra senza risolvere la disputa che l'ha provocata. Gli eserciti possono interrompere i combattimenti e ritirarsi dalle rispettive posizioni, mentre i territori possono essere amministrati lungo una linea di demarcazione provvisoria. Ma senza un accordo sulla sicurezza reciprocamente accettato, un'intesa rischia di conservare intatte le condizioni che potrebbero portare a un nuovo confronto militare.
È una distinzione che spesso viene trascurata nel dibattito sulla guerra in Ucraina. La linea del fronte è certamente importante, ma altrettanto decisivo è l'ordine militare e strategico che dovrebbe accompagnare la fine delle ostilità. Il dispiegamento delle truppe, l'appartenenza alle alleanze militari e la credibilità delle garanzie di sicurezza determineranno se un armistizio potrà trasformarsi in una pace duratura oppure rappresenterà soltanto una pausa tra due guerre.
La sfida consiste nel conciliare definizioni della sicurezza profondamente diverse, senza negare né la sovranità dell'Ucraina né le preoccupazioni russe in materia di sicurezza. Una proposta che affrontasse soltanto le esigenze di una delle due parti difficilmente potrebbe produrre un accordo stabile.
Le quattro proposte di Jeffrey Sachs: un'unica logica strategica
L'economista americano Jeffrey Sachs ha avanzato quattro proposte tra loro interconnesse: la fine formale dell'espansione della NATO verso est; la neutralità militare permanente dell'Ucraina; la possibilità per Kiev di intraprendere un percorso di adesione all'Unione Europea pur mantenendo il proprio status di Paese neutrale; infine, la definizione di una linea di armistizio che separi l'amministrazione effettiva dei territori dalla questione, ancora irrisolta, della loro sovranità giuridica.
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17 ottobre: la Forza Imprevista al bivio
di Alessio Mannino
Quanto era prevedibile, la fiumana di 1 milione di italiani, studenti, occupati, disoccupati, portuali, camionisti, agricoltori, pensionati, cittadini in senso pieno, ancora e con ancor maggior entusiasmo in piazza dopo due sabati di proteste criminalizzate, con apposito decreto-sicurezza e invenzione del “mostro” Saher dopo i singoli, gravi, significativi, ma episodici fatti di violenza del 17 ottobre? Probabilmente, una partecipazione così massiccia, in 70 città, non se l’aspettavano neanche gli organizzatori, i sindacati di base Usb il cui sciopero generale di ieri ha fornito l’occasione a tutti di tornare in strada in massa. Perché questa ondata di ribellione, generata anzitutto dall’ingiustizia di scaricare, al solito, i costi del sistema economico e geopolitico sulle classi medio-basse, attraversa categorie, ceti, generazioni. È un insorgere di popolo.
Non di tutto, il popolo, certo. Restano fuori due macro-gruppi, lungo due assi diversi. Da una parte, ovviamente, chi non sente il vertiginoso aumento del costo della vita, quel 25% di redditi medio-alti che, secondo un recente libro dell’economista Piergiorgio Ardeni, fanno da base di consenso al famoso 1% di ultra-ricchi. Dall’altra, soprattutto, chi è tuttora mentalmente inchiodato alla divisione Destra/Sinistra: una moltitudine trasversalmente distribuita, che vede i poveri cristi di destra tifare per il manganello di polizia (è così, fatevi un giro sull’altra piazza, quella dei social…) e i benpensanti, e spesso benestanti di sinistra, sperare che i cortei si traducano in voti al “campo largo” alle elezioni 2027.
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Mi manda Putin: il fantasma russo che smaschera le contraddizioni dell’Occidente
di Fausto Anderlini*
Putin è diventato il fantasma evocato per spiegare ogni cosa, ma la sua parabola va letta nella storia russa e nelle contraddizioni europee. Tra eredità zarista e sovietica, multipolarismo e crisi occidentale, il giudizio sul suo modello resta controverso.
Ormai è un gioco virale, come Pokémon. Putin è avvistato in ogni dove, soprattutto dove non te l’aspetti e quando non lo si vede. Come il noto mostriciattolo tascabile. Ha stato Putin qualsiasi cosa accada, anche la più casuale. Anzi, non avendo una spiegazione probante per l’occorrenza proprio lì, si dimostra la sua inquietante presenza.
Putin si insinua ovunque, come il gelido sbuffo dello spiritismo. Per positivo, venendo accolto dai satanisti come un liberatore, ma anche ex negativo, per essere esorcizzato. Persino, in quest’ultimo caso, quando si è disposti a riconoscergli molte ragioni.
Molti discorsi sono quasi sempre aperti dal preambolo del riconoscimento che egli resta pur sempre un aggressore. Capita anche che fieri critici dell’euro-atlantismo mettano le mani avanti, cadendo nel tranello dell’excusatio non petita. Temendo in qualche modo d’essere annoverati tra i suoi seguaci.
Ci si affanna: «Noi non siamo con Putin», che, se non è un criminale, è comunque un monocrate repressore. Soprattutto un post-comunista rinnegato che, ad esempio, è andato a omaggiare Denikin, uno dei capi dell’Armata Bianca, e si perita spesso di muovere critiche a Lenin, mentre ha in Dugin, il filosofo della destra in salsa slava, il suo Rasputin.
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Il referendum che Trump ha voluto, e ha perso
di Mario Sommella
Caro vita, guerra all’Iran, tagli alla sanità e un diluvio di denaro miliardario: il voto di metà mandato del 3 novembre consegna ai Democratici Camera e Senato. È la sconfitta politica del trumpismo, non ancora del sistema che lo ha reso possibile.
Il 25 ottobre, dal palco di Port Huron, in Michigan, il presidente degli Stati Uniti ha storpiato per l’ennesima volta il nome di un cittadino americano nato e cresciuto in quello Stato. Lo chiamava «Mohammed», lo definiva un jihadista, sosteneva che sarebbe stato l’unico senatore costretto a passare sotto un metal detector per entrare in aula. Abdul El-Sayed, medico ed epidemiologo, figlio di una famiglia emigrata dall’Egitto, rispondeva che Trump poteva pronunciare il suo nome come gli pareva, tanto dopo novembre avrebbe dovuto chiamarlo senatore. Nove giorni dopo, nella notte tra il 3 e il 4 novembre, El-Sayed ha battuto il repubblicano Mike Rogers ed è diventato il primo musulmano eletto al Senato nella storia degli Stati Uniti.
In quella vittoria c’è quasi tutto il senso di queste elezioni di metà mandato. C’è un presidente che ha trasformato il voto in un plebiscito su se stesso e lo ha perso. C’è un linguaggio d’odio che non ha pagato. E c’è una domanda che riguarda anche noi, dall’altra parte dell’Atlantico: che cosa succede quando milioni di persone, schiacciate dai prezzi, dalla guerra e dai tagli ai servizi, decidono di usare l’unica arma che resta loro in mano?
1. I numeri di una disfatta annunciata, ma più larga del previsto
Prima i fatti, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora in corso di conteggio. Secondo le proiezioni di Associated Press, CNN, CBS e NBC, i Democratici hanno conquistato la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Al Senato, dove i repubblicani partivano da un vantaggio di 53 seggi a 47, il Partito democratico ha strappato sette seggi all’avversario: il North Carolina con Roy Cooper, l’Ohio con Sherrod Brown, l’Iowa con Josh Turek, il Kansas con Adam Hamilton, il South Carolina con Annie Andrews, il Texas con James Talarico e il Maine, dove Troy Jackson ha chiuso quasi trent’anni di mandato di Susan Collins. Nella notte l’Associated Press attribuiva ai Democratici almeno 53 seggi. Alcune corse restano aperte, a cominciare dal Mississippi, dove con il 98 per cento delle schede scrutinate il democratico Scott Colom precedeva la senatrice uscente Cindy Hyde-Smith di appena 28 voti.
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«Chi conquista i giovani vince le battaglie di questo tempo»
Umberto De Giovannangeli intervista Emiliano Brancaccio
Dalle proteste europee alla crisi del liberalismo, l’autore di Libercomunismo invita la sinistra a una «razionale e tempestiva radicalità»
«Un potente avvertimento, le proteste giovanili scuotono l’Europa». «Una generazione scende in piazza: i giovani europei rifiutano un futuro che gioca contro di loro». «Un senso di rivolta infiamma le nuove generazioni». Dal Guardian a Le Monde, dall’Associated Press a El País, gli organi di stampa segnalano la temperatura di questo caldo autunno di contestazioni, dalla scuola alla casa, al carovita, con una crescente partecipazione di giovani. Fa parziale eccezione l’Italia, dove il Corriere della Sera e altre testate insistono sul teppismo, mettendo in second’ordine le ragioni politiche delle manifestazioni. Ma cosa sta accadendo? È solo una disputa tra saccheggiatori in piazza e repressori al governo? O è piuttosto una crisi più profonda dei rapporti tra le classi e tra le generazioni? Lo chiediamo a Emiliano Brancaccio, docente di economia politica all’Università “Federico II” di Napoli e autore di Libercomunismo, un “libretto rosso” molto discusso che è stato visto circolare anche tra i giovani contestatori di questi giorni.
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Professor Brancaccio, lei sostiene che se non cogliamo le “tendenze” dell’epoca non capiamo nulla delle contingenze politiche. Le attuali proteste, con tanti giovani in piazza, sono un fenomeno estemporaneo? O sono il sintomo di una tendenza generale?
Una risposta ce la può dare il Fondo Monetario Internazionale, che da tempo elabora un indicatore un po’ “panottico”, quasi mai citato nella vulgata. È il Reported Social Unrest Index, che misura quanto spazio occupano, sui media, le notizie relative a manifestazioni, proteste, tumulti e disordini sociali.
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L’ecosistema estrattivo della finanza globale
di Michele Blanco
Monopoli, asimmetrie fiscali, erosione democratica. Considerazioni a partire dal libro di Alessandro Volpi, La finanza è colpevole. Storia e cronache dall’abisso (Einaudi)
Negli ultimi tre decenni l’economia mondiale ha subito una metamorfosi profonda, scivolando silenziosamente dall’era del capitalismo produttivo industriale a quella di un’egemonia finanziaria totalizzante. Il baricentro del sistema si è spostato in modo lineare e aggressivo dalla produzione di beni tangibili e dall’economia reale verso una pervasiva finanziarizzazione dei mercati. In questo nuovo assetto, la generazione di valore non è più legata alla creazione di posti di lavoro, all’innovazione tecnologica o alla fornitura di servizi essenziali alla collettività, bensì all’estrazione sistematica e parassitaria di rendite finanziarie. Ci troviamo di fronte a una transizione in cui la finanza si è impossessata del risparmio del nostro Paese e ne ha fatto lo strumento per innumerevoli speculazioni. Questa mutazione antropologica ed economica ha trasformato delle grandi corporazioni in veicoli liquidi finalizzati alla massimizzazione dei dividendi e all’implementazione di pratiche puramente speculative, quali i buyback azionari, subordinando ogni strategia al principio del valore per gli azionisti a brevissimo termine. Il capitale ha cessato di essere un volano per il benessere collettivo e la crescita sociale per tramutarsi in un dispositivo estrattivo globale che drena metodicamente liquidità dai settori produttivi locali per riversarla nei circuiti delle borse internazionali, lasciando dietro di sé territori impoveriti e società frammentate.
La più significativa e inquietante innovazione strutturale di questo scenario risiede nella straordinaria concentrazione di capitale monopolistico nelle mani di pochissimi colossi privati transnazionali. I cosiddetti “Big Three” — BlackRock, Vanguard e State Street — non agiscono più come semplici intermediari del risparmio o gestori passivi di fondi comuni, ma detengono un controllo proprietario e decisionale trasversale senza precedenti nella storia dell’umanità. Attraverso una fitta e impenetrabile rete di partecipazioni incrociate, questi mega-fondi gestiscono quote azionarie di blocco e di controllo nelle principali imprese concorrenti all’interno dello stesso settore. Questa configurazione altera radicalmente, fino ad annullarle, le tradizionali dinamiche competitive descritte dai manuali di economia, esautorando i meccanismi del libero mercato a favore di un cartello globale.
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Cuba, il voto all'ONU e la nascita di "elbloqueo.it"
di Geraldina Colotti
Mentre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite si pronuncia per la trentaquattresima volta consecutiva contro il blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d'America contro Cuba, la macchina della propaganda occidentale continua a produrre cortine fumogene per giustificare l'ingiustificabile. La narrazione dominante dei grandi conglomerati mediatici vorrebbe ridurre la resistenza di un intero popolo a un presunto fallimento interno, rimuovendo deliberatamente la natura criminale e genocida di un'aggressione pluridecennale. A smontare questa menzogna con la forza inoppugnabile dei fatti e dei documenti ufficiali declassificati di Washington è intervenuta nei giorni scorsi, presso l'Ambasciata di Cuba in Italia, la presentazione del nuovo portale di controinformazione elbloqueo.it, un'iniziativa militante nata dall'incontro diretto e dall'amicizia profonda con la realtà cubana vissuta sul campo dai suoi tre creatori: l'archivista e storica Lucia Nardi, l'attivista Andrea Pesce e il più anziano del gruppo, Franco Spezia, il cui sguardo maturo e militante ha voluto trasformare l'indignazione di fronte all'ingiustizia in uno strumento permanente di lotta e controinformazione.
La mobilitazione internazionale contro il bloqueo si scontra ogni anno con il cinismo dell'imperialismo statunitense, ma restituisce una mappa politica e geopolitica chiarissima. Di fronte alla condanna della stragrande maggioranza del pianeta, Washington ha stretto i ranghi della propria catena di comando costringendo i suoi vassalli a un voto di aperta sottomissione. Nella passata sessione sono stati soltanto sette i Paesi che hanno scelto di schierarsi per mantenere il blocco e continuare a strangolare i dieci milioni di abitanti dell'isola: gli Stati Uniti e “Israele” come mandanti storici dell'assedio, l'Argentina di Javier Milei che ha svuotato la tradizione antimperialista del Paese per trasformarsi nel gendarme di Washington nel Cono Sur, l'Ungheria di Viktor Orbán che ha spaccato il fronte europeo, l'Ucraina e la Macedonia del Nord subalterne alle direttive della NATO, e il Paraguay allineato ai diktat della destra continentale. A questi si sono aggiunti dodici Paesi astenuti, appartenenti prevalentemente all'area dell'Europa orientale, baltica e balcanica legata a doppio filo all'apparato atlantista, oltre a Costa Rica ed Ecuador, di fronte a un blocco oceanico e maggioritario composto da oltre l'ottantacinque per cento delle nazioni del mondo che denunciano il carattere criminale del bloqueo.
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Terremoto Usa, tutti fermi
di Francesco Piccioni
E’ sicuramente successo qualcosa, negli Stati Uniti. Cosa è successo e quali ricadute avrà, a breve e medio periodo (nel lungo, diceva Keynes, “sicuramente saremo tutti morti”), non è proprio chiarissimo.
Trump ha perso nettamente, molto di più del preventivato. Ha voluto un referendum su di sé, e il risultato non è contestabile. Il Congresso è in mano all’opposizione “dem”, ma beato chi sa cosa questa vorrà fare.
Due soli esempi per averne un’idea. Il nuovo senatore del Michigan, Abdul El Sayed, nel suo discorso di ringraziamento agli elettori, era accompagnato dalla moglie col velo della regola musulmana e tra i diversi temi ha ricordato che “i bambini palestinesi devono vivere nella terra dei loro padri”. Un avviso a Israele: qui non ci comanderete più come avete fatto con Trump grazie a Jeffrey Epstein e all’Aipac.
Al contrario, la governatrice “dem” del New Jersey, Mikie Sherrill, ha minacciato multe alle autorità portuali che accetteranno il diesel trasportato dalle navi russe. Messaggio alla Russia: continueremo la guerra in Ucraina, grazie anche a quei deficienti alla guida di Francia, Gran Bretagna e Germania, che si sono dichiarate pronte ad inviare truppe in Ucraina pure se Unione Europea e Usa non sono d’accordo.
In mezzo ci passano diversi oceani, con tutta evidenza.
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Rubio: il nuovo corso imperialistico USA, figlio di ignoranza storica
di Cristina Quintavalla
Il discorso di Marco Rubio, segretario di Stato statunitense, tenuto sulla collina della Pnice ad Atene, dove si riuniva l’ecclesia, l’istituzione della democrazia, ha segnato la linea spartiacque tra la retorica narrazione della democrazia (occidentale), che prometteva la felicità, il progresso, la pace, la libertà in un quadro di Stato di diritto, e l’esplicita ammissione dell’avvento di un nuovo corso della storia («siamo a un punto di svolta nella storia dell’intera civiltà»), oligarchico e violento, agito da una classe di conquistatori e predatori naturalmente bianchi e ricchi, destinati a dominare sull’intero pianeta.
È stata tolta la maschera senza remore né pudore alcuno.
Il discorso di un potenziale futuro presidente, per l’assoluta gravità delle sue affermazioni, merita di essere analizzato nel dettaglio. Cosa emerge?
In primo luogo, è necessario sottolineare un’imprescindibile considerazione di metodologia storiografica: il discorso di Rubio si è retto su uno spregiudicato uso politico della storia.
a) Ha utilizzato strumentalmente eventi lontani nel tempo per legittimare decisioni o ideologie attuali. Vale a dire che ha istituito una continuità storica tra un passato risalente a oltre 2500 anni fa, in Grecia, e il presente della nazione americana.
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La libera marcia del capitale e la sconfitta del lavoro
di Massimo Pivetti
Il 17 ottobre, a Roma, si è tenuto un incontro organizzato dal Network per il socialismo, nel corso del quale sono stati presentati e discussi l’ultimo libro di Aldo Barba e Massimo Pivetti, La libera marcia del capitale (Rogas, 2026), e la Bozza di programma socialista per l’Italia, elaborata, sulla base di un testo dei due autori, da un gruppo di lavoro di cui hanno fatto parte Ugo Boghetta, Marco Lang, Mimmo Porcaro, Alessandro Somma e Lanfranco Turci.
Il volume di Barba e Pivetti conclude una trilogia dedicata ai dogmi fondamentali della mondializzazione liberal-capitalistica, sui quali si fonda l’architettura europea: la libera circolazione dei capitali, delle merci e delle persone. Nel contributo che segue, Massimo Pivetti ne presenta le tesi principali e le loro interconnessioni, soffermandosi, in particolare, su come la libera mobilità internazionale dei capitali svuoti di sostanza la sovranità democratica e ostacoli il perseguimento di politiche efficaci al servizio del lavoro e della giustizia sociale.
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La rivolta dell'«altra Francia»
Giuseppe Molinari intervista Houria Bouteldja
Pubblichiamo un’analisi di quanto accade in Francia dal 17 ottobre e, più in generale, del ciclo di lotte che attraversa il paese, con un’intervista a Houria Bouteldja, figura di riferimento del dibattito antirazzista e di cui DeriveApprodi ha pubblicato Maranza di tutto il mondo, unitevi! (edizione originale Beaufs et barbares, La Fabrique éditions). Nel testo l’autrice affronta diversi temi: dalla composizione sociale delle mobilitazioni alle possibilità di ricomposizione tra i giovani delle banlieue e il proletariato bianco impoverito, dal rapporto con La France insoumise alle analogie e alle differenze con quanto sta emergendo in Italia. Complessivamente, un’importante riflessione sulle trasformazioni del conflitto sociale in entrambi i paesi.
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G.M.: Le immagini delle ultime mobilitazioni in Francia colpiscono per partecipazione, composizione e radicalità delle pratiche di piazza, che si inscrivono nella continuità del ciclo di conflitti che attraversa il paese da molti anni, pur sembrando superare una nuova soglia d’intensità. A quale tipo di mobilitazione abbiamo assistito? In che misura vi ritroviamo la storia delle rivolte delle banlieue, delle mobilitazioni degli studenti delle superiori e delle lotte degli ultimi anni? E quali elementi di novità avete individuato?
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Utilitarismo, pragmatismo e la deriva anti-umana del sistema capitalistico occidentale
di Laura Ruggeri*
Quando l’Occidente ammanta di un velo di moralità la propria espansione geopolitica, presentandola di volta in volta come missione civilizzatrice, democratizzazione, intervento umanitario, difesa della libertà o promozione dello Stato di diritto, lo scarto abissale tra retorica e realtà genera inevitabilmente accuse di ipocrisia e di “doppi standard”.
Queste accuse, però, partono da un presupposto errato, quello secondo cui il sistema capitalistico occidentale possiederebbe un codice morale stabile che di tanto in tanto viene tradito. In realtà questo sistema opera secondo una logica ben diversa da quella valoriale. I valori non sono intesi come principi assoluti da rispettare, ma come strumenti contingenti da attivare o disattivare a seconda della convenienza strategica. Il sistema opera secondo criteri di utilità, efficacia e potere ed è su questo piano che va spostata la critica. Bisogna cioè chiedersi: utile per chi? Efficace a quale scopo? Per il potere di chi?
Spostare l’attenzione su queste domande significa mettere in discussione la teleologia stessa del sistema, il fine ultimo a cui tende, perché la conservazione e l’espansione del capitale, la riproduzione del potere di chi lo controlla e la perpetuazione di un ordine che concentra ricchezza e influenza rappresentano un fine intrinsecamente anti-sociale che, portato alle sue logiche ed estreme conseguenze, rivela la sua natura profondamente anti-umana.
Una volta riconosciuto che il sistema non persegue un orizzonte morale condiviso, ma un interesse particolare mascherato da interesse generale, diventa possibile giudicare non soltanto i mezzi impiegati, ma la legittimità del fine stesso. È a questo livello, vale a dire quello della direzione verso cui il sistema ci sta portando, che la critica deve concentrarsi.
Voglio partire da lontano, dalle radici filosofiche di una visione del mondo che dopo aver escluso il Divino come fondamento dell’ordine morale, e quindi la dimensione trascendentale, ha finito per mettere da parte anche l’Uomo, con la sua dignità, i suoi legami, la sua finitezza.
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Coi maranza. Visti da vicino il 24 Ottobre 2026 in piazza
di ALGAMICA*
È ormai svelato il trucchetto dietro la pagina anomima « Movimento 17 ottobre » che ha tenuto in ansia giornali, questure, prefetture e governo in vista della giornata del 24 ottobre. Ieri abbiamo chiacchierato a lungo con delle ragazze minorenni prima che arrivasse l’onda giovanile a fine corteo dei cosiddetti antimperialisti sovranisti, che avevano indetto una manifestazione per « l’Italia fuori dalla guerra » con un comunicato che chiariva anche « l’obiettivo di tenere i maranza fuori dalla piazza ».
Queste ragazze stavano in diverse chat telegram dove rimbalzavano i possibili luoghi della protesta giovanile. Ma erano tutte piazze già note. Un tam tam che scorre su internet che esprime e raccoglie una necessità di mobilitarsi, rilanciando “news” e “fake news”. Così mentre stavamo lì abbiamo guardato insieme i possibili luoghi indicati sulle mappe, scartandole tutte decidendo di restare in quel fiacco fine corteo, sperando che forse ci trovavamo nel luogo più ovvio – tra la fine di Via Cavour e Largo Corrado Ricci. Dietro a queste mobilitazioni non c’era e non c’è una regia, non c’era e non c’è una rete organica. Non vi è un coordinamento per come lo immaginiamo noi prendendo spunto dalle forme del passato. Il movimento studentesco con le grandi assemblee nelle Università, dove si coagulano differenti tendenze politiche ideologiche, che poi se trovano la quadra scendono in piazza unitariamente, oppure in concorrenza tra loro. La sigla Movimento 17 ottobre non è un collettivo, un coordinamento, sarebbe come a dire che negli USA esiste il movimento degli spiderman antifascisti, ma si tratta solo di ragazzi che seguono un meme vestendosi così, un volto mascherato semplicemente colorato. Un giovane forse arabo o forse palestinese che per caso ha ideato un qualcosa che ha gettato in apprensione Prefetture e Questure. Ora si vantano di aver smantellato una rete, una organizzazione che in realtà non è mai esistita. Poi abbiamo saputo che il governo, la prefettura e i media hanno trovato un capro espiatorio, guarda caso un trentenne di origini marocchine, indicato come responsabile di tutte le malefatte, la mente a capo delle rivolte giovanili di questi giorni. La notizia rimbalzava proprio mentre eravamo in strada e ovviamente le varie chat informali dei giovani ne davano notizia.
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Midterm 2026: Trump rischia la disfatta
di Alessandro Scassellati
Le elezioni di midterm del 3 novembre 2026 si preannunciano come un terremoto politico per gli Stati Uniti, con i sondaggi che stimano una pesante sconfitta per Donald Trump e il Partito Repubblicano. Una massiccia vittoria democratica cambierebbe gli equilibri al Congresso, sollevando enormi incognite sulla tenuta istituzionale del Paese e sul futuro dei mercati finanziari, oggi fortemente legati alla bolla dell’Intelligenza Artificiale. Alimentato da una profonda faglia generazionale e demografica, il voto determinerà non solo la linea economica interna, ma anche la traiettoria geopolitica statunitense nei conflitti in Ucraina e Iran, fino a ridefinire la guerra dei dazi e il primato tecnologico globale nella sfida strategica con la Cina. Da una prospettiva di sinistra radicale, tuttavia, questa tornata elettorale smette di essere una semplice competizione tra partiti per rivelarsi come il riflesso delle contraddizioni strutturali del capitalismo tardo-imperiale, dove l’instabilità politica è il sintomo visibile della crisi del modo di produzione e dell’egemonia globale statunitense.
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Il prossimo 3 novembre 2026, gli Stati Uniti affronteranno le elezioni di midterm (metà mandato presidenziale), un appuntamento che si preannuncia tra i più tesi e decisivi della storia recente. Tutti i sondaggi e i principali indicatori politici concordano su un punto: il Presidente Donald Trump e il Partito Repubblicano rischiano una pesante sconfitta elettorale. Lo scenario in evoluzione non riguarda solo il consueto “voto di punizione” di metà mandato, ma evidenzia uno smottamento politico più profondo. Perfino in alcuni Stati tradizionalmente “rossi” (repubblicani), i margini storici si stanno assottigliando, spingendo diversi analisti a considerare territori un tempo sicuri come parzialmente in bilico. Questa erosione del consenso repubblicano in roccaforti storiche del Sud e del Midwest è il segnale più evidente di una crescente stanchezza dell’elettorato moderato nei confronti della polarizzazione esasperata, un fattore che rischia di ridisegnare la geografia elettorale del Paese per i prossimi anni.
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