L’Ucraina e noi: l’europeismo contro se stesso
di Andrea Guazzarotti
L’occultamento del conflitto intra-europeo prima dell’esplosione di quello russo-ucraino
Le élite europee, nel loro nichilismo (E. Todd), hanno sposato la linea del confronto armato a oltranza contro la Federazione russa di Putin. Serviva a ricostituire un nuovo simulacro di unità tra gli Stati membri che due crisi e un’architettura istituzionale (sempre più) disfunzionale stavano (e stanno) minando. Per farlo, quelle élite hanno cinicamente sacrificato l’Ucraina, anche se sarebbe più corretto dire: hanno ceduto alla pressione degli USA affinché l’Ucraina venisse usata come proxy nella guerra contro la Russia di Putin.
Il cedimento è stato, innanzitutto, interno: con una vittoria del fronte della “nuova Europa” sulla vecchia (Minolfi 2023, pp. 76ss.). La battaglia cruciale si è svolta a porte chiuse, al Consiglio NATO di Bucarest del 2008, quando gli USA hanno provato a forzare il corso degli eventi spingendo per l’attivazione immediata delle procedure di ammissione di Georgia e Ucraina nella NATO, scontrandosi con il veto di Francia e Germania, cui replicarono duramente i rappresentanti dei nuovi Stati dell’Europa centro-orientale (Polonia in testa). L’esito fu quello di annunciare comunque come prossima l’attivazione delle procedure di adesione, allarmando Mosca senza offrire alcuna garanzia immediata ai due Paesi in questione (ibidem). Un confronto politico acceso del quale le opinioni pubbliche sono state praticamente tenute all’oscuro, secondo un processo di infantilizzazione dei cittadini europei (Minolfi 2025) perseguito nell’alveo di una strategia delle classi dirigenti europee di disconnessione e immunizzazione dai propri elettorati.
Parallelamente deflagrava in quegli anni la crisi dell’euro, impacchettata come crisi del debito pubblico degli Stati debitori dalle élite europee (leggi: i Governi degli Stati creditori in combutta con i vertici di BCE e Commissione europea). Dinanzi all’impennarsi dell’antieuropeismo degli elettorati (specie di quelli sottoposti all’austerity) quelle élite intravedevano già nelle vicende interne all’Ucraina (le proteste di Euromaidan) lo spiraglio per programmare una nuova, pericolosa, strategia di riattivazione dell’ideologia europeista.





Paese sconfitto alla seconda guerra mondiale (insieme a Germania e Giappone), l’Italia fu costretta a una quasi totale sottomissione alla nuova potenza mondiale dominante lo spazio euro-mediterraneo.
Difficile scrivere su Ranchetti, almeno nel senso della scrittura “scientifica” normalizzata, che richiede premesse, svolgimento e conclusioni in una forma autoconclusiva e non bisognosa di interrogarsi sulle proprie ragioni e condizioni. Difficile perché, al contrario, le scritture e i lavori di Ranchetti non partecipano di alcuna legittimità univoca e predefinita, non beneficiano dei presupposti rassicuranti delle istituzioni e degli specialismi; ma anche perché la loro intelligibilità intrinseca dipende da un sistema di riferimenti, da un gioco di costellazioni storiche e culturali, che non possono in nessun modo essere riassorbiti dalla corrispondenza del testo ad una norma di valutazione, e la cui condivisione più o meno ampia è diventata altamente problematica già durante la vita di Ranchetti.



Ieri sera, per caso, mi sono imbattuto in una puntata di Piazza Pulita dedicata alla Palestina. Un piccolo compendio del nostro tempo: una moderazione ossessionata dall’equilibrio, contenuti annacquati per non disturbare nessuno, una brodaglia di opinioni che attenua le responsabilità invece di illuminarle.
L'intervista che pubblichiamo oggi, a cura di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, è tratta dal volume Gli operaisti (DeriveApprodi, 2005). È un documento importante perché ricostruisce il percorso politico-intellettuale di Paolo Virno, illumina le tracce di ragionamento lasciate aperte dal filosofo e dalla sua tradizione del pensiero. Diversi i nodi che vengono trattati: oltre alle esperienze di organizzazione degli anni Settanta, Virno ci parla delle scommesse degli anni Ottanta e Novanta, ossia il tentativo di capire in che modo la trasformazione del paese negli anni della controrivoluzione avesse creato un nuovo tipo umano, oltre che naturalmente diverse forme di produzione, che potevano ormai cominciare a esprimersi conflittualmente; dei limiti e delle ricchezze della tradizione operaista; dei filoni di ricerca affrontati da «marxista critico», concentrandosi su questioni fondamentali come il linguaggio, la comunicazione e la possibilità di porre al centro politicamente la natura umana



Genocidi a geometria variabile
La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, 
In occasione del trentennale dell’uccisione di Yitzhak Rabin, con decine di migliaia di persone in piazza a Tel Aviv per celebrare l’evento, Isaac Herzog, presidente dello stato di Israele, ha affermato che: «Oggi siamo sull’orlo dell’abisso». Aggiungendo poi ancora: «Lo Stato ebraico e democratico di Israele non è un campo di battaglia, ma una casa, e in casa non si spara, né con le armi, né con le parole, né con le espressioni o con le allusioni». Affermazione fatta in un contesto in cui Bibi Netanyahu, da sempre indicato come uno degli sponsor dell’odio che portò al più importante omicidio politico della storia dello stato ebraico per mano di un ebreo di origini yemenite, si è tenuto lontano dalle celebrazioni molto probabilmente per timore delle contestazioni nei suoi confronti.




Succede che quando si spegne una luce, altre si accendano. Per rimediare al buio, innanzitutto. Ma anche perché prende avvio una sorta di trasmissione di energia e di afflati vitali, di propagazione e diffusione di potenza. Come nei vasi comunicanti, il contenuto non sparisce ma viceversa tracima e si distribuisce.




































