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Giuliano Da Empoli e l’Intelligenza Autoritaria
di Lelio Demichelis
Guardare il potere da dentro o da vicino, osservare i suoi uomini (molti) e donne (poche) con lo sguardo dell’osservatore-sociologo e quindi con il dovere di un pensiero critico che ne metta in luce soprattutto atteggiamenti, paranoie, meschinità, egocentrismi, narcisismi, spregiudicatezza, volontà di onnipotenza, vanità, predazione e corruzione, irresponsabilità e immoralità, sfruttamento e doppio standard.
Una storia antica – pensiamo solo ai Borgia e a Machiavelli e al suo Principe – che arriva infine a oggi, con il trionfo di algoritmi e intelligenza artificiale e al potere delle macchine che imparano da sole e a una società amministrata e automatizzata dalle macchine, cioè totalitaria e senza più libertà soprattutto cognitiva (la libertà di pensare con una intelligenza naturale da potenziare invece di delegare tutto all’IA) come temeva la prima Scuola di Francoforte e con gli uomini ridotti a imparare solo quali pulsanti premere rispondendo ai comandi dei dispositivi tecnici (ultima forma del potere); finendo con gli oligarchi/oligopolisti della tecnologia che stanno spazzando via la vecchia classe politica e le vecchie élite, cieche come talpe davanti al nuovo potere della tecnica, ma la tecnica avendo anche la loro correità (e la nostra) come feticisti dell’innovazione per l’innovazione e per lo sviluppo sempre e comunque delle forze produttive, la tecnica (soprattutto quella digitale) vista come forza di emancipazione e di liberazione quando è vero il contrario.
E dunque, quale potere? Quello dei predatori, come li definisce Giuliano da Empoli – saggista e consigliere politico che vive a Parigi e che insegna a Sciences Po – in questo suo breve ma importante saggio (L’ora dei predatori, Einaudi Stile libero, pag. 123, € 14.00), scritto con uno stile narrativo che prende e chiama il lettore a capire in che mondo i predatori e i Borgiani eredi di Cesare Borgia (ma “i signori del digitale sono Borgiani a tutti gli effetti”) lo stanno portando, fin qui a sua insaputa: un saggio (una analisi del Nuovo potere mondiale visto da vicino, come da sottotitolo) che “conquista come un romanzo o una tragedia greca”, come ha sintetizzato Le Monde, ma che è anche, per noi, un potentissimo e splendido saggio di filosofia politica.
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La resa energetica dell'Europa: perché il bando al gas russo è una condanna senza appello
di La Redazione de l'AntiDiplomatico
Bruxelles celebra il bando definitivo, ma le imprese chiudono. Il paradosso di un'Europa che, per colpire Mosca, affossa la propria economia a beneficio esclusivo degli USA
L'Europa ha deciso di infliggersi una ferita profonda, votando per un suicidio energetico i cui costi sono già drammaticamente visibili e destinati a crescere. Il via libera del Consiglio UE a un regolamento che sancisce il bando totale delle importazioni di gas russo – sia via gasdotto che GNL – entro il 1° gennaio 2028, rappresenta l'atto conclusivo di una strategia autolesionista dettata più dalle pressioni atlantiche che da una razionale valutazione del proprio interesse nazionale.
Il percorso è scandito: stop ai nuovi contratti dal 2026, fine dei contratti a breve termine entro giugno dello stesso anno, e addio definitivo a tutto, compresi i contratti a lungo termine, dal 2028. Una scelta presentata come un'arma per privare il Cremlino di risorse, ma che in realtà è un boomerang che sta paralizzando la competitività industriale del Vecchio Continente. La Germania – caso paradigmatico - un tempo locomotiva d'Europa, assiste a una lenta e inesorabile deindustrializzazione, mentre i costi dell'energia alle stelle strangolano imprese e cittadini.
Il paradosso è stridente. Fino a poco tempo fa, la Russia copriva circa il 40% del fabbisogno di gas europeo, un flusso affidabile e a basso costo garantito da infrastrutture come i gasdotti Nord Stream, fortemente voluti dalla Germania nell'interesse della prosperità europea.
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Morale, impero e la forma silenziosa della guerra
di Pasquale Pas Liguori
A poco più di due anni dal 7 ottobre, si parla di tregua. Non cadono bombe, si dice, ma i confini restano chiusi, l’assedio continua e il furto della terra e delle vite non conosce interruzioni. L’assenza momentanea di bombardamenti non è affatto pace, è la forma silenziosa della guerra: la prosecuzione dell’ordine coloniale con altri mezzi.
Nel linguaggio del potere, la tregua è il meccanismo che consente di preservare la violenza mentre la si nega, il momento in cui l’impero sospende la distruzione per riaffermare la propria capacità di gestirla. È, in sostanza, una pace amministrata, in cui la brutalità diventa compatibile con la normalità.
Questo tempo sospeso non è soltanto politico: è, prima di tutto, morale. È il tempo in cui si riorganizza la coscienza occidentale, che negli ultimi mesi si è esercitata nella contrizione, nei cortei e nei balconi, nelle bandiere e negli slogan di solidarietà. Un moto collettivo apparso come risveglio ma rivelatosi, a conti fatti - come si era paventato, non senza attirare polemiche - un gesto di purificazione. Non la nascita di un nuovo pensiero politico, ma un rito di espiazione collettiva: il tentativo di liberarsi dal senso di colpa, non di tradurlo in progetto di trasformazione.
Vale allora la pena rianalizzare uno dei fondamenti politici più imprescindibili e oggi più adulterati: il valore insostituibile della resistenza. È un concetto che la morale pubblica ha svuotato di ogni significato storico e che i media e la cultura liberal hanno trasformato in un reperto linguistico da addomesticare e neutralizzare. La resistenza, da categoria politica, è stata ridotta a categoria morale; da pratica di liberazione a problema di “equilibrio”.
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Baricco e gli altri
di Tiziano Tussi
Sul sito de la Repubblica si possono trovare sia un articolo scritto da Alessandro Baricco e un elenco di reazioni a quanto da lui elaborato su una questione che si può riassume, grazie appunto a Baricco, in un solo termine: Gaza.
Il pensiero guida centrale del suo dire, che ha procurato molto scalpore e reazioni da parte di un gruppo di intellettuali, intervenuti nella questione sollevata da Baricco, e che il quotidiano la Repubblica ha elencato sul suo sito, è che i ragazzi che sono scesi in piazza per Gaza hanno dato un addio al Novecento, secolo oramai stantio e pregno di tragedie e disperazione. Il loro muoversi, dice Baricco, dimostra la lontananza da quel secolo e la divisione tra Novecento e Duemila sta in una insanabile rottura che i giovani hanno costruito e con le loro manifestazioni l'hanno resa evidente. Una lontananza che si coglie con il loro stare sulla "falda" che divide quel secolo dall'attuale. Tutto il marciume accumulato nel primo e una bellezza contemporanea ma, soprattutto, nel futuro in questo attuale.
Certo è che la guerra in Ucraina e quella tra "Hamas e Israele" sono la zampata finale del secolo morente. Sono rimasugli del Novecento che fanno fatica a scomparire del tutto lasciando sul terreno, soprattutto Gaza, così come è ora, che nella sua enormità illustra il nuovo secolo, quello per cui si deve dimostrare e pretendere che in futuro non si sia più una tragedia novecentesca così come "il culto dei confini, la centralità delle armi, e degli eserciti, la religione del nazionalismo" impongono.
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Normalizzare il genocidio: quello di Gaza e quello dell’Europa
di Carlos X. Blanco
Il mondo sta precipitando nell’abisso. Tutti i demoni sono stati scatenati e, da quello stesso abisso infernale, emergono fuoco e morte: saranno come talpe meccaniche sempre più grandi che scavano, finché l’oscurità che segue sempre il calore rosso della guerra non riempirà il globo.
C’è una macchia di fuoco e cenere in Medio Oriente, che si estenderà all’Europa, ai Caraibi, all’Estremo Oriente… Come residente in Europa, sono cresciuto con la solita domanda nelle lezioni di storia al liceo: il tedesco medio era a conoscenza dell’orrore dei campi di sterminio? Rimase in silenzio e acconsentì? C’erano voci, supposizioni, dati – anche se confusi – sulla Grande Vergogna?
Oggi, non solo il tedesco medio, ma anche l’europeo o l’occidentale medio, non hanno più bisogno di porsi queste domande di fronte al genocidio degli abitanti di Gaza? Morte, distruzione, la riduzione di intere città in macerie e cenere sono fatti sotto i nostri occhi. Il nazismo non nasconde nemmeno i suoi orrori, come si potrebbe dire dello Stato nazionalsocialista con il suo intero apparato di censura e indottrinamento. Sebbene oltre l’80% della stampa occidentale odierna sia comprata e prostituita dal nazismo, l’orrore di Gaza è “disponibile” al pubblico che vuole vederlo. L’orrore del XXI secolo, a differenza di quello del secolo precedente, risiede nel fatto che si tratta di un orrore trasmesso in televisione, ritwittato, condiviso e viralizzato fino allo sfinimento.
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Di piazze piene a milioni e di carogne, canaglie e cialtroni…
di Carlo Modesti Pauer
Un cattolico dice a un sedicente ateo: “In te vedo comportamenti cristiani…” E il sedicente ateo: “Ma io mica ero nato al tempo di Cristo!”
“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.” (Enciclopedia Italiana, Treccani 1932, voce Fascismo).
In questo breve estratto si può trovare espressa la quintessenza dell’operazione fascista: un rovesciamento della nozione di democrazia. Non più la regola della maggioranza, bensì la concentrazione dell’Idea nel Capo. È un passo intriso di hegelismo filtrato dalle teorie di Gentile, il filosofo al servizio del Dittatore e autore della voce. Vi emerge la fenomenologia del popolo come Spirito oggettivo e dello Stato come Idea morale che si realizza attraverso la mediazione di un soggetto unico, all’interno di un quadro para-teologico in cui prende forma, allo scopo di conferire l’autorità assoluta, un legame mistico tra il Duce e gli imperatori Augusto e Costantino. Infatti, è esemplare come nel catalogo della “Mostra augustea della romanità” (Roma 1937), si leggeva dell’arco di trionfo costantiniano “eretto per celebrare la vittoria su Massenzio del 28 ottobre 312 che segnò l’avvento della Cristianità […] riportata presso quello stesso ponte Milvio, che il 28 ottobre 1922 le Camicie Nere varcarono, iniziando l’Era dei Fasci”.
Dunque, non si tratta solo di retorica propagandistica: questa formulazione afferma una vera metafisica politica, in cui la democrazia “reale” (quantitativa, misurata da libere elezioni) viene bollata come degrado, mentre la qualità “spirituale” è naturale prerogativa di pochi, o meglio, di uno solo. In questo modo, appare decisamente configurato e tracciato il carattere messianico dei fascismi storici: il Capo (duce o fuhrer) come incarnazione della volontà collettiva.
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Palestina: dall'abisso dell'oblio alla vetta del mondo
di Nicola Casale
La pace sottoscritta in pompa magna a Sharm el Sheik non risolve alcuno dei problemi di stabilità dell’Asia Occidentale, ma fonda le premesse per nuovi devastanti sconvolgimenti. (1)
Per esaminare i possibili sviluppi è necessario, tuttavia, ricostruire come ci si è arrivati.
Il Diluvio di Al Aqsa è stata un’operazione militare dettata dall’urgenza di incrinare il totale abbandono dei palestinesi nelle mani di Israele, cresciuto nei decenni precedenti e a cui l’imminente conclusione degli Accordi di Abramo stava per imprimere la definitiva sanzione. Gli obiettivi politici dell’operazione erano: dimostrare che la resistenza palestinese è viva e forte, che Israele non è invincibile, che la prigione oppressiva di Gaza poteva essere scardinata. Quello immediato era la presa di ostaggi da scambiare con gli ostaggi palestinesi nelle carceri israeliane.
Il successo dell’operazione, come noto, è stato clamoroso. La leggendaria deterrenza di Israele, il mito della sua schiacciante potenza militare, nonché la presunta capacità di controllo e sorveglianza totale, frutto della sua celebrata superiorità tecnologica, sono state sbriciolate. Il panico ha colpito la società israeliana a tutti i livelli, e analogo panico si è diffuso in tutti i governi occidentali per conto dei quali Israele fa il lavoro sporco nella regione.
La superiorità di Israele sotto ogni punto di vista, soprattutto militare, andava immediatamente ripristinata. Essa, infatti, è decisiva sia per Israele nei confronti dei palestinesi sia per i suoi sponsor per conservare il dominio incontrastato sull’Asia Occidentale, snodo geopolitico fondamentale, cornucopia di risorse energetiche e di rendite finanziarie indispensabili per l’economia, la finanza e gli stati imperialisti.
Un’impressionante campagna politica e mediatica ha immediatamente invaso tutto il mondo. Con essa si negava che il 7 ottobre fosse stato un atto di resistenza di un popolo sottomesso all’occupazione di una potenza estranea, ma che si fosse trattato di un pogrom con l’unico intento anti-semita di sterminare gli israeliani in quanto ebrei.
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Alcune osservazioni in margine ai saggi di Thanasis Spanidis sulla politica antifascista e sulla pianificazione socialista
di Eros Barone
… un nuovo, più profondo e più ampio senso di comunanza umana, che determina… ciò che può oramai dirsi l’etica del socialismo: cioè il postulato della solidarietà contrapposto all’assioma della concorrenza.
Antonio Labriola, Da un secolo all’altro, in Scritti varii di filosofia e politica, Laterza, Bari 1906, p. 458.
L’autore del contributo che qui viene proposto ritiene che la genesi della svolta opportunista del movimento comunista mondiale sia da ricercare: a) nel VII Congresso dell'Internazionale Comunista (1935); b) segnatamente, nella concezione bifronte del "partito operaio comune" e della democrazia antimonopolista (DAM), laddove l'uno è strettamente connesso all'altra ed entrambi sono correlativi a una strategia antimonopolista (SAM); c) nel conseguente abbandono della teoria marxista dello Stato come dittatura di classe. 1 Certamente, il VI Congresso dell’Internazionale Comunista (1928) merita, per il suo contenuto teorico, strategico e programmatico, di essere rivalutato rispetto al contenuto tattico-politico del VII Congresso dell’Internazionale Comunista, distorto successivamente sia dal punto di vista strategico che teorico a causa della prassi opportunista. 2 È quindi del tutto conseguente il drastico giudizio formulato da Thanasis Spanidis il quale, pur senza trascurare taluni aspetti positivi in esso presenti, ravvisa essenzialmente nel VII Congresso l’atto di nascita del revisionismo che via via si affermerà nel movimento comunista mondiale e, in particolare, nel movimento comunista europeo. Tale giudizio sottolinea gli aspetti semi-opportunisti presenti nel discorso di Dimitrov e il tacito consenso di Stalin a un'impostazione che, ribaltando la direttrice rivoluzionaria del VI Congresso, rischiava di essere ambigua, come i fatti dimostreranno nel prosieguo delle vicende.
Del resto, anche per l'opportunismo e il revisionismo vi è sempre un inizio: come il virus infetta il corpo, così la ruggine logora il ferro. Sicuramente, il nodo non sciolto dal movimento comunista era, allora come oggi, quello del rapporto multilaterale, fatto di sovrapposizioni e di intrecci, fra guerra interimperialista e guerra di liberazione nazionale, così come tra democrazia borghese e fascistizzazione.
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Il terzo ladro: dalla cattura della scienza allo svuotamento della democrazia
di Il Chimico Scettico
Catturare la scienza: mascherare da "fondate sulla scienza" istanze politiche, con titolati di discipline tecniche e scientifiche che supportano il processo. È quella Scienza "terzo ladro" nella visione di Isabelle Stengers.
Si tratta forse dello strumento più sfacciato attraverso cui il potere politico contemporaneo sottrae le proprie decisioni al vaglio della legittimità democratica. Non si tratta di un processo casuale o spontaneo, ma di una strategia deliberata che trasforma la conoscenza scientifica da strumento di comprensione del mondo in simulacro e arma di legittimazione politica.
Il meccanismo funziona attraverso una selezione strategica: si identificano gli studi, gli esperti e le ricerche che supportano l'agenda politica desiderata, trasformando risultati spesso incerti e dibattuti in "verità scientifiche" indiscutibili. Questa operazione non richiede necessariamente la falsificazione dei dati, ma piuttosto una loro presentazione selettiva e una amplificazione mediatica mirata.
L'esempio più recente di questo processo lo troviamo nelle politiche europee degli ultimissimi anni. Il Green Deal è stato presentato come una necessità scientifica incontestabile, con l'urgenza climatica utilizzata per giustificare trasformazioni economiche e sociali radicali. Tuttavia, quando le priorità politiche sono cambiate con l'evolversi del contesto geopolitico, la stessa urgenza scientifica è diventata improvvisamente negoziabile.
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“Amato Popolo”: la sintonia da ricostruire
di Gerardo Lisco
Recensione al saggio di Antonio Cantaro, Amato Popolo. Il sacro che manca da Pasolini alla crisi della democrazia, Bordeaux Edizioni in libreria dal 3 novembre
1. Introduzione: un saggio “eretico” sul popolo e sulla democrazia
Il saggio di Antonio Cantaro, professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Urbino “Carlo Bo”, ruota intorno al concetto di Popolo, categoria cardine della riflessione politico-giuridica e, al tempo stesso, concetto oggi spesso svuotato o ridotto a etichetta del “populismo”.
Il pregio del volume di Cantaro è di andare oltre questa semplificazione, restituendo al termine Popolo una profondità storica, culturale e simbolica che lo colloca al centro della crisi della democrazia contemporanea.
Come precisa lo stesso autore, Amato Popolo nasce dal suo “retrobottega”: una raccolta di interventi, relazioni e appunti nati per diverse occasioni ma accomunati da un filo rosso coerente. Cantaro li definisce “prove d’autore”, ma in realtà si tratta di veri e propri “scritti eretici”. Eretici non solo per i riferimenti a Leopardi, Gramsci e Pasolini — pensatori marginalizzati o reinterpretati in chiave funzionale al sistema — ma perché si sottraggono al conformismo del pensiero critico dominante.
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Tempi interessanti
di Miguel Martinez
“Ti auguro di vivere in tempi interessanti…”
E in effetti, noi stiamo vivendo i tempi più interessanti finora esistiti.
Non è per dare centralità a noi stessi: i tempi dei nostri figli saranno ancora più interessanti, semplicemente perché saranno ancora più accelerati.
Mio suocero ha raccolto una serie di oggetti della sua infanzia in campagna, che si distinguevano dal neolitico, solo per l’occasionale presenza del fabbro. E non so se fosse del neolitico, o dell’età del ferro o dei tempi nostri, il Calzolaio Indaco che arrivava in paese, si faceva ospitare il tempo di fare le scarpe per tutti, e poi passava a un altro paese.
Io oggi vivo in un inferno sorvegliato da innumerevoli satelliti che hanno reso invisibili le stelle, tra umani che affidano il controllo di ogni loro gesto, ma anche di ogni loro minima emozione, persino della loro impronta digitale, a due o tre sataniche aziende che potranno spegnerne l’esistenze con un clic.
In pochi decenni siamo passati dall’esistenza dell’immagine fotografica, che credevamo finalmente vera al contrario delle fantasie dei pittori; all‘immagine truccata che non puoi sapere se è vera o falsa.
Mentre basta rispondere a un messaggio perché io resti cieco per il resto della vita, come è successo in Libano, io traduttore non ho più lavoro perché c’è un’intelligenza artificiale che traduce al posto mio (e lo fa benissimo).
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«Le democrazie liberali rischiano di trasformarsi in oligarchie autoritarie»
di Elena Basile
L’ambasciatrice denuncia la degenerazione dell’Occidente, fra collasso delle élite, erosione dei diritti e crisi etica
Nel suo ultimo libro «Approdo per noi naufraghi», Elena Basile analizza il declino delle società occidentali. Dalla dissoluzione dell’umanesimo alla scomparsa della sinistra, dall’ascesa dei potentati finanziari al conformismo mediatico, l’ambasciatrice denuncia un sistema che ha smarrito la dimensione collettiva e il senso di giustizia e solidarietà. Mai come oggi, denuncia, «prevalgono la giungla e la competizione in un individualismo sfrenato».
L’attualità della politica internazionale rimanda alle distopie descritte da autori come George Orwell oppure Aldous Huxley. Ma è la lettura di Se questo è un uomo di Primo Levi a ricordarci l’immutabile Dna umano che la vita nel lager ha evidenziato: l’istinto di sopravvivenza piega l’uomo. Rivalità con i pari e genuflessione al superiore sono le caratteristiche del microcosmo del lager.
In una società che ha perso l’anima, nella quale il senso di comunità è scomparso, trionfano la competizione, l’individualismo sfrenato, la sopraffazione del debole e l’allineamento feroce al potere. Non siamo nell’universo semplificato del lager forse, ma per molti aspetti la sua essenza spirituale vive nelle oligarchie illiberali attuali.
La corruzione ha plasmato la politica come le istituzioni culturali, l’accademia e lo spazio mediatico. Le democrazie liberali del secondo Dopoguerra si sono trasformate in oligarchie che tendono all’autoritarismo.
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Usa, Venezuela, Palestina. JOKER IN AZIONE
di Fulvio Grimaldi
Basato sulla figura del pagliaccio malefico, Joker è uno dei supercriminali più famosi della storia dei fumetti, nonché la nemesi del Cavaliere Oscuro[5]. Presentato come uno psicopatico con un senso dell'umorismo contorto e sadico. Così la presentazione del personaggio su Wikipedia. E’ la personificazione di Donald Trump.
Da ragazzini uscivamo dai film di grandi personaggi positivi, di eroi medievali, immaginandoci tali anche noi. Eravamo, a seconda dei gusti, dei Robin Hood, dei Cavallo Pazzo, dei D’Artagnan, dei Sandokan. Personalmente mi rifacevo a Widukind, o Vitichindo, re dei Sassoni pagani e per questo genocidati da Carlo Magno, un altro che ammazzava in onore del suo dio. Queste fantasticherie duravano finchè, all’urto con la realtà, non venivano drasticamente demensionate a livello di impiegato di banca, operatore ecologico, vigile urbano, medico della mutua, operaio alla catena, start up con IVA.
Con Donald Trump, personaggio eccessivo in senso fisico e metafisico, dall’onda gialla in capo, votato al disdegno di ogni minima regola del vivere civile in omaggio al principio Forza su Diritto, il copia e incolla è stato immediato. Qui, tra supereroi e supermalfattori, che nella supercultura del superuomo hanno dominato l’immaginario americano, dal generale Custer a Jesse James e ad Al Capone, l’adolescente The Donald si è immediatamente riconosciuto nel più affine: Joker.
E se la Nuova Frontiera di Bibi Netaniahu è quel Grande Israel le cui fondamenta si reggono su strati multipli di ossa cementate dall’IDF, come non poteva non accorrere in suo soccorso The Donald-Joker? Soccorso alla disperata, vista la sorte che allo Stato ebraico stava approntando lo tsunami della rabbia e della sollevazione di tante genti in Gotham City. Soccorso just in time di uno che, anche da Joker, si porta dentro e impone fuori morale, metodi, strumenti e valori di quell’altro genocidio, quello dei “palestinesi” delle Americhe, detti indiani e indios. Esattamente ciò che è previsto per Gaza e per tutti i luoghi dove formicolino quei non umani che si ostinano a brucare la dove dal dio degli ebrei la terra e i suoi frutti sono stati riservati al popolo eletto e ai suoi armenti e greggi.
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Dialettica senza speranza?
Il comunismo nel buio (14)
di Ennio Abate
Il tarlo di La Grassa: Ripensare Marx per abbandonarlo? Contrapporgli Comunismo del 1989 di Fortini. (Lotta per il comunismo e non domande sulla sua realizzabilità). Inutile ripetergli ancora le stesse obiezioni. Gli ho, però, mandato “Filtrando e rifiltrando il manifesto di Marx” con dedica. Paura elementare: lasciando da parte Marx (e i dominati), con chi ci ritroviamo?
(E. A. Riordinadiario, 9 gennaio 2010)
Nel quasi dibattito su “Il comunismo nel buio” è sottinteso questo dilemma: il socialismo/comunismo, che da ottocentesco sol dell’avvenire è finito – appunto – al buio (non ne vediamo neppure più un raggio) -, è morto definitivamente? Anche nella versione che Fortini delineò nella voce ‘Comunismo’ del 1989? E, dunque, ogni sua idea o ipotesi (di ripresa, rifondazione, rinnovamento) va abbandonata? Oppure, in forme oscurate e per ora indecifrabili, è ancora da ricercare?
Se si risponde sì, non resta che adattarsi alla “realtà com’è” – (come ce la raccontano, come ciascuno la vede o l’immagina) – e dimenticare la “Cosa”, la “Grande Illusione”, la “Rivoluzione”. Se si risponde no, ci si pone – mai dimenticando la “realtà com’è” – il compito di ridefinirla meglio quell’idea, di ricercarne ancora alcuni segni nella cronaca, nelle ricerche scientifiche, nella storia e nel pensiero (antico, moderno, postmoderno), ripartendo – ma non necessariamente – dalle rovine (buone e cattive) che le esperienze socialiste otto-novecentesche (di vario tipo) ci hanno lasciato.
In Dialettica e speranza di Partesana una risposta chiara al dilemma appena ricordato non la trovo. Trovo, invece, due affermazioni chiave: «La lotta per il comunismo non è già il comunismo»; «Finora abbiamo solo interpretato Fortini, è venuto il momento di cambiarlo». E una (vaga) indicazione o un invito a studiare Hegel (in particolare la sua Scienza della logica) e Adorno. Mi pare, perciò, di trovarmi di fronte a una sostituzione di Fortini come riferimento principale (ma non per questo unico o indiscutibile), che viene articolata attraverso quattro passaggi:
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Nuovo DDL nucleare: via libera all’energia dell’atomo in Italia
Alcune considerazioni per prepararsi al contrattacco
di Collettivo Ecologia Politica di Torino
Pubblichiamo il primo di una serie di contributi sul tema del nucleare. Questo testo è stato realizzato dal collettivo Ecologia Politica di Torino che prende parte al progetto Confluenza
Il disegno di legge sul nucleare "sostenibile”
Il Consiglio dei Ministri ha approvato lo scorso 2 ottobre il disegno di legge delega che punta a reintrodurre l’energia nucleare nel mix energetico nazionale, ignorando i risultati dei due referendum popolari — nel 1987 e nel 2011 — che avevano sancito la volontà della popolazione di abbandonare l’atomo. Come già annunciato durante la COP29 in Azerbaijan, il governo Meloni inserisce il nucleare sostenibile nel piano energetico nazionale, presentandolo come un passo “strategico” verso la sicurezza e l’autonomia energetica della Nazione.
Il decreto legge delega il Governo a disciplinare la produzione di energia nucleare sostenibile (anche ai fini della produzione di idrogeno), la disattivazione o lo smantellamento degli impianti esistenti e la gestione dei rifiuti radioattivi. Attraverso questo decreto si delineerà un Programma nazionale che implementerà la ricerca, lo sviluppo e l’utilizzo dell’energia nucleare da fissione e da fusione. Fondi pubblici verranno destinati alla costruzione di prototipi, alla formazione di personale tecnico e alla partecipazione italiana ai programmi europei sul nucleare e sui suoi avanzamenti in ambito tecnologico in particolare quelli riguardanti gli SMRs (Small Modular Reactors).
Il nuovo decreto assicura di occuparsi di un nuovo nucleare, quello di terza generazione, talmente nuovo che ancora non esiste su forma commerciale, vedi l’energia da fusione e i tanto citati SMRs. L’energia atomica sarebbe diventata sicura, affidabile e facilmente regolabile: motivo per cui il Governo con questo decreto prevede di scrivere una nuova pagina della storia energetica italiana (facendo passare tutto in sordina).
Nel DDL aleggia la solita strada spianata propria delle grandi opere: possibilità di cambiare i piani urbanisitici, possibilità di annoverare tali centrali e opere annesse come di pubblica utilità, indifferibili e urgenti e pertanto potenzialmente accompagnate da espropri. Nel caso in cui qualcuno non dovesse credere alla favola del nucleare sostenibile, sono pronte campagne di informazione e convincimento destinate ai cittadini.
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"L’antisemitismo razzista non è quello dei pro-pal"
di Elena Basile*
Se rileggiamo Se questo è un uomo di Primo Levi troviamo pagine pacate e disperate sulla natura umana e su come all’interno del lager il microcosmo sociale si organizza. L’istinto di sopravvivenza è soddisfatto attraverso la sopraffazione dell’altro, la competizione con coloro che sono a noi pari e la soggezione conformista a chi è anche solo di un gradino a noi superiore. Non c’erano le SS a controllare i campi, ma una struttura piramidale divisa in tre gruppi, ciascuno con i loro capetti all’interno, prigionieri comuni, politici ed ebrei. La lettura è straziante perché rimanda senza possibilità di speranza a un Dna che si ripete nella storia, facendo avanzare gradualmente la barbarie sino alla sua esplosione: nazismo, razzismo, colonialismo, guerre.
Osservare la realtà politica, italiana, europea, occidentale, conferma le lucide visioni del grande scrittore umanista ebreo. Nell’indifferenza dell’opinione pubblica la corruzione delle classi dominanti appare ormai senza camuffamenti. Il prevalere della forza contro il diritto è all’ordine del giorno come la retorica razzista, contro l’islam e il terrorismo, contro il nemico russo, contro il diverso, che non è più l’ebreo oppure l’omosessuale, ma colui che non si allinea alle logiche belliciste, filoatlantiche e filoisraeliane, suprematiste bianche.
Il presidente statunitense afferma pubblicamente nel suo recente discorso a Tel Aviv di essere pressato dalla coppia di miliardari (specifica 60 miliardi in banca), Miriam e Sheldon Adelson, ebrei americani, che irrompono nello Studio Ovale e chiedono politiche filoisraeliane.
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Il rigore a vuoto e la spirale verso la povertà
di Emiliano Brancaccio
Meloni e Giorgetti presentano una manovra pienamente addomesticata alle nuove regole di bilancio europee
Il governo dei sovranisti pentiti continua il suo percorso rieducativo. Meloni e Giorgetti presentano una manovra pienamente addomesticata alle nuove regole di bilancio europee. L’effetto, guarda caso, rievoca le antiche bizzarrie dell’austerity: con la crescita vicina allo zero e i rischi di una nuova crisi all’orizzonte, anziché bilanciare con una manovra espansiva l’Italia si impegna a schiacciare ulteriormente il deficit annuale.
La stretta porterà almeno un calo del debito pubblico accumulato? Difficile è dir poco. La Bce non è più accomodante come un tempo, i tassi d’interesse al netto dell’inflazione sono tornati a mordere e l’onere finanziario sta risalendo. Si riaffaccia così il paradosso dell’assurdità dei sacrifici: il paese stringe la cinghia ma i conti pubblici continuano a peggiorare.
Qualcuno obietterà che Meloni e soci hanno almeno pensato alle buste paga. Il governo riduce l’aliquota fiscale intermedia al 33 percento. Inoltre, per compensare l’inflazione, detassa al 5 percento gli incrementi salariali che verranno dai nuovi contratti e nelle bozze lascia intravedere l’ipotesi di un piccolo aumento forzoso in caso di mancati rinnovi. Il Corsera l’ha ardimentosamente interpretato come un “ritorno alla scala mobile”. E qualche gendarme di Confindustria ha persino agitato lo spettro di una “spirale inflazionista”. Messo così, pare l’annuncio di un nuovo corso a Palazzo Chigi, più di lotta che di governo.
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Il mito originario di una democrazia migliore
di G. P.
Analisi a dir poco ingenue continuano ad aleggiare intorno al concetto di democrazia. Provengono, certo, da spiriti che potremmo definire critici, ma ciò non basta a garantire la giustezza del pensiero né la correttezza interpretativa. Le riflessioni che ho letto recentemente di figure come l’ambasciatrice Elena Basile o la filosofa Donatella Di Cesare muovono infatti sempre dal presupposto di un mito dell’origine, ci fu un tempo in cui la democrazia era se non perfetta almeno migliore. Non è così.
Secondo queste analisi, la democrazia sarebbe degenerata negli ultimi decenni a causa del neoliberismo o di altre forme di degradazione, anche tecnocratiche, che l’avrebbero avvicinata a una sorta di fascismo, o tecnofascismo, come lo chiama Di Cesare. In questa prospettiva, la colpa sarebbe sempre di un ritorno della mentalità fascista che oscurerebbe la presunta bontà e bellezza della democrazia originaria. Balle, il fascismo fu un movimento politico, non una categoria dello spirito che nasce e rinasce a piacimento sotto nuove forme.
Dunque, le cose non stanno come in questa narrazione. Lenin già definiva la democrazia “il miglior involucro per la dittatura”, e anche in letteratura autori attenti hanno descritto la democrazia come un “gioco da banditi”. Perorare oggi il mito di un’Arcadia democratica tradita lungo il percorso storico, che solo più o meno recentemente sarebbe degenerata, significa perdersi dietro un’illusione.
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Gaza, un futuro di controllo della AI che ci riguarda
di nlp
Se andiamo a leggere i piani di controllo dell’ordine pubblico prefigurati per la nuova amministrazione di Gaza, vediamo come questi convergano sulla previsione di un modello di sicurezza basato sull’integrazione di Intelligenza Artificiale (IA), robotica avanzata e sorveglianza aerea. Tale sistema, definito sistema ibrido di controllo automatizzato (HACS), non sarebbe costruito ex novo, ma deriverebbe dalla rapida riconversione delle infrastrutture e dei database militari preesistenti. Questo modello servirebbe poi da progetto pilota per l’esportazione globale sui mercati della sicurezza metropolitana e nazionale. La dinamica dell’industria della difesa, che utilizza il territorio come un “terreno di prova” per trasformare le tecnologie di urban warfare in “soluzioni per la sicurezza urbana” (Homeland Security – HLS), creerebbe con Gaza un pacchetto di controllo altamente commercializzabile, la cui diffusione comporterebbe la normalizzazione internazionale di pratiche di sorveglianza estrema e l’erosione della sovranità dei dati civili.

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I piani di pace in corso per la Striscia di Gaza pongono requisiti stringenti, con un mandato primario che prevede la smilitarizzazione totale e la supervisione di una forza internazionale di stabilizzazione (FIS) temporanea, incaricata di addestrare e istituire una forza di polizia palestinese autoctona.
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A Gaza Trump tenta di porre un argine a Israele, ma il futuro è fosco
di Roberto Iannuzzi
Per contenere l’unilateralismo israeliano, la Casa Bianca dovrebbe esercitare una costante pressione sul governo Netanyahu. Ma in ogni caso il piano Trump non offre nulla ai palestinesi
Cosa attende Gaza dopo il fragile cessate il fuoco imposto dal presidente americano Donald Trump con un vertice pomposo quanto privo di contenuti a Sharm el-Sheikh in Egitto, e con un discorso smaccatamente filo-israeliano pronunciato alla Knesset?
Se tutto andrà secondo i piani, “la vita per gli abitanti di Gaza passerà dall’essere un completo inferno a un semplice incubo”, hanno scritto sulle pagine del Guardian Hussein Agha e Robert Malley, entrambi per anni coinvolti nel fallimentare processo di pace israelo-palestinese.
Il piano Trump per Gaza è profondamente sbilanciato, sostengono i due esperti. Esso
“esige dai palestinesi l’espiazione per gli orribili atti del 7 ottobre, ma non da Israele per la barbarie che ne è seguita. Chiede la deradicalizzazione di Gaza, ma non la fine del messianismo israeliano. Detta in ogni aspetto il futuro del governo palestinese, senza dire nulla sul futuro dell’occupazione israeliana”.
Il piano è “pieno di ambiguità, privo di un calendario definito, di giudici o di conseguenze per le inevitabili future violazioni”, e “se la sua nebulosità non verrà sfruttata per silurarlo”, scrivono Agha e Malley, i palestinesi di Gaza passeranno “dall’essere vittime indifese a rifugiati due volte espropriati nella loro stessa terra”.
Le ragioni del cessate il fuoco
Il cessate il fuoco imposto da Trump ha fatto leva sul momento di grande difficoltà attraversato, per ragioni diverse, sia da Hamas che da Israele.
Il primo, alle prese con la drammatica situazione di una popolazione ridotta alla fame dalle restrizioni israeliane, con la devastante offensiva militare israeliana su Gaza City, e sotto l’enorme pressione dei mediatori arabi e della Turchia, ha deciso di scommettere sulle deboli garanzie offerte da Trump.
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I think tank alle prese con il dilemma strategico russo
di Simplicius - simplicius76.substack.com
Questa settimana sono stati pubblicati alcuni interessanti articoli provenienti dal mondo dei think tank sulla guerra in Ucraina che meritano di essere analizzati.
Il primo è tratto da War on the Rocks, fondato da un think tank americano del settore della difesa e che si definisce una pubblicazione sulla difesa “per addetti ai lavori, da addetti ai lavori”.
Uno dei loro ultimi articoli tratta del dilemma strategico di Washington, ovvero quello di dover affrontare contemporaneamente tre avversari: Iran, Russia e Cina.
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Si può notare che si parla di una guerra su due fronti, e questo perché l’analisi esclude immediatamente l’Iran, ritenendolo già “rimosso” dalla scacchiera grazie agli attacchi ancora più presunti di Trump al programma nucleare iraniano, iniziando così dalla frase iniziale:
Gli attacchi devastanti degli Stati Uniti contro il programma nucleare iraniano nel mese di giugno hanno creato una piccola finestra di opportunità per evitare un incubo strategico: ovvero combattere contemporaneamente Cina, Russia e Iran.
A proposito, solo come breve digressione, ecco un’intervista al professore iraniano Foad Izadi dell’Università di Teheran che, apparentemente, conferma che Washington aveva essenzialmente stretto un accordo con l’Iran per consentire loro di bombardare Fordow con i B-2 in cambio dell’attacco iraniano a basi statunitensi vuote:
Anche l’intervista del parlamentare iraniano Mahmoud Nabavian, lo conferma in modo ancora più dettagliato.
È solo qualcosa da considerare alla luce del fatto che l’Iran viene “scartato” in questa discussione su una guerra a “due fronti”.
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Come funziona la guerra cognitiva degli USA?
di OttolinaTV
“La più efficace delle politiche imperialistiche non consiste nella conquista di territori o nel controllo di rotte economiche, ma nella conquista e nel controllo della mente degli uomini”; a dichiararlo non è un filosofo hippie dopo aver visto l’ennesimo remake di Matrix, ma nientepopodimeno che lui: Hans Morgenthau, il padre nobile della scuola Realista. Ed è proprio al controllo della mente che è dedicato questo importante libro bianco prodotto dal think tank ufficiale della più importante agenzia di stampa governativa cinese: sulla scia della seconda guerra mondiale, ricostruisce il rapporto, i movimenti di liberazione nazionale si diffusero in tutto il mondo a macchia d’olio; una imponente prima grande decolonizzazione durante la quale il sistema coloniale globale messo in piedi dalle potenze europee venne radicalmente stravolto. Gli Stati Uniti si resero conto che, in questo nuovo contesto, imporre nuove forme di dominio coloniale tradizionali era impensabile e decise saggiamente di investire tutto in forme di dominio più sottili e sofisticate: nasce, così, l’idea di Soft Power (che è meno soft di quanto si pensi).
Il punto è che i nascenti Stati nazionali, nati dalla lotta di liberazione, per consolidarsi avevano bisogno di costruire anche un’idea di nazione che, a partire dalla valorizzazione delle culture indigene, fosse in grado di creare una nuova identità condivisa; lo scopo dell’apparato egemonico dell’Impero è ostacolare questo processo e, facendo leva sull’”enorme disparità nelle posizioni di potere”, “impiantare forzatamente i valori della potenza egemone nella nazione in questione, sradicando selettivamente culture indigene e ideologie alternative”. L’egemone cerca di impedire il consolidamento di un’autentica cultura nazionale coltivando massicciamente alcune fazioni e minando quella che il libro bianco definisce “l’autonomia filosofica delle popolazioni bersagliate”: le “esportazioni ideologiche e culturali” dell’egemone, insiste il paper, vengono confezionate in modo ragionevole e accattivante attorno a parole d’ordine apparentemente neutre come progresso della civiltà o concetti avanzati, e con questo packaging inoffensivo si procede all’”infiltrazione per influenzare la cognizione di alcuni gruppi mirati specifici attraverso prodotti culturali, sistemi educativi, scambi accademici e altri canali subdoli”; un lavoro a lungo termine perché “i cambiamenti intellettuali e cognitivi sono graduali e incrementali”.
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Trump-Putin: i Tomahawk e il vertice di Budapest
di Davide Malacaria
Trump spiazza tutti e, dopo tre settimane in cui i media hanno dato per scontato che avrebbe dato i Tomahawk all’Ucraina, chiama Putin e annuncia che lo incontrerà a breve. In Ungheria, cioè nella nazione europea che più ha frenato lo slancio della leadership Ue, soggiogata da Londra, per fare del conflitto per procura ucraino una guerra continentale (nella folle illusione che rimarrebbe tale, senza cioè evolvere, com’è invece inevitabile, in una guerra termonucleare globale – sul punto, ha posto una pietra tombale l’esercitazione Usa Proud Prophet, vedi New York Times).
Zelensky, sbarcato negli Usa stamane nella convinzione che avrebbe ottenuto l’ambito regalo dal presidente americano, è rimasto sorpreso dalla mossa di Trump, annota Axios, e probabilmente se ne tornerà con le pive nel sacco. Forse avrebbe dovuto prendere più seriamente le dichiarazioni di Trump che, alcuni giorni fa, interpellato sui Tomahawk, ha risposto “ne parlerò con la Russia“. Esattamente quel che ha fatto.
Peraltro, se è vero che la querelle dei missili ha innescato ovvie reazioni a Mosca, l’inattesa telefonata di ieri segnala che i rapporti sottotraccia tra le due potenze sono stati preservati.
Prima di incontrare il presidente americano Zelensky ha incontrato i produttori di armi statunitensi, abboccamento che la dice lunga sulla natura di questo conflitto che, oltre all’obiettivo, mancato, di fiaccare le risorse russe e quello, in parte raggiunto, di distoglierla dallo scacchiere globale (vedi Gaza), ha anche quello di rafforzare l’apparato militar-industriale Usa e le forze politiche-finanziarie connesse.
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Perché la guerra alla Russia?
E la NATO vuole aiutare l'UE o suicidarla?
di Giorgio Monestarolo
1. Le cause della guerra
Da quando è arrivato Trump la gestione della guerra è mutata. Le notizie si rincorrono in un alternarsi di stop and go nella direzione, apparentemente, di una soluzione del conflitto, di un armistizio o di un suo rilancio.
In realtà, seguendo la cronaca giorno per giorno si percepisce un senso di smarrimento, non si capisce bene effettivamente dove si stia andando. Lo smarrimento è il frutto di una non comprensione delle ragioni, delle cause del conflitto. Il primo punto che vorrei chiarire è proprio questo. Lo faccio riferendomi a un articolo uscito recentemente sul New York Times, di cui si è parlato molto per un attimo e su cui è poi caduto il silenzio. Il titolo è già molto esplicativo: L’alleanza. Storia segreta della guerra in Ucraina. Il ruolo nascosto degli Usa nelle operazioni militari ucraine contro la Russia. Si tratta di un dossier frutto i di più di trecento interviste a uomini e donne della Nato a cura di Adam Entous e pubblicato il 29 marzo del 2025.
L’importanza dell’articolo è semplice: l’autore riconosce, con dovizia di particolari, la natura di guerra per procura dell’Ucraina alla Russia, guerra per conto degli USA. Una guerra preparata dalle amministrazioni democratiche e repubblicane negli ultimi trent’anni. Non è chiaramente una notizia bomba. Molti studiosi dal febbraio del 2022 hanno sostenuto questa tesi. La novità è il fatto che il giornale dell’amministrazione democratica, il giornale di sistema più prestigioso degli Usa lo abbia dichiarato senza infingimenti di sorta. Il motivo era chiaro: la guerra non è stata vinta anzi è stata proprio persa.
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Palestina: la lotta continua
di Fronte del Dissenso
La tregua in atto da qualche giorno a Gaza dà quantomeno respiro a una popolazione martoriata. E’ alla sofferenza, e all’incredibile capacità di resistenza del popolo palestinese, che va il nostro primo pensiero. E’ grazie a questa resistenza che lo sterminio genocida di Israele è stato almeno provvisoriamente fermato. A questo popolo e alle sue organizzazioni va la nostra piena solidarietà.
La tregua non è la pace. Non lo è non solo perché essa è precaria, non solo perché Israele viola da sempre ogni accordo (come vediamo in questi giorni in Libano), ma soprattutto perché essa è figlia di uno stallo militare, non di una svolta politica che riconosca finalmente i diritti del popolo palestinese.
La tregua è il frutto di un compromesso aperto a diversi possibili sviluppi. Un compromesso che, per ora, ha portato alla cessazione dei combattimenti e allo scambio dei prigionieri. Su tutto il resto il disaccordo permane. Hamas e le altre forze della Resistenza palestinese, che hanno agito in grande accordo tra loro, hanno accettato la tregua, non certo il pretenzioso piano neocolonialista di Trump.
Quel piano rappresenta la prosecuzione della politica dell’imperialismo americano in Medio Oriente. L’Occidente continua, infatti, a considerare l’entità sionista come il proprio decisivo avamposto in quella regione. Sta di fatto che Israele non avrebbe potuto reggere due anni di guerra – attaccando oltre che a Gaza e in Cisgiordania, il Libano, l’Iran, la Siria, l’Iraq, lo Yemen e il Qatar – senza le armi e la complicità statunitense ed europea.
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