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Immaterial Workers of the World | Che te lo dico a fare? – a cura di Paolo Virno
di Effimera
Succede che quando si spegne una luce, altre si accendano. Per rimediare al buio, innanzitutto. Ma anche perché prende avvio una sorta di trasmissione di energia e di afflati vitali, di propagazione e diffusione di potenza. Come nei vasi comunicanti, il contenuto non sparisce ma viceversa tracima e si distribuisce.
Eravamo sulle scale di una stazione italiana con il cellulare e le borse in mano quando è arrivata, sulla lista di Effimera, la notizia della morte di Paolo Virno e in quel momento una lampada si è accesa nella testa sull’immagine folgorante di Virno e degli Immaterial Workers of the World. Avevamo davvero potuto dimenticare? Avevamo davvero dimenticato?
Sono passati più di 25 anni dalla pubblicazione, nella primavera del 1999, sul n. 18 della rivista DeriveApprodi del documento dal titolo “Che te lo dico a fare?”. Un testo seminale, tra i cui principali estensori, per non dire il fondamentale, forse unico, c’è, appunto, Paolo Virno. È suddiviso, dopo una premessa, in tre parti.
Parte I
La prima parte, intitolata significativamente “La giornata lavorativa sociale”, è la parte sicuramente più radicale e affascinante, perché porta alle estreme conseguenze, quasi provocatoriamente, un insieme di analisi sulle trasformazioni produttive, tecnologiche e del lavoro del capitalismo contemporaneo.
Le prime analisi sul tema risalgono agli anni Novanta laddove si usò la nozione di “postfordismo”. Queste hanno trovato spazio su alcune influenti riviste autonome. Pensiamo, tra le altre, a Luogo Comune (che ha visto tra i suoi protagonisti Virno stesso), Riff Raff, Futuro Anteriore, Altre Ragioni, la stessa DeriveApprodi Rivista, eccetera. Si tratta di riviste che, in stretta relazione con il pensiero d’oltralpe (pensiamo a Futur Anterieur, Alice, ai primi numeri di Moltitudes…), intorno all’anno Duemila hanno cominciato a promuovere il pensiero operaista.
Il testo “Che te lo dico a fare?” è presentato sotto forma di tesi, come allora usava.
Si comincia a teorizzare che l’attività produttiva (di plusvalore) non è più recintata dal lavoro produttivo ma tracima verso un esterno sempre più largo e sempre più irregolare, che tende sempre al nero:
“il lavoro postfordista è sempre anche lavoro sommerso. Questa espressione non significa solo lavoro non contrattualizzato, ‘lavoro nero’. Il lavoro sommerso è in primo luogo vita non retribuita, ovvero quella parte dell’attività umana che, completamente omogeneizzata nel lavoro, non viene tuttavia computata come forza produttiva”.
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Musk e Wikipedia: la guerra delle enciclopedie
di Riccardo Fedriga
«L’errore è la causa della miseria umana; è il cattivo principio che ha generato il male nel mondo; per opera sua nascono e perdurano nell’anima nostra tutti i mali che ci affliggono; solo applicandoci seriamente a evitare l’errore possiamo sperare in una salda e autentica felicità». Così Nicolas Malebranche apriva, nel 1674, la sua Recherche de la vérité. La verità, per il filosofo francese, non era possesso ma esercizio: un atto di vigilanza contro l’illusione di una chiarezza apparente. Cercarla, diremmo oggi, significava interrogare i propri pregiudizi, svelarne le assunzioni non giustificate, non confermarli.
Passano i secoli, le epoche si sovrappongono, e nel nostro presente, il 30 settembre 2025, tale Elon Musk twitta su X: «We are building Grokipedia @xAI — a massive improvement over Wikipedia. Frankly, it is a necessary step towards the xAI goal of understanding the Universe».
Il tempo fugge, ma gli errori restano e il povero Malebranche se n’è andato a gambe all’aria: la verità non si cerca più, è tale perché garantita. Sorge un sospetto, aleggia uno spettro: non è che dietro il disegno di “comprendere l’universo”, come scrive il tycoon, si nasconda l’antichissima voglia di prendere in mano le redini del potere? Sembrerebbe. Per Musk, infatti, “migliorare” Wikipedia significa cancellare un sapere collaborativo, plurale e verificabile e sostituirlo con un’unica fonte di conoscenza sorvegliata: non più il sapere distribuito delle comunità online, ma l’intelligenza artificiale di un sistema proprietario, elevata a dogma di una nuova teologia tecnocratica. È un passaggio che dice molto sul rapporto tra conoscenza e controllo, tra la libertà come accesso socialmente condiviso al sapere e le forme del potere.
Si capisce allora che cosa si celi dietro una critica a un’enciclopedia: il desiderio di ricondurre la molteplicità dei saperi a un principio d’autorità, di restituire alla verità una dimensione quasi teologica. In questa prospettiva, ciò che è vero non si verifica ma si crede: la conoscenza diventa un atto di fede nell’apparato che la produce e la custodisce, una forma di potere che si presenta come neutrale perché si presenta come unica e chiusa a ogni interpretazione.
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Enshittification: il progressivo degrado delle piattaforme digitali
di Laura Carrer
Da alcuni anni conosciamo il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”: un modello economico basato sull’estrazione, controllo e vendita dei dati personali raccolti sulle piattaforme tecnologiche. Lo ha teorizzato Shoshana Zuboff nel 2019 in un libro necessario per comprendere come Meta, Amazon, Google, Apple e gli altri colossi tech abbiano costruito un potere senza precedenti, capace di influenzare non solo il mercato e i comportamenti degli utenti, ma anche, tramite il lobbying, le azioni dei decisori pubblici di tutto il mondo.
L’idea che queste grandi piattaforme abbiano sviluppato una sorta di potere sulle persone tramite la sorveglianza commerciale, com’è stata teorizzata da Zuboff, è però un mito che è il momento di sfatare. Così almeno la pensa Cory Doctorow, giornalista e scrittore canadese che negli ultimi anni ha pubblicato due libri particolarmente illuminanti sul tema.
In “Come distruggere il capitalismo della sorveglianza”, uscito nel 2024 ed edito da Mimesis, Doctorow spiega come molti critici abbiano ceduto a quella che il professore del College of Liberal Arts and Human Science Lee Vinsel ha definito “criti-hype”: l’abitudine di criticare le affermazioni degli avversari senza prima verificarne la veridicità, contribuendo così involontariamente a confermare la loro stessa narrazione. In questo caso, in soldoni, il mito da contestare è proprio quello di poter “controllare” le persone per vendergli pubblicità.
“Penso che l’ipotesi del capitalismo della sorveglianza sia profondamente sbagliata, perché rigetta il fatto che le aziende ci controllino attraverso il monopolio, e non attraverso la mente”, spiega Doctorow a Guerre di Rete. Il giornalista fa l’esempio di uno dei più famosi CEO delle Big Tech, Mark Zuckerberg: “A maggio, Zuckerberg ha rivelato agli investitori che intende recuperare le decine di miliardi che sta spendendo nell’AI usandola per creare pubblicità in grado di aggirare le nostre capacità critiche, e quindi convincere chiunque ad acquistare qualsiasi cosa. Una sorta di controllo mentale basato sull’AI e affittato agli inserzionisti”.
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Piersanti Mattarella, Ustica, stazione di Bologna… “Ha stato Gheddafi!”
di Sergio Scorza
Sono letteralmente scioccato. Ho appena finito di ascoltare su Radio Popolare di Milano una buona ora di sconcertante monologo di Miguel Gotor in cui lo “storico”, nonché esponente del Partito Democratico, ha illustrato le funamboliche teorie complottiste contenute nel suo ultimo libro intitolato “L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980)“.
Peraltro, il giornalista in studio non lo ha mai interrotto con delle domande in grado di chiarire i tanti salti logici del discorso di Gotor, che ha esposto il suo teorema senza mai essere disturbato.
In breve, Gotor, partendo dall’assassinio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella (che indica come “l’erede politico di Aldo Moro“), traccia una linea tra le “stratificazioni del potere italiano” soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia, “apparati deviati dello Stato” e…. udite, udite, la Libia di Gheddafi!
Gotor indica delle relazioni organiche tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna e mette tutto in relazione alla decisione degli Stati Uniti e della NATO di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e contro l’Unione Sovietica.
Non che non vi possa essere stata qualche relazione tra queste cose, ma la spiegazione che da Gotor è rigorosamente (e paradossalmente) monocausale: Gelli ha organizzato tutto ma su mandato di Gheddafi che era in combutta con i neofascisti italiani per via del comune “antisemistismo” e del suo peso specifico, politico e finanziario, nel quadro della così detta “prima Repubblica”.
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La signora Anna Negri e gli anni ’70 e ’80
di Michele Castaldo
Lunedì 10 novembre, il Corriere della sera, giornale dell’establishment, che ha difeso attraverso i suoi editorialisti l’azione dello Stato sionista di Israele che ha compiuto e continua a compiere un genocidio nei confronti del popolo palestinese e la distruzione di Gaza, bene, questo giornale pubblica una intervista alla figlia di Antonio (detto Toni) Negri che da regista promuove il suo film intervistata da quel campione di ex “comunista” di Walter Veltroni.
I temi trattati sono due, un primo tema riguarda la sua condanna del padre per essersi dedicato prevalentemente, se non esclusivamente, alla lotta politica e poco, o per niente alla famiglia. Al punto che lo ha voluto a tutti i costi rimproverare negli ultimi giorni della sua vita e accompagnarlo a morire coi sensi di colpa.
Un secondo tema, più specifico, riguardo al ruolo avuto da alcune formazioni politiche che negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso avevano intrapreso, quella che veniva definita la lotta armata per il comunismo.
Sono stato, a tutto tondo, un militante comunista di quegli anni e ancora tale mi ritengo oggi, quando mi manca poco prima di abbandonare la carcassa alla grigia terra, e fui travolto dall’entusiasmo di quegli anni a dedicarmi alla causa dei disoccupati, degli operai, dei senza casa, dei contadini poveri, degli immigrati, contro l’imperialismo, contro le stragi di Stato, contro le azioni camorristiche e la mafia, contro la repressione dello Stato, contro lo squadrismo fascista e così via.
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Il tempo di Ares. Politiche internazionali, “leggi” economiche e guerre
di Guglielmo Forges Davanzati
Nel libro Il tempo di Ares. Politiche internazionali, leggi economiche e guerre (Mondadori, Milano, 2025) Stefano Lucarelli adotta un’originale chiave interpretativa per dar conto delle guerre in corso, sintetizzata in questi termini: “l’evidenza scientifica support[a] una «legge» di tendenza verso la centralizzazione del capitale che distrugge la democrazia e fomenta la guerra. Man mano che i mercati internazionali si aprono, la concorrenza fra capitali conduce a un esito molto diverso da ciò che viene auspicato dai modelli teorici mainstream: la proprietà azionaria parcellizzata e diffusa viene sottoposta al controllo di fatto di pochi. Questo esito si accompagna a una tendenza protezionistica da parte degli Stati Uniti, il Paese che più subisce i tentativi di controllo dei capitali provenienti da chi ha maturato maggiori surplus commerciali. Ed è il dragone cinese a essere divenuto il grande creditore degli Stati Uniti”.
Questa chiave interpretativa è in larga misura assente nella letteratura economica contemporanea e può farsi risalire – oltre che ovviamente a Marx – a Hilferding e, più di recente, al volume Monopoly capital di Baran e Sweezy del 1966. È noto, a riguardo, il passaggio di Marx – nel capitolo 25 del volume 1 del Capitale – che qui conviene riportare:
“With the increasing mass of wealth which functions as capital, accumulation increases the concentration of that wealth in the hands of individual capitalists, and thereby widens the basis of production on a large scale and of the specific methods of capitalist production… It is the concentration of capitals already formed, destruction of their individual independence, expropriation of capitalist by capitalist, transformation of many small into few large capitals.
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Quale treno della vergogna?
di Eric Gobetti
Il convoglio fantasma carico di esuli istriani che viene aggredito quando passa per Bologna è l'ennesima falsificazione che gira attorno al confine orientale e alle foibe
È l’inverno del 1947. Un treno pieno di profughi provenienti dall’Istria viene fermato alla stazione di Bologna da ferrovieri comunisti, aizzati dai dirigenti del partito. I manifestanti non si limitano ad aggredire i passeggeri con insulti, sputi, pietre, ma negano loro il cibo, l’acqua, qualunque forma di assistenza preparata con cura dalle associazioni caritatevoli di stampo cattolico. E arrivano a rovesciare sui binari il latte destinato ai bambini. I bambini… sempre odiati dai comunisti, come il ben noto stereotipo insegna.
È un’immagine suggestiva, toccante, adatta a suscitare disprezzo verso un’ideologia che sostiene di stare dalla parte della gente. Un’immagine però falsa, come ha dimostrato in maniera ineccepibile una ricerca recentemente resa pubblica su Giap e condotta dal collettivo Nicoletta Bourbaki, anche sulla base della tesi di laurea di Alberto Rosada. Falsa perché quel treno in realtà non è mai stato fermato da nessuna folla comunista assetata di sangue innocente: né pietre, né sputi, né latte negato ai bambini, sono veri. D’altronde il Pci, e lo sappiamo da molte altre fonti, non faceva all’epoca alcuna campagna contro i profughi, che anzi diverse amministrazioni comuniste hanno accolto, pur non avendone alcun tornaconto elettorale.
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Essere marxisti oggi
di Salvatore Bravo
Il declino degli ideali e della prassi comunista che si constata nella contemporaneità ha la sua causa in un groviglio di contingenze storiche i cui effetti giungono fino a noi. L’articolo di Costanzo Preve “Essere marxisti oggi Un invito al dibattito teorico in sette punti” del 1988 è attualissimo, è uno specchio nel quale i comunisti del nostro tempo possono guardarsi e riconoscersi. Certo, rispetto al 1988, la condizione è notevolmente più difficile. Non esiste un Partito comunista. Si è frantumato in una serie di minuscoli “club” . Ciascuno riesce a ottenere pochi decimali alle elezioni e nell’immaginario comune il comunismo è associato allo stalinismo. Il sistema ha usato in modo proficuo la caduta del Muro di Berlino. Siamo tra le macerie del presente e tra le macerie bisogna riprendere il cammino.
Essere comunisti in assenza di un partito popolare è quasi eroico. La missione resta quella descritta da Costanzo Preve: ricostruire la progettualità con linguaggio chiaro, in modo da evitare forme desuete di snobismo culturale. Semplicità senza semplicismo, in tal modo resistenze e pregiudizi possono-potrebbero cadere. Si tratta di un lavoro lungo e poco gratificante il cui esito non è scontato. Nel tempo dell’individualismo senza etica, i comunisti devono mostrare che il comunismo è alleanza fra individualità e comunità, e tale processo emancipa dalla “solitudine senza eguali” del liberismo nella quale l’individualità affonda per smarrirsi in nuove e antiche forme di miseria materiale e spirituale:
“Essere marxisti oggi, significa soprattutto spiegare il marxismo alla gente comune, nel modo più semplice possibile. La semplicità, naturalmente, non ha nulla a che vedere con la semplificazione. Fra le due nozioni, vi è la differenza che c’è fra l’oro e il piombo. Negli anni Cinquanta e Sessanta, in condizioni assai migliori delle attuali, il marxismo semplificato portò a far ritenere come sbocco “di sinistra” il modo nuovo di fare l’automobile, l’industrializzazione della piana di Gioia Tauro, la ricostruzione estremistica di partitini settari. Negli anni Settanta, in condizioni comunque migliori delle attuali, il marxismo semplificato non seppe resistere e crollò di schianto di fronte alle teorie della cosiddetta ‘“complessità” (cioè della opacizzazione della società a sé stessa travestita da presa di coscienza virtuosa), del differenzialismo postmoderno, e della “sinistra europea” integrata nel capitalismo delle multinazionali.
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Teoria del partito
di Phil A. Neel
Abbiamo tradotto questo importante articolo di Phil A. Neel apparso su Ill Will che tratta della teoria del partito.
Ci sembra che questo testo risuoni con alcuni dei problemi teorico-pratici che, su una scala certamente differente, si sono imposti nella riflessione militante dopo le incredibili settimane di piena del movimento “Blocchiamo Tutto”. Ora che la marea si è abbassata due sentimenti si sono fatti spazio tra le realtà politiche: da un lato il ritorno ad una certa disillusione dettata dall’andamento del movimento in relazione alla fase oggettiva imposta dalla “tregua” nella Striscia di Gaza, dall’altro una tensione a capitalizzare “politicamente” questo movimento. Avevamo avvertito che la traduzione e l’esondazione di questo fenomeno sociale su altri terreni non sarebbe stata né scontata, né facile, e che avrebbe richiesto una certa presa di responsabilità collettiva da parte delle realtà politiche. In questi giorni si sono moltiplicati generici appelli a organizzarsi, appelli che condividiamo, ma ciò che non è chiaro è per quale scopo e con quale prospettiva. Per quanto ci riguarda abbiamo avanzato l’ipotesi che questo movimento sia un epifenomeno italiano dell’assemblaggio generale di un “nuovo” iper-proletariato dopo il lungo inverno neoliberale e che procedere con gli schemi organizzativi tipici della fase precedente è un lavoro inutile e dannoso. Utilizzando le parole di Phil A. Neel ci pare che ancora una volta ci si concentri sul tentativo di prendere “il comando” dei processi in corso, piuttosto che sullo sviluppo della “soggettività collettiva”, rischiando di rimanere ancora una volta con un pugno di mosche in mano. Ma non c’è da deprimersi, come sottolinea l’autore questi sono passaggi necessari e per certi versi inevitabili.
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Output potenziale vs piena occupazione
Implicazioni per l’economia italiana di un cambio di paradigma
di Davide Romaniello, Antonella Stirati
Abstract: Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita
1. Introduzione
Nel 2024 sono state introdotte nuove regole fiscali a cui gli Stati dell’Unione Europea devono conformarsi. Tali regole, tuttavia, appaiono nella sostanza molto simili alle precedenti e non sembrano risolvere i limiti già evidenziati dall’European Fiscal Board (2019). Oltre a discutere criticamente queste nuove regole, il presente contributo testa l’effetto di una politica alternativa, orientata al raggiungimento di un basso tasso di disoccupazione, sulle principali variabili di finanza pubblica rilevanti per le valutazioni della Commissione europea. Il caso di studio riguarda l’Italia, scelta sia per il peso della sua economia sia per il ruolo paradigmatico nell’esperienza di austerità, e che, quindi, riteniamo sia meritevole di un’analisi approfondita. Il lavoro riprende un articolo degli autori in corso di pubblicazione su The Review of Evolutionary Political Economy e si affianca al contributo di Claudia Ciccone recentemente apparso su questa rivista.
2. Le nuove regole fiscali per i Paesi ad alto debito
Le nuove regole fiscali dell’Unione Europea, entrate in vigore il 30 aprile 2024, prevedono che Commissione europea, governi e Consiglio europeo concordino un piano di aggiustamento strutturale della durata di 4–5 anni (estendibile a 7 in presenza di riforme e investimenti coerenti con gli obiettivi UE). Il parametro centrale sarà la crescita della spesa pubblica netta, cioè al netto di interessi sul debito, fondi UE, cofinanziamenti, misure straordinarie e variazioni cicliche dei sussidi di disoccupazione. Deviazioni superiori allo 0,3% in un anno o allo 0,6% cumulato attivano la procedura per disavanzo eccessivo, imponendo una riduzione del disavanzo dello 0,5% annuo.
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Ucraina, l’agonia del regime
di Fabrizio Casari
Marzo 2021. In un controllo casuale spuntano duecento chili di banconote. Due quintali di bigliettoni fascettati, mica due buste della spesa. C’erano dentro 28,8 milioni di dollari e 1,3 milioni di euro. Destinazione Ungheria, viaggio di sola andata. Era solo l’antipasto, la portata principale doveva ancora arrivare. Erano passate solo 4 settimane dall’inizio dell’operazione Militare Speciale russa in Ucraina e già la tribù di Zelensky cominciava a mettere al sicuro parte dei finanziamenti europei e statunitensi stanziati per far sì che gli ucraini, carne da cannone per l’ennesima tappa di ampliamento verso Est della NATO, obbligassero la Russia ad una guerra lunga, costosa, difficile da vincere.
L’inchiesta di oggi, quasi 4 anni dopo, è ancor più devastante. C’è un suo uomo chiave: Timur Mindich, ideatore dello schema di tangenti, del valore di 86 milioni di euro, con il pagamento del 10-15% su ogni contratto energetico. Nella sua casa sono stati scoperti water e bidet d’oro massiccio, credenze di cucina straripanti di sacchetti di banconote da 200 euro.
Mindich è intimo amico di Vladimir Zelensky. Amico di assoluta fiducia, tanto che è comproprietario tuttora della casa di produzione Kvartal 95, che fino al 2019, quando l’allora comico Zelensky vinse le elezioni, ne produceva gli show. Soprattutto, è stato Mindich a presentare a Zelensky il miliardario Kolomoyskyi, principale finanziatore della sua campagna elettorale nel 2019.
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I miliardari non dovrebbero esistere? Giusto. Ma tassarli non basta
di Alessio Mannino
Tassare di più gli ultraricchi (non genericamente i ricchi, né tanto meno i benestanti) è perfettamente giusto. Ma politicamente molto difficile. E inutile, se non si accompagni a un blocco della circolazione dei capitali all’estero. Proposte per un prelievo mirato sui milionari affermano quindi un sacrosanto valore di principio, almeno in un’ottica anti-liberista di redistribuzione delle ricchezze. E possono di conseguenza rappresentare armi di contrasto all’immagine di mondo oggi, purtroppo, comune e vincente: quella per cui le immani concentrazioni di potere economico in alto, sono accettate e anzi ammirate da chi sta in basso. In quanto i loro titolari, secondo quell’inganno di pura marca ideologica che va sotto il nome di “meritocrazia”, se le sarebbero meritate. Tuttavia, la sola forza di una petizione simbolica non basta, per porre i termini della questione su basi di realtà. Se si voglia, cioè, fare un discorso compiutamente politico. Ossia credibile.
Lasciamo perdere le pur condivisibili intemerate del neo-sindaco newyorkese Zohran Mamdani (“i miliardari non dovrebbero esistere”) e restiamo in Italia, dove la Cgil ha rilanciato un’idea che ogni tanto riciccia fuori a sinistra: la patrimoniale. Maurizio Landini propone un’aliquota dell’1,3% sui patrimoni superiori a 2 milioni di euro. Secondo un’analisi di quest’anno di uno dei primi studi di consulenza al mondo, il Boston Consulting Group (“Global Wealth Report 2025: Rethinking the Rules for Growth”), nel nostro Paese la platea di chi possiede almeno un milione di dollari in ricchezza finanziaria è costituita da 517 mila persone. Poco più dell’1% dei quasi 43 milioni di italiani contribuenti.
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Gaza. La Russia batte un colpo. All’ONU un piano alternativo a quello di Trump
di Redazione
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite lunedì doveva votare su una bozza di risoluzione presentata dagli Stati Uniti per approvare il piano di Trump per Gaza. Il testo prevede in particolare un mandato fino alla fine di dicembre 2027 per un “comitato per la pace” che dovrebbe essere presieduto dal presidente degli Stati Uniti e da Toni Blair e autorizza l’invio di una “forza internazionale di stabilizzazione”.
Ma il sito statunitense Axios fa sapere che la Russia ha di fatto già respinto la bozza di risoluzione degli Stati Uniti su Gaza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non solo. Mosca ha infatti presentato una sua contro-bozza di risoluzione.
Nella bozza russa pubblicata sempre da Axios, si chiede che sia il segretario generale delle Nazioni Unite “a individuare opzioni per l’attuazione” del Piano firmato a Sharm el Sheik. E gli chiede di presentare rapidamente al Consiglio di Sicurezza un rapporto generale che contenga anche “opzioni sul dispiegamento di una Forza internazionale di stabilizzazione a Gaza”, una accezione diversa rispetto al testo statunitense che conteneva tra l’altro i dettagli della forza militare internazionale da dispiegare nella Striscia di Gaza.
Nei giorni scorsi, gli statunitensi avevano fatto circolare informalmente una bozza, sostenendo di avere il supporto dei Paesi della regione per l’autorizzazione a una forza di stabilizzazione e a un consiglio transitorio per la governance di Gaza per due anni.
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Ci sono gli Emirati dietro gli eccidi e la pulizia etnica in Sudan
di Marco Santopadre
Mentre proseguono i combattimenti tra l’esercito e le cosiddette “Forze di Supporto rapido” (RSF) e altre milizie in diverse zone del paese, le notizie che provengono dal Sudan sono sempre più terribili.
Un’organizzazione medica locale ha accusato le milizie di aver portato avanti un “tentativo disperato” di nascondere le prove delle uccisioni di massa nel Darfur bruciando i corpi delle vittime o seppellendoli in fosse comuni.
La “Sudan Doctors Network” ha dichiarato che i paramilitari stanno raccogliendo “centinaia di corpi” dalle strade di el-Fasher, la città della regione occidentale del Darfur conquistata dalle RSF il 26 ottobre. «Ciò che è accaduto a el-Fasher non è un episodio isolato, ma un altro capitolo di un vero e proprio genocidio perpetrato dalle Forze di Supporto Rapido» scrive l’associazione.
Si ritiene che molti residenti siano ancora intrappolati in alcune zone della città. Altre persone in fuga da el-Fasher verso il nord sarebbero morte, secondo Al Jazeera, «perché non avevano cibo né acqua, o perché avevano riportato ferite a causa degli spari».
Molti civili fuggiti da el-Fasher hanno raccontato agli operatori di “Medici senza frontiere” di essere stati «presi di mira a causa del colore della loro pelle» dai miliziani appartenenti per lo più alle componenti arabe o arabizzate della società sudanese.
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Il "Grande Gioco" del Medio Oriente
di Enrico Tomaselli
L’operazione Al Aqsa Flood del 7 ottobre 2023 è indiscutibilmente un evento che ha cambiato completamente il quadro geopolitico mediorientale, ed i suoi effetti sono destinati a protrarsi ancora a lungo. Ovviamente, il primo e più evidente è stato lo stop al processo di stabilizzazione-integrazione, avviato da Trump durante il suo primo mandato, e che va sotto il nome di Accordi di Abramo. Riaccendendo violentemente i riflettori sulla questione palestinese, ha messo in luce come sia semplicemente impossibile immaginare un disegno strategico per la regione senza affrontare questo nodo.
In ogni caso, sia durante la fase finale della presidenza Biden, che durante il primo anno del secondo mandato di Trump, la strategia statunitense è stata sostanzialmente basata sulla delega completa a Israele, affinché risolvesse militarmente la questione; Netanyahu, oltretutto, assicurava di poterlo fare in modo pressoché definitivo. Ma due anni di guerre su sette fronti diversi hanno dimostrato non solo che la sicumera del leader israeliano era del tutto infondata, ma che al contrario lo sforzo bellico di Tel Aviv è valso sostanzialmente a far crescere a dismisura la dipendenza dello stato ebraico da Washington. Esattamente come è stato per l’Ucraina di Zelensky, a un certo punto è apparso chiaro che il proconsole statunitense nella regione non era più in grado di svolgere il ruolo di proxy militare, e che persino sotto il profilo politico stava determinando più danni di quanto fosse possibile immaginare. E non solo sul piano internazionale, ma anche nel cuore elettorale dell’impero.
Ciò ha reso necessario che fosse Washington a riassumere le redini del gioco. Ovviamente per gli Stati Uniti non è possibile sganciarsi dal conflitto mediorientale così come stanno facendo con quello ucraino. Intanto, perché la potente lobby sionista negli states non lo permetterebbe. E poi perché non c’è un equivalente dei paesi europei per ricoprire un ruolo di supplenza. Da tempo, sicuramente da quando Netanyahu ha iniziato la sua ormai ventennale carriera politica, il rapporto tra Tel Aviv e Washington è progressivamente mutato, sino al punto che oggi Israele è diventato un vero e proprio simbionte.
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Il decennio della controrivoluzione
di Paolo Virno
Per ricordare Paolo Virno pubblichiamo un testo tratto da Nel sottosopra degli anni Ottanta. Le contraddizioni di un decennio, edito da MachinaLibro nel 2024.
Il contributo riprende e rielabora la discussione tenutasi il 10 giugno 2023 al Festival 6 di DeriveApprodi, in occasione dell’uscita della nuova edizione de Sentimenti dell’aldiqua — libro cardine per comprendere e analizzare gli anni Ottanta.
In quell’occasione Paolo Virno, insieme a Marco Mazzeo e Adriano Bertollini, ha riflettuto sul significato e sull’attualità di quell’analisi.
La fotografia che accompagna l’articolo è stata scattata proprio in quel giorno.
* * * *
Il libro fu ed è ancora una meditazione sul mutamento delle forme di vita dopo la sconfitta politica, e più ancora sociale, dei movimenti rivoluzionari. Quali sono le tonalità, i ritmi delle nostre giornate allorché si è eclissata anche solo la possibilità di un mutamento radicale del modo di produzione capitalistico? Perché analizzare i giorni della controrivoluzione partendo dalle emozioni e dai sentimenti? Perché in queste tonalità emotive si manifestava una relazione con il mondo e con i propri simili in maniera più vivida che in qualche balbettio politico. Vi era un grano di verità in quei sentimenti, come se fosse un trattato sull’epoca, riguardo alla nostra relazione con la vita e la sua finitezza, i potenti e gli impotenti, il trionfo del nuovo capitalismo – del capitalismo linguistico. Non si trattava di una via umile e rassegnata di affrontare il proprio tempo, al contrario, vi era una smodata ambizione: vediamo qual è la relazione qui e oggi con il proprio stare al mondo e vediamolo attraverso la situazione emotiva prevalente, che non è un orpello di cose più solide e serie, come procacciarsi il reddito, ma qualcosa che sta alla base e che si dipana all’interno dei modi di procurarsi il reddito.
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Turn up the… History. Riorientare il desiderio e l’azione
di Silvano Poli
G. W. F. Hegel affermava che la lettura del giornale è la pregheria dell’uomo moderno. Inevitabile come il segno della croce per ogni buon cristiano, molti di noi l’altro ieri hanno aperto gli occhi e scrollato le notizie sul loro calamitico smartphone. A colonizzare il “feed” (quella che una volta era la home) c’era la vittoria di R. Mamdani a nuovo sindaco della Grande Mela. L’entusiasmo, o l’astio sono palpabili, gli appellativi arcinoti e ripetuti fino allo sfinimento: Mamdani è di colore, musulmano e pure socialista.
Il trionfo newyorkese è solo la ciliegina sulla torta di una serata che per i Dem è puro ossigeno. Nella stessa notte, infatti, il partito blu si è portato a casa i Governatori di New Jersey e di Virginia, affiancando anche la maggioranza nel Parlamento federato dello stato “Madre dei Presidenti”. Decisivi sono state anche la vittoria della “Proposition 50” per la ridefinizione dei collegi dei rappresentanti alla Camera – classica storia di Gerrymandering e opposizione al Texas rosso – fortemente voluta dal partito Dem Nazionale e osteggiata ferocemente da Trump; così come la riconferma di tre giudici nella corte federale della Pennsylvania. In breve, dopo mesi di stato comatoso, questo è forse il primo colpo di reni da parte di un partito che sembrava aver assorbito tutta l’inettitudine di Biden e l’ignavia di Harris – che con Mamdani è riuscita a non prendere ancora una volta una posizione strategicamente intelligente. È, di certo, una vittoria degli outsider, di quelle frange ostracizzate dal partito principale: dimostrazione di come il core del partito sia ancora dominato da un’avversione antipopolare che non ha nulla da invidiare ai neocons, ai tecno oligarchi e ai Trump Boyz. E, tuttavia, è indubbio che dopo mesi, se non anni di notizie pessime, una buona notizia non possa non avere l’effetto di galvanizzare l’ambiente e tutti i movimenti.
È certo che Mamdani rappresenti uno dei migliori risultati auspicabili negli USA e che l’egemonia del gigante d’oltreoceano ci porti a fare nostre le sue vicissitudini, a renderci tristi per le sconfitte dei (presunti) “compagni” a stelle e strisce ed entusiasti per le loro vittorie.
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Gaza: l'ingegneria della fame
di Davide Malacaria
Dopo l’entrata in vigore della tregua, 10 ottobre, Israele ha violato il cessate il fuoco almeno “282 volte”, uccidendo 242 persone e ferendone altre 622. Né si arrestano le violenze in Cisgiordania, dove gli squadristi israeliani attaccano impunemente i civili che cercano di raccogliere le olive. Ieri, per la prima volta, gli Stati Uniti hanno rotto il silenzio sulle violenze dei coloni: il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio ha dichiarato che potrebbero mettere in discussione il cessate il fuoco.
Una querula, quanto tragicamente tardiva, protesta pigolata, che in Israele è stata accolta con l’ovvia indifferenza del caso, come altrettanta indifferenza gli States dimostrano per le violazioni della tregua a Gaza, sulle quali non hanno finora detto nulla.
A Tel Aviv tutto è permesso purché il cosiddetto cessate il fuoco non sia messo in discussione seriamente, ne va dell’immagine di Trump e dei rapporti tra Stati Uniti e Paesi arabi.
E, a quanto pare, i diuturni bombardamenti su Gaza e le incursioni in Cisgiordania non hanno raggiunto questo livello critico. Ciò solo e soltanto perché Hamas, nonostante tutto, continua a ottemperare agli accordi senza reagire, che è quello che vorrebbe Tel Aviv per riprendere le ostilità in grande stile, come chiedono i messianici al governo e come vorrebbe Netanyahu, che morde il freno.
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La manovra di Trump all'ONU è imperialismo americano mascherato da processo di pace
di Jeffrey Sachs e Sybil Fares - commondreams.org
La Palestina continua a essere l’eterna vittima delle manovre di Stati Uniti e di Israele. Le conseguenze sono devastanti non solo per la Palestina, che ha subito un vero e proprio genocidio, ma anche per il mondo arabo e oltre
Questa settimana, l’amministrazione Trump sta promuovendo una risoluzione elaborata da Israele presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) volta a eliminare la possibilità di uno Stato di Palestina. La risoluzione ha tre obiettivi. Stabilisce il controllo politico degli Stati Uniti su Gaza. Separa Gaza dal resto della Palestina. E consente agli Stati Uniti, e quindi a Israele, di determinare la tempistica del presunto ritiro di Israele da Gaza, il che vuol dire: mai.
Questo è imperialismo mascherato da processo di pace. Di per sé non sorprende. Israele dirige la politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ciò che sorprende è che Stati Uniti e Israele potrebbero farla franca con questa farsa, a meno che il mondo non si esprima con urgenza e indignazione.
La bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite istituirebbe un Consiglio di Pace dominato da Stati Uniti e Regno Unito, presieduto nientemeno che dallo stesso Donald Trump e dotato di ampi poteri sulla governance, i confini, la ricostruzione e la sicurezza di Gaza. Questa risoluzione metterebbe da parte lo Stato di Palestina e subordinerebbe qualsiasi trasferimento di autorità ai palestinesi alla benevolenza del Consiglio di Pace.
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Finanziaria 2026: quanto ci costa
di E. Gentili, F. Giusti, S. Macera
È uscita la Relazione Tecnica della Ragioneria dello Stato: un testo che conferma l’orientamento liberista della Legge di Bilancio 2026. Leggendolo risulta evidente la continuità con le Finanziarie degli anni precedenti, segnate da un sostanziale equilibrio tra la riduzione dei costi e l’utilizzo della leva fiscale per evitare leggi patrimoniali e progressività delle imposte.
Ancora una volta, risorse sempre maggiori andranno alle imprese, specie sotto forma di sgravi contributivi e fiscali, mentre il welfare state viene rifinanziato soprattutto nei suoi profili meno strutturali, ossia meno legati alla concreta soluzione dei problemi (i famosi “bonus”). Assai grave è l’assenza di spesa per l’attuazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni, che dovrebbero fungere da argine, sia pur parziale, a quel divario interregionale dei servizi che vede le isole e le aree meridionali in forte sofferenza per istruzione, assistenza agli anziani, asili nido e servizi sociosanitari.
Per non dire della miopia di fondo rispetto ai reali bisogni del welfare d’una popolazione sempre più anziana e per questo bisognosa di sostegno (e quindi di maggiori risorse). Tale dato fa tutt’uno con la proverbiale incapacità italica di attuare politiche rivolte ai giovani e atte a contrastare il calo delle nascite.
- Costi in tema di fisco: Volendo individuare un elemento qualificante della Manovra, si può indicare la revisione dell’aliquota Irpef, che passerà dal 35% al 33% per il reddito compreso tra una cifra superiore ai 28.000 € e fino a 50.000 €.
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Eurosuicidio: come l’Unione Europea si è condannata con le proprie mani
di Gabriele Guzzi
L’economista Gabriele Guzzi spiega perché l’Europa paga il prezzo di scelte che hanno anteposto i mercati a tutto il resto
Nel suo ultimo libro, Eurosuicidio, Gabriele Guzzi analizza le radici strutturali della crisi europea. L’Ue, nata per unire il continente, ha posto i mercati e la moneta al centro del progetto politico, sacrificando sovranità democratica e giustizia sociale. Il risultato, sostiene l’autore nell’introduzione al libro che Krisis pubblica qui di seguito, è un’Europa priva di direzione, schiacciata da vincoli economici che ne minano la stessa esistenza.
Origini della crisi La tesi dell’economista è che le difficoltà dell’Ue non sono fortuite, ma sono l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle sue origini. In sintesi, la causa della crisi è l’Ue stessa e la sua struttura istituzionale.
Euro come Eurosuicidio La frontiera più avanzata dell’integrazione è l’euro, definito da Gabriele Guzzi l’atto fondativo dell’Eurosuicidio. Mettere insieme Paesi differenti in un’unione monetaria senza un’unione politica ha creato i presupposti per l’auto-annichilimento.
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Gli USA sono una repubblica delle banane
di Chris Hedges* - Scheerpost
Il Presidente Trump è un esempio perfetto di tutti i despoti latinoamericani da quattro soldi che terrorizzano la popolazione, si circondano di adulatori, scagnozzi e delinquenti e si arricchiscono (Trump e la sua famiglia hanno accumulato più di 1,8 miliardi di dollari in contanti e regali sfruttando la presidenza), erigendo al contempo monumenti di cattivo gusto a se stessi.
"Trujillo in Terra, Dio in Cielo" — Trujillo en la tierra, Dios en el cielo — fu affisso per ordine dello Stato nelle chiese durante i 31 anni di regno di Rafael Leónidas Trujillo nella Repubblica Dominicana. I suoi sostenitori, come quelli di Trump, lo candidarono al Premio Nobel per la Pace. La pastoressa truffatrice di Trump, Paula White-Cain, offrì una versione aggiornata dell'autodeificazione di Trujillo quando avvertì: "Dire di no al presidente Trump sarebbe come dire di no a Dio".
Trump è la versione gringo di Anastasio "Tachito" Somoza in Nicaragua o di François "Papa Doc" Duvalier ad Haiti, che modificò la costituzione per farsi nominare "Presidente a vita". Una delle immagini più celebri del lungo regno del dittatore haitiano mostra Gesù Cristo con una mano sulla spalla di un Papa Doc seduto, con la didascalia: "L'ho scelto io".
I criminali dell'ICE sono l'incubo dei temuti Tonton Macoute, la polizia segreta di Papa Doc composta da 15.000 uomini, che ha detenuto, picchiato, torturato, incarcerato o ucciso indiscriminatamente tra i 30.000 e i 60.000 oppositori di Duvalier e che, insieme alla Guardia presidenziale, ha consumato metà del bilancio dello Stato.
Il Presidente Trump è il venezuelano Juan Vicente Gómez , che ha saccheggiato la nazione per diventare l’uomo più ricco del Paese e ha disdegnato l’istruzione pubblica per – nelle parole della studiosa Paloma Griffero Pedemonte – “mantenere il popolo ignorante e docile”.
El Presidente – in ogni dittatura – segue lo stesso copione. È un'opera buffa grottesca. Nessun elogio è troppo oltraggioso. Nessuna tangente è troppo piccola. Nessuna violazione delle libertà civili è troppo estrema. Nessuna stupidità è troppo assurda. Ogni dissenso, per quanto tiepido, è tradimento.
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Rompere la pace dentro territori, fabbrica e università della guerra
di kamo
Prima di presentare il testo, una piccola introduzione di riepilogo delle “puntate passate”, per meglio inquadrare il senso dell’iniziativa «Guerra alla guerra» dell’11 ottobre scorso con la redazione di Infoaut e i compagni di Askatasuna Torino. Va premesso infatti che come Kamo non abbiamo pensato questo incontro soltanto in rapporto alle ultime settimane e mesi di mobilitazione per la Palestina e contro la guerra – tempi intensi e convulsi di “aria frizzante”, che hanno visto anche Modena scendere in piazza in massa per la Palestina e in solidarietà con la Global Sumud Flotilla, per fermare il genocidio e “bloccare tutto”, a partire da quella che chiamiamo la «fabbrica della guerra», cioè quell’intreccio di territorio, industria e sapere in ristrutturazione in funzione del riarmo e della guerra, che pone Modena tra i centri dello sviluppo capitalista in trasformazione bellica.
L’incontro lo abbiamo voluto collocare soprattutto come il punto di condensazione dei precedenti cicli di discussione che abbiamo organizzato negli anni passati, in particolare «Militanti» (2023) e «La fabbrica della guerra» (2024-2025). Ciò di cui ci interessa ragionare è infatti come si possa esprimere la militanza politica nella fase attuale, e le sfide che le ultime piazze ci chiamano a raccogliere: se nel ciclo «Militanti» abbiamo tentato di riallacciare e riscostruire, selezionandoli e facendoli nostri, i fili di una tradizione novecentesca di militanza comunista che va da Lenin al movimento di inizio terzo millennio, passando dall’Autonomia operaia degli anni Settanta e alla nascita dei centri sociali – sempre con l’obiettivo di approfondirne la portata teorica e storica e i loro limiti, di riappropriarci di strumenti e soprattutto di riattualizzare il punto di vista della rottura rivoluzionaria –, con «La fabbrica della guerra» invece abbiamo voluto esaminare i processi di radicale e accelerata riorganizzazione e trasformazione del capitalismo innescati dalla guerra, che ci coinvolgono direttamente sul territorio emiliano e modenese.
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Mao era un mostro?
di Carlos Martinez
Per celebrare il 130° anniversario della nascita di Mao Zedong, pubblichiamo di seguito un estratto dal capitolo "No Great Wall: on the continuitys of the Chinese Revolution" del libro di Carlos Martinez L'Oriente è ancora rosso – Il socialismo cinese nel XXI secolo , che valuta l'eredità politica di Mao e si concentra in particolare su alcuni degli episodi più controversi associati alla sua leadership.
L'estratto si propone di fornire un'analisi dettagliata ed equilibrata del Grande balzo in avanti e della Rivoluzione culturale, e di spiegare perché la maggior parte della popolazione cinese continua a venerare Mao e perché, come disse Deng Xiaoping , "il Partito comunista cinese e il popolo cinese lo considereranno sempre come un simbolo, un tesoro molto prezioso".
La ragione fondamentale è che, più di ogni altro individuo, Mao Zedong simboleggia ed è responsabile della liberazione della Cina e della costruzione del socialismo cinese. Carlos scrive:
Gli eccessi e gli errori associati agli ultimi anni di vita di Mao devono essere contestualizzati in questo quadro generale di progresso trasformativo senza precedenti per il popolo cinese. Il tasso di alfabetizzazione in Cina prima della rivoluzione era inferiore al 20%. Alla morte di Mao, era intorno al 93%. La popolazione cinese era rimasta stagnante tra i 400 e i 500 milioni per circa cento anni, fino al 1949. Alla morte di Mao, aveva raggiunto i 900 milioni. Crebbe una fiorente cultura letteraria, musicale, teatrale e artistica, accessibile alle masse popolari. La terra fu irrigata. La carestia divenne un ricordo del passato. Fu istituita l'assistenza sanitaria universale. La Cina – dopo un secolo di dominazione straniera – mantenne la propria sovranità e sviluppò i mezzi per difendersi dagli attacchi imperialisti.
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Abu Mazen a Roma, nel silenzio di tomba del movimento per la Palestina
di Il Pungolo Rosso
Nei giorni scorsi Abu Mazen è stato a Roma, a rapporto prima dal duo Mattarella-Meloni, poi dal neo-crociato amerikano Leone XIV.
Cosa sia venuto a fare non è un mistero per nessuno: è venuto ad assicurare l’Italia (lo stato, le banche e le imprese italiane) che la sua “Autorità nazionale” si muoverà integralmente e fedelmente all’interno del piano neo-coloniale e schiavista di Trump, ma senza dimenticare gli “amici italiani” negli eventuali affari della ricostruzione di Gaza. E lo farà in totale contrapposizione alla resistenza palestinese (Hamas), costringendo questa alla resa e alla consegna delle armi.
Come premio per questo giuramento di fedeltà all’imperialismo occidentale tutto, Italia compresa, è venuto a mendicare il riconoscimento da parte di Roma di quello stato di Palestina accanto all’intoccabile stato di Israele che l’entità sionista ha reso materialmente del tutto impossibile, ormai, da decenni.
E’ poi passato dal papa neo-crociato a garantirgli il suo impegno, in chiave anti-islamica, “in favore della presenza cristiana in Palestina”.
Insomma, Abu Mazen è venuto a Roma a fare l’Abu Mazen, quello – tanto per dire – che da 16 anni ha il mandato scaduto, ma si rifiuta di indire elezioni che perderebbe di sicuro; quello che nel 2006-2007 chiese allo stato occupante un aiuto militare per sconfiggere Hamas a Gaza; quello che era talmente intimo con il macellaio Barak, il ministro della difesa sionista del tempo, da essere informato in anticipo dell'”operazione piombo fuso” (risulta dai files di Wikileaks, come ricorda Amadeo Rossi, ne Il muro della Hasbarà, Zambon, 2018, p. 223); quello che ha definito i combattenti di Hamas e delle formazioni della resistenza “figli di cane”, e fermiamoci qui.
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