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La fine di Israele?
Chris Hedges intervista Ilan Pappè
Nonostante il dominio militare di Israele sui suoi nemici regionali, l’entità sionista si trova davvero nel momento più vulnerabile della sua storia? E, cosa ancora più importante, può sostenere il progetto dello Stato ebraico?
Lo storico israeliano Ilan Pappè sostiene che Israele stia implodendo. Egli definisce l’attuale governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu come neo-sionista, nel senso che i vecchi valori del sionismo sono diventati più estremi, più apertamente razzisti, più suprematisti e più violenti. Questo Stato neo-sionista ha abbandonato l’approccio graduale, la lenta pulizia etnica dei palestinesi, che caratterizzava i precedenti governi sionisti.
Sta usando il genocidio come arma per svuotare la Striscia di Gaza dai palestinesi e presto forse anche la Cisgiordania. È dominato da estremisti ebrei che hanno trasformato Israele in quello che lui chiama lo Stato di Giudea, distinto dal vecchio Stato di Israele.
Lo Stato di Giudea, governato da coloni ebrei fanatici, 750.000 dei quali vivono in Cisgiordania, fonde il sionismo religioso con l’ebraismo ortodosso. Cerca di stabilire un “impero israeliano” che dominerà i suoi vicini arabi, in particolare Libano, Giordania e Siria.
L’odio per i palestinesi da parte di coloro che governano questo Stato neo-sionista, lo Stato di Giudea, si estende anche agli ebrei israeliani laici. Questo, sostiene, significa che alla fine Israele si frammenterà, rendendo Israele insostenibile.
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Movimenti sociali ed elezioni in Occidente
di ALGAMICA*
In occasione delle straordinarie mobilitazioni contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, è tornata di moda la discussione sul fatto che le piazze siano state piene, ma continuano a essere vuote le urne, ovvero che c’è una disaffezione al voto da parte del popolo e in modo particolare delle nuove generazioni.
Questo per un verso, mentre per l’altro versante ci sarebbe un “acceso” dibattito circa la riduzione degli spazi democratici, impugnando il fatto, tra l’altro, che la presidente del consiglio Meloni viva una sorta di orticaria nei confronti dei giornalisti, ovviamente in modo particolare quelli di sinistra.
Premesso che ai sottoscrittori di queste scarne note non importa un fico secco delle elezioni, di qualsiasi tipo, e che le ritengono un magistrale imbroglio nei confronti del cosiddetto popolo, e che questo agisce sempre impegnando il minimo sforzo per ottenere il massimo risultato. Siamo perciò di fronte a chi si candida a imbrigliare e a chi di buon grado si fa imbrigliare, pur di evitare di assumere un impegno in proprio per diritti collettivi, mentre va alla ricerca di quello/i individuale/i.
Di logica, perciò, diciamo in modo convinto che gli assenti hanno sempre torto, e non hanno nessun diritto di accampare scuse.
Entriamo però più nel merito, cercando di fornire una nostra spiegazione a un fenomeno che in Occidente desta – per lor signori – qualche preoccupazione.
Detto che gli assenti hanno sempre torto, cerchiamo di capire e spiegare perché lor signori sono preoccupati dell’astensionismo passivo del popolo, fino al punto che si recano alle urne meno del 50% degli aventi diritto.
La prima risposta è che c’è una disaffezione al voto, ma questa è solo la presa d’atto di un fatto, non la spiegazione del fatto stesso.
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Analisi, previsione, oggettività: su alcuni usi della dialettica materialistica
di Eros Barone
La dialettica vera e propria è lo studio della contraddizione nell’essenza stessa degli oggetti.
V. I. Lenin, Quaderni filosofici.
1. Analisi del problema relativo al ruolo dei sindacati e applicazione del metodo dialettico in Lenin
Scopo del presente articolo è quello di esaminare l’applicazione del metodo dialettico nell’analisi di un problema, nella formulazione di una previsione e nella determinazione di ciò che è oggettivo da parte della fisica contemporanea. Si cercherà, in primo luogo, di fornire un’esemplificazione del modo in cui tale metodo è stato applicato da quel maestro del socialismo scientifico e della dialettica materialistica che risponde al nome di Vladimir Il'ič Lenin. Dalla disàmina degli aspetti salienti del modo di argomentare e di ragionare che il rivoluzionario russo aveva maturato attraverso la conoscenza dei classici del materialismo storico-dialettico (Marx, Engels, Plechanov e, per certi versi, lo stesso Kautsky), si ricava infatti una grande lezione di metodo: una lezione che Lenin aveva pienamente assimilato e che seppe applicare contro la falsificazione opportunista del marxismo, come dimostra la sua acutissima lettura della Logica di Hegel e del Capitale di Marx.
Il metodo dialettico e il rapporto tra la logica formale e la logica dialettica sostanziano tutta l’opera di Lenin, dagli scritti sulla formazione del partito rivoluzionario alle discussioni sulla costruzione della dittatura del proletariato dopo la rivoluzione vittoriosa. Nel Che fare?, rintuzzando i ragionamenti formali di un socialdemocratico che nel processo di formazione del partito vedeva solo la realtà contraddittoria e nessun punto fermo su cui far leva, talché la realtà gli appariva un circolo vizioso, Lenin afferma: «Ogni questione “si aggira in un circolo vizioso” perché tutta la vita politica è una catena senza fine composta di un numero infinito di anelli. Tutta l’arte dell’uomo politico consiste precisamente nel trovare e nell’afferrare saldissimamente l’anello che più difficilmente può essergli strappato, che è il più importante in quel dato momento e che meglio gli garantisce il possesso di tutta la catena». 1
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La politica delle cannoniere nucleari
di Manlio Dinucci
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha presentato l’accordo col presidente della Cina Xi Jinping come un grande successo. Gli Stati Uniti ridurranno di 10 punti percentuali il dazio sui prodotti cinesi importanti portandolo al 47%. In cambio la Cina riprenderà l’acquisto di soia statunitense e rinvierà di un anno le restrizioni sull’esportazione negli USA di minerali delle terre rare. Si tratta in realtà di una limitata, precaria tregua commerciale.
Significativo è quanto ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi prima dell’incontro di Xi Jinping con Donald Trump. Wang Yi ha avvertito che “sta arrivando un mondo multipolare”, esortando a “porre fine alla politicizzazione delle questioni economiche e commerciali, alla frammentazione artificiale dei mercati globali e al ricorso a guerre commerciali e battaglie tariffarie”. “Il frequente ritiro dagli accordi e il mancato rispetto degli impegni, mentre si formano con entusiasmo blocchi e cricche, ha sottoposto il multilateralismo a sfide senza precedenti”, ha affermato Wang, senza nominare paesi specifici ma riferendosi chiaramente agli Stati Uniti.
Nell’incontro il presidente Xi Jinping ha sottolineato: “La Cina e gli Stati Uniti dovrebbero essere partner e amici. Questo è ciò che ci ha insegnato la Storia e ciò di cui la realtà ha bisogno”. Quale sia la posizione degli Stati Uniti è dimostrato dal fatto che, pochi minuti prima dell’incontro con Xi Jinping, Trump ha dichiarato di aver ordinato al Pentagono di avviare test sulle armi nucleari “su base paritaria” con Cina e Russia.
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Non difendo Francesca Albanese, la strega
di Patrizia Cecconi
È strano trovarsi all'estero, lontano da TV e connessione internet a godere l'ultimo sole su una spiaggia balcanica ed essere riportati a forza nella realtà politica da un interlocutore che, paradossalmente, è più lontano dalla politica di quanto io non lo sia dal Polo Nord.
Tutto nasce dalla mia richiesta di raggiungere l'isolotto di Sazan che è di fronte ai miei occhi, nella baia di Valona, e sentirmi rispondere che non si può più perché da un paio di mesi l'isola appartiene a un ricco immobiliarista ebreo, un certo Kushner, genero di Trump, che ne farà un resort di gran lusso solo per turismo d'élite.
In un attimo il pensiero vola a Gaza e alle mire di certi immobiliaristi, tanto sporche da aver creato sconcerto perfino in qualche buon filo-sionista nostrano. Poi il pensiero corre dall'altra parte del Canale d'Otranto, dove si sta realizzando il piano coloniale CORAL 37 di un'altra imprenditrice ebrea-israeliana la quale sta progettando la "Israeli Colony in Salento". Ma anche a Cipro sta succedendo qualcosa di simile.
Mi chiedo se sia il sionismo che si sta incistando spazialmente nel mondo o se siano semplici acquisti di ricchi imprenditori per caso israeliani o per caso di religione ebraica.
Apro il web per un primo aggiornamento su questo inquietante fenomeno immobiliare e mi trovo di fronte una notizia che mi costringe ad accantonare per il momento questa ricerca.
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Il Venezuela si prepara agli attacchi militari americani
di Geraldina Colotti
Alla fiera del libro di Caracas, che ha aperto i battenti il 31 di ottobre, giornalisti e intellettuali commentano l’allarme lanciato da El Nuevo Herald e ripreso dalla stampa internazionale, secondo il quale, stando a “fonti bene informate”, gli Stati uniti sarebbero sul punto di attaccare “porti e istallazioni militari venezuelane” nel segno della cosiddetta lotta al narcotraffico. Bastava, però, leggere l’opposto richiamo di due quotidiani internazionali per rendersi conto della completa contraddittorietà della notizia. Da una parte il quotidiano di Miami in lingua spagnola, dall’altra El Pais, di Spagna, che annunciava invece: Trump smentisce di voler attaccare il Venezuela.
E, infatti, fin dalle prime ore del giorno, si poteva leggere il commento sui social del segretario di stato Marco Rubio, principale costruttore dell’aggressione in corso nei Caraibi e nel Pacifico, al Venezuela e alla Colombia: “Le tue ‘fonti’ ti hanno ingannato per scrivere una storia falsa”, diceva Rubio al Nuevo Herald. Anna Kelly, Vice Segretaria Stampa della Casa Bianca, respingeva a sua volta il rapporto del Miami Herald, quotidiano di lingua inglese a sua volta edito dalla Miami Herald Media Company e ugualmente rivolto alla comunità della Grande Miami, di forte influenza in America latina e nei Caraibi: “Le fonti anonime non sanno di cosa stanno parlando”, diceva Kelly, aggiungendo che qualsiasi annuncio ufficiale sulla politica in Venezuela sarebbe arrivato direttamente dal presidente.
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Sudan: gli interessi globali dietro alla guerra dimenticata
di Filippo Zingone
Nella giornata di domenica le Rapid Support Forces (RSF), truppe ribelli che dall’aprile 2023 contendono il potere alla giunta militare guidata dal generale Al-Burhan, hanno preso il controllo della città di El-Fasher, capitale dello stato del Nord Darfur e ultima roccaforte delle Forze Armate Sudanesi (FAS) nelle regioni occidentali del Sudan. Immagini e testimonianze restituiscono una carneficina, con centinaia di cadaveri e scene di esecuzioni di massa anche nei pressi dell’ospedale. Ultima mattanza di una guerra che in due anni e mezzo ha provocato un numero imprecisato di vittime (tra 60 e 150 mila a seconda delle stime) e circa 11 milioni di sfollati. Un disastro che avviene in un silenzio internazionale che nasconde non solo indifferenza ma, soprattutto, i torbidi interessi attraverso cui molti attori globali supportano uno dei due eserciti in campo.
La presa di El-Fasher, posta sotto assedio per 18 mesi, segna una conquista cruciale per le RSF che, dopo oltre due anni di sanguinosissima guerra civile, controllano ormai un terzo del territorio nazionale. Ma la conquista non significa il silenzio delle armi: la situazione nella città peggiora di ora in ora e le violenze contro la popolazione civile aumentano. Diversi rapporti, tra cui quello pubblicato dallo Humanitarian Research Lab dell’Università di Yale, documentano attraverso immagini satellitari i massacri compiuti dai miliziani delle RSF. E non sono solo le immagini dal cielo a raccontare la brutalità della situazione: anche numerosi video diffusi sui social network mostrano uomini armati che aprono il fuoco su civili inermi.
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AI. OpenAI, giù la maschera
di Carola Frediani
Martedì scorso OpenAI ha annunciato la sua trasformazione in una società for profit, completando quel percorso che, dalla nascita come no profit nel 2015, aveva poi deviato verso la commercializzazione dei prodotti, la corsa all’AI, e la fisionomia di una startup che punta a un’offerta pubblica iniziale e una quotazione in borsa col botto. La ristrutturazione trasforma infatti l’ex “laboratorio” dietro a ChatGPT in una società di pubblica utilità (public benefit corporation, PBC, ovvero una società a scopo di lucro legalmente tenuta a bilanciare i rendimenti degli azionisti con un dichiarato beneficio pubblico). Significa che la nuova OpenAI (ufficialmente OpenAI Group PBC) potrà emettere azioni ai dipendenti (stock option), raccogliere capitali attraverso tradizionali round di finanziamento azionario, quotarsi in borsa. Ma dichiarando di farlo a beneficio dell’umanità. Ok, esiste anche una fondazione senza scopo di lucro, a cui ha assegnato una ricca quota del 26 per cento, valutata 130 miliardi di dollari.
Ma Microsoft, che dal 2019 ha investito oltre 13 miliardi di dollari in OpenAI, ha una quota del 27% valutata 135 miliardi di dollari, mentre le quote restanti sono detenute da altri investitori e dipendenti.
La Fondazione OpenAI controlla l’attività a scopo di lucro, scrive OpenAI nel suo comunicato. Ricordiamo che il board della no profit (ora board della fondazione) è lo stesso uscito modificato e pro-Altman dallo scontro tra lo stesso Altman e il precedente board, che si era opposto alla disinvoltura con cui la società stava cavalcando la commercializzazione dell’AI (di cui avevo scritto in newsletter).
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«Spese per la Difesa: 5 per cento del Pil e zero strategia»
di Francesco Cosimato
Il generale Cosimato smonta la retorica sull’aumento delle spese militari e denuncia la distanza tra obiettivi politici e capacità reali
Con un’analisi basata sui numeri, il generale valuta l’impegno italiano di portare la spesa per la Difesa al 5% del Pil entro il 2035, evidenziando l’assenza di una strategia. Tra vincoli di bilancio, organici insufficienti e decisioni ideologiche, la politica continua a fissare obiettivi irrealistici. Senza tener conto dei limiti effettivi dello strumento militare.
* * * *
Se c’è una cosa difficile in Italia, è capire quanto spende lo Stato per difenderci e a che cosa serve il suo strumento militare. Per analizzare il Bilancio della Difesa, ad esempio, ci sono schiere di funzionari del Ministero dell’Economia e della Difesa, oltre a un sacco di tecnici della Ragioneria centrale in ogni ministero.
Non solo. In questo momento storico, così pieno di crisi internazionali, è sempre più difficile capire come mettere insieme le politiche da intraprendere e i mezzi umani e finanziari per realizzarle. L’espressione «Sosterremo l’Ucraina finché sarà necessario», per esempio, riflette un approccio ideologico non basato su un confronto tra esigenze e possibilità, che rischia di depauperare sensibilmente lo strumento militare.
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Post scriptum. A proposito dell'autoreferenzialità delle sinistre occidentali (marxiste e non)
di Carlo Formenti
Come promesso nel post precedente, dedicato al libro di Pino Arlacchi sulla Cina, pubblico questo post scriptum, nel quale cito un paio di esempi (se ne potrebbero citare a bizzeffe, ma lascio il compito al libro a due mani che io e Visalli stiamo per consegnare all’editore Meltemi) che aiutano a capire che il meritevole tentativo di Arlacchi di spiegare la Cina all’Occidente è, al pari di tutti gli sforzi di aggiornare la cassetta degli attrezzi del marxismo occidentale (1) impresa difficile, al limite dell’impossibile. Ciò è scontato nel caso degli intellettuali delle “sinistre” tradizionali, ormai integrati nella intellighenzia (mai termine fu più usurpato) liberal democratica, un ceto che non vuole semplicemente farselo spiegare, perché i suoi membri considerano la Cina (la giudichino o meno socialista) un nemico, e hanno legittimato l’oscena delibera del Parlamento Ue che ha equiparato comunismo e nazismo.
* * * *
Dopodiché quanto appena detto è meno scontato, ma purtroppo altrettanto vero, per la maggior parte dei militanti delle sette più diffuse - troskisti, bordighisti, operaisti, neo operaisti, neo anarchici ecc. - della cosiddetta sinistra “radicale”. Costoro – se non sono del tutto idioti – possono “tifare” per la Cina finché si parla del suo conflitto – che definiscono “interimperialista”- con gli Stati Uniti, ma non possono ammettere che la Cina è socialista, perché ciò farebbe crollare come un castello di carte l’intero corpus dottrinale che hanno costruito nell’ultimo secolo, a partire dalla negazione del carattere socialista dell’Unione Sovietica (la cui degenerazione capitalista viene da alcuni fatta risalire addirittura alla svolta della NEP avvenuta negli anni Venti del Novecento).
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“La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza" --- Trump uno e trino, quadruplo, quintuplo…
di Fulvio Grimaldi
Fulvio Grimaldi intervistato da Paolo Arigotti:
https://www.youtube.com/watch?v=h3QL8Kxlokg - (C’è un breve difetto video all’inizio della registrazione, poi tutto scorre normale)
Di epoca in epoca, le parole, all’apparenza criptiche, di George Orwell ne fanno uno che meglio di Tiresia vedeva l’apocalisse verso la quale andavamo precipitando. Questo predisse a Odisseo che, una vota tornato a Itaca avrebbe dovuto ripartire ed errare ancora. Quello ci assicurò che, scampati dal gorgo nazifascismo e guerra, vi ci avrebbero riprecipitati. E ciò che si sta avventando sul mondo in questi giorni di impazzimento dei fautori di guerra e nuovi fascismi, ne realizza le previsioni.
Il protagonista assoluto è l’uomo paradosso ricomparso sulla scena, dopo il suo primo mandato, assicurando pace e riconciliazione ai quattro angoli del mondo. Oggi siamo ai missili Tomahawk concessi al corrotto despota neonazi di Kiev con cui i tecnici Nato, presenti sul campo sotto mentite spoglie fin dal colpo di Stato del 2014, vorranno mozzare le zampe all’orso russo, colpendone le strutture vitali fino a Vladivostok.
A Gaza si chiamano tregua o cessate il fuoco, o Piano di Pace, per placare i fremiti di indignazione mondiale, i rinnovati stermini di sopravviventi nell’età della pietra allestitagli da chi ci salva dal terrorismo. In Cisgiordania a 800.000 coloni armati è stato dato il via alla caccia col ferro e col fuoco di 2,3 milioni di indigeni colonizzati disarmati.
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Legge di bilancio: la cleptocrazia sta nei dettagli
di comidad
La legge di bilancio del governo Meloni per il 2026 è stata accusata di proseguire le politiche di austerità. Non si tratta però di austerità per tutti, dato che per il welfare a favore delle imprese sono stati stanziati quattro miliardi da elargire attraverso una sorta di super-ammortamento fiscale. Queste operazioni assistenzialistiche per le imprese vengono immancabilmente etichettate con nomi suggestivi, come “Transizione 5.0”, cioè slogan che suggeriscono future meraviglie nell’innovazione tecnologica.
Ma ancora più interessante è vedere nel dettaglio cosa significhi dare soldi pubblici con il pretesto ufficiale dell’innovazione tecnologica. Significa che i soldi finiscono in Israele. Nello scorso agosto il governo Meloni ha avviato investimenti in startup israeliane di innovazione tecnologica; investimenti da finanziare attraverso Cassa Depositi e Prestiti. L’attuale titolare al MEF (il dicastero dell’Economia e delle Finanze) Giancarlo Giorgetti, è ministro nel profondo dell’animo, infatti nel governo Draghi era ministro per lo Sviluppo Economico, e anche allora la sua meta preferita era Israele. Si parlava di collaborazioni sui semiconduttori, sulla transizione energetica all’idrogeno, ed altre prospettive avveniristiche. In seguito ad accordi italo-israeliani anche il ministero degli Esteri dal 2000 sostiene collaborazioni tra imprese italiane e israeliane sulla base della stessa narrativa all’insegna dell’innovazione tecnologica ed energetica. Il ministero degli Esteri italiano sta quindi promuovendo da molti anni una cordata di aziende in Terra di Sion.
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«Il banco di prova di Trump a Gaza e in Ucraina»
di Jeffrey D. Sachs e Sybil Fares
L’economista di fama mondiale indica due soluzioni per far finire i conflitti: Stato palestinese e neutralità ucraina
Jeffrey Sachs sostiene che il presidente Trump si presenta come un pacificatore, ma che i suoi sforzi si limitano a proporre un cessate il fuoco, ignorando le cause politiche dei conflitti. Assieme a Sybel Fares, l’economista sostiene qui di seguito che la pace non è una tregua, ma la risoluzione dei nodi di fondo. A Gaza, il «piano» di Trump fallisce perché non impone la nascita di uno Stato palestinese. In Ucraina, la chiave è invece l’arresto dell’espansione della Nato. Per passare dalle parole ai fatti, sostengono gli autori, Trump dovrebbe avere il coraggio di sfidare il complesso militare-industriale e tutti coloro che traggono profitto dalla guerra.
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Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ama presentarsi come un artigiano della pace. Nella sua retorica, rivendica i meriti per i suoi sforzi volti a porre fine alle guerre di Gaza e Ucraina. Eppure, sotto le sue fanfaronate, si nasconde un’assenza di sostanza, almeno fino a oggi.
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Dalla politica alla geopolitica: minoranze antagoniste
di Rocco Ronchi

Le grandi manifestazioni per Gaza hanno segnato la nascita di un soggetto finalmente “politico”. Prova ne è stata non solo la reazione dell’estrema destra governativa, che ha immediatamente fiutato il nemico e ha cercato di spegnerlo nella culla agitando lo spettro della “violenza”, ma anche lo smarrimento della sinistra istituzionale che ha visto minacciata la propria comfort zone fatta di quieta inoperosità e di retorica sui valori democratici. Parlo di nascita di un soggetto politico senza qualificarlo, come d’abitudine, con l’aggettivo “nuovo”, perché proprio di questo siamo stati testimoni: del ritorno di una soggettività antagonista nel tempo della crisi epocale e definitiva della democrazia liberale. Improvvisamente e inaspettatamente, è diventato visibile un movimento di massa all’altezza dell’evento capitale che ha segnato a livello mondiale la contemporaneità, un movimento in grado di “controeffettuarlo”, come avrebbe detto il filosofo a cui non ci si può non riferire per cercare di comprendere il nostro presente (nonostante Gilles Deleuze sia morto trent’anni fa). “Controeffettuare” la fine della democrazia liberale non significa restaurarla – non si resuscitano i morti – ma provare a trasformarla, per quanto è possibile, e ben consapevoli dell’improbabilità dell’esito positivo, in un’occasione per l’affermazione della giustizia.
A fare da orizzonte alle grandi mobilitazioni è stata infatti la consapevolezza da parte del movimento dell’avvenuta trasformazione della politica quale la conoscevamo e la frequentavamo sui banchi di scuola. Mi riferisco alla politica fatta di maggioranze elettorali conquistate con la persuasione razionale, di minoranze comunque garantite, la politica intesa come arena delle opinioni in conflitto tra loro e poste su un piano almeno di formale parità, la politica, insomma, di cui hanno nostalgia i nostri intellettuali progressisti. Quella politica non c’è più. Si è dissolta come neve al sole. Al suo posto è subentrato qualcos’altro che, in mancanza di un termine migliore, prendendo a prestito un lemma oggi molto in voga, chiamo “geopolitica”.
Il prefisso “geo” aggiunto al lemma “politica” non sta infatti a significare una semplice presa d’atto della dimensione internazionale del conflitto.
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Ucraina: i falchi sulle due sponde dell’Atlantico mettono all’angolo Trump
di Roberto Iannuzzi
Incapace di superare l’idea di un mero congelamento del conflitto, Trump ha finito per abbracciare le posizioni antirusse degli europei e degli elementi più intransigenti della sua amministrazione
Le relazioni fra Stati Uniti e Russia hanno registrato un serio peggioramento. Dopo la telefonata del 20 ottobre fra il segretario di Stato USA Marco Rubio e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov, il primo ha raccomandato che la Casa Bianca cancellasse il previsto incontro fra i presidenti dei due paesi a Budapest.
Poi, il dipartimento del Tesoro ha annunciato dure sanzioni contro le due principali compagnie petrolifere russe, Rosneft e Lukoil, “a seguito della mancanza di un serio impegno, da parte della Russia, verso un processo di pace che ponga fine alla guerra in Ucraina”.
Due giorni dopo, il 22 ottobre, il Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione Trump aveva tolto le restrizioni all’impiego ucraino di missili a lungo raggio forniti dagli alleati europei (i quali impiegano componenti e dati di targeting provenienti dagli USA).
Trump ha definito la rivelazione una “fake news”, ma il fatto che la possibilità di autorizzare gli attacchi sia passata dal Pentagono al generale Alexus Grynkewich, comandante (di origini bielorusse) delle forze USA in Europa, e che i dati di targeting siano forniti dagli americani, lascia pochi dubbi sulla veridicità della notizia.
Il 21 ottobre uno Storm Shadow britannico ha colpito un impianto chimico russo a Bryansk. Le restrizioni all’impiego di tali missili erano state introdotte da Elbridge Colby, sottosegretario alle politiche del Pentagono, “falco” riguardo alla Cina ma notoriamente scettico nei confronti dell’impegno militare USA in Ucraina e Medio Oriente.
A luglio, due esperti militari americani avevano scritto che, così come il generale Michael Kurilla aveva vinto la battaglia contro Colby in Iran (da poco bombardato dagli USA), Grynkewich avrebbe dovuto fare lo stesso in Ucraina.
Analogamente, il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto la parte del leone nell’annunciare le sanzioni alle compagnie petrolifere russe. Su Truth, il suo social preferito, Trump ha semplicemente ripubblicato l’annuncio del dipartimento del Tesoro, un po’ sottotono e senza alcuna enfasi.
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Imminente sciopero della fame di massa nelle carceri del Regno Unito
di Il Rovescio
Decine di prigionieri politici nel cosiddetto Regno Unito, che hanno sopportato mesi di abusi mirati dietro le sbarre a causa del loro sostegno alla liberazione della Palestina, annunciano la loro intenzione di avviare uno sciopero della fame.
Audrey Corno, rappresentante dei Prigionieri per la Palestina (che ho intervistato il mese scorso), afferma che si tratterebbe del più grande sciopero della fame coordinato dei prigionieri nel Regno Unito dai tempi dello sciopero della fame dell’Esercito Repubblicano Irlandese/Esercito di Liberazione Nazionale Irlandese nell’Irlanda del Nord occupata nel 1981, quando dieci prigionieri di guerra furono martirizzati.
Il 20 ottobre, Audrey e Francesca Nadin, entrambe in carcere per azioni dirette contro le aziende di armi sioniste, hanno consegnato una lettera al Ministro degli Interni del Regno Unito “a nome delle 33 persone ingiustamente incarcerate a seguito di azioni intraprese per fermare il genocidio in Palestina”.
Hanno cinque richieste: la fine di ogni censura sulla loro posta e sulle loro comunicazioni; il rilascio immediato e incondizionato su cauzione; il diritto a un giusto processo; la rimozione di Pal Action dalla lista dei “terroristi” proibiti; e la chiusura di tutte le strutture di Elbit Systems nel Regno Unito.
I prigionieri, tra cui figurano membri del Filton 24 e del Brize Norton 5 , sono detenuti senza accusa in diverse carceri del Regno Unito ai sensi del “Terrorism Act”, in alcuni casi per oltre un anno. Finora, i ricorsi per il rilascio su cauzione dei prigionieri non hanno avuto successo.
Gli scioperi della fame collettivi su larga scala hanno il potere di avanzare richieste coraggiose e di vasta portata che vanno oltre il miglioramento delle condizioni immediate dei prigionieri. I Prigionieri per la Palestina ne sono chiaramente consapevoli, come dimostra il modo strategico in cui hanno integrato richieste più immediate relative ai loro casi legali e alle condizioni carcerarie in attacchi più ampi alla Elbit Systems.
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E allora in Sudan? Anche lì, siete sempre voi
di Giorgio Cremaschi
Ci sono stati chiaramente un ordine di scuderia e una campagna organizzata. Lo ha svelato lo stesso ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, oramai membro a tutti gli effetti del governo Meloni, con particolari competenze sulla propaganda e l’ordine pubblico.
In un suo lungo post sui social il governatore di Netanyahu in Italia ha accusato tutti coloro che sono scesi in piazza per la Palestina di averlo fatto solo per ragioni politiche strumentali, perché nel frattempo nel Sudan è in corso un vero genocidio, verso il quale i terribili propal sarebbero completamente insensibili.
Assieme al capo propaganda, sono subito scesi nel campo delle tempeste di troll giornalisti politici e opinionisti di destra e liberali, che probabilmente prima non avrebbero neppure saputo trovare sulla cartina il Sudan ed in particolare la regione del Darfur, dove si compiono le maggiori stragi.
“E allora il Sudan?”Urlano in coro con l’ambasciatore tutti costoro.
Come se uno sterminio ne attenuasse o cancellasse un altro. “E allora gli armeni?”, intimava il ministro della propaganda nazista Goebbels, quando in qualche consesso internazionale gli venivano rivolte domande sugli ebrei.
Usare un altro delitto per affermare che in fondo non si è così cattivi e forse neppure colpevoli, è la tipica autodifesa di ogni criminale, che però non lo scagiona, anzi. Per quanto mi riguarda il fatto che oggi i sostenitori di Israele si nascondano dietro le stragi in Sudan, è la conferma della loro assoluta malafede e della loro piena consapevolezza del genocidio che Israele sta compiendo a Gaza.
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Quando la sinistra ha smesso di capire il mondo
di Massimiliano Civino
C’è un momento, nella storia delle idee, in cui la politica smette di interpretare la realtà e comincia soltanto a inseguirla. È lì che nasce la sua miseria.
Antonio Gramsci, nei Quaderni del carcere, scriveva:
“Nella discussione scientifica si dimostra più ‘avanzato’ chi si pone dal punto di vista che l’avversario può esprimere un’esigenza che dev’essere incorporata nella propria costruzione.”
Per Gramsci, essere “avanzati” non significa essere più puri o più estremi, ma più capaci di capire, di includere nella propria visione anche ciò che l’avversario esprime, magari in forma distorta o regressiva. È uno sguardo radicale, nel senso etimologico di radix (radice), che scava nella profondità dei processi storici invece di fermarsi alla superficie degli eventi. Essere radicali, dunque, non significa essere estremisti, ma andare alla radice delle cose, e questa capacità di sguardo radicale è proprio ciò che la sinistra ha progressivamente smarrito.
Le opposizioni alle destre populiste non interpretano più la società: la subiscono. Reagiscono invece di analizzare, denunciano invece di comprendere. Parlano di diritti e uguaglianza, ma con un linguaggio svuotato, incapace di toccare la vita reale di chi si sente abbandonato. Così si spiega perché tanti lavoratori scelgano chi promette “ordine”, o perché minoranze discriminate sostengano leader che le disprezzano. Non è ignoranza: è disconnessione. È la conseguenza di una politica che ha smesso di fare i conti con la complessità del reale.
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Verso l’israelizzazione dell’occidente?
di Francesco Fantuzzi
In questi due terribili anni, soprattutto negli ultimi mesi, si è letto in più occasioni l’accorato slogan “Noi siamo la Palestina” e non vi è alcun dubbio che, seppur tardiva e in alcuni casi soprattutto finalizzata a recare nocumento all’improponibile e complice governo Meloni, la mobilitazione di centinaia di migliaia, se non milioni, di persone e della Flotilla contro il genocidio in atto a Gaza abbia rappresentato un sussulto di dignità di una coscienza civile in gran parte anestetizzata da anni di neoliberismo, emergenza, incipiente cinismo e isolamento sociale, partendo proprio da quei giovani che si vogliono disinteressati a ciò che accade e al proprio futuro. Tuttavia è sempre più legittimo e doveroso domandarsi, come ha fatto meritoriamente l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole di Torino se in realtà l’Occidente, i cui contorni paiono sempre più aderire al perimetro della NATO, non proceda al contrario verso una progressiva e inesorabile israelizzazione, intesa come recepimento di un modello politico, militare, culturale, digitale, etnico, ideologico, che riplasma la postdemocrazia definita da Colin Crouch in uno scenario bellico e tecnologico perpetuo. Un emblematico dual use.
La grande Israele potremmo dunque, in un futuro tutt’altro che remoto, essere noi occidentali, senza esserne consci e magari biasimandola pure a parole. Il modello israeliano è, per vari aspetti, un concentrato non solo territoriale delle questioni di cui si è discettato in questi ultimi sei anni, impregnati di un costante e opprimente clima emergenziale. Esattamente il clima che Israele vive dalla sua fondazione.
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Pino Arlacchi, La Cina spiegata all’Occidente
di Alessandro Visalli
Il libro di Pino Arlacchi[1] tenta un’impresa di notevole ambizione, fornire un quadro generale dell’Universo Cina partendo da una prospettiva storica comparativa e accedendo, nella Seconda e Terza parte, ad analizzarne le specificità interne di lungo e breve periodo. Il punto di partenza dell’autore è molto noto: la Cina e l’India, prese nel loro insieme, sono sempre state nel corso della storia umana il centro gravitazionale centrale per così dire ‘oggettivo’, solo da duecento anni sono divenute periferia e ora stanno ‘riemergendo’. Al contrario, solo per periodi limitati (come durante la fase apicale dell’Impero romano) quello che chiamiamo, con formula che contiene in sé il confronto e la polarità, “Occidente”[2] ha potuto confrontarsi alla pari con lo splendore “orientale”, fino a che negli ultimi trecento anni ha preso il sopravvento, seguendo un percorso che gradualmente ha acquistato energia a partire dalla ‘scoperta’ cinquecentesca dell’America e dal dominio dei commerci di lunga percorrenza e poi delle colonie. Per la gran parte del tempo, migliaia di anni, questo è stato, invece, economicamente, demograficamente e in termini culturali, periferia.
Fino al 1820, il polo orientale vedeva presenti, in un’area tutto sommato ristretta, oltre la metà del genere umano e della produzione (soprattutto dopo i massacri americani condotti in America da spagnoli, portoghesi e anglosassoni ai danni di circa un quarto della popolazione mondiale dell’epoca). A quella data solo il 2% della produzione mondiale era in Usa e solo il 5% nella Gran Bretagna. Anche il tenore di vita, ci racconta Arlacchi, era superiore in ampie aree del mondo orientale. Infine, la tecnologia, come mostrano diversi autori[3], era più avanzata sotto molti profili, salvo quella militare. Tale condizione cessò negli ultimi anni del XVII e primi del XIX secolo e furono ratificati dalle guerre dell’oppio (1840 e 1860)[4], è ciò che normalmente viene definito la “Grande divergenza”[5].
Concentrandosi sulla Cina, i fattori che la resero stabile per migliaia di anni sono: il non-espansionismo; la meritocrazia politica. A questi fattori si aggiunge ora il sistema politico non-capitalistico. Questi tre fattori sono oggetto specifico del libro.
A questa stabilità plurimillenaria che attraversa invasioni e sostituzioni di dinastie, fasi di oscuramento e anarchia, rivolte enormemente sanguinose (come quella dei Taiping), conservando il percorso culturale, si oppone un’esperienza del tutto diversa.
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Il disastro ambientale segreto di Israele
di Kit Klarenberg - kitklarenberg.com
Il 23 settembre, l’ONU ha pubblicato un rapporto passato sotto silenzio che mette in luce un aspetto quasi sconosciuto dell’Olocausto del XXI secolo a Gaza: il fatto che il genocidio perpetrato dall’entità sionista sta causando un devastante impatto ambientale non solo sulla Palestina occupata, ma più in generale sull’Asia occidentale, Israele compreso. Il danno è incalcolabile perché l’aria, le fonti alimentari, l’acqua e il suolo sono ampiamente inquinati, in misura fatale. Il recupero potrebbe richiedere decenni, se mai avverrà. Nel frattempo, la popolazione rimasta a Gaza ne pagherà il prezzo, in molti casi con la vita.
Nel giugno 2024, l’ONU aveva pubblicato una valutazione preliminare sull’impatto ambientale del genocidio di Gaza. Aveva riscontrato che la barbarica aggressione dell’entità sionista aveva avuto un profondo impatto sulla popolazione di Gaza e sui sistemi naturali da cui essa dipende. A causa di “vincoli di sicurezza” – vale a dire i continui assalti di Israele – l’ONU non aveva potuto “valutare la portata complessiva del danno ambientale [sic]”. Ciononostante, l’organismo era stato in grado di raccogliere informazioni secondo cui “la portata del degrado era immensa” ed era “peggiorata in modo significativo” dal 7 ottobre.
Ad esempio, l’Olocausto del XXI secolo di Tel Aviv ha “degradato in modo significativo le infrastrutture idriche, con il risultato di un approvvigionamento idrico gravemente limitato e di bassa qualità per la popolazione”. L’ONU ritiene che ciò “stia causando numerosi effetti negativi sulla salute, tra cui un continuo aumento delle malattie infettive”. La contaminazione delle acque sotterranee è dilagante, con implicazioni catastrofiche “per la salute ambientale e umana”. Nessuno degli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza è operativo, mentre “la grave distruzione dei sistemi di canalizzazione e il crescente utilizzo di pozzi neri per i servizi igienico-sanitari hanno aumentato la contaminazione della falda acquifera, delle zone marine e costiere”.
Di conseguenza, il genocidio “ha praticamente eliminato i mezzi di sussistenza dei pescatori di Gaza”.
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Primi passi verso un nuovo ordine mondiale?
di Vincenzo Comito
Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, a emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.
Riconoscendo tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa il PIL degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso PIL il criterio della parità dei poteri di acquisto.
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Rostislav Ishchenko avverte della rapida avanzata russa e dell’imminente collasso delle difese ucraine
di William Moore - voennoedelo.com
L'analista politico Rostislav Ishchenko afferma che l'offensiva russa si sta espandendo rapidamente, mentre il fronte ucraino tra Chernihiv e Kherson rischia il collasso totale
L’analista politico russo Rostislav Ishchenko ha pubblicato un’analisi approfondita su Military Affairs [l’originale è sul portale russo cont.ws] sostenendo che l’offensiva russa in Ucraina non solo sta acquistando velocità, ma sta anche ampliando la sua portata geografica. Egli scrive che le forze russe hanno iniziato a sondare le difese intorno a Kherson e che, una volta che i combattimenti si svolgeranno nella regione di Chernihiv e nel settore settentrionale della regione di Kiev, il fronte assomiglierà effettivamente alla configurazione osservata alla fine di marzo 2022, al culmine dell’avanzata iniziale, quando le unità russe controllavano quasi il 35% del territorio ucraino.
Ishchenko invita i lettori a confrontare le lunghe ed estenuanti battaglie per Bakhmut, Chasiv Yar e Avdeevka con le operazioni molto più rapide attualmente in corso vicino a Pokrovsk e Mirnograd. Egli osserva che, mentre nel 2022 le forze russe non erano riuscite a penetrare nelle vicinanze di Seversk, oggi la città è sotto attacco e le fonti ucraine sono già scettiche sulla capacità di Kiev di mantenerne il controllo a lungo. La situazione intorno a Kupyansk è simile: dopo quasi due anni e mezzo di tentativi di raggiungere la città, è iniziato un assalto su vasta scala e i rapporti ucraini avvertono che Kupyansk potrebbe cadere nel giro di poche settimane o giorni.
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Il rapporto all’ONU di Francesca Albanese inchioda i complici del genocidio a Gaza
di Forum Palestina
Se il clima di “normalizzazione” imposto dal Piano Trump vorrebbe mettere sotto il tappeto i crimini commessi contro la popolazione palestinese a Gaza, il nuovo rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese non denuncia il genocidio solo come un’azione unilaterale di Israele, ma ne descrive la natura di “crimine collettivo”, reso possibile grazie alla rete di sostegno e complicità da parte di oltre sessanta Paesi. La tesi esposta nel rapporto afferma esplicitamente che senza il sostegno militare, diplomatico, economico e ideologico di Stati terzi, l’operazione israeliana non avrebbe potuto reggere nel tempo.
Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Gli Stati Uniti hanno usato sette volte il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco, coprendo Israele sul piano internazionale. Attorno a Washington si è mossa una costellazione di potenze occidentali — Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Germania e Paesi Bassi — che con astensioni, bozze annacquate e mancanza di volontà politica hanno creato l’illusione di un’azione diplomatica, rallentando in realtà qualsiasi pressione efficace.
Questa copertura è stata rafforzata dal discorso mediatico occidentale che, secondo Albanese, ha interiorizzato e amplificato le narrazioni israeliane, cancellando ogni distinzione tra combattenti di Hamas e popolazione civile palestinese e legittimando l’uso della forza in nome della “difesa della civiltà”.
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Qui una recensione di Ciro Schember
Daniela Danna: Che cosa è successo nel 2020?

Qui una presentazione del libro e il link per ordinarlo
Paolo Botta: Cos'è lo Stato

Qui la prefazione di Thomas Fazi
E.Bertinato - F. Mazzoli: Aquiloni nella tempesta
Autori Vari: Sul compagno Stalin

Qui è possibile scaricare l'intero volume in formato PDF
A cura di Aldo Zanchetta: Speranza
Tutti i colori del rosso
Michele Castaldo: Occhi di ghiaccio

Qui la premessa e l'indice del volume
A cura di Daniela Danna: Il nuovo volto del patriarcato

Qui il volume in formato PDF
Luca Busca: La scienza negata

Alessandro Barile: Una disciplinata guerra di posizione
Salvatore Bravo: La contraddizione come problema e la filosofia in Mao Tse-tung

Daniela Danna: Covidismo
Alessandra Ciattini: Sul filo rosso del tempo
Davide Miccione: Quando abbiamo smesso di pensare

Franco Romanò, Paolo Di Marco: La dissoluzione dell'economia politica

Qui una anteprima del libro
Giorgio Monestarolo:Ucraina, Europa, mond
Moreno Biagioni: Se vuoi la pace prepara la pace
Andrea Cozzo: La logica della guerra nella Grecia antica

Qui una recensione di Giovanni Di Benedetto













































