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La pax russo-americana incombe su ucraini ed europei
di Gianandrea Gaiani
Mentre i russi eliminano le ultime sacche di resistenza ucraina “nell’imbuto” di Pokrovsk/Mirnograd, avanzano nelle regioni di Zaporizhia, Karkhiv e Dniepropetrovsk e soprattutto annunciano la completa conquista di Kupyansk (nel silenzio di Kiev e propagandisti euroatlantici che hanno taciuto finora anche la caduta di Pokrovsk), l’Amministrazione Trump ha messo a punto un piano in 28 punti per mettere fine alla guerra in Ucraina e impostare un accordo su vasta scala con la Russia.
Lo ha riportato il 19 novembre il giornale on line statunitense Axios, citando fonti americane e russe, secondo cui i 28 punti riguardano quattro temi: pace in Ucraina, garanzie di sicurezza, sicurezza in Europa e futuri rapporti degli Stati Uniti con Russia e Ucraina.
Questo l’elenco dettagliato dei punti dell’accordo presentato dagli Stati Uniti:
- La sovranità dell’Ucraina sarà confermata.
- Verrà concluso un accordo globale di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità rimaste irrisolte negli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.
- La Russia si impegna a non invadere i Paesi vicini e la NATO si impegna a non espandersi ulteriormente.
- Verrà varato un dialogo tra Russia e NATO, con la mediazione degli Stati Uniti, per risolvere tutte le questioni relative alla sicurezza e creare le condizioni per una de-escalation.
- L’Ucraina riceverà garanzie di sicurezza affidabili.
- Le forze armate ucraine saranno limitate a 600.000 uomini.
- . L’Ucraina accetta di sancire nella propria Costituzione la sua non adesione alla NATO e la NATO accetta di includere nel proprio statuto una disposizione che specifichi che l’Ucraina non sarà integrata in futuro nell’alleanza.
- La NATO accetta di non schierare truppe in Ucraina.
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Fanon può entrare ma i palestinesi d’Italia no, perché? Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato
Appunti sull’inadeguatezza della sinistra italiana
di Laila Hassan
“La guerra di liberazione non è un’istanza di riforme, ma lo sforzo grandioso di un popolo, che era stato mummificato, per ritrovare il suo genio, riprendere in mano la sua storia e ricostituirsi sovrano” [1]
A 100 anni dalla nascita di Fanon alcune brevi, forse inutili, considerazioni.
Se c’è un atteggiamento che in questi anni mi ha particolarmente colpita è l’incapacità di alcuni ambienti in solidarietà con la Palestina di comprendere il significato della lotta palestinese. La rabbia palestinese non è un sentimento che il pubblico occidentale, in lacrime, commosso di fronte alle immagini dei corpi dilaniati palestinesi, può accettare. La rabbia del colonizzato è incomprensibile, fuori dalle regole dell’accettabilità, è animalesca per natura. Un sentimento che può generare mostri, e che ci ha attaccato addosso l’etichetta di incivile, barbaro, dannato. Non è la scoperta dell’acqua calda, né la pretesa di teorizzare qualcosa che è già stato scritto da militanti e intellettuali impegnati nelle più disparate tradizioni anticoloniali, ma l’atteggiamento paternalista, colonizzatore e razzista messo in campo da chi “ti vuole difendere” è ciò da cui dobbiamo stare alla larga.
Utilizzo quindi queste righe per diversi motivi: primo, su tutto, dare sfogo alla mia frustrazione, da palestinese, italiana, militante di un’organizzazione palestinese in Italia. In secondo luogo, per condividere con chi leggerà alcuni dei pensieri che hanno abitato i nostri corpi, spesso in tensione e arrabbiati, spesso incapaci di trovare nello sguardo del solidale un alleato di cui fidarsi.
Le lotte anticoloniali che hanno caratterizzato la metà del ‘900 – stesso periodo in cui si ufficializzava l’istituzione coloniale in Palestina, hanno attraversato diverse fasi, tradizioni, pratiche, riflessioni politiche, momenti in cui le scelte dei colonizzati hanno assunto forme e modalità adatte alle contingenze. Allo stesso modo, pensare che i palestinesi abbiano prediletto una forma di resistenza all’altra vuol dire non essere in grado di leggere la situazione coloniale, né di entrare in connessione con la prassi anticoloniale.
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Né pace né giustizia per la Terrasanta
di Gaetano Colonna
Quanto avvenuto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite il 17 novembre 2025, con l’approvazione della Risoluzione n. 2803, è un evento rivelatore dell’acquiescenza della comunità internazionale al predominio della forza delle armi in Terrasanta. Risulta oramai evidente che non vi è più spazio per il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, e che la violazione del diritto internazionale non trova sanzione nemmeno presso l’ONU: non una riga viene infatti dedicata in questa risoluzione alle molteplici, reiterate, permanenti violazioni dei diritti umani commesse dallo Stato di Israele nella Striscia di Gaza (e non solo).
Oltre a Stati Uniti, Regno Unito, Francia, membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, Algeria, Danimarca, Grecia, Guyana, Sud Corea, Pakistan, Panama, Sierra Leone, Slovenia, Somalia, membri non permanenti, hanno votato a favore della risoluzione.
Si sono astenuti gli altri due membri permanenti, Cina e Russia. Una decisione questa di notevole gravità, che sembra costituire il prezzo per ottenere vantaggi in altri scottanti contesti: la soluzione del conflitto in Ucraina per la Russia; un ammorbidimento delle posizioni statunitensi nel conflitto commerciale con la Cina Popolare.
Opportunismo russo
Da questo punto di vista, le preoccupazioni esternate dall’ambasciatore russo all’ONU, Vassily Nebenzia, tolgono ben poco al fatto che la Russia ha compiuto una scelta dettata da una ristretta Realpolitik, rinunciando di fatte a proprie autonome posizioni in Medio Oriente, evidentemente per concentrarsi sull’Ucraina: ulteriore conferma dopo l’abbandono di Bashir Assad in Siria.
A poco serve quindi che Nebenzia dichiari: «La cosa principale è che questo documento non dovrebbe diventare una foglia di fico per gli esperimenti sfrenati condotti dagli Stati Uniti in Israele, nei territori palestinesi occupati». La Russia sa benissimo che invece proprio di una foglia di fico si tratta.
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Ucraina, finale di partita
di Fabrizio Casari
La guerra in Ucraina potrebbe veder avvicinarsi il suo epilogo, dato che il piano proposto dalla Casa Bianca accoglie le richieste russe avanzate dal 2014. Pur tenendo conto delle giravolte possibili di Trump e delle isterie europee, non pare vi siano all’orizzonte alternative di sostanza. A meno di non voler considerare che la presa del Donbass e la presenza russa per centinaia di chilometri in profondità e duemila in larghezza lungo tutta la frontiera possa essere ulteriormente incrementata. Magari fino a prendere anche Odessa e a chiudere lo sbocco al mare per l’Ucraina. Quel che è certo è che se non verrà accettato, anche emendato in alcune parti ma alla fine accettato, gli USA non metteranno altre risorse e probabilmente ritireranno quelle già in dotazione. Zelensky, al minimo storico del gradimento nel suo Paese (22%) si è esibito in un discorso demagogico da attore consumato, ma si prepara alla resa perché non ha più il più importante alleato, ha perduto molta parte del sostegno politico interno, non ha più denaro da mungere e non ha più soldati con cui combattere.
Il piano parte dalla presa d’atto della situazione militare sul terreno. I russi avanzano ed hanno già superato le linee di difesa con una tattica più da guerriglia che da manovra classica di fanteria; gli ucraini indietreggiano, fuggono o disertano e persino i suoi battaglioni d’élite come il 37° o l’Azov sono completamente circondati.
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“Framing Gaza”: lo studio che smaschera la parzialità dei media occidentali
di Enrica Perrucchetti*
Le principali testate di otto Paesi occidentali hanno sistematicamente privilegiato la narrazione israeliana e marginalizzato le prospettive palestinesi nella copertura del genocidio di Gaza, omettendo le loro rivendicazioni storiche e il contesto dell’occupazione.
È quanto rivela il rapporto di Media Bias Meter, Framing Gaza: A Comparative Analysis of Media Bias in Eight Western Outlets, che ha analizzato 54.449 articoli pubblicati in cento settimane, dal 7 ottobre 2023 ad agosto 2025, dallo statunitense The New York Times, dalla britannica BBC, dal canadese The Globe and Mail, dal francese Le Monde, dal tedesco Der Spiegel, dal belga La Libre Belgique, dall’italiano Corriere della Sera e dall’olandese De Telegraaf.
Dalla ricerca emerge uno schema coerente: una distorsione strutturale del racconto a favore del frame israeliano. Il risultato è un’informazione che, pur proclamandosi equilibrata, finisce per legittimare la violenza di Stato come «autodifesa», normalizzare l’occupazione e relegare le vittime palestinesi a un ruolo secondario, deumanizzandole e filtrandole attraverso «la lente del terrorismo».
Il pregiudizio che unisce i media occidentali
Lo studio mostra come, al di là delle linee ideologiche, l’architettura comunicativa risponda allo stesso schema: Israele al centro del discorso, la Palestina confinata a nota a margine o a cornice funzionale.
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UE, USA, Israele, suicidio assistito?
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi in “Spunti di riflessione” di Paolo Arigotti
Due scoop. Uno grosso, di grande portata. L’altro piccolo piccolo, ma personale.
Pur essendo considerato come un successo della professione a cui tutti dovremmo ambire, lo scoop, che pure ha appassionati cultori, non mi ha mai detto molto. Lo vedo, mi stupisco, lo ammiro, poi finisce a morire lì. Perché penso che più dello scoop, che, come i dadaisti, ha la funzione di epater le bourgeois, stupire il borghese, vale la ricerca e illuminazione dei retroscena.
Fatta questa rivelazione dottrinale, rinnego tutto, come fossi una Meloni qualsiasi, e procedo agli scoop. Il primo, grosso, non è mio, ma del più rispettato e corretto dei quotidiani israeliani, per queste sue qualità spesso bastonato dal regime degli ultrà sionisti (dargli dei nazi sta diventando un eufemismo).
Del resto, agli scoop di Haaretz siamo abituati, anche se sembra esserci un’intesa politico-mediatica internazionale per ridurli al silenzio. Ricordo quello relativo al 7 ottobre di Hamas, seppellito sotto l’omertà della sopra nominata combine politico-mediatica. Si tratta dell’inchiesta del giornale che aveva smascherato le bugie circa le “atrocità” dei terroristi di Hamas con “decapitazioni e infornate di neonati, stupri di gruppo, uccisioni di massa, culminate con 1.200 vittime”.
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Ucraina: lotta alla corruzione o campagna di pressione contro Zelensky?
di Roberto Iannuzzi
L’attuale operazione anticorruzione sembra finalizzata a ridurre Zelensky all’obbedienza, inducendolo ad abbassare l’età di reclutamento sotto i 25 anni. Obiettivo: prolungare la guerra
L’Operazione Mida lanciata dalle agenzie anti-corruzione NABU e SAPO ha sollevato un polverone in Ucraina.
Essa ha fatto emergere un sistema di tangenti e riciclaggio di denaro del valore di 100 milioni di dollari che coinvolge la compagnia di stato Energoatom, vedendo implicati importanti ministri e Timur Myndich, amico di vecchia data ed ex socio d’affari del presidente Volodymyr Zelensky.
E la partita potrebbe essere appena cominciata. Nuove rivelazioni esplosive legate agli appalti della difesa potrebbero seguire nelle prossime settimane, stando alle dichiarazioni rilasciate dal direttore del NABU Semen Krivonos.
Ma la vera questione sollevata da quello che è solo l’ultimo scandalo in ordine di tempo non è la corruzione dilagante (problematica ben nota sia nel paese che presso le cancellerie occidentali), quanto piuttosto se l’Ucraina si stia avvicinando a un punto di non ritorno dopo aver condotto per più di tre anni una guerra che è al di sopra delle sue possibilità.
L’Operazione Mida che sta facendo tremare i vertici del potere ucraino si somma alle crescenti difficoltà militari sul fronte, e a una crisi finanziaria resa ancor più seria dalla manifesta incapacità europea di sostenere economicamente l’Ucraina dopo il passo indietro degli Stati Uniti.
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La campana sta suonando per noi, e da un pezzo
di Luciano Curreri
Un sottile rumore di fondo nell’ottantesimo anniversario della pace mondiale (sic): il caso della guerra in Iraq e La scatola del signor Hulford (2015) di Giorgio Taschini
I.
La guerra in Iraq del 2003-2011 non è stata, almeno nella durata e nella deriva, una seconda guerra del Golfo. La prima (1990-1991), del resto, me la ricordo bene, anche perché all’epoca, da giovane e ultima ruota del carro, scrivevo brevi per il radiogiornale di Radio Torino Popolare (1982-2009).1 Ai nostri giorni, per comodità di narrazione, tendiamo ancora a unirle, ma faremo bene a darci un taglio a questo “arrangiamento da manuale”. E non soltanto per l’11 settembre 2001 e la lunga risposta, la vendetta USA, l’invasione americana dell’Afghanistan (2001-2021) e le leggi antiterroristiche che colpiranno soprattutto un’altra etnia: un’etnia che noi abbiamo fatto fatica a pensare e a rispettare come tale, insieme alla sua identità e religione, alla sua storia e geografia, autoattribuendoci un diritto d’istruzione morale e principiando così, a inizio del nuovo secolo e millennio, a dare ancora una volta un bel bacio dell’addio a libertà civili e diritti dell’uomo, grazie pure a quella acquosa e sanguinante “ciliegina sulla torta” che è stata (e forse è) Guantánamo.2
La cito non a caso, Guantánamo, perché a tutte e tutti verranno in mente le foto e i filmini delle torture brutali e volgari, di natura anche sessuale, evocate ormai come «enhanced interrogation techniques» (in italiano tradotte come «tecniche di interrogatorio potenziato» o come «tecniche di interrogatorio rinforzate»)3 e di cui si resero responsabili uomini e donne sorridenti, “in posa”, dell’esercito americano (da Guantánamo ad Abu Ghraib, cioè allo «scandalo di Abu Ghraib»).
In effetti, una delle scoperte più clamorose e inquietanti seguite da Giorgio Taschini (1968) in La scatola del signor Hulford (2015), proprio relativamente alla guerra in Iraq del 2003-2011, è relativa alla piattaforma americana «Fucked up», che regalava porno ai militari americani in cambio di foto o video di immagini di guerra, di morti ammazzati ai check point: uno spasmodico e tristissimo scambio di carne, che è l’orrore estremo e quotidiano immaginato e raccontato, conseguenze comprese, da un romanzo che non fa sconti ma che non usa il sesso come espediente per vendere di più o vendere (e vendersi) tout court, magari seguendo quegli stilizzati canovacci in cui figura il numero giusto di scene di morte e di sesso, specie quello caratterizzato da violenza, da stupri e da scambi simbolici di natura patologica e funerea.
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Usare l’Olocausto per negare il genocidio: l’arretrato cazzeggio italico versus il rigore di Omer Bartov
di Girolamo De Michele*
Quando Omer Bartov ha pubblicato il suo intervento sul New York Times del 27 luglio scorso «I’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It» [Sono uno studioso di genocidio: lo riconosco quando lo vedo], nel quale dichiara senza mezzi termini che «Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese», avevo da poco consegnato il manoscritto del mio libro Il profeta insistente. Raphael Lemkin, l’uomo che inventò la parola genocidio.
Più o meno in quei giorni hanno pronunciato la parola «genocidio» anche il narratore israeliano David Grossman e la storica Anna Foa, che peraltro aveva già detto, nel novembre 2024: «La parola “genocidio” è forte. Ed è un bene che [papa Francesco] l’abbia pronunciata, che esca dai tribunali e che sia possibile discuterne».
La presa di parola di uno storico del calibro di Bartov, al termine di un percorso umano e intellettuale soggettivamente drammatico, non poteva essere ridotta a una nota in calce al testo, come si fa con le aggiunte all’ultimo minuto prima che il libro vada in stampa. Ma non può non essere oggetto di riflessione. Riflettere è quel che provo a fare qui, in una sorta di spin off del libro.
Ci sono, oltre alla rilevanza di Bartov nel campo dei Genocide Studies, altre ragioni che mi hanno spinto a scrivere queste righe.
La prima è che non ha avuto la risonanza che avrebbe meritato: e questo perché i Genocide Studies sono un campo di ricerca quasi ignoto in Italia.
La seconda è il tono di alcuni commenti sulle pagine social di Internazionale, che ha tradotto il testo di Bartov e lo ha messo in rete in chiaro, e su Lucy sulla cultura, che ha pubblicato un’intervista allo storico.
La terza è l’ansia con cui si rincorrono figure intellettuali di rilievo per avere la parola «genocidio», ignorando quanto pesino altre espressioni come «crimini contro l’umanità» o «crimini di guerra», sottostimando quanto sia stato importante, ad esempio, avere il sostegno di una storica come Anna Foa alla lotta contro lo sterminio genocida del popolo palestinese anche quando la parola «genocidio» non l’aveva pronunciata – o sottolineando il ritardo con cui viene pronunciata; uno storico amico, in uno scambio di messaggi su questo, ha usato la parola «puntacazzismo».
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La Knesset e il "metodo post 11 settembre"
di Patrick Lawrence, scheerpost.com
Forse avete visto il video reso pubblico il 1° novembre in cui Itamar Ben-Givr è in piedi sopra una fila di prigionieri palestinesi sdraiati a faccia in giù, con la testa in un sacco e le mani legate dietro la schiena. “Guardate come sono oggi, in condizioni minime”, dice il ministro ultrasionista della sicurezza nazionale del governo di Bibi Netanyahu, pieno di fanatici, rivolgendosi al suo entourage. “Ma c’è un’altra cosa che dobbiamo fare. La pena di morte per i terroristi”.
Quelli sdraiati a pancia in giù erano presumibilmente membri di al-Nukhba, l’unità di forze speciali di al-Qassam, l’ala militare di Hamas. Ben-Givr, un colono militante che si dimostra, più e più volte, totalmente indifferente al diritto internazionale, alle leggi di guerra o a qualsiasi norma accettata, vuole che lo Stato sionista uccida i prigionieri di guerra. Ecco a cosa si riduce la questione.
Se non avete visto il video (e qui c’è una versione con sottotitoli in inglese), forse avete sentito l’indignazione che ha poi echeggiato in tutto il mondo (tranne che negli Stati Uniti). Il filmato del volgare Ben-Givr è stato diffuso su tutti i media digitali: su YouTube, Facebook, Instagram. Al Jazeera lo ha trasmesso su “X”. Ho preso la versione linkata qui dalla CNN, uno dei pochi media mainstream americani a parlarne.
Quello era allora, questo è adesso: lunedì 10 novembre, la Knesset ha votato con 39 voti favorevoli e 16 contrari a favore di un disegno di legge che consentirà a Israele di giustiziare coloro che arresta come “terroristi” – a patto, cioè, che siano palestinesi e non coloni israeliani, che da molti mesi seminano un’escalation di terrore in Cisgiordania. “Chiunque, intenzionalmente o per imprudenza, causi la morte di un cittadino israeliano, motivato da razzismo, odio o intenzione di danneggiare Israele, dovrà affrontare la pena di morte”, recita in parte il disegno di legge. Non consente alcun riesame di una condanna a morte una volta emessa.
Questa votazione è avvenuta in prima lettura, tre delle quali secondo la procedura parlamentare israeliana.
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La guerra è persa, gli zombie non lo vogliono capire
di Francesco Piccioni
Il piano c’è, ora vediamo chi lo suona. Come anticipato ieri, la bozza elaborata dall’mministrazione Trump per chiamare a un “tavolo di pace” Ucraina e Russia è arrivata in mano a Zelenskij e subito dopo a tutto il mondo. 28 punti – come potrete leggerli in fondo a questo articolo – che partono dalla situazione esistente sul terreno e sul piano geopolitico.
Di conseguenza è un piano indigeribile per chi, all’inizio del conflitto, aveva scommesso sulla vittoria di Kiev, il regime change a Mosca e la frammentazione della Russia, che avrebbe spalancato le sue enormi risorse naturali a multinazionali occidentali sempre affamate.
Non c’è alcun dubbio che “il piano” consideri come persa la guerra e quindi risponda alla necessità di impedire ulteriori perdite, sia territoriali che di uomini, mezzi, investimenti, rapporti di forza.
Ma è proprio così che termina ogni guerra. Qualcuno vince, qualcuno perde. La pace non si afferma sventolando formule retoriche angelicate, ma fermando il crepitare delle armi lì dove sono in funzione. C’è sempre un certo spazio per aggiustamenti più o meno consistenti, ma non certo per rovesciamenti radicali della situazione.
Per avere poi un lungo periodo di pace serve costruire un equilibrio che possa tenere nel tempo, selezionando gruppi dirigenti che – per condizioni oggettive, interne e di vincoli esterni – sappiano tenere la barra dritta senza lasciare spazio a nostalgici, avventurieri, svalvolati e provocatori.
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L’inutile piano di Trump
di Enrico Tomaselli
Per quanto riguarda il piano appena presentato da parte dell’amministrazione Trump, e che – si dice – sarebbe stato elaborato da Rubio, Witkoff e Kushner, e poi discusso con Kirill Dmitriev, a mio avviso è abbastanza evidente che si tratta di un tentativo di evitare in extremis il tracollo delle forze armate ucraine, congelando la situazione sul campo almeno per il tempo necessario a discuterne i termini. Un gioco già provato più volte da Washington, e più volte respinto da Mosca. Per quanto – ovviamente – il piano contenga elementi sempre più vicini alle richieste russe, le intenzioni statunitensi sono chiarissime ai leader del Cremlino. E infatti i primi commenti indiretti di Putin – nonché il contesto in cui sono stati rilasciati – lo dice molto chiaramente. Il presidente russo, infatti, si è recato in visita sul fronte nord, indossando la divisa militare, dove il capo di stato maggiore Gerasimov ha annunciato la cattura della città di Kupyansk (nella cui sacca rimangono accerchiati migliaia di soldati ucraini). Putin ha colto l’occasione per dichiarare che la leadership ucraina è una “banda criminale” (un modo neanche tanto sottile per dire che non è gente con cui si possa trattare) e che gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale devono essere assolutamente raggiunti. Insomma, il tentativo statunitense di affrettare – as usual – le cose, verrà respinto.
Ma proviamo comunque a esaminare i punti più significativi del piano, quali sono emersi sino a ora.
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“Stiamo correndo verso la guerra totale”
di Alessandro Volpi*
Stiamo correndo verso la guerra totale. Stamani ho sentito un’intervista di Pina Picerno, vice presidente del Parlamento europeo, che sosteneva la necessità di un riarmo dell’Ucraina sostanzialmente senza limiti perché solo sconfiggendo la Russia l’Europa potrebbe evitare un’invasione e difendere i suoi valori liberali e democratici.
Per dirla meglio, noi italiani siamo già in guerra perché l’attacco russo all’Ucraina è solo l’inizio di una grande operazione che ha come obiettivo la sottomissione europea: è in atto una guerra militare e valoriale.
Non possono esserci dunque mediazioni con Putin, ma solo la sua distruzione.
Mi sembrano dichiarazioni folli e soprattutto incoerenti perché una guerra siffatta – sempre ammesso e non concesso che non diventi subito una definitiva guerra nucleare – implicherebbe davvero centinaia di migliaia di morti dal momento che gli europei, e la Nato, dovrebbero correre in Ucraina e combattere non più per procura ma in prima persona, con l’effetto di scatenare il Terzo conflitto mondiale.
Nel frattempo Ursula von der Leyen dichiara apertamente la necessità di trovare quasi 200 miliardi di euro in due anni per sostenere questa guerra proponendo agli Stati europei tre strade: un forte indebitamento, magari garantito dall’adesione al Mes, l’emissione di un debito europeo comune che, inevitabilmente, strangolerebbe i debiti dei singoli paesi, o l’utilizzo dei beni russi congelati, considerati come un anticipo sulle riparazioni di guerra che la Russia dovrebbe pagare, per emettere nuovo debito per il riarmo.
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“Non c’è nessuna bolla”: la reazione senza senso di mercati e media agli ultimi dati di NVIDIA
di OttoParlante - La newsletter di Ottolina
I profitti di NVIDIA salgono alle stelle, titola il Wall Street Journal, e placano il nervosismo degli investitori per il boom dell’intelligenza artificiale. La reazione di mercati e media ai nuovi dati di NVIDIA è paradossale; da mesi, chi parla di bolla, parla di eccessivi investimenti a debito per comprare chip senza avere modelli di business che garantiscano i ritorni necessari: che NVIDIA faccia il pieno di ordini (e di utili) non dovrebbe rassicurare proprio niente. Misteri della fede nel turbocapitalismo finanziarizzato…
Intanto, si scaldano i motori per la prossima bolla: il Quantum Computing, che, sottolinea il Financial Times, ovviamente, ha bisogno di una sua vera e propria rivoluzione industriale:

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Dal socialismo delle fogne a quello delle torte
di Emilio Carnevali
Democrazia, volontarismo, mercato. Idee e modelli del socialismo contemporaneo. Un nuovo contributo al dibattito di Jacobin sull'alternativa economica
Sewer Socialists: socialisti delle fogne. L’epiteto fu chiaramente coniato con intenzioni derisorie. Alla fine, però, furono gli stessi «socialisti delle fogne» ad appropriarsene. Gli amministratori di Milwaukee, uno dei rari bastioni socialisti negli Stati Uniti di primo Novecento, rivendicavano così il proprio impegno a fornire ai cittadini servizi pubblici di qualità, in contrapposizione alla vuota retorica rivoluzionaria di altri settori del movimento. Daniel Hoan, che fu sindaco per sei mandati (dal 1916 al 1940), non solo dotò la città di un efficiente sistema fognario, che contribuì a migliorare sensibilmente gli standard igienici e le condizioni di vita degli abitanti, ma promosse anche un energico piano per l’edificazione di parchi pubblici.
L’espressione è stata ripresa recentemente anche da Zohar Mamdani, neoeletto sindaco di New York, per rispondere a chi lo accusava di eccessivo idealismo e segnalare come il suo socialismo sia, appunto, un sewer socialism, interessato a ottenere risultati amministrativi concreti.
Socialisti e modelli, ieri
Si tratta di tensioni che attraversano il movimento socialista sin dalle origini. La città di Milwaukee aveva ricevuto un cospicuo influsso di immigrati dalla Germania. Gli anni a cavallo del secolo erano stati quelli del cosiddetto dibattito sul «revisionismo» nella socialdemocrazia tedesca. Aveva preso forma una corrente politica e culturale ispirata alle idee riformiste di Edward Bernstein, del quale è rimasta celebre la massima secondo cui «l’obiettivo finale del socialismo è nulla, il movimento è tutto». Ancor prima che le dure lezioni del socialismo reale mettessero in guardia sul legame fra dogmatismo e autoritarismo, il socialismo riformista rivelava una certa refrattarietà per i modelli precostituiti, i piani di «ingegneria sociale» troppo dettagliati e ambiziosamente specifici.
E tuttavia, non sono state solo le ali moderate e gradualiste del movimento socialista a sviluppare un’esplicita ostilità verso i modelli, o – per riprendere l’espressione usata da Marco Bertorello e Giacomo Gabbuti nell’articolo che ha aperto questo dibattito su Jacobin Italia – verso le proposte di «sperimentazione socio-economica di ordine sistemico e strutturale».
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A letto con il nemico
di Gianandrea Gaiani
Le indagini della magistratura tedesca sul sabotaggio dei gasdotti Nord Stream minacciano di aprire una nuova frattura politica tra i Paesi europei circa il sostegno all’Ucraina. Dopo tre anni di inchiesta, gli investigatori federali tedeschi ritengono di aver raccolto prove che portano a un’unità d’élite di Kiev come responsabile dell’attacco avvenuto nel settembre 2022 nel Mar Baltico contro i gasdotti subacquei che uniscono Russia e Germania.
Il 10 novembre Wall Street Journal ha riportato l’attenzione su un attentato terroristico contro gli interessi di Germania ed Europa che senza dubbio può essere definito il più grave attacco strategico alla Germania dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Un attentato (la Procura Generale russa ha aperto un’indagine per terrorismo internazionale del tutto ignorata qui in Occidente) di cui comprensibilmente non si vuole più parlare in un’Europa che si ostina a considerare stretti alleati i suoi carnefici.
A proposito di “guerra ibrida” e “guerra delle percezioni” (di cui va tanto di moda parlare) meglio ricordare che per mesi politici, opinionisti e media allineati hanno puntato il dito contro Mosca per l’attentato ai gasdotti e chi faceva notare quanto fosse ingenuo ritenere che i russi facessero esplodere infrastrutture energetiche che avevano pagato oltre 20 miliardi di euro e che dopo la guerra avrebbero potuto riprendere a rifornire l’Europa di gas russo veniva bollato come “putiniano”.
Del resto è apparso subito chiaro che le responsabilità erano evidentemente da ricercare in Ucraina e tra i suoi alleati. Le conclusioni dell’indagine giudiziaria tedesca potrebbero quindi mettere a dura prova i rapporti tra alcuni Paesi alleati dell’Ucraina e tra europei e Kiev.
La squadra di investigatori ha ricostruito nei dettagli la dinamica del sabotaggio che fece esplodere i gasdotti Nord Stream 1 e 2, considerati dai detrattori dell’opera un simbolo della dipendenza energetica europea dal gas russo che però, meglio non dimenticarlo, ha assicurato per anni flussi infiniti di energia a prezzo conveniente costituendo il cardine dello sviluppo economico europeo.
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Milei e il Bonapartismo moderno: un’analisi marxista della crisi del capitale
di Damián Sasson
Tratto dal Canale YouTube Frases de Marx traduzione a cura di Alessandra Ciattini
In questo breve saggio Damián Sasson analizza l’attuale fase capitalistica in Argentina, che vede il predominio del capitale finanziario, sostenuto dallo Stato, il quale si indebita constantemente comprando dollari per favorire la speculazione borsistica e imponendo severe misure di austerità alla popolazione. L’autore sviluppa anche un’interessante analisi del concetto di Bonapartismo forgiato da Marx, indivuando una serie di tratti comuni alla política di Luigi Napoleone e quella di leader quali Trump, Milei, Bolsonaro.
* * * *
Il fantasma che ritorna
Gli ultimi anni hanno generato un fenomeno inquietante nella politica mondiale: l’emergere quasi simultaneo di leader che promettono di distruggere l’establishment consolidando al contempo il potere del capitale più concentrato. Javier Milei in Argentina, Donald Trump negli Stati Uniti, Jair Bolsonaro in Brasile. Ognuno con la propria retorica, ma seguendo un copione che Marx ha identificato più di 170 anni fa: il Bonapartismo.
Questo schema non è casuale. È la manifestazione di una logica storica che emerge quando il capitalismo entra in una crisi sistemica e le forme tradizionali di dominio non riescono più a contenere le contraddizioni sociali. Per comprendere cosa sta accadendo in Argentina e in America Latina, dobbiamo tornare all’analisi che Marx ha sviluppato nella sua opera Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte. Il Bonapartismo come forma di dominio borghese.
Marx osservò come nella Francia del 1851 un mediocre nipote di Napoleone divenne imperatore, promettendo di rappresentare “tutto il popolo”. Nel 2025 lo scenario si ripete con sorprendente precisione. Milei sale al potere promettendo di distruggere “la casta”, “ripulire la palude” e di essere il “capitano” salvatore che riscatterà l’Argentina dalla casta politica corrotta.
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Il Teatro dell'Assurdo: cosa significa davvero il Piano in 28 punti
di Pepe Escobar – Strategic Culture
I chihuahua della guerra continueranno ad abbaiare mentre l'OMS continuerà ad andare avanti....
Il "piano di pace" in 28 punti del Capocirco per l'Ucraina può essere visto come una foca domestica che sguazza in uno stagno per divertire le gallerie. E poi passiamo a un'altra attrazione.
Eppure, se preso sul serio – e questo richiede non un pizzico ma una botte di sale – è come un gemello del "piano" del Capocirco per Gaza, questa volta con l'obiettivo di strappare una patetica "vittoria" dalle fauci della sconfitta strategica de facto dell'Impero del Caos.
Esaminiamo le reazioni. Qui troverete l'analisi di Larry Johnson – che condivido – ma soprattutto il video della folgorante intervista di due ore che abbiamo avuto a metà settimana a Mosca con l'eccezionale Maria Zakharova, la portavoce del Ministero degli Esteri più articolata del pianeta.
Quello che la signora Zakharova ci ha essenzialmente detto è che a metà settimana non c'è stata alcuna reazione russa perché Mosca non aveva ricevuto nulla di concreto: "Quando avremo informazioni ufficiali, quando le riceveremo tramite un canale pertinente, naturalmente saremo sempre aperti al lavoro."
Lo stesso valeva per il Cremlino. Portavoce presidenziale Dmitry Peskov: "No, non abbiamo ricevuto nulla ufficialmente. Vediamo alcune innovazioni. Ma ufficialmente, non abbiamo ricevuto nulla. E non c'è stata alcuna discussione sostanziale su questi argomenti."
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Perché il "piano Trump" non è una resa a Putin (anzi)
di Francesco Dall'Aglio
Ormai i 28 punti del piano di pace sono stati elencati, analizzati e sviscerati talmente tante volte che non devo più occuparmene, e questo è un sollievo. Mi limito dunque ad alcune considerazioni generali, in ordine sparso.
Da 48 ore la bolla social occidentale è letteralmente impazzita. Il piano è inaccettabile, il piano è stato scritto da Putin, il piano è stato scritto in russo e ve lo dimostriamo (link 1), Trump è al soldo di Putin, Trump e Putin sono due dittatori e i dittatori alla fine trovano sempre un accordo (il tutto è perfettamente esemplificato dalla vignetta che allego, comparsa su Politico) e, soprattutto, questo piano è il tradimento della resistenza ucraina e porta alla capitolazione del paese. Ora, "capitolazione" ha un significato ben preciso: significa che ti arrendi al nemico senza condizioni sperando al massimo di avere salva la vita, nemmeno le proprietà, e rimettendoti interamente alle sue decisioni per quanto riguarda la futura organizzazione di quello che era il tuo stato. È inutile dire che nel piano di pace non c'è nulla di tutto questo. Al contrario, ci sono alcuni punti che non sono affatto vantaggiosi per la Russia e altri che sono vantaggiosissimi per l'Ucraina, vista la situazione attuale e la poca probabilità che possa cambiare. Non solo non è una capitolazione, ma è l'ultimo tentativo di salvare quello che resta dello stato e della dirigenza del paese.
Dal punto di vista territoriale l'Ucraina ovviamente mantiene la sua indipendenza e il suo sbocco sul mare. La sua sicurezza verrà garantita da una serie di accordi, tra cui un accordo di non aggressione da parte della Russia (che si immagina reciproco).
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La settimana che ha cambiato il fronte: la caduta di Kupyansk e l’avanzata russa
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Negli ultimi sette giorni il fronte ucraino ha subito uno dei peggiori rovesci dall’inizio del conflitto. Mentre le cancellerie europee continuano a ripetere meccanicamente la formula dello “stallo”, le forze russe hanno riconquistato sedici località, inclusa la città chiave di Kupyansk, un nodo logistico il cui controllo era considerato vitale per l’intera difesa ucraina nel settore di Kharkov. Secondo il Ministero della Difesa russo, le unità impegnate nell’operazione hanno avanzato simultaneamente su più assi, liberando Dvurechanskoye, Tsegelnoye e Petropavlovka nella regione di Kharkov, Novosyolovka, Stavki, Maslyakovka, Yampol e Platonovka nella Repubblica Popolare di Donetsk, oltre a Gai, Nechayevka e Radostnoye nella regione di Dnepropetrovsk e diversi centri nello Zaporozhye, tra cui Malaya Tokmachka, Yablokovo, Ravnopolye e Vesyoloye. La riconquista di Kupyansk, in particolare, rappresenta un punto di svolta.
Situata sulle rive del fiume Oskol e protetta da alture strategiche, la città era divenuta uno dei principali bastioni ucraini a nord. Per mesi il regime di Kiev ha tentato di mantenerne il controllo non solo per ragioni militari, ma anche per motivi simbolici: la linea fortificata che si estendeva da Kupyansk verso ovest era la stessa su cui l’Occidente aveva costruito la narrativa della “resistenza ucraina”. La sua caduta apre ora la strada a un arretramento ancora più profondo delle forze ucraine nella regione. Parallelamente all’avanzata sul terreno, Mosca ha condotto una serie di operazioni coordinate contro l’infrastruttura militare ucraina: un attacco massiccioo e sei colpi combinati hanno bersagliato impianti dell’industria militare, infrastrutture energetiche e di trasporto, siti di assemblaggio di droni d’attacco e aree di dispiegamento temporaneo delle unità ucraine, comprese quelle composte da mercenari stranieri. Il bilancio umano e materiale per Kiev è pesantissimo.
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A la guerre, “bisogna accettare di perdere i nostri figli”
di Dante Barontini
Nell’Europa guerrafondaia degli svalvolati – ignobile gara tuttora in sospeso tra uomini e donne di potere politico – fin qui si erano prudentemente “tenuti bassi” gli imprenditori e i generali.
I primi, in genere, capiscono al volo che nel produrre armi ci si guadagna molto, ma quando vengono usate ci si può rimettere tutto (la loro pelle magari no, in genere scappano via molto prima che il gioco diventi davvero rischioso, ma affari e fabbriche sì).
I generali, invece, perché cominciano a intuire che le forme della guerra sono così cambiate – negli ultimi quattro anni – che loro stessi sono ora un po’ “disarmati” culturalmente, dovendo ancora metabolizzare le novità. Le quali, quando si parla di sparare, hanno una certa importanza…
Ma quando c’è da mostrarsi fuori di testa la classe dirigente francese riesce sempre a dare il meglio di sé, o comunque sopra la media. Due sortite chiariscono il concetto meglio di un lungo discorso.
Il presidente del consiglio di amministrazione di Airbus (gruppo industriale europeo dell’aeronautica), René Obermann, infrangendo uno dei più grandi tabù della difesa in Europa, ha dichiarato mercoledì che nazioni europee dovrebbero sviluppare un deterrente nucleare tattico congiunto per contrastare l’arsenale in espansione della Russia.
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Regno Unito, Laburisti a tutta destra
di Mario Lombardo
Il Partito Laburista britannico sotto la guida del primo ministro, Keir Starmer, sta procedendo a passo spedito verso la trasformazione in un soggetto di (estrema) destra, liquidando anche formalmente riferimenti e principi di carattere progressista. Questa involuzione era iniziata almeno ai tempi del “New Labour” di Tony Blair circa tre decenni fa, ma ha registrato una drastica accelerazione dopo la parentesi rappresentata dalla leadership di Jeremy Corbyn, vista evidentemente con orrore dall’ala destra del partito e dai grandi interessi economici e finanziari di cui è ormai in larga misura espressione. La natura odierna del partito al potere a Londra si può osservare proprio in questi giorni con la presentazione, da parte del governo, di un piano di riforma del sistema di “accoglienza” degli immigrati che include, in particolare, nuove norme ultra-restrittive e profondamente anti-democratiche, per non dire illegali, sul trattamento dei richiedenti asilo.
In apparenza, come spiegano praticamente tutti i media ufficiali, si tratterebbe di una strategia ormai consolidata tra i tradizionali partiti socialdemocratici e di centro-sinistra occidentali, i quali, per non perdere consensi, inseguono le politiche dei movimenti populisti di destra in ascesa, in primo luogo incorporando programmi xenofobi per combattere quella che viene spacciata come la piaga che affliggerebbe le società occidentali, la causa di ogni male, ovvero i flussi migratori fuori controllo. Fermo restando che, se anche così fosse, saremmo in presenza di una strategia fallimentare che porta puntualmente alla sconfitta elettorale i governi di centro-sinistra che la perseguono, le ragioni sono in realtà diverse.
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Heidegger ha vinto Marx ha perso
di Leo Essen
1.
Il gioco, come osserva Fink con una pesantezza heideggeriana, appartiene essenzialmente alla costituzione d’essere dell’esistenza umana. In altri termini, il gioco non è un’attività accessoria né un semplice divertimento, ma un modo originario in cui l’essere umano si rapporta al mondo. Di più: La totalità dell’ente, dice, funziona come un gioco. Di più: Il gioco funziona come motore del lavoro del costruire e del demolire. Il gioco come allegoria del cosmo. Come creazione originale e produzione. Rapimento estatico, fascinazione incantata. Momento oscuro e dionisiaco della panica cancellazione di sé. Apoteosi della sovranità. Liberazione dai gravami dell’esistenza.
Il gioco in quanto esistenziale: In-der-Welt-sein, Mitsein, Sorge, Entwurf, Geworfenheit, Sein-zum-Tode e Tutt-u-Cucuzzaru.
Poi c’è il gioco inautentico. Quello che si oppone al lavoro, e come il lavoro diventa necessario alla sussistenza – la contraddizione che muove il mondo (Omnis determinatio est negatio), il produci consuma crepa. L’apparato di civilizzazione della società altamente tecnicizzata, il suo sistema razionale, amministra la produzione, il consumo, il traffico, la comunicazione e il divertimento. Nel gioco sembra di essere trascinati via da questo mondo preordinato, dal tempo parcellizzato e ormai reso estraneo, sembra di raggiungere un nuovo mondo di impulsi di libertà e di realizzazione immaginaria dei desideri. E, invece, poiché siamo nella società dell’industria e della tecnica (e della scienza), dice Fink, ci sono pericoli di tipo nuovo: il gioco cattura le masse in enormi manifestazioni circensi e poiché lo sport della domenica offre materia di discussione dopo la grigia settimana lavorativa, c’è sempre un’immensa industria al lavoro, un’industria del passatempo, una fabbrica per il consumo del gioco o, ancora più inquietantemente, uno sfruttamento della voglia di giocare in una manipolazione totale, che continua a vigere anche là dove i singoli si sentono totalmente liberi e sembrano godere della loro libertà di scelta.
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Considerazioni su maggioranza e opposizione tra BBC e Hasbara
Se non è zuppa è pan bagnato
di Fulvio Grimaldi
Quando ero alla BBC…
C’è un filo, più nero che rosso, che corre tra elementi apparentemente lontani e separati come la BBC, Israele e quello che si dice distingua le maggioranze dalle opposizioni. Trovate che questo filo sia un po’ tirato per i capelli? Giudicherete in fondo. Intanto è un filo lungo il quale scorre un bel po’ di biografia (mia) e di storia (altrui).
Avete visto: grande scandalo alla BBC, madre di tutte le emittenti, anzi di tutte le fonti di informazione, affettuosamente chiamata “Auntie”, zietta, dai sudditi (suoi e del sovrano). Si è dimesso la figura, solitamente sacrale, del grande capo Tim Davie, e pure quella della grande direttrice Deborah Turness. E’ successo là dove ancora vige un antiquato e da noi dismesso principio: la responsabilità politica di chi sta in alto e conduce. Perché non è che siano stati questi due numi dell’informazione a cinque stelle ad aver manomesso l’intervista a Donald Trump, al punto da farlo apparire il Masaniello dell’assalto al Capitol Hill. Hanno pagato i capi, perché responsabili della baracca. Pensate al presidente dell’Authority, irremovibile a dispetto di fetidi intrallazzi.
Con la BBC ho avuto un contratto di cinque anni da redattore a Bush House, Londra. La mia è conoscenza di causa. Era molti anni fa e, al netto di qualche incrinatura, Auntie gode tuttora di buona fama. Meritata, o abbaglio mediatico? Un po’ l’uno, un po’ l’altro. Certo, se pensiamo alle nostre di bocche da fuoco, tra polveri bagnate e micette fatte passare per informazione… E’ che l’emittente britannica, pur consanguinea culturalmente, socialmente e, dunque, politicamente, dell’establishment, ha l’accortezza (che da noi è stata obliterata) di esibire, a rottura di una linea generale di sistema, più tory che labour, l’eclatante fuoricoro. Stravaganza tollerata poichè garanzia di obiettività, indipendenza, pluralismo. Serve una occasionale, ma clamorosa – e solitaria – testa matta che le cose le diceva come stavano e mandava tutti a dormire convinti di una loro zietta cane da guardia a difesa del volgo e dell’inclita.
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L imperialismo è soprattutto una guerra di classe
di comidad
I governi e i media europei fanno sfacciatamente il tifo per l’intervento militare statunitense in Venezuela; non a caso un po’ alla volta tutti i paesi europei stanno scoprendo di avere qualche cittadino ingiustamente detenuto dal regime di Maduro. Forse però l’attesa sarà delusa. Quello che dice Trump ovviamente lascia il tempo che trova, visto che può cambiare idea di lì a cinque minuti; quindi va presa con le molle la sua dichiarazione circa la possibilità di aprire un dialogo col regime venezuelano.
L’apertura diplomatica potrebbe preludere ad un attacco proditorio, com'è avvenuto contro l’Iran; oppure potrebbe trattarsi di un tentativo di prendere le distanze dal segretario di Stato Marco Rubio, che è il vero regista di questo attacco al Venezuela, ed è inoltre un “neocon” (come a dire: un jihadista del liberalismo), perciò molto inviso alla base popolare di Trump. Il segretario di Stato è stato ribattezzato Narco Rubio, a causa di suo cognato, Orlando Cicilia, noto trafficante di droga; perciò le accuse di narcotraffico lanciate adesso a Maduro sembrano la storia del bue che dice cornuto all’asino.
Ci sono però altri aspetti che stanno ad indicare un’offensiva di pubbliche relazioni da parte di Trump, nel tentativo di recuperare credito nei confronti dell’opinione pubblica che prima lo sosteneva, e adesso lo sostiene sempre meno. Tra le ultime dichiarazioni di Trump ce n’è infatti anche una che sembrerebbe indicare un cambiamento di posizione sulla pubblicazione dei fascicoli del caso Epstein, finora tenuti riservati, poiché pare coinvolgano non soltanto vari personaggi di spicco, ma anche i servizi segreti israeliani.
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